giovedì 29 novembre 2012

Soulshakers

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Nato e cresciuto nella piccola città di Wilson, North Carolina, Lee Fields ha trascorso la sua adolescenza cantando in chiesa e ascoltando artisti come James Brown, The Temptations, Eddie Floyd, Otis Redding, Solomon Burke e il classico suono di Memphis. Iperattivo fin dagli anni Settanta, aldilà delle scarse attenzioni riservategli dall’industria discografica maggiore (un solo contratto con la major London risalente peraltro al 1973) e un lavoro dimenticato pubblicato nel 1979 (''Let's Talk It Over''), il cantante torna in attività agli albori degli anni ’90 con un trittico di album pubblicato dalla Ace, dopo aver trascorso gli eighties in una fase di costernato silenzio. Qualche anno dopo è la Desco (l’etichetta da cui prenderà le mosse il movimento neo soul tutto, Daptone Records compresa) ad accoglierlo a braccia aperte  pubblicando nel 1998  ''Let’s Get A Groove On'', un album costruito sul suo magistrale timbro soulful. Ma è soprattutto nel 2009 che la stella di Fields torna a brillare prepotentemente; nel momento in cui figure di rilievo di un’epopea indimenticata come Naomi Shelton o Sharon Jones raccolgono a distanza di tempo i frutti di una carriera spesso ai margini del music business, il nostro si ripresenta baldanzoso con ''My World'', che segna il sodalizio con la label di Brooklyn Truth & Soul, ma anche con i rispettivi proprietari, Jeff Silverman e Leon Michels, desiderosi di pubblicare un disco ''con fini armonie vocali ed una sezione ritmica comunque incalzante simile allo stile di gruppi vocali quali The Moments, The Delfonics e The Stylistics''. Per far questo Silverman e Michels mettono a disposizione del cantante la sapienza esecutiva degli Expressions (al lavoro anche con Aloe Blacc), favolosa e micidiale backing-band  chiamata a fare da contraltare alla formula di Mr. Lee, pronto a dare un seguito alle prodezze vocali che negli anni 70 gli valsero l'apellativo di ''Little James Brown'' e opportunamente impiegata anche nella realizzazzione di ''Faithful Man'' (Truth & Soul, 2012). Fedele alla filosofia dell'autore secondo cui la soul music è un'attitudine, una forma mentis che non ti abbandona tutta la vita e che può coniugarsi benisssimo con i nostri tempi, il disco sembra uscito da una capsula temporale piombata fra noi direttamente dagli anni Sessanta e Settanta, un flash back di grande splendore, impreziosito da un sound travolgente e raffinato, tra andature stax, funk bollenti, soul ballads, ma anche incursioni orchestrali memori di Bacharach e dell'Isaac Hayes di ''Hot Buttered Soul''. I Riferimenti sono sempre i soliti con diversi livelli e sfumature di riverenza. Fields si lascia trasportare dalla musica, mima le mosse di Mr. Dynamite, sussurra nell'orecchio di Otis Redding, pecca con le coriste, si converte con Al Green. Soprattutto giura eterna fedeltà alla sua musica. E se è vero che la riproposizione vintage di questi suoni sollecita inevitabilmente il confronto con i maestri, è altrettanto vero che le canzoni parlano e si impongono a prescindere da quando vengono realizzate. Un lavoro vibrante, appassionato a tratti sofferto, intimo. Straconsigliato a tutti gli amanti del genere. [Ascolta Faithful Man ]
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Gli appassionati di soul avranno di chè gioire anche ascoltando ''Soul Overdue'' (Freestyle Records, 2012) il ritorno di Martha High e dei suoi Speedometer. Al di là del titolo, Martha non è una novellina cresciuta mimando le mosse del ''padrino del soul'' davanti a uno specchio come molte nuove giovani proposte del music business, ma un'artista di lungo corso (in pista con i Jewels già dagli anni Sessanta) che al pari di altre funky divas quali Vicki Anderson, Marva Whitney o Lyn Collins può vantare un lunghissimo apprendistato alla corte di sua maestà James Brown e, di conseguenza, l'opportunità  di dividere il palco con artisti del calibro di Little Richards, Jerry Lee Lewis, The Temptations, Aretha Franklin, Stevie Wonder, George Clinton, B.B. King, Maceo Parker (per il quale ha cantato in diverse occasioni) e molti altri. Ma al di là di una carriera ricca di collaborazioni c'è da chiedersi per quale motivo, prima del fortunato incontro con gli esplosivi Shaolin Temple Defenders e alla realizzazzione di W.O.M.A.N (Soulbeat Records, 2008) nessuno si fosse mai preso la briga di portare questa reginetta del soul  in uno studio di registrazione (ad eccezzione di un omonimo lp di musica disco pubblicato nel 1979 dalla Salsoul Records). Motivo in più per accogliere a braccia aperte (e ad orecchie spalacate) questo ''Soul Overdub'' in cui è possibile apprezzare tutta l'abilità interpretativa della cantante di Washington Dc, magistralmente supportata dal poderoso groove degli Speedometer, una delle migliori deep funk band in circolazione. Facendo appello alle intonazioni forti, verso le quali è portata naturalmente, ma sfoderando anche una ragguardevole dose di arte incantatoria dove il copione lo richiede (vedi le ballate soul), Martha si cimenta in una stupenda esibizione vocale in cui brani prelevati dal repertorio degli stessi Speedometer si alternano ad eterni capolavori di Aretha Franklin (Save Me), Marvin Gaye (Trouble Man), Etta James (I’d Rather Go Blind) o dello stesso James Brown (Mama Feelgood) doverosamente riarrangiati e restituiti con rinnovato splendore per l'occasione. L'esuberanza si rivela soprattutto in classici funky soul come l'iniziale ''No More Heartaches'' (originariamente cantata dalla collega Vicki Anderson), che strapazza con bordate canore incredibili o in composizioni similari come ''Never Never Love A Married Man'', ''No Man Worries'', ''You Got It'', ''Save Me'', tutti pezzi in cui il suo grido potente si sposa perfettamente con i ritmi, le bordate di hammond e gli arrangiamenti fiatistici di un errebi decisamente focoso e memore del suono Stax, mentre la capacità di sedurre è riservata a ballate soul quali la citata ''I'd Rather Go Blind'' o ''You Got Me Started''. Un sound travolgente impreziosito sia dalla straordinaria forza delle corde vocali di Martha che dalla ricchezza strumentale e dai grooves di una band affiatatissima. Soul, funky e r&b suonato e cantato con feeling, sudore e passione. Da non perdere
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mercoledì 28 novembre 2012

Sciamani postmoderni

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ANDY STOTT
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Con ''Luxury Problems'' Andy Stott centra l'obiettivo di prolungare la via indagatoria aperta lo scorso anno con le implosioni ritmiche e le  decongestioni techno-percussive del dittico ''We Stay Together'' - ''Passed Me By'' (Modern Love, 2011). Senza ripetersi, il produttore di Manchester intraprende l'ennesima metamorfosi compositiva e amplia lo sguardo della propria musica senza lasciare sguarnito nessun aspetto, tanto meno quello della torbida e conturbante lentezza e della spessa nube di sintesi a passo di tartaruga dei lavori precedenti. In questo senso non c'è una rottura drastica, totale, ma una logica evoluzione di un suono che manifesta inedite aperture vocali, rivelando elementi inaspettatamente aulici e spiragli di luce in perenne lotta contro la penombra. Stabilire se si tratti di techno, deep soul o ethereal music risulta riduttivo in casi come questi e al di là di ogni possibile etichetta la cosa veramente certa è che Stott è riuscito a forgiare un'altro lavoro di dirompente forza evocativa. Un tuffo dall'altissimo coefficiente di difficoltà perfettamente riuscito.
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RAIME
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L'attesissimo battesimo su lunga distanza per l'enigmatico duo di produttori londinese Raime (Joe Andrews e Tom Halstead) si traduce in una esplorazione musicale (e psicologica) in terreni misteriosi. Un suono aghiacciante dalla forte radice industrial e isolazionista sull'orlo del coma (piacerà sicuramente agli estimatori di Coil, Clock Dva, Scorn, Main, Techno Animal ecc) in cui si fondono elementi ambient, techno e (post)dubstep senza mai cadere nella parodia del teatrino dark. La musica dei Raime punta essenzialmente a un isolamento forzato, a una oscurità palpabile, vivida, attualissima, sviscerata da ritmiche minimali da apocalisse post-industriale. Un soundtrack della notte metropolitana che suggerisce l'immane desolazione e l'inquitudine  della società moderna. Menzione speciale anche per la meravigliosa contorsione di copertina, opera del fotografo William Oliver, che fà il paio con quella del tuffo di Andy Stott.
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DINO SABATINI
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Considerato uno dei dj e producer più in vista dell'attuale panorama europeo e tra  i massimi esponenti di una scena techno tanto apprezzata all'estero quanto ignorata in patria, il romano trapiantato a Berlino Dino Sabatini è autore di un percorso affascinante attraverso un suono di natura oscura, ipnotica e minimale sulla linea di altri alfieri della nuova onda capitolina quali Donato Dozzy e Neel (protagonisti quest'anno dell'ambizioso progetto Voices From The Lake) con i quali condivide l'estetica del suono Prologue. ''Shaman's Pat'' sancisce il ritorno del produttore romano alla casa Bavarese (dopo una serie di release tra il 2008 e il 2010) con un primo lavoro sulla lunga distanza che conferma appieno le aspettative sul suo conto. Un album intenso e profondo che rimanda a una personale interpretazione delle sonorità tribali del continente nero, in un percorso dal marcato influsso ipnotico scandito da poliritmie notturne e campioni di voci misteriose che si susseguono minacciose prima di essere rissucchiate nel magma techno-dub. Un viaggio introspettivo, oscuro, ricco di suggestioni.
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SHACKLETON  
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Spettacolare esibizione di Shackleton all'apice della sua maturità artistica. Due release con identità propria in quanto a suono, ma legate da una comune esperienza trascendentale in cui ogni titolo rimanda all'altro e viceversa. Come un ouroboros (il serpente che si morde la coda, rappresentazione della teoria dell'eterno ritorno) tutto è riconducibile alla natura ciclica delle cose. Fluida e allucinata la musica induce a una specie di trance e sembra l'effetto ultimo di uno stato extracorporale, l'evasione dalla realtà e dalle appartenenze. Battiti terzomondisti e tropicalismi post-moderni mettono a nudo la visione androide, solo a tratti umana, di uno sciamano fuori dal tempo. L'inafferrabilità è totale. La bussola è riposta nel cassetto. Domina un esotismo alienante. L'umore è nero e intriso di misticismo, ora vivo e pulsante, ora avvolto da una nube densa in cui confluiscono ambient, colonne sonore di vecchi documentari e quella che un tempo avremmo chiamato hauntology. E' come se dietro ad ogni atmosfera si nascondesse uno spettro, l'impronta dell'ineffabile. Un viaggio perenne, un flusso ininterrotto da vivere intensamente.
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martedì 27 novembre 2012

Il Nuovo Giardino Magntico presenta ''Suspended In The Deep''

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TRACKLIST
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01 - DFRNT - Suspended In The Deep - da (Echodub, 2012)
02 - PHON.O - Black Boulder - da (50Weapons, 2012)
03 - V.I.V.E.K - Spread Love - da (Deep Medi Musik, 2011)
04 - KAHN - Azalea - da (Box Clever, 2011)
05 - AUTHOR - Dashiki - da (Tectonic, 2011)
06 - BURIAL - Shell Of Light (Shlohmo Rx) - da (2011)
07 - HOLY OTHER - Nothing Here - da (Tri Angle, 2012)
08 - BNJMN - Hallowed Road - da (R.H.D.C., 2012)
09 - BENTON - Skeptics - da (Black Box, 2011)
10 - KRYPTIC MINDS - Fade To Nothing - da (Black Box, 2011)
11 - BALAM ACAB - Fragile Hope - da (Tri Angle, 2011)
12 - BURIAL - Kindred - da (Hyperdub, 2012)
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Il Nuovo Giardino Magnetico presenta Rooms Within A Room

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TRACKLIST
01 - PINCH & SHACKLETON - Rooms Within A Room - da (Honest Jon's, 2011)
02 - PHOTEK & KURU - Fountainhead - da (Studio !K7, 2012)
03 - ROSKA - 480 BC - da (Tectonic Recordings, 2012)
04 - ORIS JAY - Steels - da (Texture Recordings, 2012)
05 - KILLAWATT & IPMAN - Schizophonia - da (Box Clever, 2012)
06 - SEPALCURE - Hold On (Trevino Rx) - da (Hotflush Rec., 2012)
07 - PINCH & ROSKA - Paranormal Activity - da (Tectonic, 2011)
08 - DUSK + BLACKDOWN - Fraction - da  (Keysound Recs, 2012)
09 - BIOME - Don't Leave - da (Sub Pressure Rec., 2010)
10 - GOTH TRAD - Mirage - da (Deep Medi Musik, 2012)
11 - GOTH TRAD - New Epoch - da (Deep Medi Musik, 2012)
12 - PHOTEK - Cecconi, Cecconi - da (Photek Productions, 2011)

  
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domenica 18 novembre 2012

A Nigerian Retrospective

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Oltre alla fantastica occasione di incontrare la musica di Tunji Oyelana, ''A Nigerian Retrospective 1966-79'' (Soundway Records, 2012) [gracias!] ha il pregio di introdurci nella ricchissima galassia musicale della Nigeria a cavallo tra Sessanta e Settanta, negli anni in il cui paese, dopo essere approdato all'indipendenza stava cercando la propria strada, seppur tra mille difficoltà (colpi di stato, guerre civili, nuove elezioni ecc). Anni animati da una scena dinamica e frizzante, ricca di notevoli invenzioni, dalle spensierate sonorità highlife alle ''complicazioni'' jazz-funk del cosidetto afrobeat. Un genere, un modo di portare il ritmo, di usare i fiati e le percussioni che soprattutto Fela Kuti ha fatto conoscere al mondo, ma che in quegli anni ha trovato decine di altri validi interpreti (Orlando Julius, Segun Bucknor, Sir Victor Uwaifo ecc), un intero mondo da scoprire nei vasti territori che arrivano fino alla juju music. Tra i musicisti che hanno animato quella stagione pazzesca Tunji Oyelana è stato senz'altro uno dei più dinamici. Cantante, compositore, attore, sceneggiatore e commediografo Tunji ebbe modo di studiare (teatro) con uno degli intellettuali più importanti dell'intero continente, il famoso poeta, scrittore, saggista e drammaturgo Wole Soyinka, successivamente insignito del Premio Nobel per la letteratura. Non stiamo parlando quindi di un semplice musicista, ma di un agitatore culturale a tutti gli effetti, un bandleader e uomo d'arte poliedrico che, anche attraverso la musica, con i suoi Benders, ha saputo rappresentare al meglio i cambiamenti del proprio paese nel momento del passaggio storico, mischiando con sapienza suoni e influenze, retaggio folclorico e modernità urbana: dal gusto calypso e highlife dei decenni precedenti, agli stilemi cari alle nuove generazioni, come soul, jazz, afro-rock, reggae fino alla musica juju e fuji. Riff sornioni, bassi perentori, vocalità accattivanti, bel sound, gusto dei dettagli e quel peculiare tocco africano. E' soprattutto grazie a retrospettive come queste che ci si può rendere conto di quale fucina di musica innovativa sia stata all'epoca la Nigeria. Spettacolare, non ci sono altre parole.
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venerdì 16 novembre 2012

West Coast & Sixties Revival

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ALLAH-LAS
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Avvicinate l'orecchio alla conchiglia. Le sentite le onde dell'oceano? Se chiudete gli occhi per un po' vedrete che funziona. Sempre che siate interessati a farvi sopraffarre dal sapore nostalgico e malinconico proposto  dal surf/garage un po’ impolverato degli Allah-Las, quattro ragazzi californiani che si sono conosciuti lavorando alle dipendenze di un importante negozio di dischi, a Los Angeles, prima di mollare tutto e inseguire i profumi delle estati adolescenziali trasferendosi, fiore in una mano joint nell'altra, in uno scantinato interrato tra la montagna e la spiaggia della costa californiana, location perfetta per iniziare a dar forma alla loro musica, anche grazie alla supervisione del soulman bianco Nick Waterhouse. Risultati? Una serie di singoli come Long Jorney (cover di una garage band degli anni sessanta, i Roots) ''Catamaran'', ''Don't You Forget It'' (con lo stesso Waterhouse) e un omonimo album le cui stroboscopiche canzoncine sembrano uscite dalla penna di Mick Jagger o di Arthur Lee, in un rimbalzo continuo tra Londra e Los Angeles, british invasion e dolce surf-psychedelia westcostiana: chitarre cristalline, percussioni slow-motion, rilassatezze drogate che sanno tanto di tramonto sulla spiaggia e maree notturne. Il riflesso di un riflesso, l'eco do un eco. L'onirismo di certi suoni è duro da vincere. Ben venga se poi i risultati sono quelli di ''Allah-Las'' (Innovative Records, 2012).
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BEACHWOOD SPARKS
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Se siete un po' immalinconiti dalle brutture del mondo moderno potete anche farvi inebriare dalle fascinazioni e dalle vibrazioni di ''The Tarnished Gold'' (Sub Pop, 2012), il disco che sancisce il ritorno di Brent Rademaker (che nel frattempo era finito a lavorare all'Ikea) e dei suoi Beachwood Spark, archeologi del Laurel Canyon scomparsi dalle scene da più di dieci anni dopo aver pubblicato agli albori del nuovo secolo quei due gioiellini revival che sono ''Beachwood Sparks''  (Sub Pop, 2000) e ''Once We Were Trees''(Sub Pop, 2001), quest'ultimo registrato nello studio di J.Mascis dei Dinosaur Jr, che ha pure suonato in un paio di brani (di chitarre sature e distorte, però,  neanche l'ombra). Ma, a pensarci bene, cosa sono dieci anni per una band esule dal concetto stesso di tempo? Se amate o avete amato, se rimpiangete o avete rimpianto Byrds, Flying Burrito Brothers, Love, i Grateful Dead di Workingman's Dead, non esitate a cogliere anche questo colorato fiorellino e sarete avvolti da una psichedelia sognante e orgogliosamente retrò, infarcita di scampoli agresti e voli lisergici, boschi incantati e soffici arabeschi. E nel mare magnum delle decine di produzioni che stanno ricalcando questo tipo di suoni (Fleet Foxes, Father John Misty, Jonathan Wilson.. ) sarebbe un vero peccato se questo disco passasse quasi del tutto innosservato.
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TIM COHEN (MAGIC TRICK + FLESH & ONLYS)
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Si respira aria di west coast e di flower power anche in ''Ruler Of The Night'' (Hardly Art; Sub pop, 2012) dei Magic Trick, l'ultima mutazione dell'ottimo Tim Cohen, che per l'occasione si è fatto accompagnare da Noelle Cahill, Alicia Vanden Heuvel (Aislers Set) e James Kim (Kelly Stoltz) producendo undici traccie di ottimo neosixtiespop semiacustico, con più di un occhio alla surf music, alle spiagge frichettone delle California, alle sonorità cavernose e vintage, al lo-fi d'ordinanza, al garage rock psychedelico targato '60 (da Barret ai Velvet, passando per gli Standells). Revival quanto volete, ma anche in questo caso di ottima fattura. D'altro canto le potenzialità di Cohen non si discutono, e tanto meno quelle dei suoi Fresh & Onlys (la band che divide con Kyle Gibson, Shayde Sartin e il chitarrista Wymond Miles, arrivato a sua volta al debutto in solo con ''Under The Pale Moo''), uno dei migliori  frutti di quella scena weird-garage psichedelica di San Francisco che (dai Thee Oh Sees a Ty Segall) sembra andare tanto di moda negli ultimi tempi. A due anni di distanza da quel gioiellino che è ''Play It Strange'' (In The Red, 2010), il gruppo sembra aver improvvisamente cambiato pelle con ''Long Slow Dance'' (Mexican Summer, 2012). Riducendo al minimo l'anima beardy, gli scossoni elettrici e le suggestioni visionarie dei dischi precedenti, il nuovo lavoro attinge tanto dal romanticismo paisley, quanto dalla psichedelia pop dell’Inghilterra di inizio anni ’80 (Soft Boys, Teardrop Explodes, Echo & The Bunnymen) favorendo sonarità acustiche e puntando su una certa pulizia negli arrangiamenti. Un'altra ottima prova, anche se all'insegna del cambiamento.
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mercoledì 14 novembre 2012

Il Nuovo Giardino Magnetico presenta: Circos De Intimidad

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Circos De Intimidad
 A Compilation Of Intimistic Spanish Acoustic Pop-Folk


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TRACKLIST

12 - EL HIJO - Quebradizo Y Transparente  - da (Acuarela, 2010)
13 - ALBERTO MONTERO - Cajón Del Maipo - da (Greyhead, 2011)
01 - MUS - Dulce Amor - da ''La Vida''(Green UFOs, 2007)
02 - AMOR DE DIAS - Foxes' Song - da (Merge Records, 2011)
03 - LA BUENA VIDA - Los Vientos - da (Siesta, 2001)
04 - ANA D - Velero Lleno De Estrellas Y Bahías - da (Elefant Rec, 1999)
05 - LE MANS - Buenos Días, Corazón - da (Elefant Records, 1998)
06 - PAULINE EN LA PLAYA - Circos De Intimidad - da (Subterfuge, 2006)
07 - MUS - Una Sábana Al Vientu - da (Green UFOs, 2007)
08 - NIZA - Septiembre - da (Elefant Records, 2002)
09 - IÑIGO UGARTEBURU - Æraberan - da (Foehn Records, 2012)
10 - REMATE - La Animadora - da (Sinedín Music, 2012)
11 - EL HIJO - Los Naranjos - da (Acuarela Discos, 2010) 
14 - MUS - Pela Xenra Blanca - da (Acuarela Discos, 2004)
15 - AMOR DE DIAS - Foxes' Song (Reprise) - da (Merge Rec, 2011) 
16 - LE MANS - Sic Transit Gloria Mundi - da (Elefant Records, 1998)
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sabato 10 novembre 2012

Nuove corde antiche

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Semplice indovinello. E' uno strumento musicale povero, ma molto sofisticato. Un lungo bastone infilato in una grande zucca regge ben 21 corde che emettono il suono di una cetra o di un arpa. Ha un suono avvolgente e dolcemente mesmerico. Africano, è particolarmente diffuso in Senegal e nel Gambia, ma soprattutto nel Mali. Da lì vengono i suoi più grandi virtuosi. Due di questi, Sidiki Diabaté e Djelimadi Sissoko, nel 1970 pubblicarono un 33 giri di duetti puramente strumentali, ''Ancient Strings'', che ebbe un impatto enorme; molto più che un semplice disco, tanto da essere riconosciuto nel tempo come uno degli elementi fondanti dell'identità nazionale del paese e alla radio lo suonano regolarmente all'aniversario dell' indipendenza. Ventisette anni dopo i figli di costoro, Toumani Diabaté e Ballaké Sissoko, misero mano a un ''New Ancient Strings'' (Hannibal, 1999) e con gli stessi strumenti dei padri realizzarono quello che è considerato uno dei migliori album di world music (etichetta orribile, ma tant'è) degli anni Novanta. Membri di importanti famiglie griot, Toumani e Ballaké hanno avviato anche una dolce e delicata opera di modernizzazione che riguarda tecniche, modi, repertori legati all'ormai celebre arpa mandinga, e alla funzione sociale dei griot stessi. Rinunciare di frequente al canto, in una tradizione di cantastorie (custodi della cultura orale), ad esempio, non è cosa da poco. Ma questo non significa tacitare il legame del sangue, anzi. Al contrario questi artisti sebrano custodire nel loro orecchio interiore un codice antico e prezioso.

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Codice che traspare chiaramente anche nelle timbriche arcaiche dello splendido ''At Peace'' (Nop Format, 2012) [yuhuu!] il nuovo lavoro di Ballakè Sissoko, in cui il musicista maliano rafforza ed arricchisce il sodalizio con il violoncellista francese Vincent Ségal (iniziato nel 2009 con l'altrettanto incantevole ''Chamber Music'') che oltre a produrre il disco, infila il suo strumento in quattro dei nove brani: ''Badjourou'', ''Kabou'', ''Kalata Diata'' e ''Asa Branca'' (classico brasiliano composto nel 1947 dal duo Luís Gonzaga e Humberto Teixeira Cavalcanti e magistralmente interpretato, tra gli altri, da Caetano Veloso nel suo omonimo capolavoro del 1971). Ancora una volta l'intesa è telepatica e sorprende l'armonia creata tra i due (aristocratici) strumenti. Contribuiscono a disegnare le sublimi trame di ''At Peace'' anche la chitarra di Moussa Diabaté, le dodice corde di Aboubacar "Badian" Diabaté e il balafon di Fassery Diabaté. La musica riseva suggestioni di paesaggi sconfinati ed è facile abbandonarsi a un intensità che rasenta il liturgico. Merito del suono di uno strumento la cui languida sensualità accende il sentimento, ma anche della magia delle mani di Sissoko, che quando resta solo (''Maimouna'', ''Nalésonko'', ''Kalanso'') riprende, come un vecchio griot muto, il percorso dei padri rievocando al meglio la poesia delle ''nuove corde antiche''. Di che corde si tratta l'avrete senz'altro già capito. Io intanto, pur esaltandone la grandezza, sono riuscito ad arrivare a capo di queste poche righe lasciando solo alla fine la magica parolina: ''kora''.
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venerdì 9 novembre 2012

Il Nuovo Giardino Magnetico presents ''Dub Aggroovators''

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TRACKLIST
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 01 - AUGUSTUS PABLO - Point Blank - da [1973] (Reissue; 17 North Parade, 2011)
02 - BUNNY LEE & AGGROVATORS - Dub Will Change Your Mind - da (King Spinna R, 2012)
03 - PRINCE ALLA - Funeral Dub - da (Kingston Sounds, 2012)
04 - THE CONGOS - Take It To Dub - da (Jamaican Recordings, 2012)
05 - SLY & ROBBIE - The Bomber - da (Groove Attack Productions, 2012)
06 - PRINCE FATTY - Walking In The Sand Dub - da (Mr Bongo, 2012)
07 - SCIENTIST meets MAD PROFESSOR - Cant Keep Love Down - da (Jamaican R, 2011)
08 - THE SILVERTONES - African Dub - da (Antol.; Trojan/Spectrum, 2012)
09 - THE CONGOS - Citizen Dub - da (Jamaican Recordings, 2012)
10 - DENNIS BOVELL - Afreecan (feat. I Roy) - da (Pressure Sounds, 2012)
11 - TECH ROOTS DYNAMICS & ALIEN DREAD - Abysinnian Dub - da (Reggae Retro, 2012)
12 - PRINCE FATTY - That Very Night Dub - da (Mr Bongo, 2012)
13 - KING TUBBY - 95 North Dub - da (Comp.; Roots Records, 2012)
14 - LEE SCRATCH PERRY & ERM - Shuffle - da ''Humanicity'' (ERM, 2012)
15 - REVOLUTIONARIES - Key Dub Vs 2 - da (Reggae Retro, 2012)
16 - SCIENTIST meets MAD PROFESSOR - Send Them Dub - da (Jamaican Rec, 2011)
17 - THUNDERBALL - White Bird Come Down (Version) - da (Trojan/Spectrum, 2012)
18 - BUNNY LEE & AGGROVATORS - Under Heavy Dub - da (King Spinna Records, 2012)
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domenica 4 novembre 2012

No boast, no toast, i am the utmost

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Aveva 72 anni King Stitt. Si è spento il 31 Gennaio scorso nella sua casa di Nannyville, in Giamaica, a causa di un tumore alla prostata che non gli ha lasciato scampo. Nonostante la notizia fosse già circolata a suo tempo, il sottoscritto ha impiegato ben dieci mesi prima di imbattersi, abbastanza casualmente, nel triste comunicato che sentenziava la scomparsa di colui che, a ragione, viene considerato tra i padri nobili del reggae giamaicano nonchè il pioniere del toasting (cioè l’arte di creare lyrics su delle basi). La mia memoria è andata subito ad un passaggio del DVD che accompagna una compilation pubblicata nel 2002 dalla Soul Jazz, ''Studio One Story'', che cattura King Stitt alle prese con una session locale (video sotto) in cui il dj, mosso da autentica, palpabile, passione, seleziona i suoi sette pollici e snocciola il suo toasting balbuziente al cospetto di un pubblico eterogeneo rapito dalla musica e sedotto dalle goffe movenze di quel corpo, completamente ricoperto dal sudore. Nato in  Giamaica nel 1949,  con una deformazione congenita che ne ha sfigurato il volto, Winston Sparkes Cooper è stato uno dei  pochi artisti ad aver tratto vantaggio dalla sua malformazione, sapendo anzi ironizzare sulle sue sfortune e adottando quel nomignolo ''Stitt'' (balbuziente) con il quale si era abituato a convivere sin da bambino. Era anche conosciuto come ''The Ugly One'', l'altro nick che egli stesso si era simpaticamente affibbiato, in riferimento al ''brutto'' del film di Sergio Leone ''The Good, the Bad, and the Ugly''. Influenzato dai primi DJ americani ascoltati via radio dalle stazioni di Miami e New Orleans, The Ugly One cominciò a mettersi in luce negli anni Cinquanta nei quartieri popolari della sua città grazie ai primi sound system (precedendo artisti come U-Roy, I Roy, Dennis Alcapone, Big Youth ecc), e nel 1957 entrò a far parte del mitico downbeat di Clement Sir Coxsone Dodd, padre padrone di Studio One nonchè marchio di fabbrica che identifica le varie fasi evolutive delle musica giamaicana. Quando Count Machuk (che lo aveva introdotto nel downbeat) si ritirò, Stitt  diventò così popolare da guadagnarsi la fama di n°1, tra tutti i Dj dell'isola, veri e propri proto-rapper locali  impegnati ad esaltare b sides o versions.
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Nonostante non ci sia ricostruzione storica della musica giamaicana che non passi anche attraverso il suo nome, a testimonianza di quanto questo vecchio leone sia stato fondamentale, la discografia di King Stitt non è delle più prolifiche. Tra il 1968 e il 1969 grazie al produttore Clancy Eccles registra negli studi Dynamics a Kingston i suoi due singoli più celebri, ''Fire Corners'' e ''The Ugly One'' (conosciuto anche come  ''Van Cliff''), seguiti a ruta da un album in collaborazione con i  Dynamites, 'Fire Corner'' (Trojan Records, 1969), nel quale ''il brutto'' infila tre brani: ''Soul Language'', ''Virgarton Two'' e naturalmente ''File Corner'' che dà il titolo al disco. Arriveranno poi altri singoli, prodotti in gran parte dallo stesso Eccles per etichette come Clandisc (soprattutto), Banana, Escort (tra cui ''Herbman Shuffle'', ''King Of Kings'', ''On The Street'', ''Sounds Of The 70's'', ''Back Out Version'', ''Rhyming Time''…, (parzialmente raccolti nel 1996 nella compilation ''Reggae Fire Beat''), ma anche Studio One, con una serie di 7'' prodotti all'inizio degli anni Settanta da Coxsone Dodd ripresi 24 anni più tardi in un'altra deliziosa compilation, ''Dancehall 63''  (Studio One, 1993) - aperta dal brano ''Paradise Plum'' realizzato con la partecipazione del trombonista Don Drummond - in cui Stitt crea le sue lyrics sopra basi strumentali di R&B giamaicano e temi ska.

A conti fatti può sembrare strano che colui che ''è stato capace di creare uno stile così unico e inimitabile, tanto dal punto di vista vocale quanto da quello dell’immagine'' (parole del musicologo giamaicano Bunny Goodison) abbia fornito un apporto discografico così limitato, ma sembra che Hugly Joe preferisse i set agli studi, e anche negli ultimi anni si era prestato, con piacere, a qualche sporadica apparizione in contesti festaioli e/o festivalieri, ultima delle quali a Saint Luis, in Brasile, dove si era recato prima che il male lo colpisse inesorabilmente al suo ritorno in patria e che il referto medico stabilisse il fatale avanzamento del tumore che se l'è portato via. 
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The Spirit Who Speaks (''Scratch'' Appendix)

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