lunedì 1 aprile 2013

Millie's Moods

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Dopo le importanti recenti operazioni discografiche rivolte a due giganti della musica afroamericana a tuttotondo come Gli Scott-Heron e Leon Thomas gli appassionati di black music possono continuare a fregarsi le mani con  ''The Moods Of Millie Jackson'', raccolta retrospettiva che la Kent ha dedicato a una figura tra le più singolari della storia e del panorama musicale afroamericano degli anni Settanta, Millie Jackson. Cresciuta a stretto contatto con il gospel, la musica religiosa dei neri d' America da cui ha ereditato profondità e spiritualità, più che il contenuto squisitamente religioso, Millie passò in breve tempo dagli scranni delle chiese battiste, dove i nonni erano soliti accompagnarla dopo la precoce scomparsa della madre, a importante personaggio femminile di quel sexy soul che maliziosamente si spinse oltre i limiti della censura. Originaria della Georgia (Thompson, 15 Luglio 1944) a quattordici anni la giovanissima Millie fugge di casa per raggiungere il padre a Newark dove qualche tempo dopo riesce a trovare lavoro come modella prima di trasferirsi a New York ed essere casualmente notata  da un talent scout durante l'esibizione di alcuni amici che l'avevano invitata a salire con loro sul palco. E' l'inizio, assai poco ufficiale, della sua nuova carriera. E pazienza per un primo 45 giri di scarso successo commerciale. La giovane è dotata di grande determinazione e con il suo bagaglio soul dai veraci accenni gospel, influenzato soprattutto dal grande modello di Otis Redding, inizia ad esibirsi con successo in numerosi locali, fino ad ottenere un nuovo contratto, questa volta con l'etichetta Spring che un anno più tardi frutta lo splendido esordio omonimo (1972), in cui Millie incornicia performances di essenziale potenza drammatica con una voce seducente e grintosa e arrangiamenti di soul sinfonico e orchestrale. Si va dagli scenari di solitudine sentimentale di ''I Just Can't Stand It'', all'incandescente catalogo di peccati, crudeltà e ipocrisie della splendida ''A Child of God (It's Hard to Believe)'', piccolo capolavoro che reca la firma della cantante e che inizia a delineare  il suo carisma e talento di raconteuse e proto-rapper. Ma il passo decisivo sarà quello delll'anno successivo, con l'ottimo successo di ''It Hurts So Good'' (1973), uno dei titoli portanti della colonna sonora blaxploitation di Cleopatra Jones, che impone la Jackson come ''miglior cantante R&B'' dell'anno (alla pari con Aretha Franklin), al punto da spingere l'artista afroamericana a convincere i boss della Spring a farle incidere un concept sul tema dell'adulterio, una particolarissima ''soap opera'' su vinile che traccierà indelebilmente il suo cammino professionale negli anni a venire. Caugh Up (Spring, 1974) coglie nel segno, amalgamando soul, pop e rap, stile di cui la Jackson è fra le grandi progenitrici (insieme ad artisti come James Brown, Laura Lee, Joe Tex e Isaac Hayes), con tocchi orchestrali adatti alle esigenze commerciali dell'epoca. L'abile produttore di questo risultato è Brad Shapiro, lo stesso che a più riprese lavorò anche con Wilson Pickett e che rimarrà con la Jackson per diversi anni, utilizzando anche molti dei prestigiosi strumentisti di Muscle Shoals. Sulla base di un'analisi drammatica di adulterio e una voce seducente quanto minacciosa, la cantante mescola colpi di rabbia a sussurri erotici ''giocando'' il ruolo della moglie sul primo lato, e dell' amante nella side B. I brani offrono lunghi parlati (come nell'articolata rilettura della classica ballad sudista dell'adulterio, ''If Loving You Is Wrong I Don't Want to Be Right'', video sotto) che sfociano in esplosioni orchestrali in un continuo contrasto dolce-amaro, in cui Millie affronta i pro e i contro di una relazione con un uomo sposato e la figura di un mini-dramma di moglie. La saga riprende e continua con ottimi risultati artistici anche nel successivo Still Caugh Up (Spring, 1975), sempre all'insegna della potenza drammatica che aveva caraterizzato il suo predecessore, ma questa volta con il triangolo amoroso allo scoperto e dove alla fine la figura incarnata dalla voce di Millie viene portata via con una camicia di forza. Nei lavori successivi i testi della Jackson si fanno via via sempre più espliciti, adirittura quasi osceni. Sebbene la cantante sia poi tornata ad album più convenzionali (anche se meno efficaci), i lunghi rap e le provocazioni divennero il centro dei suoi spettacoli e poco a poco questa formula (indebolita anche da stucchevoli arrangiamenti) iniziò a mostrare la corda, cadendo in parte nell'auto-parodia, e i monologhi, come ammetterà la stessa, finirono col divenire una trappola, impedendo alla cantante di esprimere appieno le sue potenzialità di interprete. La nuova antologia della Kent (può essere recuperata quì), al contrario, si segnala per la qualità da urlo della scaletta, una ventina di splendide ballads recuperate in ordine sparso e uscite dall' autorevole penna di autori del calibro di Sam Dees, Phillip Mitchell, Banks & Hampton, Bobby Womack, Allen Toussaint, ma anche da quella della stessa cantante afroamericana. Un occasione da non perdere non solo per quanti conoscono ed apprezzano l'artista, ma anche per chi voglia accostarsi per la prima volta alla voce incredibilmente potente ed espressiva di una delle più grandi interpreti della storia del R&B e della soul music degli anni Settanta.
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