lunedì 29 novembre 2010

Blues Pearls: Il Reverendo cieco

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Saperlo prima; avessi fatto una mia donazione (piccola o grande che fosse) a quest’ora il nome del sottoscritto comparirebbe tra i crediti finali di ''Harlem Street Singer'' il primo film/documentario (che in America dovrebbe uscire proprio  in questi giorni bollenti) dedicato ''to the little-known story of'' Reverend Gary Davis, conosciuto anche come ''Blind'' Gary Davis (30 Aprile 1896 - 5 Maggio 1972), uno dei veri Giganti del blues acustico, ancora troppo poco noto rispetto all’importaza ricoperta e a quelli che sarebbero i suoi meriti effettivi. Davis, che iniziò a suonare la chitarra prestissimo (pare a 6 anni), trascorse molto tempo esibendosi e cantando (regtime, blues e gospel) per strada, ma passarono parecchi anni prima che lo si possa vedere entrare in uno studio di registrazione. Sviluppò un particolarissimo stile finger-picking prodotto unicamente da pollice e indice (corde pizzicate e arpeggiate, suono molto brillante, andamento lento e dolce, atmosfera pacifica e gioiosa) e interpretò soprattutto musica che va dal regtime alle melodie blues, passando per quelle tradizionali e originali delle armonie a quattro voci. A metà degli anni Venti dalla natale Lauren, in South Carolina, si trasferì a Durham, in Carolina del Nord, uno dei centri nevralgici della cultura afroamericana di quel periodo; lì Davis collaborò con molti degli artisti della scena musicale del cosiddetto Piedmont blues, tra cui Blind Boy Fuller e Bull City Red. Era un uomo profondamente religioso (il suo blues spesso sconfina nei puri spiritual e nel gospel), e infatti a trentasette anni, dopo essere diventato cieco, si fece prete e successivamente fù nominato ministro battista. Negli anni Quaranta anche la scena blues di Durhan iniziò a decadere e quindi Davis decise di abbandonare la sua Carolina per trasferirsi a New York, dove si guadagnerà da vivere dando lezioni di chitarra, ma continuando, allo stesso tempo, a suonare e predicare, soprattutto nelle strade di Harlem. Il suo stile caratteristico e l'innato talento come chitarrista influenzarono moltissimi artisti posteriori, da Dylan a Jorma Kaukonen (solo per fare qualche nome), ma soprattutto tutti i suoi alunni degli anni newyorkesi, tra cui Stefan Grossman, Roy Book Binder, Ernie HawkinsWoody Mann (che appare nella crew di produzione di Harlem Street Finger). Come professore sembra che il Reverendo fosse una persona estremamente paziente e comprensiva a cui premeva assicurarsi che gli alunni imparassero e si adattassero alla sua forma unica e peculiare di suonare la chitarra. Il folk revival nelle decadi dei Cinquanta/Sessanta rilanciò la carriera musicale di Davis, che toccò il suo apice di popolarità in un'esibizione al Newport Folk Festival e grazie alla registrazione della canzone "Samson & Delilah" interpretata da Peter Paul & Mary; questa canzone, conosciuta anche come "If I Had My Way" era in realtà un tema di Blind Willie Johnson, ma fu in qualche modo ''popolarizzata'' dallo stesso Davis. Ed è proprio questo brano a dare il titolo a uno dei due dischi che il Giardino vi propone:
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''If I Had Way: Early Home Recordings'' (Smithsonian Folkways, 2003) [qui], con registrazioni realizzate nel 1954 dal musicologo John Cohen nella casa del musicista che (fino a quando uscì il cd sette anni fa) erano rimaste praticamente inedite, e tra le quali spuntano anche un paio di gemme come ''There’s Destruction In This Land'' e ''If The Lord Be For You'' con Annie Davis (la moglie di Gary) alla voce; l'altro è invece il bellissimo ''Harlem Street Singer'' (Prestige Bluesville, 1961) [qui] che ha lo stesso titolo del documentario a cui accennavo a inizio post. 
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Registrato in tre sole ore dallo stimato ingegnere del suono jazz Rudy Van Gelder (che legherà il suo nome in particolare a quello della Blue Note), il disco alterna i versi di un sessantaquattrenne Davis a uno stile finger-picking fatto di interludi chitarristici, tra temi meno noti e standards gospel-blues che sono meravigliosa espressione della fede dell’uomo, con brani come "I Belong to the Band" o "Lord, I Feel Just like Goin' On", ma anche ''Death Don't Have No Mercy'' (video sotto), che rappresentano e riassumono alla perfezione l’etica del lavoro e della musica di un Reverendo che sarebbe riuscito a trascinare in chiesa anche il sottoscritto.
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