giovedì 30 settembre 2010

Nuovi talenti dell'elettronica crescono 2 (Baths)

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Ammetto di essermi avvicinato alla musica di Baths grazie alla fotografia elegante del meraviglioso videoclip di ''Lovely Bloodflow'' (vedi sotto) opera dei registi Alex Takacs e Joe Nankin del team di produzione losangelino Young Replicant. Baths è invece il progetto del giovane (21 anni) talento californiano Will Wiesenfeld, nuovo ingaggio in casa Anticon (13 & God, Themselves, Why? ... ), l'etichetta per la quale è appena stato pubblicato il suo primo disco, ''Cerulean''. In questo magnifico lavoro si fondono molteplici influenze (una sorta di electronic / glitch-hop / lo-fi, può star bene?) e nelle pieghe ruvide delle canzoni (tra le quali segnalerei almeno ''Apologetic Shoulder Blades'', ''Maximalist'', ''Animals'' e la stessa ''Lovely Bloodflow'' ) non sarà difficile distinguere anche buone dosi di folk, soul, hip hop e un anima molto, ma molto pop. Un disco che sicuramente piacerà a chi segue IDM, e indietronica, ma anche artisti/progetti come Why?, Nosaj Thing, Flying Lotus o B. Fleishmann. Generalizzando ancora potremmo anche tirare in ballo i suoni di etichette come la Morr Music, la Warp e naturalmente la stessa Anticon. Ma sarebbe ingeneroso parlare di un prodotto derivato, perchè Wiesenfeld dimostra di saperci fare e di avere personalità da vendere. Non è per ripetermi, ma il disco è veramente molto bello oltre che estremamente godibile (beats eleganti, suoni delicati, belle melodie...). Credo di potervi anticipare che tra le classifiche di fine anno ci sarà anche lui.
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Nuovi talenti dell'elettronica crescono 1 (Mount Kinber)

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Ne hanno fatta di strada i Mount Kimbie (progetto formato dai britannici Dominik Maker e Kai Campos) da quando, meno di due anni fa, iniziarono a suonare insieme nel salotto di casa e consideravano la musica poco più che un semplice sfizio. Dopo gli elogi ricevuti in virtù degli EPs ''Maybes''(Hotflush Recordings, 2009) e ''Sketch On Glass'' (Hotflush Recordings, 2009), quest’anno i Mount Kimbie sono emersi come una delle grandi rivelazioni della musica elettronica grazie al meraviglioso ''Crooks & Lovers'' (Hotflush Recordings, 2010). Nel disco i due mischiano abilmente musica di matrice elettronica con buone dosi di ambient, dubstep, IDM, downtempo, black music e pop. Shakerando questi elementi pare abbiano partorito un nuovo genere musicale (ma che palle sti giornalisti!), già ribattezzato post-dubstep, anche se (come sempre) non si tratta altro che dell'ennesima mera classificazione. L’impressione che ho avuto ascoltando il lavoro dei Mount Kimbie è comunque ottima e i due ragazzi mi sembrano tremendamente in gamba. L’album gode di un repertorio estremamente vario e la musica, anche tra uno spigolo e l’altro, trova sempre una sua precisa intensità e/o sensibilità. I brani sono molto dissimili tra di loro (ma uniti da un’ unico spirito che si avverte facilmente ascoltando il disco): si va dall’8-bits di ''Blind Night Errand''  agli esperimenti di ''Would Know''''Field'', dalle genialissime ''Before I More Off'' e ''Carbonated'' (le mie preferite) alle cupezze di ''Rudy'' ecc. Il disco dura pochino (se non sbaglio non supera i 35 minuti) ma non si butta via nemmeno un secondo, e il lavoro si mantiene di altissimo livello dall’inizio alla fine. Senza dubbio una coppia di nuovi giovani talenti che, di questo ne siamo certi, tornerà presto a far parlare di se. Teniamoli d’occhio (8)
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Il ''pop negro'' di El Guincho

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''Pop Negro'' (Youg Turks, 2010), terzo lavoro del canario ( trapiantato a Barcellona ) Pablo Diaz-Reixa, meglio conosciuto come El Guincho, era probabilmente uno dei dischi più attesi dell’anno dalla comunità indie spagnola e arriva a più di due anni di distanza dal precedente ''Alegraza'' (Discoteca Océano, 2007), il lavoro che gli aveva dato una certa visibilità internazionale. Da quel disco sono cambiate molte cose, tra queste anche il suono che El Guincho ha impresso alle sue nuove composizioni, dalla forma molto più ortodossa e con una produzione (esageratamente) pulita, ma senza rinunciare al suo amore per i contagiosi ritmi tropicali/tropicalisti (dal Brasile all’Africa), e naturalmente ai caratteristici samples. Immaginatevi una sorta di animalcollectivismo / talkinheadsiano molto percussivo e molto Ottanta. Quello che meno mi piace del lavoro sono le parti vocali (il ruolo della voce diventa fondamentale quando si tratta di togliere monotonia ai loops e in questo senso Pablo non sembra proprio impeccabile) e, come accennato, la produzione. Ma l’album gode comunque di spunti interessanti, con ''Bombay'', il brano d’apertura, come innegabile gioiello del disco (video - sotto - che per surrealismo se la gioca con ''Suena Brillante'' del collega iberico Joe Crepusculo che avevo già presentato in questo blog). Se proprio dovessi dare un voto? Diciamo un 6+
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Live In Dreams

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La musica pop si discerne in due classi di dischi: quelli che richiedono un certo sforzo e non rivelano mai la loro faccia più dolce prima di una certa applicazione all'ascolto e di un' esposizione continua, attenta e paziente, e quelli  che invece (ma questo dipende anche dalle abitudini e dalle leggi di organizzazzione del nostro apparato percettivo) piacciono incondizionatamente, e si appiccicano ai padiglioni sin dal primo contatto. Il disco di debutto degli americani Wild Nothing probabilmente appartiene più alla seconda categoria, e non tanto per essere un prodotto che si possa considerare pop in senso strettissimo, ma piuttosto perchè rientra in territori più consoni a molte (almeno mie) altre esperienze d'ascolto. In altre parole: ''Gemini'' rimane un lavoro di intenzioni revivaliste e forme eminentemente canoniche, uno di quei dischi che anche senza apportare nulla di veramente nuovo o distinto piacciono parecchio, grazie a quell'aria familiare che vi si respira nei timbri, ma soprattutto in virtù delle emozioni che riesce a scatenare nell'ascoltatore. Si inizia subito a sognare con ''Live In Dreams'', con la sua anima escapista e il suo trasporto romantico (''Our lips won't last forever and that's exactly why I'd rather live in dreams and I'd rather die'', recita il ritornello) e senti che nella testa pian pianoo iniziano a vorticare alcuni nomi (Cure, Felt, The Field Mice, The Wake, The Sea Urchins, The Go-Betweens ... ma anche Postcard, Sarah ...) che non ti abbandonano fino all'ultima nota del disco. E' evidente che stiamo percorrendo terreni conosciuti anche se, nella guerra tra il disinteresse per il già visto (meglio sarebbe dire sentito) e la celebrazione della gioia nostalgica, a volte finisce per vincere il secondo dei due fronti, magari grazie a canzoni esuberanti, contagiose e piene di vita come ''Summer Holiday'' (un hit pop che fa mostra di un interessante contrappunto tra la vitalità della chitarra, il ritmo e l'umore pigro con il quale Jack Tatum  snocciola le sue frasi), ''Confirmation'' (una canzone che suona come accecata dalla sua propria luce, tra post-punk e Radio Dept.) ''Gemini'' (una della più Felt-iana del loto, anche se nella ultima  parte evapora e si eleva verso un cielo pop più nebuloso, dreamy e di ascendenza showgaze), ''My Angel Lonely'' (altra caramella pop) e soprattutto ''Chinatown'' (video sotto) una delle perle assolute di questo primo disco dei Wild Nothing, strategicamente posta quasi alla fine per lasciare al palato un retrogusto molto dolce, anche se prestando attenzione al testo si capisce di come in realtà ''Chinatown'' sia una canzone triste, una supplica che nasce dal più profondo disincanto, ma che nonostante tutto si percepisce come espressione di pura gioia, come se fosse un grande sorriso dipinto nel cielo di una esplosione pop. Formidabile paradosso. Un po' più lontante dal centro estetico dell'album sembrano temi come ''Pessimist'', dove loop e sampler congestionano l'atmosfera, ''The Witching Hour'' o le rotondità pop di ''O Lilac'' e ''Composition Book''. Visto in prospettiva ''Gemini'' è un album che esemplifica buona parte delle caratteristiche (buone o meno buone) dell'underground  pop contemporaneo ma che, a prescindere dalle imperfezioni (che comunque ci sono), trova nella spontanietà e nel talento melodico di Tatum le sue armi vincenti. Bello davvero.
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mercoledì 29 settembre 2010

Deerhunter e la formula magica

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Ci sono due caratteristiche che ammiro in particolar modo di Bradford Cox come artista: una è la sua capacità di non ripetersi, l’altra quella di innovare a prescindere dallo spettro musicale, anche quando questo non suona del tutto nuovo. Succede anche in ''Halcyon Digest'' (4AD, 2010), il nuovo disco dei Deerhunter (con gli Atlas Sound la creatura più famosa di Cox), probabilmente il più naturale, spontaneo e personale tra tutti i lavori realizzati dall'artista fino ad ora. Se per esempio per la realizzazione delle undici tracce di ''Logos'' (Atlas Sound) Bradford si era chiuso nella sua stanza passando al pc tutti i brani precedentemente composti per sperimentare, tra le varie combinazioni sonore, quella che più si avvicinava alla resa che si era precedentemente prefissato o immaginato, in ''Halcyon Digest'' Cox rinuncia quasi completamente a questo tipo di sperimentazioni per cercare invece un suono molto più naturale e sciolto, quasi come se i pezzi fossero stati scritti fin dall’inizio per suonare (già perfetti nella loro immediatezza) esattamente così come li ascoltiamo nel disco. Da queste canzoni traspaiono onestà e naturalezza a servizio di uno stile mai così retrò e ''dolcemente'' in contrasto con alcuni aspetti dei suoi precedenti lavori. Anche le influenze musicali (dirette o indirette), mai così presenti/evidenti come in ''Halcyon Digest'', appaiano ora immediatamente chiare (Velvet Underground, Neil Young, il glam di Marc Bolan…). Tuttavia Bradford (e in questo è molto abile) esce da qualsiasi possibilità di cadere in una zona di ‘’confort’’ troppo ripetitivo, soprattutto grazie alla resa originalissima e quel tocco unico con cui riesce a far suonare gli strumenti (il banjo di ''Revival'', l’arpa di ''He Would Have Laughed'', l’assolo di sax di ''Coronado'' …). Non so se ''Halcyon Digest'' si possa considerare il miglior lavoro di cox (personalmente credo di si, ma) questa resta pur sempre una personalissima questione di gusti. Quello che invece è sicuro è che si tratta del suo prodotto più accessibile. Come Antony and the Johnsons, gli Arcade Five o gli Animal Collective anche gli Deerhunter sembrano aver fatto tesoro della formula magica del miglior pop dei nostril giorni: aspetto inquietante, suono affascinante, e una forte capacità espressiva, tutte componenti che si allineano miracolosamente nella congiunzione astrale di questo ottimo lavoro, nuovo passo di un percorso che sta portando il gruppo di Atlanta al raggiungimento di un nuovo paradigma indie.
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martedì 28 settembre 2010

L'eredità di J Dilla


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Tra tutti i (veri o presunti) discepoli del defunto J Dilla, Curtis Cross, classe 1983, meglio conosciuto come Black Milk si era fatto notare - già dai tempi di ''Popular Demand'' (Fat Beats, 2007) e soprattutto ''Tronic'' (Fat Beats, 2008,) – per un profilo artistico che prima ancora di ogni altra considerazione (e nonostante i continui, e a volte troppo insistenti, accostamenti con il citato maestro e concittadino) evidenziava alcuni tratti unici e peculiari del suo autore, sempre alla continua ricerca di una crescita e/o evoluzione artistica, e alla necessità di autosuperarsi. Ma a questo chiaro profilo probabilmente mancava solo la prova della consacrazione, il tassello definitivo, e in questo senso ''Album Of The Year'' (Fat Beats, 2010), titolo peraltro privo di intenzioni presuntuose (ma che allude a un idea di riassunto o compendio), arriva come complemento ideale, aggiustato e migliorato, dei suoi lavori precedenti e soprattutto come una nuova dichiarazione di intenti, salto di qualità/maturità in tutti gli aspetti creativi della sua parabola artistica.
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Prima di inoltrarmi nell’appassionante bagaglio sonoro del disco, è bene sottolineare i notevoli miglioramenti di Black Milk come MC. Detto questo, entrando in territorio strettamente musicale, oltre a tutta una serie di aspetti che lo accomunano (appunto) al grande J Dilla (beats rotti, tempi asimmetrici, samples di funk/soul, proiezioni futuriste..), in ‘’Album Of The Year’’ Black Milk sembra aver ben assimilato anche altre vie espressive, come per esempio quella patentata da gruppi come i Roots, tra i primi a combinare e integrare tra di loro samples, loops e strumenti, fondendoli magistralmente in un unico suono.
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Ma mentre l’hip hop dei Roots si stà spingendo sempre più nella direzione di un folk pastorale e di un pop arty (bellissimo anche il loro ''How I Got Over'', pubblicato quest'anno dalla Def Jam), Black Milk flirta (e in che modo!) con il gospel, con la psichedelica, con l’afro-funk, con il latin jazz e a volte anche con il rock dei ’70, diramando un potente cocktail stilistico. In ambo i casi, però, le fonti di ispirazione e i riferimenti esterni non sono mai a supporto di un crossover ''bananero'' e l’essenza dell’hip hop (quello puro e duro!) non si perde in nessun minuto del suo percorso. Il modo in cui l’artista di Detroit integra una vera band di musicisti nel vortice di vecchi samples e beats apocalittici (grandiose le parti di batteria) è sorprendente per fluidezza, naturalità e brillantezza, ma anche per l’alto grado di esigenza che lascia intravedere il meccanismo. ''Album Of The Year'' trova una sua piena identità nell'odierno panorama dell’hip hop che conta e suona fresco pur mantenedo vivo il ricordo dei lavori che l’avevano preceduto. La convivenza perfetta di tradizioni, radici, essenza creativa e ricerca. Massimo rispetto.
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domenica 26 settembre 2010

Tè al party del califfo

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Gonjasufi – The Caliph’s Tea Party (Warp, 2010)
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Il misticismo accompagna la musica da sempre. Ma se qualcuno si limita a fumare canne e a fare gesti di pace con le dita, altri, come nel caso di Gonjasufi, praticano attivamente la spiritualità e la applicano al loro discorso musicale abbattendo ogni tipo di frontiera spazio temporale (e musicale). Ora, dopo aver stupito con le elaborazioni visionarie dello splendido ''A Sufi and A Killer'' l'invito a prendere un tè con lui al party del Califfo viene accolto con la giusta dose di spiritualità da un gruppetto di talentuosi remixatori ( lista sotto ) che danno un volto nuovo ai brani originali intercambiando visioni e idee di partenza a favore di nuove reinterpretazioni. Gli ingredienti sono sempre gli stessi (ecco perchè forse manca un po' l'effetto sorpresa), ma i risultati sono spettacolari, (forse) adirittura superiori a quelli del già sublime materiale di partenza, per un indefinibile e seducente mix fatto di mille beats psichedelici e soul cosparsi di spezie, un suono immerso nei narcotici con le voci fuori asse che assumono tratti (anche in questo caso) quasi acidi. Puro sciamanismo pop in un costante trip. Una meraviglia! Disco della settimana, del mese, dell'anno...(http://remix.sufisays.com/)
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Tracklist
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01. Ancestors (Dreamtime) (Mark Pritchard Remix)
02. Candylane (Bibio Remix)
03. Ageing (Dam Mantle Remix)
04. The Caliph’s Tea Party (Broadcast & The Focus Group “DedNd” Remix)
05. Kobwebz (Jeremiah Jae Remix)
06. Love Of Reign (Bear In Heaven Remix)
07. She’s Gone (Oneohtrix Point Never Remix)
08. Holidays (MRR Remix)
09. Change (Shlomo Remix)
10. My Only Friend (Hezus Remix)
11. DedNd (agdm Remix)
12. SuzieQ (Dem Hunger Bowel Blood Remix)
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giovedì 23 settembre 2010

Paesaggi trasformati in musica

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Persone e paesaggi trasformati in musica, racconti, sentimenti e ritratti che emergono dal contatto delle dita con l'opaco nylon delle corde e fanno tremare il legno impolverato del manico della chitarra. Voci accoglienti e espressive che come ossigeno si fondono con l'aria. L'avanguardia che coincide con il classicismo e il barocco che si intreccia con il folk. In quel luogo caldo dove la musica è il risultato dell'ispirazione umana, dove la ragione nuda alimenta la riflessione e gentilmente riconforta l'anima. ''Admiral Fell Promises'' (Caldo Verde Records, 2010) invade passivamente i sensi, i pensieri e il cuore. Un album impressionante che ci restituisce un Mark Kozelek più Kozelek che Sun Kil Moon (soprattutto considerando le smisurate e capricciose divagazioni chitarristiche di larga durata - tediose in alcune fasi - del precedente ''April''), interamente composto e interpretato con chitarra spagnola, particolare importante perchè riguarda non solo il suono delle canzoni, ma anche la struttura e lo sviluppo delle stesse. Sicuramente siamo di fronte all'opera più tecnica e virtuosistica del nordamericano e questo si riflette nella presenza di numerosi giochi con la sei corde che incide profondamente nell'aspetto emotivo delle composizioni. L'ex Red House Painters suona bene. Tutto è nelle mani di un solo strumento in un gioco di pause e di emozioni notturne. Sembra una manifestazione di depurazione espressiva dove chitarra e voce acquistano lo stesso protagonismo e la stessa rilevanza delle canzoni, scansando in un colpo solo tutto quello che ostacola o devia l'attenzione. L'eleventa attenzione che il disco esige con l'ascoltatore provocherà divergenze d'opinione, ma anche con il vento contro credo sarà difficile che quest'anno possano uscire molti concorrenti di questo livello nell'ambito della canzone d'autore indie.
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Inferni in fiore

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tracklist - dwl
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Nuovo disco per Will Holland, meglio conosciuto come Quantic, giovane produttore, dj, e chitarrista britannico baciato da una magica creatività che lo accompagna da quasi dieci anni. Da quando nel 2001 uscì il suo primo lavoro per la Tru Thoughts, Holland non ha mai smesso di sorprendere con produzioni di qualità, pubblicando materiali quasi sempre eccellenti attraverso i suoi multipli progetti: con la Quantic Soul Orchestra o con il Combo Bárbaro, solo come Quantic o proprio come Flowering Inferno, il moniker attraversi il quale ci sforna caldo caldo quest'ultimo ''Dog With a Rope'' (Tru Thoughts, 2010). Quando diede vita a questo progetto Holland si proponeva di reinterpretare il reggae, il dub e la dancehall in chiave latina.
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tracklist - dwl
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La prima uscita come Flowering Inferno fu nel 2008 il disco ''Death of Revolution'' (sempre su Tru Thoughts), un buon album nel quale predominava la dub-culture ma dove, a differenza del recente ''Dog With A Rope'', l'influenza latina quasi scompariva in un mare di deelays e effetti caratteristici del dub. Normale se consideriamo che Will Holland atterrò per la prima volta in Colombia nel 2007, dove decidese di stabilirsi e dove, in tre anni, ebbe il tempo sufficente ad assorbire l'immensa e meravigliosa ricchezza musicale locale. Ciò appare evidente anche ascoltando il nuovo lavoro, molto più vicino alla tradizioni latine che a quelle giamaicane, soprattutto rispetto al suo precedente. Servano ad esempio alcuni brani: ''Dub Y Guagancó'' (più Cuba che Giamaica), ''Cumbia Sobre El Mar'', ''Échate Pa´Lla'', ''Te Picó El Yaibí'' (di chiara ispirazione folkloristica sudamericana). Ancora una volta il signor Quantic ha saputo circondarsi di ottimi musicisti, tra i quali ricordo almeno il riconosciuto batterista reggae inglese Conrad Kelly, Alfredo Linares e Nídia Góngora con lui anche con il Combo Bárbaro oltre ai colombiani Markittos Mikolta e Wilson Viveros. Senza dubbio un buon disco.
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I 13 ritratti più belli

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Il museo Andy Warhal di Pittsburg commissionò a Dean Wareham e alla moglie Britt Phillips (già membri di Galaxie 500 e Luna) ora conosciuti semplicemente come Dean & Britta di musicare 13 screen test, ovvero alcuni dei celebri micro ritratti su pellicola in bianco e nero che Warhal realizzò tra il 1964 e il 1966 con icone culturali dell'epoca (Nico, Lou Reed, Dennis Hopper, Edie Sedgwich, Allen Ginsberg, Salvador Dalì, Giangiacomo Feltrinelli...) che frequentavano gli studi dell'artista.
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Dean & Britta accettarono l'incarico e non tardarono molto nel portare a termine il progetto che all'inizio si presentò come un DVD (uscito nel 2009) e con una serie di concerti dal vivo in tutto il mondo (dall'Opera di Sydney a una cattedrale del quindicesimo secolo a Parigi).
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La musica può essere considerata come un chiaro tributo ai Velvet Underground con un suono chitarristico minimale, melodie dall'incedere sognante e ipnotici flussi di drones.
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Ora ecco anche un cd doppio, ''13 Most Beautiful... Songs For Andy Warhol's Screen Tests'' (Double Feature Records, 2010) che alle 13 canzoni dei screen test (tra originali e riprese: Dylan, gli stessi Velvet Underground ...) aggiunge 8 nuove tracce remix dalle sonorità perfettamente affini rispetto i materiali preesistenti ad opera di gente come My Robot Friend o Sonic Boom (suo per esempio lo zampino nel remix della magica e melanconica ''Knives From Bavaria'' che è possibile ascoltare nel video sotto).
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tracklist - dwl

Se fosse poco sappiate che il doppio cd originale, oltre a un booklet di 12 pagine, aggiunge come ciliegina sulla torta un DVD in edizione limitata con gli screen tests originali di Warhol. Inutile dire che se adorate l'epoca d'oro della Pop Art questo disco assume i crismi di un'opera imprescindibile. Se invece semplicemente amate la buona musica, lasciatevi gentilmente cullare dai flussi di queste canzoni. Penso ne valga la pena.


Smod

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Nove anni fa nascono in Mali gli Smod (myspace), il progetto rap di Samou Bagayoko, figlio di Amadou & Mariam (il simpatico occhialuto che spunta al centro della copertina), la coppia di non vedenti più famosa d'africa. Completano la formazione Ousco e Donsky. Nel 2002 esce il loro primo disco ''Dunia Kuntala'', un grande esito locale. Due anni dopo editano ''Ta I Tola'', lavoro nel quale iniziano ad apparire come ospiti artisti di livello internazionale come Manu Chao, King Massassi e Kisto Dem. Diventano i primi artisti hip-hop del Mali a guadagnarsi un disco d'oro grazie al brano ''Politic Amagni'' (la política non è buona). Ora girano il mondo, salendo gli stessi palcoscenici di Manu Chao, che non a caso (e come si sente!) produce l'ultimo ''Ça Chante''(Because, 2010). Un disco leggero, simpatico e godibile.
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mercoledì 22 settembre 2010

Il ritorno di Mavis

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''You Are Not Alone'', è lo stupefacente ritorno di una delle regine della soul music, Mavis Staples una signora che è cresciuta e vissuta nel nome del gospel (ultima discendente di una delle grandi famiglie storiche della musica nera, gli Staples Singers) e che ora si fa produrre il disco da Jeff Tweedy, lider dei Wilco. La grande virtù di Tweedy come produttore (ma che contribuisce anche con un paio di squisite compisizioni proprie) è di essere riuscito a creare un minuzioso campionario di tutte le virtù e dei multipli registri di cui è capace la vocalista di Chicago. Il lavoro è un mix di numeri gospel d'alta classe e interpretazioni sublimi di brani di Pops Staples, Randy Newman, Allen Toussaint, John Fogerty, Rev. Gary Davis e Little Milton, più le due meravigliose nuove canzoni scritte apposta per le da Tweedy delle quali abbiamo detto appena sopra. Che altro aggiungere? Il disco esce su etichetta Anti, per qualità è uno dei più considerevoli delle recenti tappe discografiche della prolifica carriera della cantante, e se per caso dovesse finire in più di qualche lista di fine anno, dopo averlo ascoltato sarebbero pochi a sorprendersi.
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Negritudini Tropicali

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Che inizi il ballo! Tra trimpellamenti con gusto e cori appiccicosi, cadono ripetitivi i canti come onde, battendo una volta di più sulla sabbia dorata che brilla al sole. Tutto è posseduto, devoto al ritmo. Una tastiera molto ''Settanta'' si muove agile e, leggermente sostenuta, salta, rimbalza e balla come una marionetta. Grida e grida si amplificano tra i sassofoni sudati a cui fanno eco, al centro della pista tra applausi e tamburi, cori di donne danzanti, voci che nascono da piedi perennemente in movimento. Anche i flauti si muovono rapidi come uccelli in una versione accellerata della selva, resa umida dai balli incessanti. Non ci si ferma un attimo, ballo dopo ballo, pista dopo pista, le maracas e le trombe come bacini curvi mossi da tacchi di tamburo. E' ''Palenque! Palenque! Champeta Criolla & Afro Roots in Colombia 1975-91'' (Soundway, 2010), meravigliosa collezzione di champeta criolla colombiana compilata dai tipi della Soundway, etichetta con sede a Brighton (Inghilterra) che da quasi dieci anni ci delizia con materiali di qualità spettacolare e della quale, almeno una volta (e per i pochi sbadati che ancora non la conoscono), mi piacerebbe spendere due meritate paroline di gratitudine.
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Con una linea maestra chiaramente diretta a suoni afro e negroidi, la Soundway continua a pubblicando materiali eccellenti, dove funk, rock psichedelia e jazz sono gli ingredienti principali a servizio di ritmi spesso ballabili e appiccicosi, frutto di impagabili percussioni, brillanti linee fiatistiche, tastiere cariche di groove e chitarre vivissime. I materiali provengono, nella maggior parte dei casi, dalla decada dei Settanta, e da paesi principalmente africani (Ghana, Nigeria) o latinoamericani (Colombia, Panama).
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Tra le uscite più recenti del catalogo perle come ''The World Ends: Afro Rock & Psychedelia in 1970s Nigeria'' (disco già presentato in uno dei post precedenti di questo blog, micidiali brani funk dai ritmi contagiosi sommersi in un brodo psichedelico nati dalle ceneri della guerra civile nigeriana)''Palenque, Palenque'' (il disco appena presentato sopra, con un'accurata selezzione di brani registrati nella caribeña costa colombiana tra il 1975 e il 1991 e espressione di una ricchezza musicale che è il frutto degli incroci di razze di quella zona), ''Sweet Talks'' dei The Kusum Beat e ''Hedzoleh'' dei Hedzoleh Soundz (ristampe di due LP direttamente dal Ghana degli anni Settanta che mischiano perfettamente tradizione africane e i ritmi del momento sul sentiero tracciato in quell' epoca dal padrino dell'afrobeat, il mitico Fela Kuti)e soprattutto ''Afro Tropical Soundz Vol.1'', antologia/sampler e piccolo ''bignami'' dell'etichetta inglese che si è proposta di recuperare registrazioni dimenticate provenienti da diversi paesi tropicali (dal Ghana a Panama, dalla Nigeria alla Colombia) rimbalzando da un continente all'altro e fondendo tradizione e modernità, ritmo e suono, caraibi e africa. Sia lodata la Soundway.
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martedì 21 settembre 2010

Antologie 2010: Retro-Africa (Part.2)

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La stragrande maggioranza delle antologie compilate con materiali musicali ''retro-africani'', per varietà, qualità e per il loro ''sapore'' sempre così speciale, non finiscono mai di sorprendere. Iniziamo (arrivo tardi, ma arrivo!) dalla terza uscita della serie ''Next Stop Soweto''. Dopo un primo volume, ''Township Sounds From The Golden Age Of Mbaqangwa'' (Strut, 2010), dedicato al Mbaqanega, tipico stile musicale sudafricano del principio degli anni Sessanta (video)e un secondo, ''Sooultown. R&B, Funk & Psych Sounds From The Townships 1969-1976'' (Strut, 2010), più incline al r&b, al funk e ai ritmi psichedelici del principio degli anni Settanta (video), ''Giants, Ministers and Makers: Jazz in South Africa 1963-1978'' (Strut, 2010), il terzo volume, ci apre le porte del jazz abbracciando un lasso di tempo che va dal 1963 al 1984.

L'antologia raccoglie brani che spaziano da uno stile all'altro e vanno dal jazz più tradizionale alla fusione con la musica tradizionale (sud)africana, integrazione perfetta delle radici artistiche con la musica proveniente dall'altra parte dell'oceano in un gioco di rimbalzi. L'ennesima ottima chicca da non lasciarsi scappare. All'argomento comunque avevo già dedicato un post qualche tempo fa quindi, se siete interessati, per ulteriori approfondimenti potete entrare QUI.
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''Roots of O.K. Jazz - Congo Classics 1955-56'' (Crammed, 2010) ripercorre invece l'opera discografica di L'Okanga La Ndju Pene Luambo Luazo Makiadi, meglio conosciuto nel mondo della musica aficana come Franco. Buona parte dell'importanza della rumba congolese si deve alla sua immensa opera artistica, specialmente negli anni in cui diresse la Tout-Pouissant Orchestre Kinois de Jazz, conosciuta soprattutto con il suo nome abbreviato: O.K. Jazz.
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L'antologia include anche altri artisti della rumba che con Franco condivisero studi di registrazione e palcoscenici, come Roitelet, Nganga, De Wayon, Pholidor, De La Lune e Vicky. Il ricordo di un epoca brillante centrato soprattutto nella seconda metà degli anni Cinquanta. La rumba congolese nacque negli anni Quaranta a Kinshasa grazie all'adozione e alla fusione del son cubano con la musica delle proprie tradizioni (qualcuno credeva che si trattasse di un tipo di canto bantù) e della sperimentazione di nuovi (per l'epoca) strumenti occidentali come (soprattutto) la chitarra elettrica. A metà dei Cinquanta questo stile era già un rilevante fenomeno sociale e artistico dell' Africa centrale e alla sua diffusione contribuirono, oltre che Franco e l'O.K. Jazz, anche Papa Noel con Les Bantous de la Capitale, i Grand Kallé e l'African Jazz. Poco a poco la musica andò evoluzionandosi incorporando al tipico son, anche chachachà, mambo, pachanga e salsa.

''Roots of O.K. Jazz'', secondo album della serie Congo Classics dopo il precedente ''Roots Of Rumba Rock'' (Crammed Discs, 1995-2006) è stato assemblato e realizzato dall'esperto Vincent Kenis per l'etichetta Crammed Discs. Kenis ha raccolto l'opera di Franco e sovrinteso il ''restauro'' e la rimasterizzazzione dei principali dischi registrati in formato 78 rpm. E nelle note Kenis avverte di quanto materiale sommerso rimanga ancora da scoprire. Franco registrò circa un centinaio di dischi di questo tipo componendo quasi mille canzoni, alcune delle quali più inclini al rhythm & blues che al son. Morì nel 1989 a 51 anni a Bruxelles, proprio la città dove ha sede la Crammed Discs che ora pubblica questa antologia
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Sommerse in un brodo psichedelico, le chitarre gridano in lingue distorte e rimbalzano contrattempo addosso ai tamburi posseduti, scossi da ritmi contagiosi. Un funk che nasce dalle ceneri della guerra civile nigeriana e ricostruisce un paese a ritmo di ballo. Cori di canti caldi discutono appasionatamente tra di loro, estasiati da messaggi di libertà al cospetto di una moltitudine di trombe frenetiche. Anche le tastiere si muovono libere tra i bonghi e i wah-wah delle chitarre. Musica che meraviglia, che spinge a un ottimismo epico. ''The World Ends: Afro Rock & Psychedelia in 1970s Nigeria'' (Soundway, 2010) rappresenta perfettamente l'esplosivo movimento musicale che sorse in Nigeria all'inizio degli anni Settanta. Un allucinante colpo basso della Soundway. Altamente raccomandata, come l'intero catalogo dell'etichetta

lunedì 20 settembre 2010

ChapeauLô

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Il senegalese Cheikh Lô è uno spirito libero i cui viaggi musicali lo hanno portato ad assorbire negli anni stili e culture da ogni parte del pianeta. Con la sua profonda spiritualità Lô ha assorbito e combinato tutte queste influenze in un suono molto personale. L'artista ha dedicato tutta la sua vita e la sua musica a Baye Fall, sorta di variante senegalese dell'Islam che rende culto al suo fondatore Cheikh Ibra Fall. Una caratteristica di questo culto sono i dreadlocks (lunghe trecce stile rasta) e vestiti fatti con ritagli colorati.
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Lô nacque nel 1955 nella piccola città di Bobo Dioulasso nel Burkina Faso, non molto lontano dalla frontiera con il Mali, da genitori senegalesi. Crebbe parlando la lingua bambara (Mali) il wolof (del Senegal) e il francese. Abbandonò la scuola molto giovane per coltivare le sue passioni musicali e passava moltissime ore a suonare la chitarra e la batteria oltre ad altri strumenti che normalmente gli venivano prestati. Durante l'adolescenza iniziò ad ascoltare musica di distinti generi, soprattutto rumba congolese che a quell'epoca era molto popolare in tutto il continente e che era una derivazione del son cubano. Negli anni Cinquanta la musica cubana era di gran moda in tutta l'Africa occidentale, e quando i suoi fratelli maggiori mettevano e ballavano i loro 78 giri, il giovane Cheikh, anche senza capire una sola parola (molti di quei brani erano in spagnolo), aveva imparato ad imitare alla perfezione i testi di quelle canzoni. Con ventun'anni Lô iniziò a suonare le percussioni con l'Orchestra Volta Jazz a Bobo Dioulasso, la seconda città del Burkina Faso. L'Orchestra si dedicava a suonare e coverizzare ogni tipo di brani di successo della musica africana. Nel 1970 si trasferì a Dakar dove iniziò a suonare la batteria per il conosciuto artista Ouza.

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Nel 1984 iniziò a far parte della band dell'Hotel Savana, anche in questo caso suonando la batteria, ma anche cantando un repertorio internazionale. Nel 1985 arrivò in Francia, a Parigi, dove trascorse un paio di anni a fare esperienza come session-man. Nuovamente in Senegal provò a ritornare al suo vecchio lavoro all'Hotel Savana, dove gli fecere intendere (anche a causa dei dreadlocks che erano già molto lunghi e degli abiti non proprio adatti alla situazione) di non essere completamente benvenuto. A quel punto Lô decise di cercare qualcuno che lo aiutasse a produrre la sua propria musica. L'incontro con Youssou N'Dour fu miracoloso e la star senegalese scoprì nella voce di Lô ''un viaggio che attraversa Mali, Niger e Burkina ...''. La prima cassetta del musicista risale al 1990 e si chiamava ''Doxandeme'' (Immigrante). Quel nastro ebbe un discreto seguito e Lô iniziò ad acquisire una certa reputazione come nuova figura da tenere in considerazione nell'ambito della musica senegalese. Nel 1995, grazie anche all'aiuto di Youssou N'Dour, Cheickh entrò a registrare in uno studio in condizione.
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''Ne La Thiass'' (1996), il suo primo disco, uscì per l'etichetta personale di N'Dour è fu un successo immediato, tanto che la World Circuit lo pubblicò per il mercato internazionale. Nel 1997 Lô realizzò anche il suo primo tour europeo con grande accoglienza da parte del pubblico. Lo stesso anno fu nominato artista rivelazione ai premi Kora in Sudafrica. Nel 1998 arrivò negli Stati Uniti come parte dell'Africa Fete mentre nel 1999 ricevette il prestigioso ''Ordre National de Merite de Leon'' direttamente dal presidente del Senegal.
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Il secondo lavoro, ''Baba Gueej'' (World Circuit, 1999), fu coprodotto da N'Dour e Nick Gold. Il disco esplorava nuovi territori sonori con gli arrangiamenti fiatistici di Pee Wee Ellis (che tornerà a collaborare con Cheickh Lô anche nei suoi dischi successivi) e una influenza spiccatamente cubana grazie all'apporto e alle collaborazioni della sezzione di trombe degli Afro-Cuban All Stars e del flautista dell' Orquesta Aragon, Richard Egues. Nel disco trovò spazio anche un duetto con la diva del Mali Oumou Sangaré.
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All'inizio del 2003 Cheickh realizzò numerosi concerti, soprattutto in ambiti festivalieri come il WOMAD, che lo portarono in Australia e Nuova Zelanda con esiti sempre più che positivi di pubblico e critica . Assieme ad altri influenti artisti della cosidetta world music, collaborò poi a uno dei dischi ''benefit'' della serie ''Red Hot And Riot'' coverizzando brani di Fela Kuti che Lô celebrò anche in un altra occasione quando nell'ottobre del 2004 al Barbican di Londra si esibì con altri artisti (tra i quali anche lo stesso figlio di Kuti, Femi), per omaggiare l'opera del leggendario musicista nigeriano.
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Il 2004 fu un anno molto produttivo per Cheickh Lô che, attività concertistica a parte, iniziò a lavorare al suo terzo disco, ''Lamp Fall'' (che uscì sempre su World Circuit l'anno successivo) e che lo porterà da Dakar a Londra e successivamente a Bahia (Lo proprio in quel periodo si innamorò dei suoni e dei ritmi brasiliani) per integrare la produzione di Nick Gold con quella dell'acclamato produttore Ale Siqueira (Tribalistas, Omara Portuondo). Il risultato fu un disco dal leggero accento contemporaneo con stili e influenze distinti ma senza rinunciare alla solita profonda spiritualità che costituisce l'essenza di tutti i suoi lavori ed è il dna del musicista. Laddove il messaggio era profondo il suono era un innegabile upbeat, giocato su una ricchezza di colori e sfumature simili a quelle dei ritagli di tela che compongono i suoi abiti.
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Nell'ultimo nuovissimo album, ''Jamm'' i ritmi del mbalax senegalese, contagiosamente funky, danno alla musica una sottile inclinazione panafricana, con elementi di highlife, afrobeat e rumba congolese. I tocchi più ecclettici prendono forma dal basso sottoforma di leggere cadenze reggae, di swing afro-cubani e, in qualche caso, di chitarrine surf deliziosamente strane, coronate dall'inconfondibile voce agridolce di Lo. Nonostante la stupefacente varietà, il disco ha radici sonore ben salde e si basa su alcuni demo registrati precedentemente nel cortile della casa dell'amico fraterno e bassista Thierno Sarr. L'immediatezza, la passione e l'intimità di queste registrazioni casalinghe furono tali che Lo decise di usarle come colonna vertebrale dell'album. Le armonie vocali e le chitarre acustiche originali sono cresciute grazie all'apporto di chitarra elettrica, di batteria, di basso, di sax e delle percussioni dei componenti della sua band e completate a Londra con l'aggiunta di arrangiamenti di alcuni vecchi amici come Tony Allen (batteria) e Pee Wee Ellis (sax).
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Se i contenuti musicali di ''Jamm'' sono vari, le lingue impiegate non sono meno. Per esempio nella pacifista ''Conia'' (mix di guajira cubana, reggae, funk e mbalax), Lô canta in Jula (un dialetto del suo natale Burkina Faso) e in wolof . ''Il N'est Jamais Trop Tard'', con le sue cadenze highlife e le chitarre surf è una cover per nostalgici dei guineani Bembeya Jazz a cui adatta un commento riguardo l'emigrazione africana.'' Seyni'' (prima canzone che un giovanissimo Lô cantò davanti a un pubblico negli anni Sessanta), in wolof e spagnolo è un tributo tanto a Laba Sosseh, grande cantante senegalese dell 'afro-rumba, quanto a Abelardo Barroso, icona cubana del canto. ''Bourama'', il brano che apre il disco è un afrobeat scritto a due mani con il solito Pee Wee Ellis, mentre ''Warico'' che lo chiude è un'altra cover, un successo di Sr. Amadou Balake del Burkina Faso che ridicolizza il materialismo. E ancora ''Dieuf Dieul'', mbalax con testo Baye Fall di elogio a Dio e ''Sankara'' attacco alla corruzzione e sentito omaggio acustico ''all'ultimo Presidente'' del Burkina Faso, Thomas Sankara. Come minimo uno dei dischi africani dell'anno. ChapeauLô! (8)
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Il sogno di Nick Gold

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Probabilmente molti non sanno che Buona Vista Social Club, disco di riferimento della musica cubana e della (cosidetta) world music in genere, con i suoi milioni di copie vendute, è il frutto del caso. Che il mondo abbia scoperto e ammirato/venerato grandi veterani della musica dell'isola caraibica come Compay Segundo, Rubén Gonzalez e Ibrahim Ferrer (riposino in pace!) o il più giovane Eliades Ochoa fu cosa del destino. Mi spiego: l'idea originale del britannico Nick Gold (l'intraprendente fondatore dell'etichetta World Circuit) e del fido chitarrista californiani Ry Cooder era infatti (parliamo del 1996 o giù di lì) quella di realizzare un disco che unisse a l'Avana musicisti maliani e cubani. Ma per una questione diplomatica e senza il loro visti, gli africani non atterrarono mai nell'isola, il progetto sfumò e passò quel che passò.

Eliades Ochoa

Con AFROCUBISM si stà per realizzare, quasi quindici anni dopo, il sogno di Nick Gold di riunire in un solo disco alcuni grandi musicisti delle due sponde. Potremmo adirittura dire che AfroCubism è il Buena Vista originale.
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Le registrazioni del disco iniziarono nel Dicembre del 2008 presso gli studi di Coslada (Madrid). Oltre al mitico guajiro Eliades Ochoa (64 anni, voce e chitarra, maestro del son e della guaracha con il suo inseparabile sombrero nero) e i suoi fedeli musicisti, presero/prendono parte al progetto altri illustri artisti di sponda maliana che da queste parti non hanno certo bisogno di molte presentazioni: da Toumani Diabaté a Bassekou Kouyaté, da Djelimady Tounkara a Kasse Mady Diabaté. Un vero fluorilegio di voci e suoni, col le chitarre acustiche, le congas, i bonghi, il contrabasso e le maracas caraibiche che si fondono magicamente con kora, balafon, ngoni, tama dell'Africa occidentale.
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AfroCubism che non si pubblicherà prima del prossimo autunno è stato presentato ufficialmente e per la prima volta Venerdì 9 Luglio a Cartagena (Mursia) con un concerto (video sotto) che ha inaugurato l'ottimo festival ''La Mar de Musicas'' (e che mi sono perso per un pelo, mannaggia!). Aspettiamo fiduciosi il disco, quindi, e intanto godiamoci commossi (video sopra), alcune immagini del primo giorno di sessione di registrazione del disco che celebrerà il reincontro di Africa e Cuba.


Trickypau ha vuelto!

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