Visualizzazione post con etichetta Blues Pearls. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Blues Pearls. Mostra tutti i post

martedì 30 novembre 2010

Io sono il Blues


Willie Dixon

Il suo disco più famoso è ''I’m The Blues'', come pure la rubrica che ha curato regolarmente per anni sulla prestigiosa rivista Living Blues. Segno di un ego grandissimo, potrebbe pensare qualcuno, invece no: perché Willie Dixon può fregiarsi di quel titolo senza paura. Di quello e di altri ancora. Onori che si è conquistato sul campo come bassista e autore tra i più prolifici che il blues ricordi, dotato di una rara sensibilità poetica, ora come produttore, arrangiatore, maestro di bottega per intere generazioni di musicisti neri, straordinaria figura di catalizzatore tra blues e rock, e quindi punto di riferimento per molti degli eroi che albergano nei nostri cuori. La lista degli artisti che hanno interpretato le sue composizioni è lunghissima: da Elvis Presley a Chuck Berry, da Bo Diddley a Mose Allison, dai Rolling Stones agli Yardbirds, dai Led Zeppelin ai Creem, Doors, Allman Brothers, Fleetwood Mac, Grateful Dead, Mike Bloomfield, Paul Butterfield, Eric Clapton, Steve Winwood, Van Morrison, Dr. Johhn, John Mayall, Johnny Winter, persino eroi del soul come Sam Cooke ed Otis Redding hanno attinto al suo repertorio, per non parlare di altri grandi bluesman come Muddy Waters, Howlin Wolf, Little Walter, Lowell Fulsom ecc. ecc. Un grande personaggio quello che nasce a Vicksburg, Mississippi, il 1° Luglio 1915. La famiglia è poverissima e la vita ricca solo di stenti. Ma la fantasia è accesa da una grande passione per la poesia, ed il rapporto con la musica mediato dagli spirituals e dal gospel. Verso la metà degli anni Trenta Dixon lascia il Delta (pare a causa di numerose grane accumulate con la legge) per Chicago, dove svolge infiniti umili mestieri e dove inizia a tirare di boxe. Sarà Leonard ''Bobby Doo'' Caston ad avvicinarlo al mondo della musica. Lo strumento su cui imparerà è un rudimentale bidone di latta dentro il cuale veniva infilato il bastone che teneva la corda. Le prime apparizioni pubbliche risalgono alla prima metà dei Quaranta, E’ con i Five Breezers, [ascolta] una formazione da night. Pochissime le testimonianze di quel periodo, edite originariamente su qualche 78 giri della Bluebird. Nel ’45 è con i Four Jumps Of Fire: un blues da intrattenimento il loro, che verrà messo su disco dalla Mercury.


L’esperienza più importante di quegli anni è invece quella con il Big Three Trio, un misto di jump e blues molto diverso da quello che faceva con i gruppi appena citati. A quel periodo risale il suo primo best seller: ''Signifyinf Monkey'' su Bullet Records, che sarà rifatto più tardi anche da Cab Calloway. Questa ed altre canzoni (in una qualità sonora migliore rispetto a quella del video proposto) si possono ascoltare in ''Willie Dixon/Big 3 Trio'', una compilation licenziata dalla Sony nel 1990 [recuperabile qui]. Suonava ancora in quella formazione quando conobbe Muddy Waters. I Cinquanta bussavano alla porta ed il blues chiedeva di cambiare. Una intuizione che fu anche dei fratelli Chess che lo vollero presso di loro come factotum. Il primo brano che produsse fu ''Black Angel Blues'' per Robert Nighthawk, cui ne seguirono altri per Chuck Berry, Bo Diddley, Muddy Waters, Little Waters, Hohlin Wolf e per tutta la schiera dei bluesman di Chicago. Sul finire dei Cinquanta fiuta il blues revival: si unisce a Memphis Slim e si esibisce davanti al pubblico bianco del Village Gate e a quello del Folk Festival di Newport.


Nel 1959 firma il suo primo trentatré giri assieme al citato Memphis Slim, lo stupendo ''Willie’s Blues'' (Bluesville) [qui], il cui accompagnamento è affidato ad un gruppetto di musicisti neworkesi. Nel 1960 registra, senpre in duo con Smith una serie di brani che saranno pubblicati su ''The Blues Every Wich Way'' (Verve) e la collaborazione con il grande pianista sfocerà un paio di anni dopo nei bellissimi dischi per la Smitsonian Folkways: ''At Village Gate'' (con la partecipazione di Pete Seeger) e ''Songs of Memphis Slim & Willie Dixon''. Nello stesso anno (il 1962) la ditta Dixon & Slim è in prima fila a sostenere l’American Folk Blues Festival, ovvero la carovana itinerante che porta la musica e la cultura afroamericana sul vecchio continente e a Parigi registrano ''Memphis Slim & Willie Dixon Aux Trois Mailletz''. Ma la vulcanica personalità di Dixon non si esaurisce certo nelle incisioni: è direttore artistico e produttore (alla Spivey Records), incoraggia ''giovani'' artisti (tra cui Otis Rush), fonda e dirige etichette: la Blues Factory, che nelle sue intenzioni doveva diventare una sorta di università del blues. Nel 1967 costituisce la Chicago Blues All Stars, una formazione in continuo mutamento (nelle sue fila c’è passata praticamente la crema del blues di Chicago) che lo accompagnerà per quasi vent’anni.


Lungo i Settanta vedranno la luce i suoi album più famosi: l’ottimo ''I’m The Blues'' (Columbia, 1970) [qui] a cui accennavo a inizio post, ''Loaded With The Blues'' (Basf, 1972), ''Catalyst'' (Ovation, 1973) [qui], ''Peace'' (Yambo, 1974), ''What Appened To My Blues'' (Ovation, 1976) ed altri. Intanto la sua salute inzia a peggiorare a causa di un persistente diabete che, nel 1977, lo costringe all’amputazione di una gamba, ma Willie non viene fiaccato nello spirito tanto che anche la nuova decade sarà foriera di novità: l’album ''Mighty Earthquake and Hurricane'' (Pausa Records, 1984), ''Backstage Acces'' (Pausa Records, 1985). La prima metà degli anni Ottanta è anche caratterizzata da altri avvenimenti: nell’81 partecipa per la prima volta nella sua carriera ad un tour con Muddy Waters, si concede in alcune esibizioni con Johnny Winter, Eric Clapton, Greg Allman e partecipa ad uno spettacolo televisivo con i Blasters, con i quali registra anche alcuni brani. 


Dixon muore di infarto nel 1992 e viene sepolto ad Alsip, nell'Illinois, non prima però di lasciarci un ultimo capolavoro (almeno per me, visto che si tratta del mio preferito tra gli ascolti della sua discografia) intitolato ''Hidden Charms'' (BUG-Capitol, 1988) [qui]. Sono molto affezionato a questo lavoro e non ho mai smesso di ascoltarlo negli anni. Il mio fratellone fece il primo passo acquistando il vinile. Qualche anno dopo lo imitai, questa volta con il cd, e da qualche settimana i files dei brani sono andati a colmare anche i pochi MG disponibili nel mio I-Pod (e dubito possano mai uscirne). Il disco è la cosa più classica (in senso buono) che ci si possa immaginare, ed è costruito anche con il contributo importante di T-Bone Burnett in sede di produzione, che ha pensato di far reagire un suono tanto raffinato come quello espresso dai musicisti che parteciparono alle registrazioni con un qualcosa di così profondamente arcaico come il vocione di Dixon. I tocchi gentili di dobro da parte dello stesso T-Bone, gli accompagnamenti pizzicati di chitarra elettrica e steel guitar di Cash McCall, il piano del veterano Lafayette Lake, la garbata scansione ritmica del consumato batterista neworleansiano Earl Palmer, il meraviglioso contrabbasso di Red Callender, le deliziose rifiniture d’armonica di Sugar Blue (sto riportandi i nomi direttamente dal retrocopertina del disco che in questo momento tengo tra le mani) danno l’idea di un lavoro di cesello da parte di una cooperativa di ottimi artigiani della musica a favore di un dilagare di umori e di mille sfumature. Un blues venato in lungo e in largo di folk e di tradizione popolare, pacato e sornione, ma che riesce ad evocare buonissime sensazioni all’ascolto. Musica che parla direttamente al cuore e che, una volta incontrata, è quasi impossibile abbandonare.


lunedì 29 novembre 2010

Blues Pearls: Il Reverendo cieco



Saperlo prima; avessi fatto una mia donazione (piccola o grande che fosse) a quest’ora il nome del sottoscritto comparirebbe tra i crediti finali di ''Harlem Street Singer'' il primo film/documentario (che in America dovrebbe uscire proprio  in questi giorni bollenti) dedicato ''to the little-known story of'' Reverend Gary Davis, conosciuto anche come ''Blind'' Gary Davis (30 Aprile 1896 - 5 Maggio 1972), uno dei veri Giganti del blues acustico, ancora troppo poco noto rispetto all’importaza ricoperta e a quelli che sarebbero i suoi meriti effettivi. Davis, che iniziò a suonare la chitarra prestissimo (pare a 6 anni), trascorse molto tempo esibendosi e cantando (regtime, blues e gospel) per strada, ma passarono parecchi anni prima che lo si possa vedere entrare in uno studio di registrazione. Sviluppò un particolarissimo stile finger-picking prodotto unicamente da pollice e indice (corde pizzicate e arpeggiate, suono molto brillante, andamento lento e dolce, atmosfera pacifica e gioiosa) e interpretò soprattutto musica che va dal regtime alle melodie blues, passando per quelle tradizionali e originali delle armonie a quattro voci. A metà degli anni Venti dalla natale Lauren, in South Carolina, si trasferì a Durham, in Carolina del Nord, uno dei centri nevralgici della cultura afroamericana di quel periodo; lì Davis collaborò con molti degli artisti della scena musicale del cosiddetto Piedmont blues, tra cui Blind Boy Fuller e Bull City Red. Era un uomo profondamente religioso (il suo blues spesso sconfina nei puri spiritual e nel gospel), e infatti a trentasette anni, dopo essere diventato cieco, si fece prete e successivamente fù nominato ministro battista. Negli anni Quaranta anche la scena blues di Durhan iniziò a decadere e quindi Davis decise di abbandonare la sua Carolina per trasferirsi a New York, dove si guadagnerà da vivere dando lezioni di chitarra, ma continuando, allo stesso tempo, a suonare e predicare, soprattutto nelle strade di Harlem. Il suo stile caratteristico e l'innato talento come chitarrista influenzarono moltissimi artisti posteriori, da Dylan a Jorma Kaukonen (solo per fare qualche nome), ma soprattutto tutti i suoi alunni degli anni newyorkesi, tra cui Stefan Grossman, Roy Book Binder, Ernie HawkinsWoody Mann (che appare nella crew di produzione di Harlem Street Finger). Come professore sembra che il Reverendo fosse una persona estremamente paziente e comprensiva a cui premeva assicurarsi che gli alunni imparassero e si adattassero alla sua forma unica e peculiare di suonare la chitarra. Il folk revival nelle decadi dei Cinquanta/Sessanta rilanciò la carriera musicale di Davis, che toccò il suo apice di popolarità in un'esibizione al Newport Folk Festival e grazie alla registrazione della canzone "Samson & Delilah" interpretata da Peter Paul & Mary; questa canzone, conosciuta anche come "If I Had My Way" era in realtà un tema di Blind Willie Johnson, ma fu in qualche modo ''popolarizzata'' dallo stesso Davis. Ed è proprio questo brano a dare il titolo a uno dei due dischi che il Giardino vi propone:


''If I Had Way: Early Home Recordings'' (Smithsonian Folkways, 2003) [qui], con registrazioni realizzate nel 1954 dal musicologo John Cohen nella casa del musicista che (fino a quando uscì il cd sette anni fa) erano rimaste praticamente inedite, e tra le quali spuntano anche un paio di gemme come ''There’s Destruction In This Land'' e ''If The Lord Be For You'' con Annie Davis (la moglie di Gary) alla voce; l'altro è invece il bellissimo ''Harlem Street Singer'' (Prestige Bluesville, 1961) [qui] che ha lo stesso titolo del documentario a cui accennavo a inizio post. 


Registrato in tre sole ore dallo stimato ingegnere del suono jazz Rudy Van Gelder (che legherà il suo nome in particolare a quello della Blue Note), il disco alterna i versi di un sessantaquattrenne Davis a uno stile finger-picking fatto di interludi chitarristici, tra temi meno noti e standards gospel-blues che sono meravigliosa espressione della fede dell’uomo, con brani come "I Belong to the Band" o "Lord, I Feel Just like Goin' On", ma anche ''Death Don't Have No Mercy'' (video sotto), che rappresentano e riassumono alla perfezione l’etica del lavoro e della musica di un Reverendo che sarebbe riuscito a trascinare in chiesa anche il sottoscritto.



.