sabato 26 novembre 2011

Sorrisi beffardi ed epiche wilsoniane

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Le opinioni correnti sulla scena surf sono in genere derivate dai dischi di successo dei Beach Boys. Ai primi degli anni Sessanta la loro immagine personale era tracciata in base al culto del sole della California, tavole da surf, hot rods, ragazze in bikini ecc ecc. I loro dischi descrivevano dettagliatamente questo mondo: ''Surfin Safari'',  ''Surfin' USA", "Surfer Girl""Little Deuce Coupe"... Wilson è l'uomo simbolo della ''surf music'' benchè non abbia mai messo piede su una tavola da surf in vita sua. L'uomo della spiaggia aveva paura del mare. E quando suo fratello Dennis morì in acqua (nel 1983) la paura trovò nei fatti della vita la sua più tragica conferma. Dalla metà degli anni Sessanta in poi l'immagine surf dei Beach Boys è divenuta sempre meno importante di quanto non fosse quando apparvero nel 1962. Nello stesso tempo le capacità creative del loro leader sono aumentate esponenzialmente. Brian Wilson aveva portato passo passo il suo gruppo di surfer ad una impensabile complessità artistica. Il gioco delle voci ha fatto scuola così come l'uso di strumenti originalissimi e mai prima d'ora iscritti nel repertorio della musica pop. Di tutto questo in Europa ce ne siamo accorti tardi, e per molto tempo i Beach Boys sono rimasti solo quelli di ''Barbara Ann'' , gli allegri ragazzi da spiaggia che erano riusciti a mettere su disco il suono di un party. Ma dopo aver cantato il gaudente paradiso giovanile della California, Wilson aveva impresso al gruppo tutt'altre ambizioni. Il suo sogno era quello dell'utopia del tempo, creare il nuovo, disegnare altri mondi attraverso la tavolozza dei suoni. E ci riuscì nel capolavoro ''Pet Sounds'' , ovvero, con deliziosa ironia, ''suoni domestici'', familiari, ma che per l'epoca di familiare avevano ben poco in ambito musicale. Non a caso nel concepire quella pietra miliare Brian incontrò molte resistenze; dal padre Murry Wilson ad alcuni membri della band, scettici sulla nuova direzione musicale intrapresa dal loro leader, vedevano in quel disco un vero e proprio suicidio commerciale. Nonostante congetture, frustrazioni e opinioni varie, Pet Sound uscì il 16 Maggio 1966.


Fu il trampolino dal quale Wilson prese lo slancio per il volo definitivo. Il "sorriso" con cui dichiarava morto il vecchio surf era la chiave per aprire un'altra porta. ''Surf's Up'' , il surf è finito, cantava Wilson e neppure i suoi Beach Boys lo capivano più (''sei furi di testa, Brian'' gli dicevano). Era oltre. In tutti i sensi. Non tutti erano disposti a fidarsi, ma per l'uomo di genio dopo Pet Sounds non poteva che esserci ''Smile'', il ''sorriso beffardo'', il ''musical del mare'', con gli archi, VanDyke Parks e tutto il resto. Canzoni frantumate ma incredibilmente salde, e melodie che apparivano dal nulla, come in un film di Walt Disney. Avrebbe dovuto essere (sarebbe stato?) il Sgt. Pepper americano (o meglio californiano), la grande sinfonia della terra promessa. Così non fu, perchè lo slancio portò Wilson a un volo rovinoso, bruciato per essersi troppo avvicinato al sole, e a distruggere in una sola notte il lavoro realizzato per mesi in una sala di incisione. Beffa del destino i Beatles dichiaravano, intanto, che per l'inarrivabile Pepper si erano ispirati proprio a Pet Sounds (la leggenda racconta che appena entrarono in possesso dell'album Lennon e McCartney affittarono una suite in un albergo londinese e si tapparono dentro per ascoltarlo senza distrazioni, più volte, a lungo, per capire/carpire tutto quello che c'era da capire/carpire). Troppo tardi. Brian non si riprenderà mai completamente da una strisciante instabilità psichica. I gravi disturbi nervosi e i problemi con la droga lo avevano condannato a una ''twilight zone'' dalla quale non si sapeva se e quando ne sarebbe uscito. Cominciò a ''sentire (quel)le voci''. Abbandonò (o fù costretto a farlo) i Beach Boys, i quali, orfani del suo genio, saranno sempre più (e soltanto) celebrazione, quando non triste parodia, di un grande passato. Così la gara avvincente giocata sulle due sponde dell'oceano si fermò a Pet Sounds, ma per un momento la sfida con i Beatles sembrava incredibilmente ancora aperta.


Da quel 1967 Smile si è caricato del peso della leggenda, il sacro Graal del Rock, un opera la cui incompiutezza viene confermata, anzichè fugata, dai tanti periodici ritorni destinati ad essere infinitamente non finiti ("Smiley Smile", "20/20", "Sunflower", "Surf's Up" ecc, più i numerosissimi bootleg circolati in tutti questi anni), e aggiungiamo pure l'opera di splendida clonazione dello stesso Brian che nel 2004 (quindi la bellezza di 37 anni più tardi), ha recuperato la forza necessaria per riprendendersi la sinfonia a Dio, senza però usare le antiche sequenze vocali, ne i vecchi nastri, ma rifacendo tutto con nuovi arrangiamenti e la sua voce di 62enne. Ed è ancora lui ad avallare l'operazione "definitiva" di restauro (''Smile Sessions'' ) che la EMI ha da poco pubblicato: due cd (o Lp), che diventano cinque (più un libro e due 45 giri) nell'edizione deluxe (con demo, sessions, dialoghi di studio, making of e quant'altro), anche se la casa discografica non si sbilancia del tutto (non gli si può certo dar torto, considerato che Smile non ha mai avuto e mai avrà una fisionomia definitiva) e nella cartella stampa si preoccupa di specificare di come la scaletta di queste Sessions sia "quella che approssimativamente avrebbe dovuto essere la versione finale''.


Intanto i Beach Boys festeggiano il loro cinquantesimo compleanno, oltre che con l'uscita di questo mostro di disco, attraverso una probabile ''reunion tour'', ma non si è ancora capito se il buon Brian si unirà ai vecchi compagni, impegnato com'è a promuovere il nuovo ''In The Key Of  Disney'', ultima perla del degnissimo (e per certi versi commovente) percorso solista dell'uomo che ha saputo dire Beach Boys, quell'anima bambina capace di uccidere il tempo portando nell'età matura, dopo anni di travaglio umano e psichico, gran parte della sua arte, nonostante tutto. A lui, la quintessenza del pop, e alla sua discografia ''matura'', ho voluto dedicare una delle compile del Giardino (sotto) in cui è facile riconoscere i tipici tratti dell' arte wilsoniana in un'altalena capace di incrociare la maschera del surf e il cuore di certa musica colta con una autorevolezza in grado di fare a pezzi la maggior parte del pop odierno.


Il Nuovo Giardino Magnetico presenta:
"Wilsonmania!!!'' (Selected songs from the Brian's solo discography)



Tracklist
     
                                 01 - I Got Rhythm - da ''Reimagines Gershwin'' (2010)
                                 02 - The Man With All The Toys - da ''What I Really Want For Christmas'' (2005)
                                 03 - Baby Mine (from Dumbo) - da ''In The Key Of Disney'' (2011)
                                 04 - Nothing But Love - da ''Reimagines Gershwin'' (2010)
                                 05 - Rhapsody In Blue (Reprise) - da ''Reimagines Gershwin'' (2010)
                                 06 - God Rest Ye Merry Gentlemen - da ''What I Really Want For Christmas'' (2005)
                                 07 - California Feelin' - da ''Beach Boys, Classics Selected By B. Wilson'' (2002)
                                 08 - Listen To Me - da ''Listen To Me: Buddy Holly'' (2011)
                                 09 - California Role - That Lucky Old Sun - da ''That Lucky Old Sun'' (2008)
                                 10 - You've Got A Friend (from Toy Story) - da ''In The Key Of Disney'' (2011)
                                 11 - Colors Of The Wind (from Pocahontas) - da ''In The Key Of Disney'' (2011)
                                 12 - O Holy Night - da ''What I Really Want For Christmas'' (Arista, 2005)
                                 13 - Good Vibrations - da ''Smile'' (2004)
                                 14 - Wonderful - da ''I Just Wasn't Made For These Times'' (1995)
                                 15 - Orange Crate Art - da ''Orange Crate Art'' [with Van Dyke Parks] (1995)
                                 16 - Lullaby - da ''Orange Crate Art'' [with Van Dyke Parks] (1995)

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