giovedì 30 settembre 2010

Live In Dreams

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La musica pop si discerne in due classi di dischi: quelli che richiedono un certo sforzo e non rivelano mai la loro faccia più dolce prima di una certa applicazione all'ascolto e di un' esposizione continua, attenta e paziente, e quelli  che invece (ma questo dipende anche dalle abitudini e dalle leggi di organizzazzione del nostro apparato percettivo) piacciono incondizionatamente, e si appiccicano ai padiglioni sin dal primo contatto. Il disco di debutto degli americani Wild Nothing probabilmente appartiene più alla seconda categoria, e non tanto per essere un prodotto che si possa considerare pop in senso strettissimo, ma piuttosto perchè rientra in territori più consoni a molte (almeno mie) altre esperienze d'ascolto. In altre parole: ''Gemini'' rimane un lavoro di intenzioni revivaliste e forme eminentemente canoniche, uno di quei dischi che anche senza apportare nulla di veramente nuovo o distinto piacciono parecchio, grazie a quell'aria familiare che vi si respira nei timbri, ma soprattutto in virtù delle emozioni che riesce a scatenare nell'ascoltatore. Si inizia subito a sognare con ''Live In Dreams'', con la sua anima escapista e il suo trasporto romantico (''Our lips won't last forever and that's exactly why I'd rather live in dreams and I'd rather die'', recita il ritornello) e senti che nella testa pian pianoo iniziano a vorticare alcuni nomi (Cure, Felt, The Field Mice, The Wake, The Sea Urchins, The Go-Betweens ... ma anche Postcard, Sarah ...) che non ti abbandonano fino all'ultima nota del disco. E' evidente che stiamo percorrendo terreni conosciuti anche se, nella guerra tra il disinteresse per il già visto (meglio sarebbe dire sentito) e la celebrazione della gioia nostalgica, a volte finisce per vincere il secondo dei due fronti, magari grazie a canzoni esuberanti, contagiose e piene di vita come ''Summer Holiday'' (un hit pop che fa mostra di un interessante contrappunto tra la vitalità della chitarra, il ritmo e l'umore pigro con il quale Jack Tatum  snocciola le sue frasi), ''Confirmation'' (una canzone che suona come accecata dalla sua propria luce, tra post-punk e Radio Dept.) ''Gemini'' (una della più Felt-iana del loto, anche se nella ultima  parte evapora e si eleva verso un cielo pop più nebuloso, dreamy e di ascendenza showgaze), ''My Angel Lonely'' (altra caramella pop) e soprattutto ''Chinatown'' (video sotto) una delle perle assolute di questo primo disco dei Wild Nothing, strategicamente posta quasi alla fine per lasciare al palato un retrogusto molto dolce, anche se prestando attenzione al testo si capisce di come in realtà ''Chinatown'' sia una canzone triste, una supplica che nasce dal più profondo disincanto, ma che nonostante tutto si percepisce come espressione di pura gioia, come se fosse un grande sorriso dipinto nel cielo di una esplosione pop. Formidabile paradosso. Un po' più lontante dal centro estetico dell'album sembrano temi come ''Pessimist'', dove loop e sampler congestionano l'atmosfera, ''The Witching Hour'' o le rotondità pop di ''O Lilac'' e ''Composition Book''. Visto in prospettiva ''Gemini'' è un album che esemplifica buona parte delle caratteristiche (buone o meno buone) dell'underground  pop contemporaneo ma che, a prescindere dalle imperfezioni (che comunque ci sono), trova nella spontanietà e nel talento melodico di Tatum le sue armi vincenti. Bello davvero.
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