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lunedì 22 dicembre 2014

Il Nuovo Giardino Magnetico Presenta: It Must Be Love




Tracklist

01 - MAVIS STAPLES - I Belong to the Band - Hallelujah - Da (Anti, 2010)
02 - HOLMES BROTHERS - Stayed At The Party - Da (Alligator, 2013)
03 - DR JOHN - What A Wonderful World - Da (Concord-Proper, 2014)
04 - DR JOHN - Wrap Your Troubles in Dreams - Da (Concord-Proper, 2014)
05 - ISAAC FREEMAN & BLUEBLOODS - Beautiful Stars - Da (Lost Highway, 2002)
06 - MAVIS STAPLES - Losing You - Da (Anti Recordings, 2010)
07 - HOLMES BROTHERS - Amazing Grace - Da (Alligator Records, 2013)
08 - BLIND BOYS OF ALABAMA & TAJ MAHAL - Merry Christmas To You - Da (Masterworks, 2014)
09 - THE McCRARY SISTERS - Hello Jesus - Da (Baby Records, 2013)
10 - ANTHONY HAMILTON - Away In A Manger (feat. ZZ Ward) - Da (RCA, 2014)
11 - MAVIS STAPLES - Creep Along Moses - Da (Anti Recordings, 2010)
12 - NAOMI SHELTON & THE GOSPEL QUEENS - I Don't Know - Da (Daptone, 2014)
13 - SWEET INSPIRATIONS - I've Been Loving You Too Long - Da (1967; Atlantic, 2014)
14 - BROTHERS & SISTERS - The Times They Are A-Changing - Da (1969; Light In The Attic , 2014)
15 - DR JOHN - Nobody Knows the Trouble I've Seen - Da (Concord-Proper, 2014)
16 - IRMA THOMAS - Same Old Blues - Da (Rounder Records, 2008)
17 - BLIND BOYS OF ALABAMA - My God Is Real - Da (Masterworks, 2013)
18 - BLIND BOYS OF ALABAMA - Jubilee ( F. Patty Griffin) - Da (Masterworks, 2013)
19 - RUTHIE FOSTER - Outlaw - Da (Blue Corn Music, 2014)
20 - MAVIS STAPLES - Far Celestial Shores - Da (Anti Recordings, 2013)
21 - NAOMI SHELTON & THE GOSPEL QUEENS - One Day - Da (Daptone, 2014)


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venerdì 31 ottobre 2014

Il Nuovo Giardino Magnetico presenta: Boogie De La Muerte

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BOOGIE DE LA MUERTE TRACKLIST

01 - GUADALUPE PLATA: Gatito - Da (Sociedad Fonográfica Subterranea,2011)
02 - JOHN SCHOOLEY & HIS ONE MAN BAND: Chicago Breakdown - Da (Voodoo Rhythm, 2006)
03 - THE JUKE JOINT PIMPS: Boogie The Church Down - Da (Voodoo Rhythm, 2011)
04 - DELANEY DAVIDSON: Windy City - Da (Voodoo Rhythm, 2011)
05 - DADDY LONG LEGS: Comin' After Me - Da (Norton Records, 2012)
06 - GUADALUPE PLATA: El Blues Es Mi Amigo - Da (Everlasting Records, 2013)
07 - SON OF DAVE: She Just Danced All Night - Da (Kartel Creative, 2010)
08 - EXPERIMENTAL TROPIC BLUES BAND: Worm Wolf - Da (Excelsior Recordings, 2011)
09 - GREYHOUNDS: Amazing - Da (Ardent Music, 2014)
10 - NORTH MISSISSIPPI ALLSTARS: World Boogie Is Coming - Da (Songs Of The South Rec, 2013)
11 - GUADALUPE PLATA: Boogie De La Muerte - Da (Sociedad Fonográfica Subterranea,2011)
12 - IL PAN DEL DIAVOLO: Lux Interior - Da (La Tempesta Dischi, 2010)
13 - VENEZIA: Cenere E Fumo - Da (800a Records, 2012)
14 - THE JUKE JOINT PIMPS: Blues Power - Da (Voodoo Rhythm, 2011)
15 - BOB LOG III: My Shit Is Perfect - Da (Voodoo Rhythm-Birdman Records, 2009)
16 - DELANEY DAVIDSON: Another Man's Eyes - Da (Voodoo Rhythm, 2011)
17 - MIRACULOUS MULE: Dangerous Blues - Da (Bronzerat, 2013)
18 - MIRACULOUS MULE: Evil On My Mind - Da (Bronzerat, 2013)
19 - VENEZIA: Whiskey Harp, Pt. 1 - Da (800a Records, 2012)
20 - THE JUKE JOINT PIMPS: Constipated Blues - Da (Voodoo Rhythm, 2008)
21 - DADDY LONG LEGS: Death Train Blues - Da (Norton Records, 2012)
22 - JOHN SCHOOLEY & HIS O.M.B.: Black Diamond Express Train To Hell (Part 1) - Da (Voodoo R., 2006)
23 - WALTER DANIELS & GUADALUPE PLATA: Married Woman - Da (Not On Label, 2012)
24 - GUADALUPE PLATA: Milana - Da (Everlasting Records, 2013)
25 - IL PAN DEL DIAVOLO: Piombo Polvere E Carbone - Da (La Tempesta Dischi, 2012)
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martedì 9 ottobre 2012

I tesori nascosti di Taj Mahal


 
Henry St. Clair Fredericks aka Taj Mahal è molto più di un bluesman: figlio di un jazzista dalle origini indiane e di una cantante di gospel, il chitarrista newyorkese da sempre riflette influenze e passioni nella sua musica. Gli studi accademici, l'università e una vasta conoscenza musicale gli favorirono una preparazione e un livello culturale superiore alla maggioranza degli artisti di colore della sua generazione. Sin dal 1965, quando insieme a un giovanissimo Ry Cooder formò a Los Angeles i mitici Rising Son, Taj ha attraversato la storia della musica afroamericana con una versatilità che è propria dei grandi, ma in pochi nel 1968, subito dopo la pubblicazione del suo primo omonimo album, ''Taj Mahal'' (che vede la partecipazione di Jesse Ed Davis e dello stesso Ry Cooder), si sarebbero aspettati un percorso di tale livello. Con una discografia altamente selettiva, ricca di di albums (circa una cinquantina!) dai generi più disparati, la sua carriera è costellata da momenti di grande musica, spunti di classe e riflessioni sulle capacità e sui traguardi dei neri d'America. Uno dei suoi meriti più grandi è quello di aver esplorato e documentato negli anni le strette parentele tra l'eterno blues ed alcune espressioni musicali dei quattro continenti (dal calypso, al raga, dalle Hawaii a Zanzibar passando per la tradizione Malindi). 


Caratterizzata da costanti mutamenti di tendenza, la musica di Taj Mahal ha spaziato in modo elegante tra i repertori fin dai primi anni: da quello quasi essenzialmente blues di ''The Natch'l Blues'' (1968) a quello country-blues (con i primi innesti di suoni caraibici, latini, hawaiiani, e jazz) del (doppio) capolavoro ''Giant Step/De Old Folks At Home'' (1969) e di ''The Real Thing'' (1971), dalle influenze africane di ''Recycling The Blues'' (1972) agli accenti calypso, reggae e salsa di ''Mo Roots'' (1974) e ''Music Keeps Me Together'' (1975). Un periodo di grandissima creatività che, a quanto pare, non ha svelato del tutto i suoi tesori nascosti, come dimostra la doppia, imperdibile, antologia ''Hidden Treasures of Taj Mahal 1969-1973'' da poco pubblicata dalla Legacy Recordings/Sony ad un prezzo decisamente accessibile. Ciò che più sorprende ascoltando la grande qualità dei materiali raccolti nel primo dei due cd è pensare che si tratta di  registrazioni di studio belle e finite rimaste completamente inedite e mai pubblicate in precedenza (molte delle quali adirittura scartate a suo tempo ): 12 gemme di blues acustico/elettrico ricche di momenti e spunti in cui convivono disparate tendenze e tonalità musicali (blues, rhytm'n'blues, stomp, swamp, funk, soul, gospel, cajun..).


Che si tratti di Chicago, New Orleans o del delta del Mississippi, di cover (Blind Willie McTell, Dylan) o di brani usciti dalla penna del nostro, il risultato non cambia. A fare la differenza sono soprattutto le ritmiche (spesso irregolari) e la qualità degli arrangiamenti, oltre alle notevoli capacità multi-strumentali di Taj Mahal (dalla chitarra slide al piano passando per mandolino, dobro, banjo, armonica.. era in grado di suonare una decina di strumenti) unite a una vocalità unica e potente. Per il secondo disco, invece, è stata scelta l'inedita registrazione di un bel concerto tenutosi nell'Aprile del 1970 alla Royal Albert Hall di Londra. Ad accompagnare Taj ci sono Jesee Ed Davis (formidabile chitarrista tristemente scomparso nel 1988 a causa di una overdose di eroina; suonò, tra gli altri, con John Lennon, John Lee Hooker e Eric Clapton), Bill Rich al basso, James Karstein alla batteria e John Simon al piano. In questo caso la varietà e l'imprevedibilità degli arrangiamenti lascia spazio ad un suono molto più omogeneo e compatto (com'è normale trattandosi di un live), ma non per questo privo di interesse. Il repertorio, anche in questo caso, si divide tra pezzi propri e versioni riarrangiate (Sleepy John Estes, Sonny Boy Williamson, Robbie Robertson). Nel complesso un (doppio) tesoro irrinunciabile, l'ennesima preziosa testimonianza della versatilità e della sensibilità di un artista unico che il 17 Maggio scorso ha spento settanta candeline.


venerdì 20 aprile 2012

Ricercatori di Folk Songs



Se, come il sottoscritto, nutrite grande amore sia per i comix d'autore che per le musiche delle radici, fareste bene a non perdervi ''Lomax - Ricercatori di folk-songs'' (Coconino Press, 122 pp. in b/n), la splendida e suggestiva graphic novel scritta e disegnata da Frantz Duchazeau, nella quale l'autore francese segue le tracce del viaggio iniziatico di Alan Lomax (unanimemente considerato uno dei più importanti etnomusicologi e antropologi del XX secolo) e di suo padre (il noto folklorista e ricercatore John Avery Lomax) alla scoperta delle sorgenti del folklore Usa. Basandosi sui documenti e sui libri di memorie dello stesso Alan, Duchazeau ricostruisce con semplicità e attraverso la morbidezza del suo tratto, paesaggi e ambienti, che restituiscono in modo coinvolgente e apassionato il clima di un’epoca, estendendo in particolare il campo d'indagine all'America dei neri, gli eredi degli schiavi che, come precisa Sebastian Danchin, studioso delle culture del Sud nell'impeccabile prefazione del libro ''vivono in realtà in un inferno perenne, aggiogati alla gogna segregazionista nel Sud o prigionieri del pregiudizi al Nord'' e ''ad anni luce di distanza dallo stereotipo del ''Negro delle piantagioni'' diffuso dal music-hall'' (magnifico, in particolare, il modo in cui Duchazeau immortala in alcune delle sue tavole lo stupore dei neri, in gran parte poveri e analfabeti, quando si trovano di fronte i macchinari che registrano e restituiscono la loro voce, come si trattasse di un atto di magia e possessione). Andavano in auto per le piantagioni, Lomax padre e figlio, con una macchina portatile pesante più di duecento chili, incidendo su dischi di alluminio la voce della gente del Delta del Mississippi. I Musicisti spesso parlavano nel microfono come se la macchina fosse un telefono collegato direttamente ai centri di potere. Un mezzadro nero cominciò così: ''Ascolti, signor Presidente, voglio dirle che quaggiù non ci trattano bene...''. E ancora Danchin nella prefazione del fumetto: ''Se le canzoni raccolte da Lomax sono spesso tragiche è perchè mirano anzitutto a esorcizzare il demone di quella tristezza, di quel blues che minaccia gli animi: una dose di blues, insomma, a mo' di vaccino contro il blues''.

 
Quando, nel 1933, John Avery Lomax si lancerà nella campagna di registrazione di cui parla questo libro, troverà nella musica registrata con l'aiuto del figlio una valvola di sfogo inattesa. Trascinato dall'entusiasmo del diciottenne Alan, John Lomax inaugura un decennio di lavoro che gli permetterà di delineare un ritratto sonoro quasi fotografico dell'America in crisi. La campagna del 1933 avrà un effetto ancora più folgorante su Alan Lomax che, a contatto con i bluesmen di un Sud agrario quasi medioevale, troverà la sua strada. Ben presto Alan supererà il padre per l'importanza dei suoi lavori, diventando uno dei musicologi più appassionati del secolo. Fino all'entrata in guerra degli Stati Uniti continuerà ad arricchire le raccolte di folk Songs della Library of Congress all'ombra del padre, per poi spiccare il volo alla sua morte. Un viaggio, il suo, che è anche un percorso di formazione, la storia di una crescita umana e professionale, che ha permesso ad Alan Lomax di proseguire e ampliare il lavoro del padre, con la passione di chi ha una missione da compiere. Grazie a lui, infatti molti artisti diverranno successivamente noti in tutto il mondo: da Leadbelly a Woody Guthrie, da Muddy Waters a Memphis Slim, da Sonny Boy Williamson a Big Bill Bronzy passando per Jelly Roll Morton (di qui pubblica nel 1950 il libro Mister Jelly Roll, testo fondamentale sulle origini del jazz) e moltissimi altri. Emblematica da questo punto di vista una dichiarazione di Brian Eno secondo il quale ''Senza Alan Lomax forse non ci sarebbe stata l'esplosione del Blues, e neppure i Beatles, i Rolling Stones e i Velvet Underground''.


Dal 1950  al 1958 Alan Lomax, anche per sottrarsi alla mutata e poco favorevole situazione politica e culturale statunitense, si trasferisce in Inghilterra, dove collabora con la BBC. E' praticamente fuggito dall'America maccartista, dove l'Fbi lo sorveglia da tempo, giudicandolo un individuo ''poco affidabile e scontroso'' se no adirittura come un ''pericolo pubblico'' e ''simpatizzante del Partito comunista''. In Europa non smette di svolgere intense ricerche sul campo, documentando la musica di tradizione orale soprattutto in Inghilterra, Scozia, Irlanda, Spagna (1952) e Italia (1954-1955). Le registrazioni di Lomax sono anche, in molti casi, le prime mai effettuate in questi paesi. Rientrato negli Stati Uniti nel 1959, Lomax inaugura una notevole attività editoriale, pubblicando numerosi libri e dischi, dirigendo e curando alcune collane discografiche. Continua ad effettuare le sue registrazioni negli Stati Uniti e nei Caraibi. Dal 1962 al 1989 è Reserch Associate presso la Columbia University di New York; in seguito ricopre lo stesso ruolo presso l'Hunter College della City University sempre a New York. Per la sua attività scientifica ha ricevuto numerosi (meritatissimi) premi: dalla ''National Medal of Arts'' (1986) al ''National Book Award'' (1993) per il libro ''The Land Where the Blues Began'', nel quale ripercorre il suo lavoro di ricerca nel Sud degli Stati Uniti dagli anni '30 agli anni '80.



Alan Lomax Collection e Italian Treasury

 
La Alan Lomax Collection raccoglie le registrazioni effettuate sul campo negli Stati Uniti, in Europa e nei Caraibi da Alan Lomax. La statunitense Rounder Records ha lanciato più di dieci anni fa un progetto che prevede l'edizione di oltre 150 cd. La Collection, diretta da Anna Lomax Chairetakis, è articolata in numerose collane, tra le quali Italian Treasury, curata dall'etnomusicologo Goffredo Plastino. In questa collana troviamo le registrazioni, quasi tutte inedite, effettuate in Italia in una ricerca sul campo condotta da Alan Lomax insieme a Diego Carpitella nel 1954-1955. I nastri originali, conservati presso i Lomax Archives dell'Hunter College di New York, sono stati rimasterizzati per la pubblicazione a 20-bit. Stando alle informazioni che ho raccolto, per questa collana sarebbero previsti complessivamente 19 compact dedicati alla musica tradizionale delle regioni italiane e a particolari repertori della nosta penisola. Per il momento i volumi che sono riuscito ad individuare e a recuperare (forse gli unici ad oggi disponibili, almeno stando al catalogo della Collection sul sito di Rounder) sono questi:



Inutile ribadire l'importanza di questi materiali, non solo dal punto di vista strettamente musicale (la musica è comunque splendida) ma anche storico-culturale nel suo complesso. Innanzitutto, come scrive anche il curatore Plastina, ''per l'ampiezza della rilevazione e per la qualità delle registrazioni, molte delle quali costituiscono il primo documento in assoluto disponibile di repertori fino ad allora ignoti. Inoltre, per il fatto che l'intera ricerca, considerata globalmente, rappresenta una straordinaria opportunità di conoscere le musiche dell'Italia rurale degli anni '50. Infine, perchè è un esempio molto significativo di come il lavoro e la divulgazione scientifica degli etnomusicologi possano e debbano trovare spazio nel più generale dibattito culturale sulle caratteristiche di una  società e di una nazione. Ma forse, ascoltando di nuovo, o per la prima volta, queste registrazioni, possiamo cercare di cogliere, al di là della consapevolezza intellettuale e del piacere che suscitano in noi le esecuzioni musicali, quel clima di scoperta e di emozione di fronte alla musica che ha unito nel loro viaggio in Italia i due amici etnomusicologi. E' ancora possibile, insieme a loro, entrare in ''quella atmosfera meravigliosa e incantata di cui fu soffusa tutta la nostra esperienza di raccoglitori, tra contadini, pastori, pescatori e artigiani'' ''. Un vero e proprio patrimonio della memoria che ognuno di noi dovrebbe premurarsi di custodire gelosamente fra gli scaffali di casa propria insieme ai documentari di Vittorio De Seta. I libretti di accompagnamento sono redatti da studiosi italiani e stranieri, e sono corredati dalle fotografie realizzate dallo stesso Lomax nel corso della sua ricerca.


L'anno più felice della mia vita


A proposito di fotografie; nel 2008 è uscito per l'editore Il Saggiatore (che nel 2005 aveva pubblicato anche ''La Terra del Blues'') uno splendido libro fotografico accompagnato dalle annotazioni di Lomax intitolato ''L'anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia 1954-1955'', sempre a cura di Goffredo Plastino, con la solita, puntuale, preziosa, presentazione di Matin Scorsese (''...il modo in cui Alan Lomax abbraccia le diverse realtà italiane, i paesaggi e la gente è sincero, non è scontato né predeterminato. Lo si sente nelle sue parole e nelle sue fotografie: dai pescatori di tonno ai musicisti campani, da un suonatore di flauto di Pan a Bottanuco a un cantastorie a Palermo'') e un testo della figlia di Alan, Anna Lomax Wood. ''L'intenzione dell'autore'' come scrive proprio Anna nella prefazione del libro ''era di registrare i suoni e le parole della tradizione musicale italiana. Lomax aveva l'impressione che l'Italia sarebbe stata il laboratorio ideale per mettere alla prova una sua nuova teoria, secondo la quale lo stile della voce cantata codificava alcuni profondi segreti dell'umanità''. E ancora ''Non si stancò mai di ripetere che il paesaggio sonoro che aveva scoperto in Italia era il più ricco, il più sorprendentemente vario e originale da lui mai incontrato''.

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Un viaggio in Italia, 1954-55


Come detto il lavoro sul campo in Italia di Alan Lomax si inseriva nel piu ampio progetto di realizzazione di un' enciclopedia discografica della musica popolare mondiale di cui era stato incaricato dalla casa discografica Columbia. A tale scopo Lomax prese contatto con Giorgio Nataletti, come é possibile leggere nel resoconto che egli stesso fece con uno stile di scrittura vivo, informale e comunicativo nei brani (*) che ora vi propongo:
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''La mia visita in Italia fa parte di una lunga ‘tournée europea, durante la quale ho consultato gli archivi dei canti popolari di ogni paese e preparato dischi da pubblicare negli Stati Uniti. Fra poco spero di avere una biblioteca mondiale della musica popolare. Nel 1953 andai a trovare Giorgio Nataletti, direttore del Centro nazionale studi di musica popolare dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia e della Rai, Radiotelevisione italiana. Scoprii che il suo archivio era il meglio organizzato, il piu interessante di tutta Europa. Per otto giomi di seguito Nataletti mi suonò dischi: cantilene marinare siciliane, del tipo cantato un centinaio di anni fa dai marinai inglesi e americani, e che non mi ero mai sognato di sentire; la musica delle launeddas sarde, il più brillante strumento popolare europeo, che mille e più anni prima di Cristo apre la storia musicale italiana se non europea; canti della mietitura, come quelli ascoltati in Spagna e in Corsica, ma più antichi e assai più belli; maggiolate, lamenti funebri, ninnananne, canti nuziali, ì meglio conservati e i più rari che avessi mai inteso in venti anni di raccolta. Poi Giorgio mi fece vedere la sua mappa del territorio italiano. Bandierine segnavano i luoghi dov'erano state fatte le registrazioni: nella Lucania, in Calabria, Sardegna, Lazio, Abruzzo. Ma la maggior parte della mappa era vuota. - Quando la completerete? - chiesi io - Quando potrete darmi un disco con tutte le canzoni d'Italia? - Giorgio si strinse nelle spalle.. ''Forse tra quattro, cinque anni. Chi sa?''. Impaziente di natura non potevo aspettare cinque anni. Un italiano ha scoperto l'America. E perchè un Americano non poteva contribuire alla scoperta dell'Italia? Con il consenso del Centro Studi di Musica Popolare andai a Londra e persuasi la Bbc che il suo Terzo Programma aveva assoluto bisogno di conoscere la storia della musica popolare italiana e in quel modo combinai il finanziamento dell'impresa. A uno del Texas, abituato a farsi cinquecento miglia al giorno. sempre attraverso lo stesso paesaggio e lo stesso genere di paesi, l'ltalia sembrava piccola. ll Centro organizzò il viaggio, spedì centinaia di lettere, fece moltissime telefonate, e mise a mia disposizione uno specialista di etnomusicologia, il prof. Diego Carpitella''.


Diego Carpitella

Carpitella (Reggio Calabria, 1924-Roma, 1990) è stato il più importante etnomusicologo del nostro paese. Per certi aspetti possiamo pure considerarlo una sorta di Alan Lomax d'Italia. Professore ordinario di etnomusicologia presso la facoltà di lettere dell'Università La Sapienza di Roma dal 1976, fondatore della ''Società Italiana di Etnomusicologia'', è stato anche presidente dell' ''Associazione Italiana di cinematografia scientifica''. Carpitella ha svolto numerose ricerche scientifiche sul campo in Italia, lasciando un numero imponente di registrazioni sonore. Ha collaborato a tutte le indagini condotte dall'antropologo Ernesto De Martino nell'Italia Meridionale (1952-1959). Con Lomax, appunto, ha svolto la prima ricerca etnomusicologica su tutto il territorio italiano, pubblicandone i risultati nella prima antologia sonora di musica folklorica italiana (1957). Carpitella ha inoltre svolto ricerche sul campo in America Latina e nell'ex Unione Sovietica. Numerose sono le sue pubblicazioni. Tra di esse: ''Musica e tradizione orale'' (1973); ''L'etnomusicologia in Italia'' (1975); ''Conversazioni sulla musica'' (1992). Ha inoltre curato l'edizione italiana degli ''Scritti sulla musica popolare'' di Béla Bartók (Einaudi, 1955). La sua attività editoriale ha compreso anche la direzione di riviste, di collane discografiche e di collane di testi etnomusicologi.


Ancora Lomax: ''Carpitella e io comineiammo a registrare in Sicilia a giugno (del 1954, ndr), aprendoci la strada su per la Calabria e la Puglia. Poi, nella stagione fredda, andammo a nord e registrammo da Udine alla Val d'Aosta. A quell’epoca parlavo già l'italiano e feci il resto del viaggio da solo, a zig zag lungo la penisola da San Remo a Rovigo, da Carrara ad Ancona, da Grosseto a Pescara, e infine a Napoli. In gennaio ero a Roma. Sia io che il mio apparecchio di registrazione avevamo la tosse; il contachilometri segnava venticinquemila miglia e sul sedile di dietro ve n'erano circa sessanta di nastro. Tante altre bandierine sventolavano adesso su tutta la mappa di Nataletti, il che significava che nell'archivio del Centro sono entrati altri mille e più documenti. Quanto a me mi sono fatto amici in tutti i paesi d'Italia e cosi mi pare di avervi vissuto almeno cento anni. Assolti i miei doveri con la Bbc, tornai a Roma, dove la copia di tutte le registrazioni fu depositata al Centro e regolarmente catalogata''.


''Quell'anno è stato il più felice della mia vita. Molti italiani, non importa chi siano o dove vivano, sono interessati ai problemi estetici. Possono avere soltanto il fianco roccioso di una collina e le mani nude per lavorare, ma su quel fianco costruiranno una casa o un intero villaggio le cui linee si adattino superbamente al luogo. Così, anche una comunità può avere una tradizione popolare limitata ad una o due sole melodie, ma c'è un appassionato interesse riguardo a come debbano essere cantate nel modo corretto. Ricordo un giorno quando montai il vecchio e danneggiato Magnecord su una chiatta per la pesca del tonno, alcune miglia al largo sul limpido, blu Mediterraneo. Nessun tonno era stato preso nella rete subacque da mesi, e i pescatori non erano stati pagati da circa un anno. Eppure urlarono i loro canti all'argano come se fossero impegnati a tirare su una ricca pesca, e ad un certo punto si misero a battere i loro piedi nudi sul ponte, simulando le convulsioni di una dozzina di tonni. Dopo, ascoltando la registrazione, applaudirono la loro stessa performance proprio come fanno molti cantanti d'opera. I loro canti - i primi, credo, ad essere registrati in situ - si riferivano esclusivamente a due aspetti: i piaceri del letto che li attendevano sulla costa, e l'infamia del padrone della tonnara, al quale si riferivano chiamandolo pescecane''.

 
''L'aspra e deliziosa penisola italiana risultò essere di fatto, un museo di antichità musicali, nel quale giorno dopo giorno portavo alla luce antichi generi musicali tradizionali, totalmente sconosciuti ai miei colleghi di Roma. Per fortuna mi accadde di essere la prima persona a registrare sul campo in tutta Italia. In un certo senso ero una specie di Cristoforo Colombo musicale al contrario. Molti dei musicisti italiani di città guardano alle canzoni dei loro vicini di campagna con un'avversione sempre più forte, come quella che gli afroamericani della classe media sentono per la genuina musica folklorica del Sud. Questi italiani di città vogliono che ogni cosa sia bella. Pertanto (allo stesso modo della maggior parte dei cosiddetti folk singer americani che lavorano nello spettacolo) i principali ''fornitori'  di musica tradizionale in Italia tolgono dalle loro esecuzioni tutto ciò che è arrabbiato, che da turbamento o è strano. E la radio italiana, fedele al suo obbligo nei confronti di Tin Pan Alley, strombazza pop e jazz americano giorno dopo giorno nelle ore di maggior ascolto. E' del tutto naturale che i suonatori popolari, dopo un certo periodo di esposizione agli schemi della tv e agli autoparlanti della Rai, incomincino a perdere confidenza nei riguardi della loro stessa tradizione.


Un giorno davvero caldo, nell'ufficio del direttore dei programmi radiofonici a Roma, andai in collera e lo accusai di essere direttamente responsabile della distruzione della musica tradizionale del suo paese, la più ricca eredità di questo tipo dell'Europa occidentale. A questo individuo davvero affascinante io diressi tutta la rabbia che sentivo nei confronti della cosiddetta civilizzazione, il metodo di vendita che stà ripulendo il mondo passando la spugna su tutti i modelli culturali non conformisti. Con mia sorpresa, egli riprese il mio suggerimento che una trasmissione giornaliera sulla musica popolare poteva essere programmata a mezzogiorno, quando i pastori ei contadini italiani sono a casa e stanno riposando. Ma, mesi dopo, seppi con grande imbarazzo che le trasmissioni venivano messe in onda la sera tardi, molto tempo dopo che i lavoratori italiani erano andati a letto, e per giunta sul terzo canale italiano, che soltanto una piccola minoranza degli intellettuali ascolta...''

(*) I brani  riportati sopra sono tratti da: Alan Lomax, Ascoltate , le colline cantano! ''Santa Cecilia'', anno V, 1956, n.4, pp. 81-87 e Alan Lomax, Saga of a Folksong Hunter. A twenty-year odyssey with cylinder, disc and tape, ''HiFi Stereo Review'', Maggio 1960.

  Alan Lomax (Austin, 31 gennaio 1915 - Safety Harbor, 19 luglio 2002)

Aldilà delle delusioni ricevute dai diffusori della cultura, Lomax lascia le più belle parole e il più bel regalo al gentile popolo italiano che l'ha accolto, gli ha donato le sue conoscenze e la sua cultura, senza volontà esibizionistiche, ma con l'umiltà che lo contraddistingueva: ''L'anno in Italia è stato il più felice della mia vita''. Grazie di cuore Mr. Lomax!

mercoledì 11 gennaio 2012

Whoua! Whoua!

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C'è stata un epoca in cui le pareti dei locali di Chicago tremavano alle vibranti armonie dei ''cacciatori di teste'' di Muddy Waters e alle schitarrate di un uomo grosso e imponente dal ghigno feroce e dall'aspetto sinistro. Si chiamava Chester Burnett, ma bastarono la sua voce aspra e sporca e il modo di aggredire la chitarra con riff virulenti e precisi, per renderlo famoso a tutti come Howlin' Wolf, importante punto di riferimento per calibri come Yardbirds, Greateful Dead, Paul Butterfield, Rolling Stones, ecc., (solo per citare alcuni dei nomi più famosi che ne interpretarono le canzoni). Da qualche mese è disponibile un box di quattro cd che ripercorre gli anni d'oro del musicista con la mitica Chess, intitolato, appunto, ''Smokestack Lightning, The Complete Chess Masters 1951-1960''. Il box è stato pubblicato dalla Hip-O Select in edizione limitata (5000 copie) e il prezzo si aggira sugli 80 dollari, ma qualora questa cifra non rientrasse nelle vostre possibilità economiche è possibile rimediare quì. Naturalmente stiamo parlando di un oggetto irrinunciabile per chi ha un minimo interesse per questo tipo di materiali retrospettivi e soprattutto per chi non si è ancora messo in casa un solo cd di questo grande (e grosso) e personaggio della musica afroamericana.
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Cresciuto musicalmente nelle chiese battiste del Delta e ascoltando Jimmy Rodgers, che sognava di imitare (''non riuscivo a cantare lo yodel, così cominciai a sfruttare le caratteristiche tonali ringhianti della mia voce'') Wolf incontra sin da giovanissimo alcuni leggendari personaggi del blues locale tra cui Charlie Patton, Blind Lemon Jefferson (di cui fu anche fedele discepolo), Robert Johnson e Sonny Boy Williamson. Dopo il 1945, al termine del servizio militare, viene ingaggiato da una radio locale. Il giovane discografico Sam Phillips registrerà alcuni suoi brani che verranno in seguito dati in licenza ai fratelli Chess. I due convocano il massiccio gigante a Chicago e lo affidano alle cure di Willie Dixon che scriverà per lui tre super classici: ''Smokestack Lightning'' ''Spoonful'' e ''Killing Floor''. Nonostante tutti i tentativi di adattamento alla realtà urbana del nord, Howlin' Wolf resta un disadattato, come alcuni inquieti brani dimostrano (''Moanin' At Midnight, I Asked For Water'', ''Sha Gave Gasoline''). Di Howlin' resterà per sempre impresso quel suo tipico ululato che faceva salire i brividi. Accompagnato dal fido Hubert Sumlin (che secondo alcuni sarebbe suo figlio) Wolf diventerà uno degli artisti afroamericani preferiti dal pubblico bianco . Negli anni '60 la sua magia è in declino, ma resta immutata la carica che il musicista riesce a imprimere dal vivo. Al festival Blues di Ann Harbour (nel 1972) arriverà, infatti, sul palcoscenico a cavallo di una motoretta; tenterà di scalare i tralicci che reggono il palco, tirando giù i tendaggi delle cuinte, prendendo a pugni il bassista, improvvisando una danza scimmiesca e usando come orchestra i cucchiai da minestra. poi, inseguito dai tecnici, scapperà seminando tutti. Ma sono gli ultimi fuochi. Stanco e malato morirà nel 1976.
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lunedì 14 marzo 2011

Non è mai troppo tardi per Kar Kar



Che altro aggiungere su questo magnifico personaggio della musica maliana di cui non sia già stato detto in ognuno dei blog fratelli?  La risposta è: niente. Semplicemente mi premeva che anche il Giardino, nel suo piccolo, contribuisse a dar luce e merito a un monumento come Boubacar Traoré, soprattutto dopo aver avuto il piacere di estrarre dal pacco che da giorni attendevo un gioiello come ''Mali Denhou'' (Lusafrica, 2011) con il quale ''Kar Kar''  torna a deliziarci dopo sei anni di silenzio. Apparso e scomparso più volte alle orecchie dei suoi connazionali, Boubacar è stato 'lanciato' nel resto del mondo a margine dell'interesse nato intorno al blues ''originario'' dal suo vecchio amico Ali Farka Toure. Ma Traorè non è un griot, e ciò gli ha permesso di muoversi (quando l'ha fatto) più liberamente nei rapporti con la cultura extra-africana, sia nella scelta degli argomenti che nelle elaborazioni musicali. Per questo i suoi dischi, dolci e profondi, spesso introducono elementi non solo afro-americani, ma anche suggestioni melodiche e di arpeggio più vicine a certo folklore europeo, assimilato durante una lunga permanenza francese negli anni Settanta. Storie di villaggi, canzoni d'amore, inni alla solidarietà e soprattutto all'essenzialità. Un uomo solo con la sua chitarra. Se il blues è anche poetica sobria, il suo è un minimalismo esemplare. ''Mali Denhou'' non fa eccezzione ed è gioia di far musica, e di ascoltarla.


martedì 30 novembre 2010

Io sono il Blues


Willie Dixon

Il suo disco più famoso è ''I’m The Blues'', come pure la rubrica che ha curato regolarmente per anni sulla prestigiosa rivista Living Blues. Segno di un ego grandissimo, potrebbe pensare qualcuno, invece no: perché Willie Dixon può fregiarsi di quel titolo senza paura. Di quello e di altri ancora. Onori che si è conquistato sul campo come bassista e autore tra i più prolifici che il blues ricordi, dotato di una rara sensibilità poetica, ora come produttore, arrangiatore, maestro di bottega per intere generazioni di musicisti neri, straordinaria figura di catalizzatore tra blues e rock, e quindi punto di riferimento per molti degli eroi che albergano nei nostri cuori. La lista degli artisti che hanno interpretato le sue composizioni è lunghissima: da Elvis Presley a Chuck Berry, da Bo Diddley a Mose Allison, dai Rolling Stones agli Yardbirds, dai Led Zeppelin ai Creem, Doors, Allman Brothers, Fleetwood Mac, Grateful Dead, Mike Bloomfield, Paul Butterfield, Eric Clapton, Steve Winwood, Van Morrison, Dr. Johhn, John Mayall, Johnny Winter, persino eroi del soul come Sam Cooke ed Otis Redding hanno attinto al suo repertorio, per non parlare di altri grandi bluesman come Muddy Waters, Howlin Wolf, Little Walter, Lowell Fulsom ecc. ecc. Un grande personaggio quello che nasce a Vicksburg, Mississippi, il 1° Luglio 1915. La famiglia è poverissima e la vita ricca solo di stenti. Ma la fantasia è accesa da una grande passione per la poesia, ed il rapporto con la musica mediato dagli spirituals e dal gospel. Verso la metà degli anni Trenta Dixon lascia il Delta (pare a causa di numerose grane accumulate con la legge) per Chicago, dove svolge infiniti umili mestieri e dove inizia a tirare di boxe. Sarà Leonard ''Bobby Doo'' Caston ad avvicinarlo al mondo della musica. Lo strumento su cui imparerà è un rudimentale bidone di latta dentro il cuale veniva infilato il bastone che teneva la corda. Le prime apparizioni pubbliche risalgono alla prima metà dei Quaranta, E’ con i Five Breezers, [ascolta] una formazione da night. Pochissime le testimonianze di quel periodo, edite originariamente su qualche 78 giri della Bluebird. Nel ’45 è con i Four Jumps Of Fire: un blues da intrattenimento il loro, che verrà messo su disco dalla Mercury.


L’esperienza più importante di quegli anni è invece quella con il Big Three Trio, un misto di jump e blues molto diverso da quello che faceva con i gruppi appena citati. A quel periodo risale il suo primo best seller: ''Signifyinf Monkey'' su Bullet Records, che sarà rifatto più tardi anche da Cab Calloway. Questa ed altre canzoni (in una qualità sonora migliore rispetto a quella del video proposto) si possono ascoltare in ''Willie Dixon/Big 3 Trio'', una compilation licenziata dalla Sony nel 1990 [recuperabile qui]. Suonava ancora in quella formazione quando conobbe Muddy Waters. I Cinquanta bussavano alla porta ed il blues chiedeva di cambiare. Una intuizione che fu anche dei fratelli Chess che lo vollero presso di loro come factotum. Il primo brano che produsse fu ''Black Angel Blues'' per Robert Nighthawk, cui ne seguirono altri per Chuck Berry, Bo Diddley, Muddy Waters, Little Waters, Hohlin Wolf e per tutta la schiera dei bluesman di Chicago. Sul finire dei Cinquanta fiuta il blues revival: si unisce a Memphis Slim e si esibisce davanti al pubblico bianco del Village Gate e a quello del Folk Festival di Newport.


Nel 1959 firma il suo primo trentatré giri assieme al citato Memphis Slim, lo stupendo ''Willie’s Blues'' (Bluesville) [qui], il cui accompagnamento è affidato ad un gruppetto di musicisti neworkesi. Nel 1960 registra, senpre in duo con Smith una serie di brani che saranno pubblicati su ''The Blues Every Wich Way'' (Verve) e la collaborazione con il grande pianista sfocerà un paio di anni dopo nei bellissimi dischi per la Smitsonian Folkways: ''At Village Gate'' (con la partecipazione di Pete Seeger) e ''Songs of Memphis Slim & Willie Dixon''. Nello stesso anno (il 1962) la ditta Dixon & Slim è in prima fila a sostenere l’American Folk Blues Festival, ovvero la carovana itinerante che porta la musica e la cultura afroamericana sul vecchio continente e a Parigi registrano ''Memphis Slim & Willie Dixon Aux Trois Mailletz''. Ma la vulcanica personalità di Dixon non si esaurisce certo nelle incisioni: è direttore artistico e produttore (alla Spivey Records), incoraggia ''giovani'' artisti (tra cui Otis Rush), fonda e dirige etichette: la Blues Factory, che nelle sue intenzioni doveva diventare una sorta di università del blues. Nel 1967 costituisce la Chicago Blues All Stars, una formazione in continuo mutamento (nelle sue fila c’è passata praticamente la crema del blues di Chicago) che lo accompagnerà per quasi vent’anni.


Lungo i Settanta vedranno la luce i suoi album più famosi: l’ottimo ''I’m The Blues'' (Columbia, 1970) [qui] a cui accennavo a inizio post, ''Loaded With The Blues'' (Basf, 1972), ''Catalyst'' (Ovation, 1973) [qui], ''Peace'' (Yambo, 1974), ''What Appened To My Blues'' (Ovation, 1976) ed altri. Intanto la sua salute inzia a peggiorare a causa di un persistente diabete che, nel 1977, lo costringe all’amputazione di una gamba, ma Willie non viene fiaccato nello spirito tanto che anche la nuova decade sarà foriera di novità: l’album ''Mighty Earthquake and Hurricane'' (Pausa Records, 1984), ''Backstage Acces'' (Pausa Records, 1985). La prima metà degli anni Ottanta è anche caratterizzata da altri avvenimenti: nell’81 partecipa per la prima volta nella sua carriera ad un tour con Muddy Waters, si concede in alcune esibizioni con Johnny Winter, Eric Clapton, Greg Allman e partecipa ad uno spettacolo televisivo con i Blasters, con i quali registra anche alcuni brani. 


Dixon muore di infarto nel 1992 e viene sepolto ad Alsip, nell'Illinois, non prima però di lasciarci un ultimo capolavoro (almeno per me, visto che si tratta del mio preferito tra gli ascolti della sua discografia) intitolato ''Hidden Charms'' (BUG-Capitol, 1988) [qui]. Sono molto affezionato a questo lavoro e non ho mai smesso di ascoltarlo negli anni. Il mio fratellone fece il primo passo acquistando il vinile. Qualche anno dopo lo imitai, questa volta con il cd, e da qualche settimana i files dei brani sono andati a colmare anche i pochi MG disponibili nel mio I-Pod (e dubito possano mai uscirne). Il disco è la cosa più classica (in senso buono) che ci si possa immaginare, ed è costruito anche con il contributo importante di T-Bone Burnett in sede di produzione, che ha pensato di far reagire un suono tanto raffinato come quello espresso dai musicisti che parteciparono alle registrazioni con un qualcosa di così profondamente arcaico come il vocione di Dixon. I tocchi gentili di dobro da parte dello stesso T-Bone, gli accompagnamenti pizzicati di chitarra elettrica e steel guitar di Cash McCall, il piano del veterano Lafayette Lake, la garbata scansione ritmica del consumato batterista neworleansiano Earl Palmer, il meraviglioso contrabbasso di Red Callender, le deliziose rifiniture d’armonica di Sugar Blue (sto riportandi i nomi direttamente dal retrocopertina del disco che in questo momento tengo tra le mani) danno l’idea di un lavoro di cesello da parte di una cooperativa di ottimi artigiani della musica a favore di un dilagare di umori e di mille sfumature. Un blues venato in lungo e in largo di folk e di tradizione popolare, pacato e sornione, ma che riesce ad evocare buonissime sensazioni all’ascolto. Musica che parla direttamente al cuore e che, una volta incontrata, è quasi impossibile abbandonare.


lunedì 29 novembre 2010

Blues Pearls: Il Reverendo cieco



Saperlo prima; avessi fatto una mia donazione (piccola o grande che fosse) a quest’ora il nome del sottoscritto comparirebbe tra i crediti finali di ''Harlem Street Singer'' il primo film/documentario (che in America dovrebbe uscire proprio  in questi giorni bollenti) dedicato ''to the little-known story of'' Reverend Gary Davis, conosciuto anche come ''Blind'' Gary Davis (30 Aprile 1896 - 5 Maggio 1972), uno dei veri Giganti del blues acustico, ancora troppo poco noto rispetto all’importaza ricoperta e a quelli che sarebbero i suoi meriti effettivi. Davis, che iniziò a suonare la chitarra prestissimo (pare a 6 anni), trascorse molto tempo esibendosi e cantando (regtime, blues e gospel) per strada, ma passarono parecchi anni prima che lo si possa vedere entrare in uno studio di registrazione. Sviluppò un particolarissimo stile finger-picking prodotto unicamente da pollice e indice (corde pizzicate e arpeggiate, suono molto brillante, andamento lento e dolce, atmosfera pacifica e gioiosa) e interpretò soprattutto musica che va dal regtime alle melodie blues, passando per quelle tradizionali e originali delle armonie a quattro voci. A metà degli anni Venti dalla natale Lauren, in South Carolina, si trasferì a Durham, in Carolina del Nord, uno dei centri nevralgici della cultura afroamericana di quel periodo; lì Davis collaborò con molti degli artisti della scena musicale del cosiddetto Piedmont blues, tra cui Blind Boy Fuller e Bull City Red. Era un uomo profondamente religioso (il suo blues spesso sconfina nei puri spiritual e nel gospel), e infatti a trentasette anni, dopo essere diventato cieco, si fece prete e successivamente fù nominato ministro battista. Negli anni Quaranta anche la scena blues di Durhan iniziò a decadere e quindi Davis decise di abbandonare la sua Carolina per trasferirsi a New York, dove si guadagnerà da vivere dando lezioni di chitarra, ma continuando, allo stesso tempo, a suonare e predicare, soprattutto nelle strade di Harlem. Il suo stile caratteristico e l'innato talento come chitarrista influenzarono moltissimi artisti posteriori, da Dylan a Jorma Kaukonen (solo per fare qualche nome), ma soprattutto tutti i suoi alunni degli anni newyorkesi, tra cui Stefan Grossman, Roy Book Binder, Ernie HawkinsWoody Mann (che appare nella crew di produzione di Harlem Street Finger). Come professore sembra che il Reverendo fosse una persona estremamente paziente e comprensiva a cui premeva assicurarsi che gli alunni imparassero e si adattassero alla sua forma unica e peculiare di suonare la chitarra. Il folk revival nelle decadi dei Cinquanta/Sessanta rilanciò la carriera musicale di Davis, che toccò il suo apice di popolarità in un'esibizione al Newport Folk Festival e grazie alla registrazione della canzone "Samson & Delilah" interpretata da Peter Paul & Mary; questa canzone, conosciuta anche come "If I Had My Way" era in realtà un tema di Blind Willie Johnson, ma fu in qualche modo ''popolarizzata'' dallo stesso Davis. Ed è proprio questo brano a dare il titolo a uno dei due dischi che il Giardino vi propone:


''If I Had Way: Early Home Recordings'' (Smithsonian Folkways, 2003) [qui], con registrazioni realizzate nel 1954 dal musicologo John Cohen nella casa del musicista che (fino a quando uscì il cd sette anni fa) erano rimaste praticamente inedite, e tra le quali spuntano anche un paio di gemme come ''There’s Destruction In This Land'' e ''If The Lord Be For You'' con Annie Davis (la moglie di Gary) alla voce; l'altro è invece il bellissimo ''Harlem Street Singer'' (Prestige Bluesville, 1961) [qui] che ha lo stesso titolo del documentario a cui accennavo a inizio post. 


Registrato in tre sole ore dallo stimato ingegnere del suono jazz Rudy Van Gelder (che legherà il suo nome in particolare a quello della Blue Note), il disco alterna i versi di un sessantaquattrenne Davis a uno stile finger-picking fatto di interludi chitarristici, tra temi meno noti e standards gospel-blues che sono meravigliosa espressione della fede dell’uomo, con brani come "I Belong to the Band" o "Lord, I Feel Just like Goin' On", ma anche ''Death Don't Have No Mercy'' (video sotto), che rappresentano e riassumono alla perfezione l’etica del lavoro e della musica di un Reverendo che sarebbe riuscito a trascinare in chiesa anche il sottoscritto.



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domenica 28 novembre 2010

Leggende viventi del blues



Joe Willie Pinetop Perkins & Willie 'Big Eyes' Smith sono due leggende viventi. Testimoni diretti degli anni bollenti della musica del diavolo, quelli delle prime decadi del secolo scorso a cui appartengono personaggi mitici del calibro di Robert Johnson, Son House, Charlie Patton e altri maestri che misero le basi al blues classico, i due musicisti sono ricordati soprattutto per aver legato i loro nomi alla straordinaria band di Muddy Waters negli anni Sessanta, la stessa a a cui apparteneva anche il magistrale pianista Otis Spann. Pinetop è ora un ragazzo di 96 anni (classe 1913) e 'Big Eyes', un’altro di quasi Ottanta (classe 1936). Avrebbero potuto cantare e suonare l’armonica ma non erano loro le star, non spettava loro, spettava a Muddy, riconosceranno spesso. Queste parole racchiudono tutto il senso delle loro vite (certo non prive di difficoltà ma..), fatte d’amicizia verà, tanta professionalità e soprattutto grande ripetto per una musica che suonano e amano alla follia; lo stesso rispetto che si respira in ''Joined At The Hip'' (Telarc/Egea, 2010) [qui], uno splendido lavoro di classico blues di Chicago che sembra piombare direttamente dalle decadi dei Cinquanta/Sessanta. Alle registrazioni del disco, tredici brani scritti da Willie "Big Eyes" Smith più qualche cover (due di Sonny Boy Williamson, una di Big Bill Broonzy), hanno preso parte anche il sodale B. Stroger, assieme a Kenny Smith (figlio di Willie) nella sezzione ritmica, e i chitarristi F.Krakowsky e J.Primer, a supporto di due veterani in piena azione (voce, armonica e piano), due meravigliosi vecchietti che non solo sanno perfettamente quello che stanno raccontando, ma che sono, loro stessi, parte di quella incredibile storia.

giovedì 14 ottobre 2010

African Pearls: Kankan Blues


Kanté Manfila & Balla Kalla: Kankan Blues (African Music, 1991)

Kankan è una città della Guinea che dista circa novecento chilometri dalla capitale Conakry. Vi si recarono, nel Novembre del 1987, il chitarrista Kanté Manfila, ex leader degli Ambassadeurs (quelli di Salif Keita, ma anche di Idrissa Soumaoro di cui mi sono occupato nel post precedente), e il suonatore di balafon Balla Kalla, allo scopo di registrare un disco di blues direttamente nelle strade della loro città natale, circondati da familiari ed amici. Ma c’erano problemi tecnici insormontabili, per cui si optò per session mirate all’interno di un locale. In due/tre giorni venne così inciso il materiale che nel 1991, dopo anni di circolazione sulle solite cassettine, venne finalmente riproposto su disco dalla African Music. Blues africano, elettrico, non lontanissimo da quello proposto dal maestro Ali Farka Toure, iniziando proprio da quella ''Kankan Blues'' che dà il titolo al disco, lunga ipnotica e tormentata perla strumentale di sgargiante bellezza, che inserisce subito in un contesto malinconico e rilassato, una siesta meditativa nelle polverose strade della città guineana. I temi del disco sono quelli ricorrenti della tradizione dei griots affidati a belle voci femminili nelle parti cantate ( Dhelinouma Diabaté e Nyalenfi Kanté ) con il supporto della kora di Grand Papa, più un paio di strumentali intensissimi (la stessa ''Kankan Blues'' e "Lamagnote"). ''Kankan Blues'' [ascolta] è l’ennesima gemma di blues africano da riscoprire senza esitazione, e come spesso capita quando la musica del diavolo fa visita alla sua terra originaria, è un disco imperdibile.

lunedì 4 ottobre 2010

Quì New Orleans


DR. JOHN & THE LOWER 911
Tribal (429 Records / Proper, 2010)


Preghiere, sentimenti, rituali, mea culpa … I brani di ''Tribal'' (429 Records / Proper, 2010), il nuovo disco di Dr. John, non sembrano conformarsi a un album qualsiasi, sono un richiamo alla riflessione, messaggi basati sull’ottimismo, ma ispirati dai drammi umani di una città che vive la musica come poche: New Orleans. Collaudato dai The Lower 911, la band che lo supporta, questo illustre personaggio del R&B, tributa per l'ennesima volta l'amata Crescent City, e lo fa con 14 brani nuovi (due in più nella edizione in vinile) attraverso i quali riflette sulla situazione del suo paese e del mondo, richiamando le persone a lasciar da parte inganni, menzogne e ricatti allo scopo di favorire un reciproco sostegno utile per uscire dalle situazioni difficili. Gli ingredienti della musica sono invece sempre gli stessi, con le radici ben piantate nel blues, nel r&b, nel soul/funk, nel cajun e in generale nelle tradizioni folk di un territorio (la Louisiana) che lo ha visto nascere e dove Malcolm John Rebennack Jr. (questo il suo vero nome) si è formato come uomo e come musicista. Tre delle canzoni del disco sono state scritte a quattro mani da Dr John con l'amico Bobby Charles, scomparso all’inizio di questo 2010 e famoso per aver spinto uno stile chiamato Swamp Pop. Il disco è dedicato proprio a lui, mentre ''il viaggiatore della notte'' (il curioso personaggio creato da Rebennack negli anni 70, sparito dalla circolazione per un po', è riapparso dopo i tristi avvenimenti relazionati a Katrina) supportato dai The Lower 911 libera lo spirito attraverso le note del suo organo, dopo aver seppellito chissà quante strade e chissà quanti ricordi.



THE NEVILLE BROTHERS
Treacherous: A History Of The Neville Brothers 1955-1985 (Rhino)

dwl: disc1 & disc2 

I fratelli Neville possono essere considerati tra gli ambasciatori viaggianti della Crescent City, e sebbene i loro successi non siano mai saliti in cima alle classifiche di vendita, sono riusciti a portare in giro per il mondo gli umori, i colori, gli odori, l'estroversa follia di una città che ha visto la nascita del jazz, ha gioito per Jelly Roll Morton e Louis Armstrong, ha ballato con il jump-blues degli anni Quaranta, ha preceduto il rock'n'roll di Elvis Presley con autentici showmen come Professor Longhair, Fats Domino, Roy Brown ... Un bel record: paradossale quasi, se si pensa che una grandissima percentuale dell'american-music ha visto i natali nella città meno yankee d'America. The Big Easy, o meglio Crescent City (naturalmente stiamo parlando di New Orleans) è davvero (è sarà sempre a prescindere dai problemi degli ultimi anni) un porto di mare: bianchi, neri, contadini, mercanti, francesi, inglesi, ex canadesi (i cajun delle paludi), creoli, Africa e Caraibi, un carnevale indiano, il Mardi Gras, il blues, il funky, lo zydeco e il reggae. Da tanto casino una musica senza barriere, senza regole definite se non quella di un calore quasi sensuale e di una sensazione di selvaggia libertà.


L'avventura dei fratelli Neville comincia, una volta di più, in famiglia. Una famiglia che avrebbe trasformato in musicista anche il più stonato dei campanari. La mamma e lo zio avevano una compagnia di ballo, il padre cantava dappertutto (a letto, in giardino, in cantina, quando scaricava le navi, quando guidava i taxi). In casa la televisione (tutto questo lo lessi) aveva la stessa funzione di un quadro e non appena arrivavano amici e parenti, era subito un via vai di armoniche, chitarre, chucchiai usati come percussioni... Art è il primo a mettersi in luce. E' il 1954 e col gruppo degli Hawkettes canta e suona (il piano) una rumba boogie  divertente e piccante (''Mardi Grass Mambo''). Poi però si stancherà del mambo e si avvicinerà al rock'n'roll, sempre in maniera bizzarra (''Cha Dooky-Do'' e ''Zing Zing''). Aaron è invece, canoramente, il più dotato dei quattro. Una voce calda, sinuosa, soulin' al punto giusto, con l'inevitabile influenza del gospel e del soul di Sam Cooke (''Over You'', 1960 e ancora, nel tempo ''Tell It Like It Is'', ''I Love Her Too'', ''Where Is My Baby'', e soprattutto la splendida ''Hercules'' - video ascolto sotto - con un giro di basso da paura). Lo ''sbandato'' della famiglia  Neville è Charles. Impara il sax dal jazz e dal vaudeville, suona con Jimmy Reed e Little Walter (due grandi bluesman del sud) e poi si invola a New York, dove lavora prima ad Harlem e poi con Joey Dee (quello di ''Peppermint Twist''). Quando nel 1972 torna in Louisiana, fa i conti con le leggi dello stato: tre anni di galera per due joint di marijuana. Quando esce, assieme agli altri fratelli (del quarto, Cyril, si può leggere sotto) si unisce a Wild Tchoupitoulas, una tribù indiana der Mardi Gras, capitanata dallo zio George 'Big Chief' Laundry, insieme folcloristico di ritmi afro, reggae, superstizioni, richiami di voodoo, pittoreschi abbigliamenti, esistenze vagabonde.


Nonostante la prima uscita di uno dei Neville risalga al 1955, è solo nel 1978 che avviene l'ufficiale riunione dei quattro fratelli, e tre saranno gli LP (''The Neville Brothers'', ''Fiyo On The Bayou'' e il live ''Neville-Ization''- successivamente arriveranno altri dischi, tra i quali i bellissimi ''Yellow Moon'' e ''Brother's Keeper'', ma questa è un'altra storia -) che da quella data fisseranno quello street language che il titolo della doppia antologia ''Treacherous: A History Of The Neville Brothers 1955-1985'' (Rhino) simboleggia a meraviglia. In quest'anlbum si trova davvero di tutto, come in quei mercatini delle pulci di periferia: (oltre ai brani già citati fin quì) trovano spazio un pezzo di John Hiatt, ''Washable Ink'', bello e intenso; un'altro della coppia Leiber/Stoller, la famosissima ''Fever'' (in una versione live); poi ancora ''Sitting In Limbo'' di Jimmy Cliff, ''Fire On The Bayou'' (dall'omonimo album), calda e umida come una serata nelle paludi, la funkissima ''Fear, Hate, Envy, Jealousy'' e il finale pirotecnico di ''Amazin Grace'', ''Down By The Riverside'' e ''Amen'' stretti in un pezzo solo (live). 



Cyril è il più giovane dei fratelli Nevill. Professionalmente inizia giovanissimo (a 19 anni circa) e si svezza musicalmente prestando il proprio talendo a bands leggendarie di New Orleans come Art Neville, Soul Machine, Meters e (naturalmente) Neville Brothers. Abile percussionista e pianista Cyril può anche vantare tre decadi di carriera solista parallelamente alla quale, nel corso del tempo, forma alcune bands come Uptown Allstars, Tribe 13 o Endanngered Species Band, e collabora con moltissimi artisti, da Bob Dylan a Willie Nelson, da Jimmy Buffett allo stesso Dr.John ecc.


CYRILL NEVILLE
The Essential Cyril Neville (MC Rec., 2010)
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''The Essential Cyril Neville'' (MC Records, 2010) raccoglie materiale inciso da Cyril tra il 1994 e il 2007 e include brani prelevati dai suoi album solisti usciti per l’indipendente Endanngered Records, più altre cose che appartengono invece al lavoro con gli Uptown Allstars e con i Tribe 13. Scorrendo i brani, affianco al suo nome, spuntano quelli di alcuni fedelissimi come il chitarrista Charles Moore, il tastierista Norman Cesare, il batterista Willie Green, ma anche, in alcuni casi, quelli di ospiti prestigiosi come Allen Toussaint o Taji Mahal. Proprio quest'ultimo presta la voce all'unico brano dell'antologia precedentemente inedito: "Blues Is Here To Stay". Tra le altre traccie segnalerei invece: ''Tipitina'' (omaggio affettuoso al collega e leggenda di New Orleans, Professor Longhair), con un groove fluido, un arrangiamento jazz e un buon numero di cantanti in campo tra i quali spunta l’incredibile voce di Marva Wright; "New Orleans Cookin '' un r&b in chiaro stile Louisiana scritto con Allen Toussaint e prelevato dall’album omonimo; ''Funkaliscious'', un interessante fusione tra il funky dei Meters, il r&b dei Neville Brothers e i più moderni ritmi hip-hop. E ancora le due cover: una contagiosa ''Foxy Lady'' di Hendrix filtrata attraverso una buona dose di Crescent City's gumbo, ma anche una particolare ''The Times They Are A Changin''' di Dylan re-inventata dalla voce apassionata di Neville come un inno gospel. P.S.: Tutti i link nei commenti.