lunedì 29 ottobre 2012

Lo stregone del reggae

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Lo stregone del reggae, il grande vecchio della musica giamaicana continua a sorprendere. Oggi come ieri, mescola, in parti uguali, follia e genialità. Dopo la jam con David Gilmour e la discreta collaborazione con gli Orb di ''The Orbserver In The Star House'', il più geniale e squilibrato fabbricatore di reggae è tornato a farsi vivo con un nuovo lavoro, questa volta diviso con il collettivo di produttori francesi denominato Easy Riddim Maker (ovvero Olivier Gangloff aka Piment/Electric Rabbit e Romain Ferrey aka EasyMode): 10 brani da ballare a cavalcioni sulla linea sottile che divide il genio dalla follia. E' lo standard quando c'è di mezzo Lee ''Scratch'' Perry. Il disco non fà venire giù i muri (beh, la copertina, quella sì!), ma non si può non rimanere colpiti dalle cadenze melodiche in pure stile Perry di ''Humanicity'' (ERM, 2012), brillanti e coinvolgenti come poche altre produzioni odierne. L'uomo improvvisa dei versi. Recita dei blues che seguono un ritmo in levare. A volte sembra perdersi, allontanarsi troppo, ma alla fine riesce sempre a ritrovare il sentiero. Un gioco duro condotto ora con sarcasmo, ora con dolcezza, quà e là con un po' di ''cattiveria'', in cui si sovrappongono il suono digital-reggae/dub, il sourrounding toasting un po' cazzone tipico di Perry e un flusso di parole libero (così libero da sucitare qualche polemica, come in ''4th Dimension'': ''Il reggae non viene da Trenchtown, Bob Marley ha mentito e per questo motivo è morto..''). Ma si può credere ciecamente ad un visionario che sembra un poeta della beat generation, ad un Sun Ra nato per caso in Giamaica che ha cominciato a veder Ufo dappertutto e a innondare i muri con strani esoterici graffiti? Lascio a voi la risposta.
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Raccontare la storia di Lee Perry equivale a raccontare la storia della musica giamaicana dagli anni Sessanta in poi. Nato ad Hannover (Giamaica) il 28 marzo 1936, Rainford Hugh Perry attraversa tutte le epoche musicali dell'isola. Dagli anni presso lo studio One di ''Coxsone'' Dodd (un altro dei mentori della discografia giamaicana) ai ritmi cuciti per Prince Buster e Joe Gibbs col quale incide ''Am The Upsetter'', una delle sue prime grandi hits (duro atto d'accusa allo stesso Dodd nonchè canzone destinata a donargli l'altro pseudonimo con cui sarà da quì in poi noto), al sodalizio con l'astro nascente Robert Nesta Marley (risalgono a questo periodo capolavori come ''Soul Rebel'' e ''Soul Revolution'') che poi, complici le scarse vendite, gli ruberà la band, sorretta dalle fondamenta ritmiche dei fratelli Barrett, prima del definitivo passaggio dei Wailers alla Island.  Nel 1973, Perry, dopo aver a lungo frequentato lo Studio di un'altro geniale ingeniere del suono, King Tubby, dà vita a quello che viene unanimemente considerato il più importante dub album della storia, ''Blackboard Jungle Dub'' (Upsetter, 1973), la summa delle più sfrenate evoluzioni soniche giamaicane. Nel frattempo, in un capanno nel giardino di casa, al 5 di Cardiff Crescent a Washington Gardens, un sobborgo di Kingston, con mezzi tecnici minimi (un quattro piste a bobine, un mixer, un equalizzatore e qualche distorsione), perfeziona suoni che cambieranno per sempre la storia del reggae e ancora oggi esercitano un'enorme influenza nei più svariati ambiti musicali. Tante ne ha fatte e pensate nella meditabonda indipendenza del suo Black Ark, il mitico studio di registrazione che lo stesso produttore arrivò a definire come ''un' astronave spaziale, qualcosa in possesso di una vibrazione sacra'', a tal punto che un giorno, persuaso che il demonio si fosse impossessato di quel luogo, ricorse al fuoco purificatore per debellarne lo spirito distruggendone le strutture e disperdendo parte dei suoi tesori musicali.
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Quello stesso studio che era stato il centro di produzione e smistamento di una moltitudine di ritmi reggae e rispettive dub: lì suonavano gli Upsetters, la band residente nello studio e una delle più influenti dell'intera storia della musica giamaicana; di lì sono passati Max Romeo, Junior Murvin, The Heptones, The Meditations, The Congos, Mikey Dread, Errol Walker, Keith Rowe, George Faith e numerosissimi altri; lì sono stati realizzati classici incredibili che non starò quì a citare. E' proprio l'incompresibile rifiuto da parte della Island di pubblicare uno dei capolavori prodotti tra quelle pareti nel 1977, ''Heart Of The Congos'' dei Congos (ne parlai quì), a fare da detonatore a una crisi esistenziale da tempo latente. Superlavoro e qualche vizzietto (non solo canne, ma anche alcool e cocaina) e la separazione dalla (prima?) moglie, trasformarono in un fatale attimo la sana follia del nostro in pazzia vera. Così una mattina di fine 1979, Perry incendia la sua sala d'incisione, la guarda bruciare e poi parte per l'Europa. Per sua stessa ammissione impiegherà otto anni a rimettere assieme una vita andata a pezzi e per tornare ai suoi livelli, anche grazie all'aiuto del discepolo Adrian Sherwood e del giro On-U Sound. Di lì in avanti la sua carriera continuerà tra alti (e tra gli alti anche qualche capolavoro) e bassi fino alle recentissime produzioni. Certo il suono non è più quello innovativo, geniale e oltremodo suggestivo, tutto costruito sui ''trucchi'' dello studio e l'affiatamento e lo spirito dei musicisti degli anni Settanta, ma ogni nuovo disco del mastro più influente e sbalestrato della musica giamaicana regala sempre qualche sorpresa e a dispetto di chi lo considera obsoleto, moribondo, démodé la sua musica continua ad essere più brillante e convincente/coinvolgente di tanti altri idiomi futuristi solo a parole e look. E poi, scusate, ma la sua emissione nello spazio potrebbe contribuire a risolvere l'attualissimo problema della comunicazione umana con altre galassie. Si può non voler bene a uno così?

giovedì 11 ottobre 2012

Cosmic jazz-funk

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Nato il 28 Dicembre 1940 a Richmond, in Virginia, il pianista e tastierista afroamericano Lonnie Liston Smith (da non confondere con l'altro grandissimo e omonimo pianista jazz: Lonnie Smith) può essere considerato, al pari di artisti come Herbie Hancock, uno dei massimi pionieri del jazz funk, e tra i primi ad aver creduto nella fusione di stili ed esperienze cretive. Allievo di McCoy Tyner, negli anni Sessanta suona a fianco di mostri sacri del calibro di Pharoah Sanders, Max Roach, Art Blakey, Roland Kirk, Gato Barbieri.., ma è l'esperienza con Miles Davis, all'inzio degli anni Settanta, a spingerlo ad intraprendere, a partire dal 1973, una carriera solista e a formare con il fratello Donald  i ''Cosmic Echoes'' creando di fatto i primi prodromi della musica di fusione: un ispiratissimo mix di jazz, funk, soul e rock progressivo che racchiude in sè l'anima e la spiritualità di John Coltrane, Pharoah Sanders, Rahsaan Roland Kirk, Yusef Lateef. Ma al di là di ogni possibile definizione (si scrisse di Liston Smith come di colui che aveva colmato il divario tra Coltrane e gli Earth, Wind & Fire), la sua è musica che trascende i generi e tutt'oggi resta un esempio di come sia possibile inventare nuove desinenze sonore e declinarle con urgenza espressiva che non paga pegno all'approssimazione. Un suono ispirato e affascinante che dilata gli spazi e amplia gli orizzonti. Un innovatore libero e coraggioso che ha trovato nei dischi incisi per la Flying Dutchman tra ’74 e il ’77 (''Astral Traveling'', ''Cosmic Funk'', ''Visions Of A New World'', ''Expansions'' e ''Reflections Of A Golden Dreams'') il periodo più  prolifico e significativi della sua carriera, peraltro magnificamente riassunto (a partire dal titolo) da una splendida antologia pubblicata quest'anno dalla BGP: ''Cosmic Funk & Spiritual Sounds: The Flying Dutchman Masters'' - [yuhuu!]. Nuove direzioni risplendono come la prima luce che scende. Space Is The Place! Da non perdere!
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martedì 9 ottobre 2012

I tesori nascosti di Taj Mahal

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Henry St. Clair Fredericks aka Taj Mahal è molto più di un bluesman: figlio di un jazzista dalle origini indiane e di una cantante di gospel, il chitarrista newyorkese da sempre riflette influenze e passioni nella sua musica. Gli studi accademici, l'università e una vasta conoscenza musicale gli favorirono una preparazione e un livello culturale superiore alla maggioranza degli artisti di colore della sua generazione. Sin dal 1965, quando insieme a un giovanissimo Ry Cooder formò a Los Angeles i mitici Rising Son, Taj ha attraversato la storia della musica afroamericana con una versatilità che è propria dei grandi, ma in pochi nel 1968, subito dopo la pubblicazione del suo primo omonimo album, ''Taj Mahal'' (che vede la partecipazione di Jesse Ed Davis e dello stesso Ry Cooder), si sarebbero aspettati un percorso di tale livello. Con una discografia altamente selettiva, ricca di di albums (circa una cinquantina!) dai generi più disparati, la sua carriera è costellata da momenti di grande musica, spunti di classe e riflessioni sulle capacità e sui traguardi dei neri d'America. Uno dei suoi meriti più grandi è quello di aver esplorato e documentato negli anni le strette parentele tra l'eterno blues ed alcune espressioni musicali dei quattro continenti (dal calypso, al raga, dalle Hawaii a Zanzibar passando per la tradizione Malindi). 
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Caratterizzata da costanti mutamenti di tendenza, la musica di Taj Mahal ha spaziato in modo elegante tra i repertori fin dai primi anni: da quello quasi essenzialmente blues di ''The Natch'l Blues'' (1968) a quello country-blues (con i primi innesti di suoni caraibici, latini, hawaiiani, e jazz) del (doppio) capolavoro ''Giant Step/De Old Folks At Home'' (1969) e di ''The Real Thing'' (1971), dalle influenze africane di ''Recycling The Blues'' (1972) agli accenti calypso, reggae e salsa di ''Mo Roots'' (1974) e ''Music Keeps Me Together'' (1975). Un periodo di grandissima creatività che, a quanto pare, non ha svelato del tutto i suoi tesori nascosti, come dimostra la doppia, imperdibile, antologia ''Hidden Treasures of Taj Mahal 1969-1973'' da poco pubblicata dalla Legacy Recordings/Sony ad un prezzo decisamente accessibile. Ciò che più sorprende ascoltando la grande qualità dei materiali raccolti nel primo dei due cd è pensare che si tratta di  registrazioni di studio belle e finite rimaste completamente inedite e mai pubblicate in precedenza (molte delle quali adirittura scartate a suo tempo ): 12 gemme di blues acustico/elettrico ricche di momenti e spunti in cui convivono disparate tendenze e tonalità musicali (blues, rhytm'n'blues, stomp, swamp, funk, soul, gospel, cajun..).
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Che si tratti di Chicago, New Orleans o del delta del Mississippi, di cover (Blind Willie McTell, Dylan) o di brani usciti dalla penna del nostro, il risultato non cambia. A fare la differenza sono soprattutto le ritmiche (spesso irregolari) e la qualità degli arrangiamenti, oltre alle notevoli capacità multi-strumentali di Taj Mahal (dalla chitarra slide al piano passando per mandolino, dobro, banjo, armonica.. era in grado di suonare una decina di strumenti) unite a una vocalità unica e potente. Per il secondo disco, invece, è stata scelta l'inedita registrazione di un bel concerto tenutosi nell'Aprile del 1970 alla Royal Albert Hall di Londra. Ad accompagnare Taj ci sono Jesee Ed Davis (formidabile chitarrista tristemente scomparso nel 1988 a causa di una overdose di eroina; suonò, tra gli altri, con John Lennon, John Lee Hooker e Eric Clapton), Bill Rich al basso, James Karstein alla batteria e John Simon al piano. In questo caso la varietà e l'imprevedibilità degli arrangiamenti lascia spazio ad un suono molto più omogeneo e compatto (com'è normale trattandosi di un live), ma non per questo privo di interesse. Il repertorio, anche in questo caso, si divide tra pezzi propri e versioni riarrangiate (Sleepy John Estes, Sonny Boy Williamson, Robbie Robertson). Nel complesso un (doppio) tesoro irrinunciabile, l'ennesima preziosa testimonianza della versatilità e della sensibilità di un artista unico che il 17 Maggio scorso ha spento settanta candeline.
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giovedì 4 ottobre 2012

La miglior musica da ballare ad occhi chiusi

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La serie del Fabric non si smentisce e continua a produrre pezzi da collezione per noi amanti del genere. Il numero 64, in particolare, è un capolavoro di classica bellezza. Ne è autore il talentuoso Guy Gerber, dj israeliano (di Holon, Tel Aviv) inserito nel circuito europeo e produttore elettronico con la passione per gli strumenti dal vivo e un passato rockettaro. Esponente del genere minimal-dream con cassa in 4/4 morbida, raramente elaborato ma molto affascinante, Guy fonde suoni organici ed elettronici con uno stile in continua evoluzione, che miscelato al contenuto altamente emotivo della sua musica, spiega come Gerber riesca a sedurre il suo pubblico su qualsiasi pista. Attivo anche nell'ambito della label personale Supplement Facts, i numerosissimi progetti che lo hanno visto coinvolto di recente sono la chiara dimostrazione della vertiginosa crescita artistica del produttore israeliano, che ha voluto onorare al meglio l'impegno con il volume 64 del Fabric regalandoci sedici traccie completamente inedite prodotte personalmente negli ultimi mesi con la collaborazione di amici come Deniz Kurtel e Clarian North dei Footprintz. Un modo nobile di approcciarsi alla composizione della scaletta che avvicina Gerber ad artisti che, sempre riferendomi alla stessa serie, l’hanno preceduto in questa scelta coraggiosa ( da Ricardo Villalobos a Shackleton). Musicalmente fanno la differenza una grande capacità compositiva, la scelta dei suoni (sempre impeccabili), e una sensibilità estrema nella stesura delle canzoni. Sembra di ascoltare  un'unica, lunghissima e meravigliosa traccia, fatta di ritmiche incessanti e di suoni ipnotici, evocativi, romantici... La miglior musica da ballare ad occhi chiusi. Uno spirito musicale profondo, narrativo, sensuale.
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mercoledì 3 ottobre 2012

Modus Operandi

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In un bilancio globale di vent'anni di musica elettronica Ruper Parker, aka Photek, merita senza ombra di dubbio un posto nell'olimpo dei migliori produttori. Inglese, nato artisticamente durante l'esplosione dell' acid house di fine '80, inizia a produrre nel preciso momento in cui breakbeat ed hardcore iniziano a trasformarsi in jungle. Soprattutto i suoi primi anni, per chi come il sottoscritto ha vissuto l'esplosione di quei suoni, sono pura leggenda. Scientifico del beat, alchimista delle atmosfere opressive, i suoi tappeti ritmici e le sue tessiture sonore danno vita a veri e propri incubi espressionisti e labirinti cretesi con conposizioni che obbediscono a un rigore ossessivo: il minimo dettaglio risponde a un bisogno particolare e le pulsazioni sono calcolate con estrema precisione. La sua musica è molto esigente e solo un'attenzione particolare può rivelare all'ascoltatore le sfumature, le sottigliezze delle tessiture, i rumori di fondo astratti tra i silenzi. Dato come pioniere di quella che fu chiamata, suo malgrado, intelligent jungle, Photek ha sviluppato un suono personalissimo: nonostante la sua ispirazione sia da ricercarsi tanto dalla parte dell'hip-hop e del jazz quanto da quella della techno di Detroit, ha inventato un linguaggio che trascende i generi, ribelle a ogni definizione, che ha trovato il suo punto di massima ispirazione e la summa della sua arte nel sensazionale esordio ''Modus Operandi'' (Science, Virgin, 1997) anticipato dall''EP ''The Hidden Camera'' (g) e dal mitico singolo ''Ni-Ten-Ichi-Ryu'' (g), entrambi ripresi nell'album.  
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Recuperando i suoi primi singoli e facendoli 'manipolare' da un gruppo di amici attitudinalmente a lui vicini, ''Form & Function'' (Science, Virgin, 1998) rappresenta un altro piccolo capolavoro di ingegneria drum'n'bass. Dopo qualche anno di stasi, Parker reagisce a uno stato di crisi creativo con il successivo ''Solaris'' (Science, Virgin) in cui il produttore sembra prendere atto della crisi di uno stile troppo statico e ripiegato su se stesso e svolta a favore di una purificazione del suono abbeverandosi a fonti ritmiche di chiara derivazione house e techno, con distese cinematiche, incanti di inedito calore, irradiazioni soul, e la presenza vocale di un mito come Robert Owens (g) in un paio di pezzi. Nulla a che vedere con gli esordi, ''Solaris''  resta comunque un ottimo lavoro. Poi, l'ennesimo, lungo, periodo di stasi creativa interrotasi con l'improvviso risveglio dello scorso anno che dall'eccellente singolo ''Closer'' - un aprossimazione personale al dubstep per la Tectonic di Pinch - alla rinata attività della sua label personale (Photek Productions), ha trascinato il produttore inglese alla realizzazione di uno dei migliori ''Dj-Kicks'' che io ricordi (mi riferisco alla mitica serie  edita dalla casa discografica teutonica !K7, he vanta ormai 27 lunghi anni di attività) presentato dallo stesso Photek  con queste parole: ''È musica con atmosfera, introspettiva. Ho immaginato che questo fosse il mixtape da ascoltare dopo la discoteca, è più intimo. Non ho cercato di mostrare cosa suonerei in una serata, è qualcosa di completamente diverso. Ho voluto creare un’esperienza di ascolto che fosse classica: queste tracce le puoi mixare con gli attuali successi dance, puoi farne una colonna sonora o puoi renderle un viaggio”  
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E in un mercato saturo di mix senza identità e selezioni musicali prescindibili, quello di Parker è davvero assolutamente imperdibile. Ispirato dai mix tapes classici di inizio anni Novanta (da Doc Scott a LTJ Bukem), Photek scommette su suoni e stili differenti (beats tribali, tech-house, dubstep, aperture di d'n'b ammorbidito su spazi dub..) per poco più di un ora di musica drammatica, solenne e vertiginosa che gioca su un feeling fortemente emozionale in un passaggio continuo tra anni '00 e anni '90. Particolarmente riuscite le collaborazioni con Pinch (''M25FM'') e  Kuru (''Fountainhead'') dense e penetranti al pari delle altre tracks di questo fantastico mix, un valido espediente per (ri)collocare Photek nell'olimpo dei produttori più talentuosi e visionari dell'elettronica contemporanea. In attesa del nuovo disco che spero arrivi presto.
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martedì 2 ottobre 2012

Dubstep afrocaribeño

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Che il debutto discografico (senza considerare singoli e Ep) di Mark Lawrence aka Mala, arrivi dopo più di dieci anni di attività è di per sè cosa alquanto curiosa; che oltre tutto questo debutto si programmi come una sorta di sfida esecutiva nella quale il debuttante si addentra nel folklore musicale di una cultura che non gli appartiene lo è ancor di più, soprattutto perchè ''Mala In Cuba'' (Brownswood, 2012) [yuhuu!] offre un'esperienza al momento unica: conoscere gli sviluppi del suono di Lawrence da una prospettiva molto diversa rispetto a quella inseguita negli anni in quel di Norwood (un sobborgo a sud di Londra) in compagnia dell'amico Dean ''Coki'' Harris sotto la sigla Digital Mystikz. Autori di uno dei pedigree più puri dell'underground londinese (soprattutto se pensiamo alla diffusa prostituzione di gran parte del dubstep odierno) i due hanno hanno avuto il merito di cementare le fondamenta della scena dubstep cavalcando per primi e con audacia l'onda di un rinnovato interesse per il nuovo modo di intendere il dub da una parte e e il grime dall'altra, e fondare la label Dmz. Ma torniamo al disco in questione; invitato a Cuba dal celebre Gille Peterson (boss della Brownswood e eccelso documentarista musicale), per prendere parte al progetto Havana Cultura Project, Mala entra in contatto con il ricco patrimonio musicale dell'isola caraibica e rientra a Londra con materiale a sufficenza per iniziare a concepire un progetto che fin dall'inizio si presenta più che altro come una sfida. Lo stesso musicista riconosce in un intervista di come fù la sola intuizione a spingerlo ad acettare di misurarsi con una realtà per lui completamente nuova, sia musicalmente (Mala non aveva mai lavorato con strumenti veri come materia prima) che culturalmente. Tuttavia gli aspetti che a priori si presentavano come un handicap si sono poi rivelati la base dell'esito di questo disco. Son cubano, rumba, salsa e molti altri stili propri dell'isola hanno una forte componente ritmica che, sapientemente quadrata con i bpm da dove muove il dubstep, funziona alla perfezione. Così le atmosfere generate dalla produzione di Mala con i Digital Mystikz vengono sostituite in questo caso da un continuo florilegio di congas, bonghi e timbales. Prendasi ad esempio ''Cuba Electronic'' (video sotto), possibilmente una delle tracce più equilibrate in quanto ad essenza di banger dubstep e tempesta di puro ritmo afrocaribeño, come anche ''The Tunnel'' o ''Changuito'' che oltretutto esemplificano la capacità del produttore di lavorare su materiali strumentali esclusivamente registrati per l'occasione come il piano di Roberto Fonseca o la collaborazione con il leggendario percussionista José Luis ''Changuito'' Quintana, che oltretutto presta il nome alla traccia. Il fatto che il materiale registrato a Cuba fosse finito e inamovibile avrebbe potuto limitare le vie esplorative di Mala, che invece ha giocato bene le sue carte incastrando con naturalezza stili e strutture: dal piano bass in slow motion di ''Mulata'' alle ritmiche tribali in odor di santeria di ''Ghost'' e (appunto) ''Tribal'' passando per le vocalità di ''Como Como'' e ''Noches Sueños'' (con Danay Suárez). Tra passaggi di basso profondo (il dub giamaicano e Kingston come vincolo principale tra l'Havana e Londra) e linee di piano, il disco scorre con totale eloquenza. Certo il suono di Male non è più austeramente dubstep, ma continua a suonare in tutto il suo profondo misticismo e soprattutto nel rispetto di entrambe le componenti musicali che valorizza reciprocamente. Un'esordio coraggioso e ricco di spunti davvero interessanti che merità di essere ascoltato con particolare attenzione.
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Tropicália Lixo Lógico

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La storia è abbastanza nota. Se in quel giorno del 1989 David Byrne, che si trovava in gita culturale in Brasile, non fosse entrato in un negozio di dischi di Rio de Janeiro; se non gli fosse capitato fra le mani un 33 giri dal titolo Estudando O Samba (Continental, 1976); se l'ex Talkig Heads non si fosse incuriosito incontrando, pur solo in fotografia, quel viso sofferto, spiritato e beffardo; se non si fosse successivamente innamorato del disco suddetto a tal punto da rintracciare l'autore e sceglierlo quattro anni dopo come titolare del primo album non antologico della serie, The Hips Of Tradition, probabilmente nessuno si sarebbe più ricordato di Tom Zé e forse oggi farebbe il benzinaio. Cosa pessima per lui, ma anche per noi che mai avremmo goduto di dischi come l'ultimo Tropicália Lixo Lógico (Independent Release, 2012) [yuhuu!]. Da tempo la musica aveva smesso di dargli pubbliche soddisfazioni e anche il pane quotidiano. Lui, genio musicale e uno dei fondatori del tropicalismo, nel momento in cui Byrne entrava nel negozio di Rio stava per tornare nel villaggio natale (Irarà, Bahia) per iniziare a lavorare nella stazione di servizio del cugino come lavamacchine, meccanico, benzinaio.. Ma un giornale brasiliano scrisse: ''Byrne telefonerà a Tom Ze''; sua moglie lo lesse e poco dopo il telefono squillò. Nel 1990 uscì Brazil Classics 4: The Best Of Tom Zé  il primo dei dischi che la Luaka Bop avrebbe dato alle stampe (anticipando la pubblicazione del citato The Hip Of Tradition e successivamente di Com Defeito De Fabricação). Era una compilazione tratta da vecchi dischi come Tom Zé; Grande Liquidação (Rozemblit, 1968), Tom Zé (1970), Tom Zé (Continental, 1972), Estudiando O Samba (Continental, 1976), Correio Da Estação Do Brás (Continental, 1978), Nave Maria (RGE, 1979).
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Nel 1968 Zé, il cui vero nome è Antonio José Santana Martins, aveva partecipato con Caetano Veloso, Gilberto Gil e compagnia bella, al disco che sancì la nascita del tropicalismo: quel Panis Et Circensis (Philips, 1968) con il quale un gruppo di musicisti si staccava dalla tradizione della bossa nova e si dichiarava alle altre musiche (pop, rock, psichedelia, jazz d'avanguardia, dodecafonia ecc). Veloso e Gil si esiliarono a Londra. Zé rimase in Brasile. Qualunque movimento ideologico gli sarebbe stato stretto. Lui era (ed è) un battitore libero, un outsider, un lucidissimo folle. Gli anni Ottanta gli furono fatali. Fu, come lui dice ''sepolto vivo dall'industria discografica''. Poi con Byrne le cose cambiarono e negli anni arrivarono altri notevoli lavori (e numerose preziosissime ristampe), fino alla recente pubblicazione di Tropicália Lixo Lógico l'ultimo bislacco e magnifico tassello della discografia del nostro uomo, ancora una volta qualcosa di unico fra pop e avanguardia: brani pazzamente spumeggianti, ricchissimi di invenzioni ritmiche e melodiche con Zé che (ma questa non è una novità) si diverte a scomporre e ricomporre tutto (una specie di meccanico, appunto), frullare, frantumare, distuggere e ricreare. Con genio e irriverenza. E considerato quanto sia difficile descrivere a parole la musica di Zè non vado oltre e lascio l'incombenza a un suo illustre collega che ha voluto spiegarci perchè il ''NOVO ÁLBUM DE TOM ZÉ É O MELHOR DISCO DESDE SEU RENASCIMENTO''. 
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Entre Tierras

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Frontiere e interessi politici ci fanno dimenticare di come i limiti tra una tradizione e l'altra spesso siano separati solo da una linea nebulosa impossibile da sostenere in maniera evidente attraverso le metodiche della musicologia. Attraverso le note del loro secondo disco ''Entre Tierras'' (TempsRecord, 2012) [yuhuu!] il collettivo Coetus ci tiene a aprecisare come ''dall'inizio dei tempi le persone, e con loro la musica, hanno viaggiato da un luogo all'altro incrociandosi e influenzandozi reciprocamente. Da questi movimenti si generarono melodie, parole e ritmi che perdurarono nei secoli trasformandosi in tradizione. Culture e tradizioni sono il frutto di tutte queste interazioni e legami''. Con questo solido principio l' Orquesta de Percusión Ibérica Coetus formata da dieci membri, quasi tutti giovani, virtuosi e appassionati, riuniti in quel di Barcellona sotto la direzione di Aleix Tobías (che fondò il progetto nel 2009) e con la partecipazione del maestro Eliseo Parra (e di numerosi altri ospiti tra cui Sílvia Pérez Cruz, Iñaki Plaza, Ion Garmendia, Xavi Lozano e Guillem Aguilar) continua a proporci un repertorio tradizionale variegato in quanto a provenienza: A Coruña, Peñaparda, Xàbia, Castilla, Valencia, Canarias, Huelva, Mallorca, Sanabria, Madrid... Pezzi che acquistano nuova vita anche attraverso multipli strumenti a percussione, molti dei quali ormai quasi completamente sconosciuti, che nel corso della storia servivano per accompagnare balli, canzoni, romanze o semplicemente per scandire il tempo nelle processioni e che venivano suonati per lo più separatamente: dal pandero cuadrado (Peñaparda e León) all' adufes portoghese, dal tamburello basco e asturiano alla xilomba, dalle cañas rocieras alle almireces... L'esperimento di Coetus consiste nell'unione/interazione di questi strumenti, dotati di un linguaggio proprio di ispirazione tradizionale, attraverso un dialogo attivo con la voce. Obiettivo perfettamente reggiunto, direi.
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lunedì 1 ottobre 2012

Portugal

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L'autore francese di origini portoghesi Cyril Pedrosa ritorna con una storia intimista e poetica sulla famiglia e l'identità e un disegno che ha destato l'ammirazione di pubblico e critica, soprattutto in madrepatria.  Vincitore del premio FNAC 2012 al prestigioso festival di Angoulême, Portugal viene ora proposto da Bao Publishing, rispettando in pieno l’edizione originale: 264 pagine a colori in grande formato 24 x 32 (unica nota dolente, soprattutto in questo periodo, il prezzo: 27 euri).
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Con sincerità quasi autobiografica Pedrosa dipinge - letteralmente ed emozionalmente - una storia essenziale sulla ricerca dell'identità che passa attraverso tre generazioni di una famiglia di emigranti portoghesi e le loro storie. Quella di Abel, che per primo, dopo la guerra venne in Francia. Quella di Jean, dirigente di successo ma, paradossalmente, pecora nera della famiglia, incompiuto e immaturo.Quella di Simon, sguardo narrante di questa storia, giovane disegnatore caduto in un limbo creativo dal quale spera di uscire tornando a visitare il paese dei propri avi e dei ricordi estivi legati all'infanzia. E proprio durante un viaggio in Portogallo, dove si trova ospite di un piccolo festival del fumetto, Simon sente che è giunto il momento di fare i conti con questa realtà, di ricostruire tutto il senso della propria appartenenza e di conseguenza del proprio presente.I luoghi visitati e le persone conosciute lo riportano indietro nel tempo e risvegliano in lui emozioni sopite. Attravreso i colori, gli odori, l'idioma dei suoi avi, Simon troverà la forza di guardarsi dentro e, scoprendo il passato, di tornare a desiderare il futuro. Rinascerà in lui non solo la voglia di creare, ma soprattutto di riprendere in mano le redini della propria vita. Uno dei migliori fumetti usciti in Italia nel 2012.
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O Mistério

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Maria Teresa Salgueiro da Amadora (poco a nord di Lisbona), ormai giunta al venticinquesimo anno di attività, è una delle cantanti più note della musica portoghese, assai prima dell' ondata femminile legata al nuovo fado (Dulces Pontes, Mariza, Misia, Bevinda...). Teresa lega indissolubilmente la voce, il volto e l'immagine al sestetto Madredeus, uno degli esempi più importanti, non solo nella penisola lusitana, di canzone d'autore tra arcano e moderno, antico e contemporaneo. Ma già nel 2000 Teresa inizia ad apparire come ospite negli album di Carlos Nuñez e António Chainho, o duetta dal vivo con Caetano Veloso, quasi a perseguire una carriera solista che di lì a poco la conduce a registrare ben sei album (tra il 2005 e il 2009), in una sorta di excursus storico-affettivo all'interno delle molteplici sonorità della sua terra, fino al parziale cambio di pelle del recente O Mistério (Clepsidra, 2012) [yuhuuu!]; 15 melodie di mistica bellezza uscite dalla penna della stessa cantante lusitana così come buona parte delle musiche del disco. Per oltre nove mesi Terasa, con l'aiuto del suo nuovo gruppo, sviluppa concetti e spunti che poi cristallizza in forme musicali. Fin dall’inizio l’idea è quella di una ricerca collettiva, basata su un paesaggio sonoro singolare, la cui costruzione rifletta il contributo di ogni singolo musicista chiamato alla realizzazzione del lavoro: André Filipe Santos (chitarra), Rui Lobato (batteria/percussioni e chitarre), Carisa Marcelino (accordéon) e Óscar Torres (contrabbasso). Deliberatamente cercano l’isolamento che permetta loro di raggiungere uno stato di condivisione e la concentrazione necessaria per la preparazione del lavoro, fino alle registrazioni, effettuate in uno studio costruito per l'occasione all'interno di un convento francescano del XVI secolo, con i monti dell' Arrábida (un parco naturale vicino a Setúbal) da una parte e l'orizzonte dell'oceano dall'altra. Il risultato è una prova dall'indiscutibile fascino, un lavoro raffinato dalle atmosfere estremamente cupe, squarciate e illuminate dalla splendida voce della Salguero che si immerge nei misteri della vita, nelle sue fragilità e speranze: ''Il disco parla del mistero della vita, di cui non scopriremo mai tutta la vertà, e questa coscenza ci dà la dimensione della nostra fragilità, ma anche dell'estrema necessità di essere forti per poter sopravvivere alle difficoltà in un mondo che continua ad essere ingiusto. Credo anche nella nostra forza creativa, nei cambiamenti, nella speranza. A una crisi come opportunità di rinascita''
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