giovedì 11 novembre 2010

Ode a Ibrahim

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Nel 1962 a 28 anni, Abdullah Ibrahim se ne andò dalla sua patria natia, il Sud Africa, in volontario esilio. Non sopportava l’asfissiante regime dell’apartheid e tutto ciò che era legato ad esso. Da quel momento la sua vita ha viaggiato di pari passo con la carriera artistica: combattere il regime sudafricano, denunciare le ingiustizie, proporre le bellezze delle tradizioni del suo popolo e della sua terra. Già prima dell’esilio giovanile il giovane Adoph Johannes Brand era rimasto affascinato dalla vitalità delle tradizioni, in particolare musicali, del suo Sud Africa. La madre, pianista in una chiesa della comunità nera, lo introdusse allo studio dello strumento, mettendolo a contatto con gli spirituals e i gospels, che vi si cantavano, di pretta derivazione americana. Vi era poi la musica tradizionale della regione di Città del Capo: un miscuglio di influenze che vanno dalle melodie dei boscimani, a quelle degli esiliati ''Cape Muslims'', abitanti delle Indie costretti a combattere contro i colonizzatori olandesi, fino al Marabi, la forma musicale che si sviluppò nel ghetto di Marabastad alla fine degli anni Quaranta. Il porto della città divenne il luogo dove poter incontrare i marinai in arrivo da tutto il mondo, e perciò anche dagli Stati Uniti; la scoperta del jazz fu conseguente e portò Ibrahim ad approfondirne la conoscenza frequentando la casa di un gangster che possedeva numerosi dischi dei grandi del jazz classico. 
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The Jazz Epistles: Jazz In Africa Vol. 1 (Kaz, 1994)
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In un clima così favorevole Ibrahim prese lezioni regolari di pianoforte che gli consentirono di ottenere, già negli anni dell’ High School, un primo ingaggio di carattere professionale in una dance band tradizionale, che aveva in repertorio brani di Count Basie, Erskine Hawkins, Joe Liggins. Molto jump, perciò, col quale cominciò a sperimentare la fusione delle forme jazz, con lo swingante ritmo della musica da ballo locale. Fece in seguito altre esperienze sempre con formazioni come quella appena descritta; suonò con alcuni musicisti tradizionali che stavano lavorando su alcune idee di musica di carattere modale; infine fondò i Jazz Epistles con i quali registrò materiale tradizionale, musiche originali e brani jazz di grandi autori come Monk, Ellington, Brown. Partito nel 1962 per Zurigo, venne scoperto da Duke Ellinghton che si innamorò della sua musica e lo portò con sé a Parigi consentendogli di registrare il famoso ''Duke Ellinghton Presents The Dollar Brand Trio'' (WB, 1963).
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The Dollard Brand Trio: Duke Ellington Presents... (Warner Bros, 1963)
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Nel 1965 Ibrahim si trasferisce a New York dove inizia una carriera costellata da numerose tournée e dischi, ritorni temporanei in patria dove registrerà qualche LP, e soprattutto un costante impegno nei confronti dei diritti civili de delle comunità nere del Sud Africa, che ebbe il suo punto più alto nel 1976, l’anno della rivolta di Soweto, con la partecipazione a manifestazioni organizzate dall’African National Congress. Fu quella la presa di posizione più diretta di Ibrahim contro l’apartheid. Ma il suo impegno è rimasto costante durante tutta la sua carriera ed è ben documentato da una serie di dischi che seguono due filoni, anzi tre: i lavori per piano solo, quelli per formazione allargate e i duetti. A quest'ultima categoria appartiene anche il magnifico ''Good News From Africa'' (Enja, 1974), una delle meraviglie scaturite dal sodalizio artistico tutto sudafricano  tra Abdullah Ibrahim e il contrabassista Johnny Dyani, che qualche anno più tardi darà forse il suo frutto migliore in un'altro capolavoro come ''Echoes From Africa'' (Enja, 1979) già presentato in questo blog.
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Dollar Brand Duo: Good News From Africa (Enja, 1974)
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L’opera per piano solo è improntata soprattutto alla costruzioni di lunghe suites dove trovano spazio tutte le esperienze formative del giovane Brand (Dollard Brand era il nome che intestava ai suoi dischi soprattutto prima della conversione all’Islam): la percussività tipica delle tribù africane, il gospel e gli spirituals cantati in gioventù nelle chiese della comunità di colore, l’ipnotica ripetitività che dilata i tempi e gli spazi delle composizioni dando loro il sapore, i profumi, le caratteristiche della sua terra. Sono soprattutto forme musicali celebrative dove tutto il vocabolario del pianista è al servizio della costruzione di sapidi bozzetti che ritroviamo sviluppati in forma di composizione compiuta nei dischi registrati con ritmica e fiati; dai lavori con i musicisti Africani, a quelli con molti dei fuoriclasse del jazz afroamericano che gli permetteranno di portare a piena maturazione il lavoro intrapreso nel 1959 con i Jazz Epistles. Alla fine degli anni Settanta ci furono anche le collaborazioni con, tra gli altri, Max Roach (''Stream Of Consciousness'' del 1977, un'altro disco già presentata nel blog) e con il grande Archie Shepp che nel 1979 ha ormai abbandonato in gran parte l’approcio feroce che lo ha reso noto negli anni Sessanta a favore di un suono più rilassato, molto Ben Webster-iano e più incline a un repertorio di standards e blues ballads. Anche in ''Duet'' (Denon) il piano di Ibrahim fornisce alla poetica del sassofonista afroamericano il giusto sfondo, la giusta dose di composta ma ferrea indignazione civile, l’appassionata scintilla emozionale. L’ennesimo contributo di grande bellezza alla cupa e furibonda lotta antirazzista che i tempi impongono, con la spinta antagonista del jazz che in questo caso si esprime attraverso un flusso di dolcezza in cui spira un senso di meditata pacificazione. 
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Archie Shepp - Dollard Brand: Duo (1979)
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Negli anni Ottanta arriveranno, invece, altri gioielli come ''African Masterplace'' (Elektra, 1980), ''Zimbawe'' (Enja, 1983) [qui], ''Ekaya'' (Ekapa, 1983) [qui], ''Water from Ancient Well'' (Enja, 1985) [qui], ''Blues for a Hip King'' (Kaz, 1989) [qui], alcuni dei capitoli più riusciti di Ibrahim, segnati da un approcio quasi mistico del pianista sudafricano, il quale ha più volte dichiarato l’aiuto trovato nella pratica delle arti marziali e nelle filosofie orientali. Anche tra i lavori delle ultime due decadi molti alti e pochi bassi, tra pastelli ellinghtoniani, mantra modali, scheggie da colonne sonore, sontuosi paesaggi orchestrali, asciutti episodi al piano solo. Ibrahim ha sempre avuto il ritmo nella melodia e il suo jazz va alla madre Africa come un eterno ritorno, con la tastiera del suo pianoforte che non smette mai di raccontare la sua gente, la sua musica piena di ritmi e di colori, leggera ed ondegginte tra il jazz, la tradizione popolare delle sale da ballo sudafricane, e le antiche melodie orientali che ne hanno fatto un artista unico nel panorama internazionale.
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4 commenti:

  1. Colgo al volo i nuovi suggerimenti perchè ho adorato il (da te consigliato) Echoes from Africa...musica che non si saprebbe come definire se non *sublime* :)

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  2. Ti unisci all'ode, quindi. Fa piacere.
    Salutoni.

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  3. c'è da perdersi nel ringraziarti....

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  4. Ringraziate loro, questi musicisti che ci rendono tutto più bello

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