martedì 30 novembre 2010

Io sono il Blues


Willie Dixon

Il suo disco più famoso è ''I’m The Blues'', come pure la rubrica che ha curato regolarmente per anni sulla prestigiosa rivista Living Blues. Segno di un ego grandissimo, potrebbe pensare qualcuno, invece no: perché Willie Dixon può fregiarsi di quel titolo senza paura. Di quello e di altri ancora. Onori che si è conquistato sul campo come bassista e autore tra i più prolifici che il blues ricordi, dotato di una rara sensibilità poetica, ora come produttore, arrangiatore, maestro di bottega per intere generazioni di musicisti neri, straordinaria figura di catalizzatore tra blues e rock, e quindi punto di riferimento per molti degli eroi che albergano nei nostri cuori. La lista degli artisti che hanno interpretato le sue composizioni è lunghissima: da Elvis Presley a Chuck Berry, da Bo Diddley a Mose Allison, dai Rolling Stones agli Yardbirds, dai Led Zeppelin ai Creem, Doors, Allman Brothers, Fleetwood Mac, Grateful Dead, Mike Bloomfield, Paul Butterfield, Eric Clapton, Steve Winwood, Van Morrison, Dr. Johhn, John Mayall, Johnny Winter, persino eroi del soul come Sam Cooke ed Otis Redding hanno attinto al suo repertorio, per non parlare di altri grandi bluesman come Muddy Waters, Howlin Wolf, Little Walter, Lowell Fulsom ecc. ecc. Un grande personaggio quello che nasce a Vicksburg, Mississippi, il 1° Luglio 1915. La famiglia è poverissima e la vita ricca solo di stenti. Ma la fantasia è accesa da una grande passione per la poesia, ed il rapporto con la musica mediato dagli spirituals e dal gospel. Verso la metà degli anni Trenta Dixon lascia il Delta (pare a causa di numerose grane accumulate con la legge) per Chicago, dove svolge infiniti umili mestieri e dove inizia a tirare di boxe. Sarà Leonard ''Bobby Doo'' Caston ad avvicinarlo al mondo della musica. Lo strumento su cui imparerà è un rudimentale bidone di latta dentro il cuale veniva infilato il bastone che teneva la corda. Le prime apparizioni pubbliche risalgono alla prima metà dei Quaranta, E’ con i Five Breezers, [ascolta] una formazione da night. Pochissime le testimonianze di quel periodo, edite originariamente su qualche 78 giri della Bluebird. Nel ’45 è con i Four Jumps Of Fire: un blues da intrattenimento il loro, che verrà messo su disco dalla Mercury.


L’esperienza più importante di quegli anni è invece quella con il Big Three Trio, un misto di jump e blues molto diverso da quello che faceva con i gruppi appena citati. A quel periodo risale il suo primo best seller: ''Signifyinf Monkey'' su Bullet Records, che sarà rifatto più tardi anche da Cab Calloway. Questa ed altre canzoni (in una qualità sonora migliore rispetto a quella del video proposto) si possono ascoltare in ''Willie Dixon/Big 3 Trio'', una compilation licenziata dalla Sony nel 1990 [recuperabile qui]. Suonava ancora in quella formazione quando conobbe Muddy Waters. I Cinquanta bussavano alla porta ed il blues chiedeva di cambiare. Una intuizione che fu anche dei fratelli Chess che lo vollero presso di loro come factotum. Il primo brano che produsse fu ''Black Angel Blues'' per Robert Nighthawk, cui ne seguirono altri per Chuck Berry, Bo Diddley, Muddy Waters, Little Waters, Hohlin Wolf e per tutta la schiera dei bluesman di Chicago. Sul finire dei Cinquanta fiuta il blues revival: si unisce a Memphis Slim e si esibisce davanti al pubblico bianco del Village Gate e a quello del Folk Festival di Newport.


Nel 1959 firma il suo primo trentatré giri assieme al citato Memphis Slim, lo stupendo ''Willie’s Blues'' (Bluesville) [qui], il cui accompagnamento è affidato ad un gruppetto di musicisti neworkesi. Nel 1960 registra, senpre in duo con Smith una serie di brani che saranno pubblicati su ''The Blues Every Wich Way'' (Verve) e la collaborazione con il grande pianista sfocerà un paio di anni dopo nei bellissimi dischi per la Smitsonian Folkways: ''At Village Gate'' (con la partecipazione di Pete Seeger) e ''Songs of Memphis Slim & Willie Dixon''. Nello stesso anno (il 1962) la ditta Dixon & Slim è in prima fila a sostenere l’American Folk Blues Festival, ovvero la carovana itinerante che porta la musica e la cultura afroamericana sul vecchio continente e a Parigi registrano ''Memphis Slim & Willie Dixon Aux Trois Mailletz''. Ma la vulcanica personalità di Dixon non si esaurisce certo nelle incisioni: è direttore artistico e produttore (alla Spivey Records), incoraggia ''giovani'' artisti (tra cui Otis Rush), fonda e dirige etichette: la Blues Factory, che nelle sue intenzioni doveva diventare una sorta di università del blues. Nel 1967 costituisce la Chicago Blues All Stars, una formazione in continuo mutamento (nelle sue fila c’è passata praticamente la crema del blues di Chicago) che lo accompagnerà per quasi vent’anni.


Lungo i Settanta vedranno la luce i suoi album più famosi: l’ottimo ''I’m The Blues'' (Columbia, 1970) [qui] a cui accennavo a inizio post, ''Loaded With The Blues'' (Basf, 1972), ''Catalyst'' (Ovation, 1973) [qui], ''Peace'' (Yambo, 1974), ''What Appened To My Blues'' (Ovation, 1976) ed altri. Intanto la sua salute inzia a peggiorare a causa di un persistente diabete che, nel 1977, lo costringe all’amputazione di una gamba, ma Willie non viene fiaccato nello spirito tanto che anche la nuova decade sarà foriera di novità: l’album ''Mighty Earthquake and Hurricane'' (Pausa Records, 1984), ''Backstage Acces'' (Pausa Records, 1985). La prima metà degli anni Ottanta è anche caratterizzata da altri avvenimenti: nell’81 partecipa per la prima volta nella sua carriera ad un tour con Muddy Waters, si concede in alcune esibizioni con Johnny Winter, Eric Clapton, Greg Allman e partecipa ad uno spettacolo televisivo con i Blasters, con i quali registra anche alcuni brani. 


Dixon muore di infarto nel 1992 e viene sepolto ad Alsip, nell'Illinois, non prima però di lasciarci un ultimo capolavoro (almeno per me, visto che si tratta del mio preferito tra gli ascolti della sua discografia) intitolato ''Hidden Charms'' (BUG-Capitol, 1988) [qui]. Sono molto affezionato a questo lavoro e non ho mai smesso di ascoltarlo negli anni. Il mio fratellone fece il primo passo acquistando il vinile. Qualche anno dopo lo imitai, questa volta con il cd, e da qualche settimana i files dei brani sono andati a colmare anche i pochi MG disponibili nel mio I-Pod (e dubito possano mai uscirne). Il disco è la cosa più classica (in senso buono) che ci si possa immaginare, ed è costruito anche con il contributo importante di T-Bone Burnett in sede di produzione, che ha pensato di far reagire un suono tanto raffinato come quello espresso dai musicisti che parteciparono alle registrazioni con un qualcosa di così profondamente arcaico come il vocione di Dixon. I tocchi gentili di dobro da parte dello stesso T-Bone, gli accompagnamenti pizzicati di chitarra elettrica e steel guitar di Cash McCall, il piano del veterano Lafayette Lake, la garbata scansione ritmica del consumato batterista neworleansiano Earl Palmer, il meraviglioso contrabbasso di Red Callender, le deliziose rifiniture d’armonica di Sugar Blue (sto riportandi i nomi direttamente dal retrocopertina del disco che in questo momento tengo tra le mani) danno l’idea di un lavoro di cesello da parte di una cooperativa di ottimi artigiani della musica a favore di un dilagare di umori e di mille sfumature. Un blues venato in lungo e in largo di folk e di tradizione popolare, pacato e sornione, ma che riesce ad evocare buonissime sensazioni all’ascolto. Musica che parla direttamente al cuore e che, una volta incontrata, è quasi impossibile abbandonare.


lunedì 29 novembre 2010

Blues Pearls: Il Reverendo cieco



Saperlo prima; avessi fatto una mia donazione (piccola o grande che fosse) a quest’ora il nome del sottoscritto comparirebbe tra i crediti finali di ''Harlem Street Singer'' il primo film/documentario (che in America dovrebbe uscire proprio  in questi giorni bollenti) dedicato ''to the little-known story of'' Reverend Gary Davis, conosciuto anche come ''Blind'' Gary Davis (30 Aprile 1896 - 5 Maggio 1972), uno dei veri Giganti del blues acustico, ancora troppo poco noto rispetto all’importaza ricoperta e a quelli che sarebbero i suoi meriti effettivi. Davis, che iniziò a suonare la chitarra prestissimo (pare a 6 anni), trascorse molto tempo esibendosi e cantando (regtime, blues e gospel) per strada, ma passarono parecchi anni prima che lo si possa vedere entrare in uno studio di registrazione. Sviluppò un particolarissimo stile finger-picking prodotto unicamente da pollice e indice (corde pizzicate e arpeggiate, suono molto brillante, andamento lento e dolce, atmosfera pacifica e gioiosa) e interpretò soprattutto musica che va dal regtime alle melodie blues, passando per quelle tradizionali e originali delle armonie a quattro voci. A metà degli anni Venti dalla natale Lauren, in South Carolina, si trasferì a Durham, in Carolina del Nord, uno dei centri nevralgici della cultura afroamericana di quel periodo; lì Davis collaborò con molti degli artisti della scena musicale del cosiddetto Piedmont blues, tra cui Blind Boy Fuller e Bull City Red. Era un uomo profondamente religioso (il suo blues spesso sconfina nei puri spiritual e nel gospel), e infatti a trentasette anni, dopo essere diventato cieco, si fece prete e successivamente fù nominato ministro battista. Negli anni Quaranta anche la scena blues di Durhan iniziò a decadere e quindi Davis decise di abbandonare la sua Carolina per trasferirsi a New York, dove si guadagnerà da vivere dando lezioni di chitarra, ma continuando, allo stesso tempo, a suonare e predicare, soprattutto nelle strade di Harlem. Il suo stile caratteristico e l'innato talento come chitarrista influenzarono moltissimi artisti posteriori, da Dylan a Jorma Kaukonen (solo per fare qualche nome), ma soprattutto tutti i suoi alunni degli anni newyorkesi, tra cui Stefan Grossman, Roy Book Binder, Ernie HawkinsWoody Mann (che appare nella crew di produzione di Harlem Street Finger). Come professore sembra che il Reverendo fosse una persona estremamente paziente e comprensiva a cui premeva assicurarsi che gli alunni imparassero e si adattassero alla sua forma unica e peculiare di suonare la chitarra. Il folk revival nelle decadi dei Cinquanta/Sessanta rilanciò la carriera musicale di Davis, che toccò il suo apice di popolarità in un'esibizione al Newport Folk Festival e grazie alla registrazione della canzone "Samson & Delilah" interpretata da Peter Paul & Mary; questa canzone, conosciuta anche come "If I Had My Way" era in realtà un tema di Blind Willie Johnson, ma fu in qualche modo ''popolarizzata'' dallo stesso Davis. Ed è proprio questo brano a dare il titolo a uno dei due dischi che il Giardino vi propone:


''If I Had Way: Early Home Recordings'' (Smithsonian Folkways, 2003) [qui], con registrazioni realizzate nel 1954 dal musicologo John Cohen nella casa del musicista che (fino a quando uscì il cd sette anni fa) erano rimaste praticamente inedite, e tra le quali spuntano anche un paio di gemme come ''There’s Destruction In This Land'' e ''If The Lord Be For You'' con Annie Davis (la moglie di Gary) alla voce; l'altro è invece il bellissimo ''Harlem Street Singer'' (Prestige Bluesville, 1961) [qui] che ha lo stesso titolo del documentario a cui accennavo a inizio post. 


Registrato in tre sole ore dallo stimato ingegnere del suono jazz Rudy Van Gelder (che legherà il suo nome in particolare a quello della Blue Note), il disco alterna i versi di un sessantaquattrenne Davis a uno stile finger-picking fatto di interludi chitarristici, tra temi meno noti e standards gospel-blues che sono meravigliosa espressione della fede dell’uomo, con brani come "I Belong to the Band" o "Lord, I Feel Just like Goin' On", ma anche ''Death Don't Have No Mercy'' (video sotto), che rappresentano e riassumono alla perfezione l’etica del lavoro e della musica di un Reverendo che sarebbe riuscito a trascinare in chiesa anche il sottoscritto.



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domenica 28 novembre 2010

Leggende viventi del blues

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Joe Willie Pinetop Perkins & Willie 'Big Eyes' Smith sono due leggende viventi. Testimoni diretti degli anni bollenti della musica del diavolo, quelli delle prime decadi del secolo scorso a cui appartengono personaggi mitici del calibro di Robert Johnson, Son House, Charlie Patton e altri maestri che misero le basi al blues classico, i due musicisti sono ricordati soprattutto per aver legato i loro nomi alla straordinaria band di Muddy Waters negli anni Sessanta, la stessa a a cui apparteneva anche il magistrale pianista Otis Spann. Pinetop è ora un ragazzo di 96 anni (classe 1913) e 'Big Eyes', un’altro di quasi Ottanta (classe 1936). Avrebbero potuto cantare e suonare l’armonica ma non erano loro le star, non spettava loro, spettava a Muddy, riconosceranno spesso. Queste parole racchiudono tutto il senso delle loro vite (certo non prive di difficoltà ma..), fatte d’amicizia verà, tanta professionalità e soprattutto grande ripetto per una musica che suonano e amano alla follia; lo stesso rispetto che si respira in ''Joined At The Hip'' (Telarc/Egea, 2010) [qui], uno splendido lavoro di classico blues di Chicago che sembra piombare direttamente dalle decadi dei Cinquanta/Sessanta. Alle registrazioni del disco, tredici brani scritti da Willie "Big Eyes" Smith più qualche cover (due di Sonny Boy Williamson, una di Big Bill Broonzy), hanno preso parte anche il sodale B. Stroger, assieme a Kenny Smith (figlio di Willie) nella sezzione ritmica, e i chitarristi F.Krakowsky e J.Primer, a supporto di due veterani in piena azione (voce, armonica e piano), due meravigliosi vecchietti che non solo sanno perfettamente quello che stanno raccontando, ma che sono, loro stessi, parte di quella incredibile storia.
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mercoledì 24 novembre 2010

Il Nuovo Giardino Magnetico presenta ''Blackoscopic!''


SCARICA


SCALETTA

01 - SLY & THE FAMILY STONE - I Want To Take You Higher 
(Da: Stand! - Epic, 1969) [asc.]
02 - RARE EARTH - I'm Losing You (I Know) 
(Da: Ecology - Rare Earth, 1970) [asc]
03 - THE TEMPTATIONS - Papa Was A Rollin' Stone 
(Da: All Directions - Tamla Motown, 1972) [asc]
04 - YUSEF LATEEF - Raymond Winchester 
05 - LOU DONALDSON - If There's a Hell Below 
(Da: Cosmos - Blue Note, 1971) [asc]
 06 - AFRICA - Paint It Black 
(Da: Music From "Lil Brown" - Ode Records, 1968) [asc]
07 - BLACK HEAT - Check It All Out 
(Da: No Time To Burn - Atlantic, 1974) [no asc]
08 - THE ISLEY BROTHERS - Ohio Machine Gun 
 (Da: Givin' It Back - T-Neck Rec, 1971) [no asc]
09 - EDDIE KENDRICKS - My People...Hold On 
(Da: People...Hold On - Tamla Motown, 1972) [asc]
10 - THE UNDISPUTED TRUTH - Ball of Confusion 
(Da: The Undisputed Truth - Tamla Motown, 1971) [asc]

lunedì 22 novembre 2010

Nuvole minacciose dall'Australia


Frowning Clouds

Scusate, ma in che anno siamo? E’ la prima domanda che ci si pone ascoltando ''Listen Closelier'' (Saturno/Off The Hip, 2010), il debutto dei Frowning Clouds, penultima sensazione del garage rithm&bluesero australiano, che già avevano pubblicato un 7’’ nel 2009 e un più recente EP. I cinque adolescenti suonano bene, con forza e determinazione, e i cantanti Zak e Nick riescono a canalizzare tutta la loro furia giovanile in uno sfacciato esercizio di stile e sensualità. I registri, naturalmente molto Sixties (65-66 o giù di lì), rimandano in particolare ai primi Rolling Stones (anche le copertina dei dischi parlano in questo senso) ai Kinks, ai Pretty Things e ai suoni neri del rhythm & blues. Se certamente non si può parlare di originalità, fa comunque piacere constatare come una band così giovane abbia assimilato gli aspetti più genuini di queste influenze. Dischetto molto, ma moooolto godibile. Nostalgici incalliti, siete avvertiti.


domenica 21 novembre 2010

Black Treasures/5 Stars


Oneness Of Juju: African Rhythm (Black Fire, 1975-Strut, 2002)

Gli Oneness Of Juju furono la seconda, straordinaria, incarnazione dell’afro-jazz group Ju Ju (cambieranno nome spesso: dal 1971 al 1974 si chiameranno Ju Ju, dal 1975 al 1981 Onenss Of Juju, dal 1982 al 1988 Plunky & Oneness of Juju e, finalmente, dal 1988 fino ad oggi Plunky & Oneness), che nei primi anni Settanta registrarono un paio di album per la mitica etichetta Strata East (''A Message From Mozambique'' nel 1973 [reperibile qui] e ''Chapter Two: Nia'' nel 1974 [qui]). Il collettivo ruotava attorno alla figura del leader e sassofonista James Plunky Branch. Nato e cresciuto a Richmond (in Virginia) all'interno di una società in cui la divisione razziale era ancora molto forte, Branch si trasferì successivamente a San Francisco dove avvenne l'incontro con l'Africa e il musicista Ndikho Xaba, preambolo della nascita di Ju Ju e della loro straordinaria miscela di improvvisazione, canti tradizionali, energia, ritmo e spiritualità. Attivi soprattutto nell’ambito della scena dei loft newyorkesi, i Juju sono stati spesso paragonati a musicisti come Pharoah Sanders e (forse) anche per questo a un certo punto Branch & company decisero di aprire il nuovo corso come Oneness Of Juju e di incorporare ai suoni afro-jazz della band precedente alcuni nuovi elementi introducendo massicce sonorità rhythm & blues e funk, grazie anche a una formazione aggiornata e allargata a un buon numero di strumentisti, a loro volta coadiuvati da una nutrita sessione di percussionisti di matrice africana e afro-cubana. Il sound della nuova formazione, più affine alle migliori cose degli Ohio Players o dei Kool & The Gang che non a quelle dei loft newyorkesi, è ben documentato da due splendide registrazioni di quegli anni: l’incredibile ''African Rhythms'', (che è anche il lavoro che il Giardino propone) edito dalla Black Fire nel 1975 e ristampato dalla Strut nel 2002, così come ''Space Jungle Luv'' di un anno successivo. Da ricordare che sempre la benemerita etichetta inglese nel 2001 ha licenziato un doppio cd antologico dal titolo ''African Rhythms - Oneness Of Juju 1970-1982'' [lo beccate quì] che ripercorre le varie fasi della musica di Plunky e soci, incentrandosi sul periodo attorno alla metà degli anni '70 (lo stesso a cui risalgono anche i due album appena citati); un travolgente viaggio attraverso i ritmi e l'energia dei loro brani più famosi, ma anche inediti, fino al 1982. Il gruppo continuerà poi il suo personale percorso negli anni successivi introducendo via via all’afro-funk e alla jazz fusion elementi disco, smooth e hip-hop.


Black Treasures/5 Stars



Prima di Sly Stone e di Jimi Hendrix c’erano loro, ma pochi se li ricordano. Quando nel 1966 registrarono il loro classico, ''Time Has Come Today'' (che poi diede anche il titolo al magnifico album del 1967 - che qui potete prelevare nell'edizione ristampata nel 2000 con quattro traccie in più rispetto a quelle dell' lp originale) la Columbia si rifiutò di pubblicarlo. Troppo 'estremo', troppo oltre per l’epoca, con quella miscela di soul, gospel, folk urbano e psichedelica vertiginosa. Mesi dopo l’etichetta si convinse e il pezzo arrivò all’undicesimo posto delle classifiche USA. I Chambers Brothers furono fondamentali. In breve: dal Mississippi si trasferirono a Los Angeles esibendosi in chiesa come artisti gospel; poi il cambio di rotta: l’esordio come folkster, prima acustici e poi elettrici; il concerto al festival di Newport nel 1965 dove furono cacciati dopo aver eseguito proprio ''Time Has Come Today'', ma dove allo stesso tempo si costruirono un seguito inossidabile.

Chambers Brothers: Time Has Come-The Best Of

Poi Dylan li volle alle session di Highway 61 Revisited e fece da tramite per l’ingresso nella band di Brian Keenan (il bianco che spunta nelle foto delle copertine), batterista già con il celebre gruppo britannico Manfred Mann. I Chambers Brothers, che superarono a sinistra il psych-folk di Byrds e Moby Grape, ebbero anche un altro merito: furono molto groovy e molto black. Basta ascoltare la straordinaria raccolta ''Time Has Come: The Best Of Chambers Brothers'' (Columbia, 1996) per rendersi conto. Meraviglie.


venerdì 19 novembre 2010

Black Treasures/5 Stars


La copertina originale di ''Proud Mary'' (1969)

 Già qualche tempo prima della dipartita dell’immenso (in tutti i sensi) Solom Burke, stavo pensando a una serie di post mirati ai tesori della black music e ai grandi personaggi del soul tra cui, ovviamente, sarebbe dovuto rientrare di diritto anche il buon Solomon, ma dopo le sfortunate circostanze e l’inaspettata scomparsa del nostro ''Vescovo'' preferito, l’idea che queste righe potessero assumere i connotati della solita celebrazione di rito (niente di male, ben inteso) mi fecero (provvisoriamente) desistere, e mi limitai a un minimalissimo post di congedo (vedi sopra). Ora ci torno sù, convinto come e più di prima dell’importanza ricoperta da un personaggio la cui voce rimarrà, in assoluto, una delle più belle, rappresentative e importanti della storia di tutta la musica black..

Dovessi ora limitarmi a consigliare solo un disco di questo grande artista (escludendo il celeberrimo ''Don’t Give Up On Me'', uno dei più clamorosi ritorni alla ribalta di sempre), molto probabilmente sarei combattuto tra una fantastica antologia del periodo Atlantic (il doppio cd della Rhino, ''Home In Your Heart: The Best Of Solomon Burke'' potrebbe andare benissimo) [disc1] & [disc2] e lo straordinario ''Proud Mary'', inciso nel 1969 a Muscle Shoals, un album in cui Burke affronta anche alcune cover di grande calibro, permettendo così di pesare ancora meglio la sua statura di interprete.

Copertina della ristampa della Sundazed

''Proud Mary'' è naturalmente il classico dei Creedance e a distanza di più di quarant’anni si comferma una possente miscela soul-country-rock da togliere il fiato. ''These Arms Of Mine'' è un Redding d’annata e Burke ne offre una versione splendida, in perfetto clima ''deep soul'', così come per ''Uptight Good Woman'' (Wilson Pickett non riuscì a fare di meglio). ''That Lucky Old Sun'' è invece un vecchio standard che lui 'strapazza' con bordate canore incredibili. ''What Am I Living For'' viene dal repertorio del grande Chuck Willis e ne riceve un trattamento di alta intensità intimista. Questa era la crema dell’album originale, completata/contornata da altre ciliegine nei bonus rintracciabili in particolare in due delle successive ristampe: quattro quelli di ''The Bishop Rides South'' un vinile che la Charly pubblicò nel 1988, e ben sette quelle di ''Proud Mary: The Bell Sessions'' cd pubblicato dalla Sundazed nel 2000. Tra queste l’eccellente ''I’m Gonna Stay Right Here'', il country-soul ''God Knows I Love You'' e la versione di ''In The Ghetto'' di Elvis. Non potete immaginare la soddisfazione che provo in questo momento nello stringere tra le mani il vinile originale di Prod Mary. Qualche anno addietro lo prelevai in una fiera del disco da una bancarella black-oriented, accoppiandolo, non bastasse, proprio alla ristampa in cd della Sundazed a cui stavo accennando. Credo che il venditore non si rese nemmeno conto (o non lo diede a vedere) che stavo acquistando due volte il medesimo lavoro, pur con la differenza del supporto (e dei bunos a cui accenavo poc’anzi). Io ne ero consapevole, ma volevo assolutamente colmare questa lacuna collezzionistica. Prima di scrivere queste righe ho fatto una piccola ricerca per vedere se il disco sia in qualche modo ''reperibile'' anche in rete, trovando (qui oppure qui) un paio di link da cui poter allegramente prelevare la ristampa della Sundazed. Scomettiamo che la prossima mossa sarà regalarvi il cd originale, magari a Natale?

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giovedì 18 novembre 2010

African Pearls: quì Eritrea appendix


Tsehaytu Beraki: Selam (Terp, 2004-2CD)

''Tsehaytu Beraki è qualcosa di più di una cantante, di una musicista e di una leggenda. Tsehaytu Beraki è cronaca e storia. Nella sua musica ci sono impressi almeno sessant’anni di vita del suo paese, senza considerare la memoria storica, cantati con uno stile prossimo al ‘giornalismo sonoro’…'' 

Un grazie particolare va innanzitutto a Reebee per avermi introdotto al fantastico mondo di Tsehaytu Beraki e a questo bellissimo disco di musica eritrea, pubblicato dall’olandese Terp (la casa discografica gestita dagli Ex) nel 2004. Si, perchè senza il suo consiglio probabilmente avrei ignorato un gioiello come ''Selam'', (e sarebbe stato un vero peccato), per cui, tramite il Giardino, ho pensato di facilitare l'ascolto [disc1] & [disc2], a chiunque abbia voglia di condividere quest'esperienza e magari indurlo a inseguire anche il (doppio) cd originale, corredato da un bel libretto di 36 pagine. Siccome non aggiungerei più di quello che, a suo tempo, era già stato riferito qui (in una bellissima recensione in italiano), mi limiterei solo a sottolineare l'importanza di un ascolto attento, soprattutto in virtù del fatto che l'intensità di ogni singola traccia cresce (e molto) con il passare dei minuti (le canzone sono mediamente abbastanza lunghe). Inutile aggiungere che il disco potrebbe/dovrebbe piacere soprattutto agli amanti delle musiche minimaliste, desertiche e agli ethiopiques-incalliti, per cui se rientrate in queste categorie di ascoltatori, beh,  fate di tutto per non perdervi questo lavoro e godetevi le acidule ricette melodiche, il canto vetroso e l'ipnotico suono del krar di Tsehaytu Beraki.

QUESTO POST E' UNA APPENDICE DI

mercoledì 17 novembre 2010

Per combattere le nebbie


Fresh & Onlys: Play It Stange (In The Red, 2010)

Fresh & Onlys sono una band underground di San Francisco capitanata da John Dwyer. Lo scorso mese di Ottobre il quartetto californiano ha lanciato sul mercato il suo terzo lavoro intitolato ''Play It Stange'' (In the Red 2010). La band si formò solo due anni fa, ma (pronti, via) il 2008 fu anche l'anno di pubblicazione del loro primo omonimo disco, subito ben accolto dalla scena indie californiana, a cui seguirono alcuni sette pollici. Nel 2009 i Fresh & Onlys iniziarono a farsi conoscere anche a livello internazionale, ricoprendo un certo interesse non solo negli Stati Uniti, ma anche nel vecchio continente soprattutto grazie al bellissimo ''Grey-Eyed Girls'' (Woodist, 2009).

Fresh & Onlys: August In My Mind (Captured Tracks, 2010)

Ma è il 2010 l'anno della definitiva consacrazione per la band di John Dwyer con la pubblicazione del meraviglioso EP ''August In My Minde'' (Captured Tracks, 2010) e del nuovissimo ''Play It Stange'' su In The Red: undici tracce di indie-pop-garage, con genuine chitarre rock, spiccate influenze psichedeliche ‘60/’70, richiami al folk-rock americano e reminescenze surf-morriconiane. Un lavoro tanto luminoso quanto oscuro, fatto di contrasti tra atmosfere solari, e appena più offuscate (che invece caratterizzavano maggiormente le prime cose del gruppo), in cui spiccano ottime melodie vocali e dove si respira un aria decisamente florer power. Non so perché (o forse sì), ma a tratti mi ricordano certe cose dei Television Personalities. Ottima band, comunque. Derivata fin che volete, ma da non sottovalutare.

Rimaniamo a San Francisco con i Girls, altra formazione di cui il Giardino si occupò giusto un anno  fa presentando il loro ''Album'' di debutto; irruppe sulla scena indipendente al principio del 2009 e venne poi considerato da molti come uno dei migliori lavori dell’anno in ambito pop-rock.

Girls: Broken Dreams Club (True Panther, 2010)

Le sei tracce del nuovo mini della band Christopher Owens (probabilmente una delle biografie più tormentate della storia del rock dei nostri giorni), intitolato  ''Broken Dream Club'' (True Panther) e uscito ufficialmente un paio di giorni fa, contengono la stessa essenza di pop-retrò dell’esordio, con tutti gli elementi che hanno accompagnato le esperienze musicali della band: lo shoegaze, lo stile vocale di Elvis Costello, il suono lo-fi sfuocato di basso e batteria, quello surf e gli excursus autobiografici sulla California pop degli anni Sessanta. Armonie vocali, accordi compatti e soprattutto sessanta minuti di musica di buonissima fattura pop.


Real Estate: Out Of Tune [7''] (True Panther, 2010)

Dopo aver presentato albums e eps, mancava solo il singolo. Eccolo. Più puntuali non potevano arrivare, infatti,  le due nuove canzoni di Alex Bleeker e compagnia (''Out Of Tune'' e ''Reservoir #3'') ovvero i Real Estate, band di indie rock-pop psichedelico formata nel 2006, di cui avevo molto amato l’omonimo album d’esordio uscito lo scorso anno. I componenti di questa band si dividono tra il New Jersey e Brooklyn, ma nella loro musica nostalgica lasciano da parte il glamour e gli agglomerati di Manhattan preferendo la spensieratezza e la gioia di vivere, senza pretese, ma facendo semplicemente quello che a loro piace con il mare e l’acqua nel cuore.


Il Nuovo Giardino Magnetico presenta: In The Dreamlife U Nedd A Rubbers Soul 1

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SCALETTA
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      01 - Wild Nothing - Summer Holiday                            
2010 - [disco] - [ascolto]
      02 - Avi BuffaloTruth Sets In                                  
2010 - [disco] - [ascolto]
      03 - HoldenSur Le Pav                                      
2006 - [disco] - [ascolto]
      04 - GuardsDont Wake the Dead                      
2010 - [disco] - [ascolto]
      05 - Airfields - Never See You Smile                      
2008 - [disco] - [ascolto]
      06 - The GirlsHellhole Retrace                              
2009 - [disco] - [ascolto]
      07 - Real EstateBeach Comber                                
2009 - [disco] - [ascolto]
      08 - Faris NourallahBlack Bar                                        
2006 - [disco] - [xxxxxx]
      09 - Wild NothingChinatown                                      
2010 - [disco] - [ascolto]
      10 - CleanIn The Dreamlife U Need A ..            
2009 - [disco] - [ascolto]
      11 - The GirlsLust For Life                                  
2009 - [disco] - [ascolto]
      12 - Paintings Of Being Pure At HeartYoung ...                          
2009 - [disco] - [ascolto]
      13 - Warlocks - There Is A Formula To Your..              
2009 - [disco] - [xxxxxx]
      14 - No AgeDepletion                                          
2010 - [disco] - [ascolto]
      
      ''In The Dreamlife U Nedd A Rubbers Soul Vol.1'', Novembre 2010

lunedì 15 novembre 2010

It's Time! Freedom Sound of Spirituals Improvisers


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''E' inutile cercare una spiegazione del ''coloured people'' rompendo all'improvviso con incoerente stravaganza un assurdo silenzio da balbuzienti: come nevrastenici marcivano sotto i nostri tetti, cimitero e fossa comune di tanti patetici guazzabugli; or dunque i Neri che si sono civilizzati con noi (in America o altrove) e che oggi, danzano e gridano, sono putride emanazioni della decomposizione che hanno preso fuoco sopra questo immenso cimitero: in una notte negra, vagamente lunare, assistiamo ad una follia inebriante di fuochi fatui, torbidi e affascinanti, contorti e stridenti come scoppi di riso. Tale definizione eviterà ogni ulteriore diattriba''.


LA SCALETTA


01 - MAX ROACH with J.C. WHITE SINGER: ''The- Motherless Child''
Da: Lift Every Voice And Sing (Atlantic, 1971)


02 - PHAROAH SANDERS: ''Heart Is A Melody Of Time (Hiroko's Song)''


03 - YUSEF LATEEF: ''Back Home''
Da: The Blue Yusef Lateef (Atlantic, 1968)


04 - RASHAAN ROLAND KIRK: ''Spirits Up Above''
Da: Volunteered Slavery (Atlantic, 1969)


05 - MAX ROACH/CHORUS & ORCHESTRA: ''It's Time''
08 - MAX ROACH/CHORUS & ORCHESTRA: ''Lonesome Lover''
Da: It's Time (Impulse!, 1962)


06 - EDDIE GALE: ''The Rain''
Da: Eddie Gale's Ghetto Music (Blue Note, 1968)


07 - PHAROAH SANDERS: ''You've Got To Have Freedom''
Da: Journey To The One (Theresa Rec., 1980)


09 - ARCHIE SHEPP: ''Song for Mozambique/Poem A Sea Of Faces''
Da: A Sea Of Faces (Black Saint, 1975)


10 - CHARLES MINGUS: ''Moves''
Da: Mingus Moves (Atlantic, 1974)


11 - JOE BONNER: ''Soft Breezes''
Da: New Beginnings (Theresa Rec., 1988)


12 - BILLY TAYLOR: ''I Wish I Knew How ...''
Da: I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free (Tower, 1967)

sabato 13 novembre 2010

South African Jazz Diaspora


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LA SCALETTA


01 - N. D. HOTSHOTS - ''U.S.A. Special'' 
Da: African Jazz 'N' Jive (Antologia, Gallo, 2007)


02- THE BLUE NOTES: ''The Blessing Light'' 
Da: Township Bop (Proper, 1964)


03 - WISTON ''MANKUNKU'' NGOZI: ''Yakhal' Inkomo''
Da: Yakhal'Inkomo And Spring (Gallo, 1968)


04 - CHRIS McGREGORS BROTHERHOOD OF BREATH: ''Andromeda''
Da: Chris McGregor's Brotherhood Of Breath (Neon-Rca, 1971)


05 - CHRIS McGREGORS BROTHERHOOD OF BREATH: ''Nick Tete''
Da: Brootherhood (Rca, 1971-72)


06 - DUDU PUKWANA & SPEAR: ''Baloyi ''
Da: In The Township (Caroline, 1973)


07 - ABDULLAH IBRAHIM DUO: ''Ntsikana's Bell''
Da: Good News From Africa (Enja, 1974)


08 - JOHNNY DYANI: ''Magwaza''
Da: Witchdoctor's Son (SteepleChase, 1978)


09 - DEDICATION ORCHESTRA: ''You Ain't Gonna Know Me …''
Da: Spirit Rejoice (Ogun, 1992)


10 - LOUIS MOHOLO OCTET: ''Wedding Hymn''
Da: Spirit Rejoice (Ogun, 1978)

giovedì 11 novembre 2010

Ode a Ibrahim



Nel 1962 a 28 anni, Abdullah Ibrahim se ne andò dalla sua patria natia, il Sud Africa, in volontario esilio. Non sopportava l’asfissiante regime dell’apartheid e tutto ciò che era legato ad esso. Da quel momento la sua vita ha viaggiato di pari passo con la carriera artistica: combattere il regime sudafricano, denunciare le ingiustizie, proporre le bellezze delle tradizioni del suo popolo e della sua terra. Già prima dell’esilio giovanile il giovane Adoph Johannes Brand era rimasto affascinato dalla vitalità delle tradizioni, in particolare musicali, del suo Sud Africa. La madre, pianista in una chiesa della comunità nera, lo introdusse allo studio dello strumento, mettendolo a contatto con gli spirituals e i gospels, che vi si cantavano, di pretta derivazione americana. Vi era poi la musica tradizionale della regione di Città del Capo: un miscuglio di influenze che vanno dalle melodie dei boscimani, a quelle degli esiliati ''Cape Muslims'', abitanti delle Indie costretti a combattere contro i colonizzatori olandesi, fino al Marabi, la forma musicale che si sviluppò nel ghetto di Marabastad alla fine degli anni Quaranta. Il porto della città divenne il luogo dove poter incontrare i marinai in arrivo da tutto il mondo, e perciò anche dagli Stati Uniti; la scoperta del jazz fu conseguente e portò Ibrahim ad approfondirne la conoscenza frequentando la casa di un gangster che possedeva numerosi dischi dei grandi del jazz classico. 

The Jazz Epistles: Jazz In Africa Vol. 1 (Kaz, 1994)

In un clima così favorevole Ibrahim prese lezioni regolari di pianoforte che gli consentirono di ottenere, già negli anni dell’ High School, un primo ingaggio di carattere professionale in una dance band tradizionale, che aveva in repertorio brani di Count Basie, Erskine Hawkins, Joe Liggins. Molto jump, perciò, col quale cominciò a sperimentare la fusione delle forme jazz, con lo swingante ritmo della musica da ballo locale. Fece in seguito altre esperienze sempre con formazioni come quella appena descritta; suonò con alcuni musicisti tradizionali che stavano lavorando su alcune idee di musica di carattere modale; infine fondò i Jazz Epistles con i quali registrò materiale tradizionale, musiche originali e brani jazz di grandi autori come Monk, Ellington, Brown. Partito nel 1962 per Zurigo, venne scoperto da Duke Ellinghton che si innamorò della sua musica e lo portò con sé a Parigi consentendogli di registrare il famoso ''Duke Ellinghton Presents The Dollar Brand Trio'' (WB, 1963).

The Dollard Brand Trio: Duke Ellington Presents... (Warner Bros, 1963)

Nel 1965 Ibrahim si trasferisce a New York dove inizia una carriera costellata da numerose tournée e dischi, ritorni temporanei in patria dove registrerà qualche LP, e soprattutto un costante impegno nei confronti dei diritti civili de delle comunità nere del Sud Africa, che ebbe il suo punto più alto nel 1976, l’anno della rivolta di Soweto, con la partecipazione a manifestazioni organizzate dall’African National Congress. Fu quella la presa di posizione più diretta di Ibrahim contro l’apartheid. Ma il suo impegno è rimasto costante durante tutta la sua carriera ed è ben documentato da una serie di dischi che seguono due filoni, anzi tre: i lavori per piano solo, quelli per formazione allargate e i duetti. A quest'ultima categoria appartiene anche il magnifico ''Good News From Africa'' (Enja, 1974), una delle meraviglie scaturite dal sodalizio artistico tutto sudafricano  tra Abdullah Ibrahim e il contrabassista Johnny Dyani, che qualche anno più tardi darà forse il suo frutto migliore in un'altro capolavoro come ''Echoes From Africa'' (Enja, 1979) già presentato in questo blog.

Dollar Brand Duo: Good News From Africa (Enja, 1974)

L’opera per piano solo è improntata soprattutto alla costruzioni di lunghe suites dove trovano spazio tutte le esperienze formative del giovane Brand (Dollard Brand era il nome che intestava ai suoi dischi soprattutto prima della conversione all’Islam): la percussività tipica delle tribù africane, il gospel e gli spirituals cantati in gioventù nelle chiese della comunità di colore, l’ipnotica ripetitività che dilata i tempi e gli spazi delle composizioni dando loro il sapore, i profumi, le caratteristiche della sua terra. Sono soprattutto forme musicali celebrative dove tutto il vocabolario del pianista è al servizio della costruzione di sapidi bozzetti che ritroviamo sviluppati in forma di composizione compiuta nei dischi registrati con ritmica e fiati; dai lavori con i musicisti Africani, a quelli con molti dei fuoriclasse del jazz afroamericano che gli permetteranno di portare a piena maturazione il lavoro intrapreso nel 1959 con i Jazz Epistles. Alla fine degli anni Settanta ci furono anche le collaborazioni con, tra gli altri, Max Roach (''Stream Of Consciousness'' del 1977, un'altro disco già presentata nel blog) e con il grande Archie Shepp che nel 1979 ha ormai abbandonato in gran parte l’approcio feroce che lo ha reso noto negli anni Sessanta a favore di un suono più rilassato, molto Ben Webster-iano e più incline a un repertorio di standards e blues ballads. Anche in ''Duet'' (Denon) il piano di Ibrahim fornisce alla poetica del sassofonista afroamericano il giusto sfondo, la giusta dose di composta ma ferrea indignazione civile, l’appassionata scintilla emozionale. L’ennesimo contributo di grande bellezza alla cupa e furibonda lotta antirazzista che i tempi impongono, con la spinta antagonista del jazz che in questo caso si esprime attraverso un flusso di dolcezza in cui spira un senso di meditata pacificazione. 

Archie Shepp - Dollard Brand: Duo (1979)

Negli anni Ottanta arriveranno, invece, altri gioielli come ''African Masterplace'' (Elektra, 1980), ''Zimbawe'' (Enja, 1983) [qui], ''Ekaya'' (Ekapa, 1983) [qui], ''Water from Ancient Well'' (Enja, 1985) [qui], ''Blues for a Hip King'' (Kaz, 1989) [qui], alcuni dei capitoli più riusciti di Ibrahim, segnati da un approcio quasi mistico del pianista sudafricano, il quale ha più volte dichiarato l’aiuto trovato nella pratica delle arti marziali e nelle filosofie orientali. Anche tra i lavori delle ultime due decadi molti alti e pochi bassi, tra pastelli ellinghtoniani, mantra modali, scheggie da colonne sonore, sontuosi paesaggi orchestrali, asciutti episodi al piano solo. Ibrahim ha sempre avuto il ritmo nella melodia e il suo jazz va alla madre Africa come un eterno ritorno, con la tastiera del suo pianoforte che non smette mai di raccontare la sua gente, la sua musica piena di ritmi e di colori, leggera ed ondegginte tra il jazz, la tradizione popolare delle sale da ballo sudafricane, e le antiche melodie orientali che ne hanno fatto un artista unico nel panorama internazionale.