Gli House Of Love hanno sempre occupato uno spazio esclusivo nella galleria dei miei ricordi. Avevo quindici anni quando ascoltai per la prima volta la voce di Guy Chadwick, leader e compositore della band di Camberwell, un quartiere a sud di Londra, e fui immediatamente rapito dal profondo languore, dallo spleen tipicamente britannico e dalle dolci sfumature poetiche della sua musica. Sensazioni forti, difficilmente descrivibili, ma che ho sentito subito come mie. ''Shine On'', in particolare, è stata una delle canzoni della mia adolescenza. Romantica, sincera, sognante, pura, densa: poco più di tre minuti di assoluta bellezza. Un sovrapporsi di laudaniche visioni, simile per enormità emozionale, più che per il carattere strettamente musicale, ad altri splendidi pezzi di quegli anni quali ''Primitive Painters'' dei Felt o ''In Power We Entrust The Love Advocated'' dei Dead Cand Dance. Erotici e conturbanti, l'incanto e l'eccitazione generati dai primi singoli fù grande. Poi arrivò la struggente radiosità dell' omonimo album di debutto (Creation, 1988) e fù allora che le porte della Casa dell'Amore si spalancarono definitivamente, accogliendomi nelle sue stanze da sogno. Dalla ballata lisergica ''Christine'' (altro grande capolavoro della band, video sotto), attraverso ''Hope'', ''Sulphur'', ''Road'', si avverte l'incandescenza bruciante e l'attrazione profonda di un opera prima di grande livello, lontana anni luce dalle consuetudini pop giovanili che si esauriscono in un istante. Chadwich ama le immagini forti, il sangue, la morte, Dio, il mare, il sesso, le lacrime e canta con sublime trasporto di questi temi, reminescenze certe d'una lunga attività interiore. Il legame intenso tra il pop e e la cultura neo-psichedelica inglese si completa magistralmente in ''Man To Child'' e ''Love In A Car'', in cui armonie licquide vengono tratteggiate da raggianti arpeggi chitarristici. Lo stato di profondo languore regna sovrano e i brani sono accarezzati da dolci sfumature poetiche degne dei migliori momenti di casa Creation. Le melodie disegnano percorsi ritmici e perfezionano contrasti armonici utilizzando idee di grande immaginazione. Dai fosforescenti lidi sonori di ''Touch Me'', alla romantica fuga elettrica di ''Salome'' si viaggia con inusitata agilità attraverso labirinti di cristallo. Un lavoro che merita una partecipazione emotiva totale, capace di affrontare senza timori lo scorrere del tempo e che ora torna disponibile in un una lussureggiante edizione deluxe in triplo cd pubblicata dalla Cherry Red in cui trovano opportunamente spazio anche i primi singoli e una marea di b-sides, rarità, demos e versioni alternative. Uno scrigno di tesori luminosi che raccoglie praticamente tutto (o quasi) inciso da Chadwick e compagni nei primi tre anni di attività, quelli in cui la band riuscì a trarre il meglio dalla propria vena compositiva, prima del lento declino che a partire dal 1991, all'indomani del botto in classifica del Fontana album, porterà la Casa dell'Amore a dissolversi lentamente, come un graffito al sole.
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domenica 2 dicembre 2012
giovedì 29 novembre 2012
Soulshakers
Nato e cresciuto nella piccola città di Wilson, North Carolina, Lee Fields ha trascorso la sua adolescenza cantando in chiesa e ascoltando artisti come James Brown, The Temptations, Eddie Floyd, Otis Redding, Solomon Burke e il classico suono di Memphis. Iperattivo fin dagli anni Settanta, aldilà delle scarse attenzioni riservategli dall’industria discografica maggiore (un solo contratto con la major London risalente peraltro al 1973) e un lavoro dimenticato pubblicato nel 1979 (''Let's Talk It Over''), il cantante torna in attività agli albori degli anni ’90 con un trittico di album pubblicato dalla Ace, dopo aver trascorso gli eighties in una fase di costernato silenzio. Qualche anno dopo è la Desco (l’etichetta da cui prenderà le mosse il movimento neo soul tutto, Daptone Records compresa) ad accoglierlo a braccia aperte pubblicando nel 1998 ''Let’s Get A Groove On'', un album costruito sul suo magistrale timbro soulful. Ma è soprattutto nel 2009 che la stella di Fields torna a brillare prepotentemente; nel momento in cui figure di rilievo di un’epopea indimenticata come Naomi Shelton o Sharon Jones raccolgono a distanza di tempo i frutti di una carriera spesso ai margini del music business, il nostro si ripresenta baldanzoso con ''My World'', che segna il sodalizio con la label di Brooklyn Truth & Soul, ma anche con i rispettivi proprietari, Jeff Silverman e Leon Michels, desiderosi di pubblicare un disco ''con fini armonie vocali ed una sezione ritmica comunque incalzante simile allo stile di gruppi
vocali quali The Moments, The Delfonics e The Stylistics''. Per far questo Silverman e Michels mettono a disposizione del cantante la sapienza esecutiva degli Expressions (al lavoro anche con Aloe Blacc), favolosa e micidiale backing-band chiamata a fare da contraltare alla formula di Mr. Lee, pronto a dare un seguito alle prodezze vocali che negli anni 70 gli valsero l'apellativo di ''Little James Brown'' e opportunamente impiegata anche nella realizzazzione di ''Faithful Man'' (Truth & Soul, 2012). Fedele alla filosofia dell'autore secondo cui la soul music è un'attitudine, una forma mentis che non ti abbandona
tutta la vita e che può coniugarsi benisssimo con i nostri tempi, il disco sembra uscito da una capsula temporale piombata fra noi direttamente dagli anni Sessanta e Settanta, un flash back di grande splendore, impreziosito da un sound travolgente e raffinato, tra andature stax, funk bollenti, soul ballads, ma anche incursioni orchestrali memori di Bacharach e dell'Isaac Hayes di
''Hot Buttered Soul''. I Riferimenti sono sempre i soliti con diversi
livelli e sfumature di riverenza. Fields si lascia trasportare dalla musica, mima le mosse di Mr. Dynamite, sussurra nell'orecchio di Otis Redding, pecca con
le coriste, si converte con Al Green. Soprattutto giura eterna fedeltà
alla sua musica. E se è vero che la riproposizione vintage di questi suoni sollecita
inevitabilmente il confronto con i maestri, è altrettanto vero che le
canzoni parlano e si impongono a prescindere da quando vengono
realizzate. Un lavoro vibrante, appassionato a tratti sofferto, intimo. Straconsigliato a tutti gli amanti del genere. [Ascolta Faithful Man ]
Gli appassionati di soul avranno di chè gioire anche ascoltando ''Soul Overdue'' (Freestyle Records, 2012) il ritorno di Martha High e dei suoi Speedometer. Al di là del titolo, Martha non è una novellina cresciuta mimando le mosse del ''padrino del soul'' davanti a uno specchio come molte nuove giovani proposte del music business, ma un'artista di lungo corso (in pista con i Jewels già dagli anni Sessanta) che al pari di altre funky divas quali Vicki Anderson, Marva Whitney o Lyn Collins può vantare un lunghissimo apprendistato alla corte di sua maestà James Brown e, di conseguenza, l'opportunità di dividere il palco con artisti del calibro di Little Richards, Jerry Lee Lewis, The Temptations, Aretha Franklin, Stevie Wonder, George Clinton, B.B. King, Maceo Parker (per il quale ha cantato in diverse occasioni) e molti altri. Ma al di là di una carriera ricca di collaborazioni c'è da chiedersi per quale motivo, prima del fortunato incontro con gli esplosivi Shaolin Temple Defenders e alla realizzazzione di W.O.M.A.N (Soulbeat Records, 2008) nessuno si fosse mai preso la briga di portare questa reginetta del soul in uno studio di registrazione (ad eccezzione di un omonimo lp di musica disco pubblicato nel 1979 dalla Salsoul Records). Motivo in più per accogliere a braccia aperte (e ad orecchie spalacate) questo ''Soul Overdub'' in cui è possibile apprezzare tutta l'abilità interpretativa della cantante di Washington Dc, magistralmente supportata dal poderoso groove degli Speedometer, una delle migliori deep funk band in circolazione. Facendo appello alle intonazioni forti, verso le quali è portata naturalmente, ma sfoderando anche una ragguardevole dose di arte incantatoria dove il copione lo richiede (vedi le ballate soul), Martha si cimenta in una stupenda esibizione vocale in cui brani prelevati dal repertorio degli stessi Speedometer si alternano ad eterni capolavori di Aretha Franklin (Save Me), Marvin Gaye (Trouble Man), Etta James (I’d Rather Go Blind) o dello stesso James Brown (Mama Feelgood) doverosamente riarrangiati e restituiti con rinnovato splendore per l'occasione. L'esuberanza si rivela soprattutto in classici funky soul come l'iniziale ''No More Heartaches'' (originariamente cantata dalla collega Vicki Anderson), che strapazza con bordate canore incredibili o in composizioni similari come ''Never Never Love A Married Man'', ''No Man Worries'', ''You Got It'', ''Save Me'', tutti pezzi in cui il suo grido potente si sposa perfettamente con i ritmi, le bordate di hammond e gli arrangiamenti fiatistici di un errebi decisamente focoso e memore del suono Stax, mentre la capacità di sedurre è riservata a ballate soul quali la citata ''I'd Rather Go Blind'' o ''You Got Me Started''. Un sound travolgente impreziosito sia dalla straordinaria forza delle corde vocali di Martha che dalla ricchezza strumentale e dai grooves di una band affiatatissima. Soul, funky e r&b suonato e cantato con feeling, sudore e passione. Da non perdere
Gli appassionati di soul avranno di chè gioire anche ascoltando ''Soul Overdue'' (Freestyle Records, 2012) il ritorno di Martha High e dei suoi Speedometer. Al di là del titolo, Martha non è una novellina cresciuta mimando le mosse del ''padrino del soul'' davanti a uno specchio come molte nuove giovani proposte del music business, ma un'artista di lungo corso (in pista con i Jewels già dagli anni Sessanta) che al pari di altre funky divas quali Vicki Anderson, Marva Whitney o Lyn Collins può vantare un lunghissimo apprendistato alla corte di sua maestà James Brown e, di conseguenza, l'opportunità di dividere il palco con artisti del calibro di Little Richards, Jerry Lee Lewis, The Temptations, Aretha Franklin, Stevie Wonder, George Clinton, B.B. King, Maceo Parker (per il quale ha cantato in diverse occasioni) e molti altri. Ma al di là di una carriera ricca di collaborazioni c'è da chiedersi per quale motivo, prima del fortunato incontro con gli esplosivi Shaolin Temple Defenders e alla realizzazzione di W.O.M.A.N (Soulbeat Records, 2008) nessuno si fosse mai preso la briga di portare questa reginetta del soul in uno studio di registrazione (ad eccezzione di un omonimo lp di musica disco pubblicato nel 1979 dalla Salsoul Records). Motivo in più per accogliere a braccia aperte (e ad orecchie spalacate) questo ''Soul Overdub'' in cui è possibile apprezzare tutta l'abilità interpretativa della cantante di Washington Dc, magistralmente supportata dal poderoso groove degli Speedometer, una delle migliori deep funk band in circolazione. Facendo appello alle intonazioni forti, verso le quali è portata naturalmente, ma sfoderando anche una ragguardevole dose di arte incantatoria dove il copione lo richiede (vedi le ballate soul), Martha si cimenta in una stupenda esibizione vocale in cui brani prelevati dal repertorio degli stessi Speedometer si alternano ad eterni capolavori di Aretha Franklin (Save Me), Marvin Gaye (Trouble Man), Etta James (I’d Rather Go Blind) o dello stesso James Brown (Mama Feelgood) doverosamente riarrangiati e restituiti con rinnovato splendore per l'occasione. L'esuberanza si rivela soprattutto in classici funky soul come l'iniziale ''No More Heartaches'' (originariamente cantata dalla collega Vicki Anderson), che strapazza con bordate canore incredibili o in composizioni similari come ''Never Never Love A Married Man'', ''No Man Worries'', ''You Got It'', ''Save Me'', tutti pezzi in cui il suo grido potente si sposa perfettamente con i ritmi, le bordate di hammond e gli arrangiamenti fiatistici di un errebi decisamente focoso e memore del suono Stax, mentre la capacità di sedurre è riservata a ballate soul quali la citata ''I'd Rather Go Blind'' o ''You Got Me Started''. Un sound travolgente impreziosito sia dalla straordinaria forza delle corde vocali di Martha che dalla ricchezza strumentale e dai grooves di una band affiatatissima. Soul, funky e r&b suonato e cantato con feeling, sudore e passione. Da non perdere
mercoledì 28 novembre 2012
Sciamani postmoderni
ANDY STOTT
Con ''Luxury Problems'' Andy Stott centra l'obiettivo di prolungare la via indagatoria aperta lo scorso anno con le implosioni ritmiche e le decongestioni techno-percussive del dittico ''We Stay Together'' - ''Passed Me By'' (Modern Love, 2011). Senza ripetersi, il produttore di Manchester intraprende l'ennesima metamorfosi compositiva e amplia lo sguardo della propria musica senza lasciare sguarnito nessun aspetto, tanto meno quello della torbida e conturbante lentezza e della spessa nube di sintesi a passo di tartaruga dei lavori precedenti. In questo senso non c'è una rottura drastica, totale, ma una logica evoluzione di un suono che manifesta inedite aperture vocali, rivelando elementi inaspettatamente aulici e spiragli di luce in perenne lotta contro la penombra. Stabilire se si tratti di techno, deep soul o ethereal music risulta riduttivo in casi come questi e al di là di ogni possibile etichetta la cosa veramente certa è che Stott è riuscito a forgiare un'altro lavoro di dirompente forza evocativa. Un tuffo dall'altissimo coefficiente di difficoltà perfettamente riuscito.
RAIME
L'attesissimo battesimo su lunga distanza per l'enigmatico duo di produttori londinese Raime (Joe Andrews e Tom Halstead) si traduce in una esplorazione musicale (e psicologica) in terreni misteriosi. Un suono aghiacciante dalla forte radice industrial e isolazionista sull'orlo del coma (piacerà sicuramente agli estimatori di Coil, Clock Dva, Scorn, Main, Techno Animal ecc) in cui si fondono elementi ambient, techno e (post)dubstep senza mai cadere nella parodia del
teatrino dark. La musica dei Raime punta essenzialmente a un isolamento forzato, a una oscurità palpabile, vivida,
attualissima, sviscerata da ritmiche minimali da apocalisse post-industriale. Un soundtrack della notte metropolitana che suggerisce l'immane desolazione e l'inquitudine della società moderna. Menzione speciale anche per la
meravigliosa contorsione di copertina, opera del fotografo William Oliver, che fà il
paio con quella del tuffo di Andy Stott.
DINO SABATINI
Considerato uno dei dj e producer più in vista dell'attuale panorama europeo e tra i massimi esponenti di una scena techno tanto apprezzata all'estero quanto ignorata in patria, il romano trapiantato a Berlino Dino Sabatini è autore di un percorso affascinante attraverso un suono di natura oscura, ipnotica e minimale sulla linea di altri alfieri della nuova onda capitolina quali Donato Dozzy e Neel (protagonisti quest'anno dell'ambizioso progetto Voices From The Lake) con i quali condivide l'estetica del suono Prologue. ''Shaman's Pat'' sancisce il ritorno del produttore romano alla casa Bavarese (dopo una serie di release tra il 2008 e il 2010) con un primo lavoro sulla lunga distanza che conferma appieno le aspettative sul suo conto. Un album intenso e profondo che rimanda a una personale interpretazione delle sonorità tribali del continente nero, in un percorso dal marcato influsso ipnotico scandito da poliritmie notturne e campioni di voci misteriose che si susseguono minacciose prima di essere rissucchiate nel magma techno-dub. Un viaggio introspettivo, oscuro, ricco di suggestioni.
SHACKLETON
Spettacolare esibizione di Shackleton all'apice della sua
maturità artistica. Due release con identità propria in quanto a suono, ma legate da una comune
esperienza trascendentale in cui ogni titolo rimanda all'altro e
viceversa. Come un ouroboros (il serpente che si morde la coda,
rappresentazione della teoria dell'eterno ritorno) tutto è riconducibile
alla natura ciclica delle cose. Fluida e allucinata la musica induce a una
specie di trance e sembra l'effetto ultimo di uno stato extracorporale,
l'evasione dalla realtà e dalle appartenenze. Battiti terzomondisti e
tropicalismi post-moderni mettono a nudo la visione androide, solo a
tratti umana, di uno sciamano fuori dal tempo. L'inafferrabilità è totale. La bussola è riposta nel
cassetto. Domina un esotismo alienante. L'umore è nero e intriso di
misticismo, ora vivo e pulsante, ora avvolto da una nube densa in cui
confluiscono ambient, colonne sonore di vecchi documentari e quella che
un tempo avremmo chiamato hauntology. E' come se dietro ad ogni
atmosfera si nascondesse uno spettro, l'impronta dell'ineffabile. Un
viaggio perenne, un flusso ininterrotto da vivere intensamente.
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domenica 18 novembre 2012
A Nigerian Retrospective
Oltre alla fantastica occasione di incontrare la musica di Tunji Oyelana, ''A Nigerian Retrospective 1966-79'' (Soundway Records, 2012) [gracias!] ha il pregio di introdurci nella ricchissima galassia musicale della Nigeria a cavallo tra Sessanta e Settanta, negli anni in il cui paese, dopo essere approdato all'indipendenza stava cercando la propria strada, seppur tra mille difficoltà (colpi di stato, guerre civili, nuove elezioni ecc). Anni animati da una scena dinamica e frizzante, ricca di notevoli invenzioni, dalle spensierate sonorità highlife alle ''complicazioni'' jazz-funk del cosidetto afrobeat. Un genere, un modo di portare il ritmo, di usare i fiati e le percussioni che soprattutto Fela Kuti ha fatto conoscere al mondo, ma che in quegli anni ha trovato decine di altri validi interpreti (Orlando Julius, Segun Bucknor, Sir Victor Uwaifo ecc), un intero mondo da scoprire nei vasti territori che arrivano fino alla juju music. Tra i musicisti che hanno animato quella stagione pazzesca Tunji Oyelana è stato senz'altro uno dei più dinamici. Cantante, compositore, attore, sceneggiatore e commediografo Tunji ebbe modo di studiare (teatro) con uno degli intellettuali più importanti dell'intero continente, il famoso poeta, scrittore, saggista e drammaturgo Wole Soyinka, successivamente insignito del Premio Nobel per la letteratura. Non stiamo parlando quindi di un semplice musicista, ma di un agitatore culturale a tutti gli effetti, un bandleader e uomo d'arte poliedrico che, anche attraverso la musica, con i suoi Benders, ha saputo rappresentare al meglio i cambiamenti del proprio paese nel momento del passaggio storico, mischiando con sapienza suoni e influenze, retaggio folclorico e modernità urbana: dal gusto calypso e highlife dei decenni precedenti, agli stilemi cari alle nuove generazioni, come soul, jazz, afro-rock, reggae fino alla musica juju e fuji. Riff sornioni, bassi perentori, vocalità accattivanti, bel sound, gusto dei dettagli e quel peculiare tocco africano. E' soprattutto grazie a retrospettive come queste che ci si può rendere conto di quale fucina di musica innovativa sia stata all'epoca la Nigeria. Spettacolare, non ci sono altre parole.
venerdì 16 novembre 2012
West Coast & Sixties Revival
ALLAH-LAS
Avvicinate l'orecchio alla conchiglia. Le sentite le onde dell'oceano? Se chiudete gli occhi per un po' vedrete che funziona. Sempre che siate interessati a farvi sopraffarre dal sapore nostalgico e malinconico proposto dal surf/garage un po’ impolverato degli Allah-Las, quattro ragazzi californiani che si sono conosciuti lavorando alle dipendenze di un importante negozio di dischi, a Los Angeles, prima di mollare tutto e inseguire i profumi delle estati adolescenziali trasferendosi, fiore in una mano joint nell'altra, in uno scantinato interrato tra la montagna e la spiaggia della costa californiana, location perfetta per iniziare a dar forma alla loro musica, anche grazie alla supervisione del soulman bianco Nick Waterhouse. Risultati? Una serie di singoli come Long Jorney (cover di una garage band degli anni sessanta, i Roots) ''Catamaran'', ''Don't You Forget It'' (con lo stesso Waterhouse) e un omonimo album le cui stroboscopiche canzoncine sembrano uscite dalla penna di Mick Jagger o di Arthur Lee, in un rimbalzo continuo tra Londra e Los Angeles, british invasion e dolce surf-psychedelia westcostiana: chitarre cristalline, percussioni slow-motion, rilassatezze drogate che sanno tanto di tramonto sulla spiaggia e maree notturne. Il riflesso di un riflesso, l'eco do un eco. L'onirismo di certi suoni è duro da vincere. Ben venga se poi i risultati sono quelli di ''Allah-Las'' (Innovative Records, 2012).
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BEACHWOOD SPARKS
Se siete un po' immalinconiti dalle brutture del mondo moderno potete anche farvi inebriare dalle fascinazioni e dalle vibrazioni di ''The Tarnished Gold'' (Sub Pop, 2012), il disco che sancisce il ritorno di Brent Rademaker (che nel frattempo era finito a lavorare all'Ikea) e dei suoi Beachwood Spark, archeologi del Laurel Canyon scomparsi dalle scene da più di dieci anni dopo aver pubblicato agli albori del nuovo secolo quei due gioiellini revival che sono ''Beachwood Sparks'' (Sub Pop, 2000) e ''Once We Were Trees''(Sub Pop, 2001), quest'ultimo registrato nello studio di J.Mascis dei Dinosaur Jr, che ha pure suonato in un paio di brani (di chitarre sature e distorte, però, neanche l'ombra). Ma, a pensarci bene, cosa sono dieci anni per una band esule dal concetto stesso di tempo? Se amate o avete amato, se rimpiangete o avete rimpianto Byrds, Flying Burrito Brothers, Love, i Grateful Dead di Workingman's Dead, non esitate a cogliere anche questo colorato fiorellino e sarete avvolti da una psichedelia sognante e orgogliosamente retrò, infarcita di scampoli agresti e voli lisergici, boschi incantati e soffici arabeschi. E nel
mare magnum delle decine di produzioni che stanno ricalcando questo tipo di suoni (Fleet Foxes, Father John Misty, Jonathan Wilson.. ) sarebbe un vero peccato se questo disco passasse quasi del tutto innosservato.
TIM COHEN (MAGIC TRICK + FLESH & ONLYS)
Si respira aria di west coast e di flower power anche in ''Ruler Of The Night'' (Hardly Art; Sub pop, 2012) dei Magic Trick, l'ultima mutazione dell'ottimo Tim Cohen, che per l'occasione si è fatto accompagnare da Noelle Cahill, Alicia Vanden Heuvel (Aislers Set) e James Kim (Kelly Stoltz) producendo undici traccie di ottimo neosixtiespop semiacustico, con più di un occhio alla surf music, alle spiagge frichettone delle
California, alle sonorità cavernose e vintage, al lo-fi d'ordinanza, al
garage rock psychedelico targato '60 (da Barret ai Velvet, passando per
gli Standells). Revival quanto volete, ma anche in questo caso di ottima fattura. D'altro canto le potenzialità di Cohen non si discutono, e tanto meno quelle dei suoi Fresh & Onlys (la band che divide con Kyle Gibson, Shayde Sartin e il chitarrista Wymond Miles, arrivato a sua volta al debutto in solo con ''Under The Pale Moo''), uno dei migliori frutti di quella scena weird-garage psichedelica di San Francisco che (dai Thee Oh Sees a Ty Segall) sembra andare tanto di moda negli ultimi tempi. A due anni di distanza da quel gioiellino che è ''Play It Strange'' (In The Red, 2010), il gruppo sembra aver improvvisamente cambiato pelle con ''Long Slow Dance'' (Mexican Summer, 2012). Riducendo al minimo l'anima beardy, gli scossoni elettrici e le suggestioni visionarie dei dischi precedenti, il nuovo lavoro attinge tanto dal romanticismo paisley, quanto dalla psichedelia pop dell’Inghilterra di inizio anni ’80 (Soft Boys, Teardrop Explodes, Echo & The Bunnymen) favorendo sonarità acustiche e puntando su una certa pulizia negli arrangiamenti. Un'altra ottima prova, anche se all'insegna del cambiamento.
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sabato 10 novembre 2012
Nuove corde antiche
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Semplice indovinello. E' uno strumento musicale povero, ma molto sofisticato. Un lungo bastone infilato in una grande zucca regge ben 21 corde che emettono il suono di una cetra o di un arpa. Ha un suono avvolgente e dolcemente mesmerico. Africano, è particolarmente diffuso in Senegal e nel Gambia, ma soprattutto nel Mali. Da lì vengono i suoi più grandi virtuosi. Due di questi, Sidiki Diabaté e Djelimadi Sissoko, nel 1970 pubblicarono un 33 giri di duetti puramente strumentali, ''Ancient Strings'', che ebbe un impatto enorme; molto più che un semplice disco, tanto da essere riconosciuto nel tempo come uno degli elementi fondanti dell'identità nazionale del paese e alla radio lo suonano regolarmente all'anniversario dell' indipendenza. Ventisette anni dopo i figli di costoro, Toumani Diabaté e Ballaké Sissoko, misero mano a un ''New Ancient Strings'' (Hannibal, 1999) e con gli stessi strumenti dei padri realizzarono quello che è considerato uno dei migliori album di world music (etichetta orribile, ma tant'è) degli anni Novanta. Membri di importanti famiglie griot, Toumani e Ballaké hanno avviato anche una dolce e delicata opera di modernizzazione che riguarda tecniche, modi, repertori legati all'ormai celebre arpa mandinga, e alla funzione sociale dei griot stessi. Rinunciare di frequente al canto, in una tradizione di cantastorie (custodi della cultura orale), ad esempio, non è cosa da poco. Ma questo non significa tacitare il legame del sangue, anzi. Al contrario questi artisti sebrano custodire nel loro orecchio interiore un codice antico e prezioso.
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Codice che traspare chiaramente anche nelle timbriche arcaiche dello splendido ''At Peace'' (Nop Format, 2012) [yuhuu!] il nuovo lavoro di Ballakè Sissoko, in cui il musicista maliano rafforza ed arricchisce il sodalizio con il violoncellista francese Vincent Ségal (iniziato nel 2009 con l'altrettanto incantevole ''Chamber Music'') che oltre a produrre il disco, infila il suo strumento in quattro dei nove brani: ''Badjourou'', ''Kabou'', ''Kalata Diata'' e ''Asa Branca'' (classico brasiliano composto nel 1947 dal duo Luís Gonzaga e Humberto Teixeira Cavalcanti e magistralmente interpretato, tra gli altri, da Caetano Veloso nel suo omonimo capolavoro del 1971). Ancora una volta l'intesa è telepatica e sorprende l'armonia creata tra i due (aristocratici) strumenti. Contribuiscono a disegnare le sublimi trame di ''At Peace'' anche la chitarra di Moussa Diabaté, le dodice corde di Aboubacar "Badian" Diabaté e il balafon di Fassery Diabaté. La musica riseva suggestioni di paesaggi sconfinati ed è facile abbandonarsi a un intensità che rasenta il liturgico. Merito del suono di uno strumento la cui languida sensualità accende il sentimento, ma anche della magia delle mani di Sissoko, che quando resta solo (''Maimouna'', ''Nalésonko'', ''Kalanso'') riprende, come un vecchio griot muto, il percorso dei padri rievocando al meglio la poesia delle ''nuove corde antiche''. Di che corde si tratta l'avrete senz'altro già capito. Io intanto, pur esaltandone la grandezza, sono riuscito ad arrivare a capo di queste poche righe lasciando solo alla fine la magica parolina: ''kora''.
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lunedì 29 ottobre 2012
Lo stregone del reggae
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Lo stregone del reggae, il grande vecchio della musica giamaicana
continua a sorprendere. Oggi come ieri, mescola, in parti uguali, follia
e genialità. Dopo la jam con David Gilmour e la discreta collaborazione con gli Orb di ''The Orbserver In The Star House'', il più geniale e squilibrato fabbricatore di reggae è tornato a farsi vivo con un nuovo lavoro, questa volta diviso con il collettivo di produttori francesi denominato Easy Riddim Maker (ovvero Olivier Gangloff aka Piment/Electric Rabbit e Romain Ferrey aka EasyMode): 10 brani da ballare a cavalcioni sulla linea sottile che divide il genio dalla follia. E' lo standard quando c'è di mezzo Lee ''Scratch'' Perry. Il disco non fà venire giù i muri (beh, la copertina, quella sì!), ma non si può non rimanere colpiti dalle cadenze melodiche in pure stile Perry di ''Humanicity'' (ERM, 2012), brillanti e coinvolgenti come poche altre produzioni odierne. L'uomo improvvisa dei versi. Recita dei blues che seguono un ritmo in levare. A
volte sembra perdersi, allontanarsi troppo, ma alla fine riesce sempre a
ritrovare il sentiero. Un gioco duro condotto ora con sarcasmo, ora con dolcezza, quà e là con un po' di
''cattiveria'', in cui si sovrappongono il suono digital-reggae/dub, il sourrounding toasting un po' cazzone tipico di Perry e un flusso di parole
libero (così libero da sucitare qualche polemica, come in ''4th Dimension'': ''Il
reggae non viene da Trenchtown, Bob Marley ha mentito e per questo
motivo è morto..''). Ma si può credere ciecamente ad un visionario che sembra un poeta della beat generation, ad un Sun Ra nato per caso in Giamaica che ha cominciato a veder Ufo dappertutto e a innondare i muri con strani esoterici graffiti? Lascio a voi la risposta.
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Raccontare la storia di Lee Perry equivale a raccontare la storia della musica giamaicana dagli anni Sessanta in poi. Nato ad Hannover (Giamaica) il 28 marzo 1936, Rainford Hugh Perry attraversa tutte le epoche musicali dell'isola. Dagli anni presso lo studio One di ''Coxsone'' Dodd (un altro dei mentori della discografia giamaicana) ai ritmi cuciti per Prince Buster e Joe Gibbs col quale incide ''Am The Upsetter'', una delle sue prime grandi hits (duro atto d'accusa allo stesso Dodd nonchè canzone destinata a donargli l'altro pseudonimo con cui sarà da quì in poi noto), al sodalizio con l'astro nascente Robert Nesta Marley (risalgono a questo periodo capolavori come ''Soul Rebel'' e ''Soul Revolution'') che poi, complici le scarse vendite, gli ruberà la band, sorretta dalle fondamenta ritmiche dei fratelli Barrett, prima del definitivo passaggio dei Wailers alla Island. Nel 1973, Perry, dopo aver a lungo frequentato lo Studio di un'altro geniale ingeniere del suono, King Tubby, dà vita a quello che viene unanimemente considerato il più importante dub album della storia, ''Blackboard Jungle Dub'' (Upsetter, 1973), la summa delle più sfrenate evoluzioni soniche giamaicane. Nel frattempo, in un capanno nel giardino di casa,
al 5 di Cardiff Crescent a Washington Gardens, un sobborgo di Kingston,
con mezzi tecnici minimi (un quattro piste a bobine, un mixer, un
equalizzatore e qualche distorsione), perfeziona suoni che cambieranno per sempre la storia del reggae e ancora oggi esercitano un'enorme
influenza nei più svariati ambiti musicali. Tante ne ha fatte e pensate nella meditabonda indipendenza del suo Black Ark, il mitico studio di registrazione che lo stesso produttore arrivò a definire come ''un' astronave spaziale, qualcosa in possesso di una vibrazione sacra'', a tal punto che un giorno, persuaso che il demonio si fosse impossessato di quel luogo, ricorse al fuoco purificatore per debellarne lo spirito distruggendone le strutture e disperdendo parte dei suoi tesori musicali.
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Quello stesso studio che era stato il centro di produzione e smistamento di una moltitudine di ritmi reggae e rispettive
dub: lì suonavano gli Upsetters, la band residente nello studio e una delle più influenti dell'intera storia della musica giamaicana; di lì sono passati Max Romeo, Junior Murvin, The Heptones, The
Meditations, The Congos, Mikey Dread, Errol Walker, Keith Rowe, George
Faith e numerosissimi altri; lì sono stati realizzati classici incredibili che non starò quì a
citare. E' proprio l'incompresibile rifiuto da parte della Island di pubblicare uno dei capolavori prodotti tra quelle pareti nel 1977, ''Heart Of The Congos'' dei Congos (ne parlai quì), a fare da detonatore a una crisi esistenziale da tempo latente. Superlavoro e qualche vizzietto (non solo canne, ma anche alcool e cocaina) e la separazione dalla (prima?) moglie, trasformarono in un fatale attimo la sana follia del nostro in pazzia vera. Così una mattina di fine 1979, Perry incendia la sua sala d'incisione, la guarda bruciare e poi parte per l'Europa. Per sua stessa ammissione impiegherà otto anni a rimettere assieme una vita andata a pezzi e per tornare ai suoi livelli, anche grazie all'aiuto del discepolo Adrian Sherwood e del giro On-U Sound. Di lì in avanti la sua carriera continuerà tra alti (e tra gli alti anche qualche capolavoro) e bassi fino alle recentissime produzioni. Certo il suono non è più quello innovativo, geniale e oltremodo suggestivo, tutto costruito sui ''trucchi'' dello studio e l'affiatamento e lo spirito dei musicisti degli anni Settanta, ma ogni nuovo disco del mastro più influente e sbalestrato della musica giamaicana regala sempre qualche sorpresa e a dispetto di chi lo considera obsoleto, moribondo, démodé la sua musica continua ad essere più brillante e convincente/coinvolgente di tanti altri idiomi futuristi solo a parole e look. E poi, scusate, ma la sua emissione nello spazio potrebbe contribuire a risolvere l'attualissimo problema della comunicazione umana con altre galassie. Si può non voler bene a uno così?giovedì 11 ottobre 2012
Cosmic jazz-funk
Nato il 28 Dicembre 1940 a Richmond, in Virginia, il pianista e tastierista afroamericano Lonnie Liston Smith (da non confondere con l'altro grandissimo e omonimo pianista jazz: Lonnie Smith) può essere considerato, al pari di artisti come Herbie Hancock, uno dei massimi pionieri del jazz funk, e tra i primi ad aver creduto nella fusione di stili ed esperienze cretive. Allievo di McCoy Tyner, negli anni Sessanta suona a fianco di mostri sacri del calibro di Pharoah Sanders, Max Roach, Art Blakey, Roland Kirk, Gato Barbieri.., ma è l'esperienza con Miles Davis, all'inzio degli anni Settanta, a spingerlo ad intraprendere, a partire dal 1973, una carriera solista e a formare con il fratello Donald i ''Cosmic Echoes'' creando di fatto i primi prodromi della musica di fusione: un ispiratissimo mix di jazz, funk, soul e rock progressivo che
racchiude in sè l'anima e la spiritualità di John Coltrane, Pharoah
Sanders, Rahsaan Roland Kirk, Yusef Lateef. Ma al di là di ogni possibile definizione (si scrisse di Liston Smith come di colui
che aveva colmato il divario tra Coltrane e gli Earth, Wind &
Fire), la sua è musica che trascende i generi e tutt'oggi resta un esempio di come sia possibile inventare nuove
desinenze sonore e declinarle con urgenza espressiva che non paga pegno
all'approssimazione. Un suono ispirato e affascinante che dilata gli spazi e amplia gli orizzonti. Un innovatore libero e coraggioso che ha trovato nei dischi incisi per la Flying Dutchman tra ’74 e il ’77 (''Astral Traveling'', ''Cosmic Funk'', ''Visions Of A New World'', ''Expansions'' e ''Reflections Of A Golden Dreams'') il periodo più prolifico e significativi della sua carriera, peraltro magnificamente riassunto (a partire dal titolo) da una splendida antologia pubblicata quest'anno dalla BGP: ''Cosmic Funk & Spiritual Sounds: The Flying Dutchman Masters'' - [yuhuu!]. Nuove direzioni risplendono come la prima luce che scende. Space Is The Place! Da non perdere!
martedì 9 ottobre 2012
I tesori nascosti di Taj Mahal
Henry St. Clair Fredericks aka Taj Mahal è molto più di un bluesman: figlio di un jazzista dalle origini indiane e di una cantante di gospel, il chitarrista newyorkese da sempre riflette influenze e passioni nella sua musica. Gli studi accademici, l'università e una vasta conoscenza
musicale gli favorirono una preparazione e un livello culturale superiore alla
maggioranza degli artisti di colore della sua generazione. Sin dal 1965, quando insieme a un giovanissimo Ry Cooder formò a Los Angeles i mitici Rising Son, Taj ha attraversato la storia della musica afroamericana con una versatilità che è propria dei grandi, ma in pochi nel 1968, subito dopo la pubblicazione del suo primo omonimo album, ''Taj Mahal'' (che vede la partecipazione di Jesse Ed Davis e dello stesso Ry
Cooder), si sarebbero aspettati un percorso di tale livello. Con una discografia altamente selettiva, ricca di di albums (circa una cinquantina!) dai generi più disparati, la sua carriera è
costellata da momenti di grande musica, spunti di classe e riflessioni
sulle capacità e sui traguardi dei neri d'America. Uno dei suoi meriti più grandi è quello di aver esplorato e documentato negli anni le strette parentele tra l'eterno blues ed alcune espressioni musicali dei quattro continenti (dal calypso, al raga, dalle Hawaii a Zanzibar passando per la tradizione Malindi).
Caratterizzata da costanti mutamenti di tendenza, la musica di Taj Mahal ha spaziato in modo elegante tra i repertori fin dai primi anni: da quello quasi essenzialmente blues di ''The Natch'l Blues'' (1968) a quello country-blues (con i primi innesti di suoni caraibici, latini, hawaiiani, e jazz) del (doppio) capolavoro ''Giant Step/De Old Folks At Home'' (1969) e di ''The Real Thing'' (1971), dalle influenze africane di ''Recycling The Blues'' (1972) agli accenti calypso, reggae e salsa di ''Mo Roots'' (1974) e ''Music Keeps Me Together'' (1975). Un periodo di grandissima creatività che, a quanto pare, non ha svelato del tutto i suoi tesori nascosti, come dimostra la doppia, imperdibile, antologia ''Hidden Treasures of Taj Mahal 1969-1973'' da poco pubblicata dalla Legacy Recordings/Sony ad un prezzo decisamente accessibile. Ciò che più sorprende ascoltando la grande qualità dei materiali
raccolti nel primo dei due cd è pensare che si tratta di
registrazioni di studio belle e finite rimaste completamente inedite e mai
pubblicate in precedenza (molte delle quali adirittura scartate a suo tempo ): 12 gemme di blues acustico/elettrico ricche di
momenti e spunti in cui convivono disparate tendenze e tonalità musicali
(blues, rhytm'n'blues, stomp, swamp, funk, soul, gospel, cajun..).
Che si tratti di Chicago, New Orleans o del delta del Mississippi, di cover (Blind Willie McTell, Dylan) o di brani usciti dalla penna del nostro, il risultato non cambia. A fare la differenza sono soprattutto le ritmiche (spesso irregolari) e la qualità degli arrangiamenti, oltre alle notevoli capacità multi-strumentali di Taj Mahal (dalla chitarra slide al piano passando per mandolino, dobro, banjo, armonica.. era in grado di suonare una decina di strumenti) unite a una vocalità unica e potente. Per il secondo disco, invece, è stata scelta l'inedita registrazione di un bel concerto tenutosi nell'Aprile del 1970 alla Royal Albert Hall di Londra. Ad accompagnare Taj ci sono Jesee Ed Davis (formidabile chitarrista tristemente scomparso nel 1988 a causa di una overdose di eroina; suonò, tra gli altri, con John Lennon, John Lee Hooker e Eric Clapton), Bill Rich al basso, James Karstein alla batteria e John Simon al piano. In questo caso la varietà e l'imprevedibilità degli arrangiamenti lascia spazio ad un suono molto
più omogeneo e compatto (com'è normale trattandosi di un live), ma non per questo privo di interesse. Il repertorio, anche in questo caso, si divide tra pezzi propri e versioni riarrangiate (Sleepy John Estes, Sonny Boy Williamson, Robbie Robertson). Nel complesso un (doppio) tesoro irrinunciabile, l'ennesima preziosa testimonianza della versatilità e della sensibilità di un artista unico che il 17 Maggio scorso ha spento settanta candeline.
giovedì 4 ottobre 2012
La miglior musica da ballare ad occhi chiusi
La serie del Fabric non si smentisce e continua a produrre pezzi da collezione per noi amanti del genere. Il numero 64, in particolare, è un capolavoro di classica bellezza. Ne è autore il talentuoso Guy Gerber, dj israeliano (di Holon, Tel Aviv) inserito nel circuito europeo e produttore elettronico con la passione per gli strumenti dal vivo e un passato rockettaro. Esponente del genere minimal-dream con cassa in 4/4 morbida, raramente elaborato ma molto affascinante, Guy fonde suoni organici ed elettronici con uno stile in continua evoluzione, che miscelato al contenuto altamente emotivo della sua musica, spiega come
Gerber riesca a sedurre il suo pubblico su qualsiasi pista. Attivo anche nell'ambito della label personale Supplement Facts, i numerosissimi progetti che lo hanno visto coinvolto di recente sono la chiara dimostrazione della vertiginosa crescita artistica del produttore israeliano, che ha voluto onorare al meglio l'impegno con il volume 64 del Fabric regalandoci sedici traccie completamente inedite prodotte personalmente negli ultimi mesi con la collaborazione di amici come Deniz Kurtel e Clarian North dei
Footprintz. Un modo nobile di approcciarsi alla composizione della
scaletta che avvicina Gerber ad artisti che, sempre riferendomi alla
stessa serie, l’hanno preceduto in questa scelta coraggiosa ( da Ricardo Villalobos a Shackleton). Musicalmente fanno la differenza una grande capacità compositiva, la scelta dei suoni (sempre impeccabili), e una sensibilità estrema nella stesura delle canzoni. Sembra di ascoltare un'unica, lunghissima e meravigliosa traccia, fatta di
ritmiche incessanti e di suoni ipnotici, evocativi, romantici... La
miglior musica da ballare ad occhi chiusi. Uno spirito musicale
profondo, narrativo, sensuale.
Labels:
Deep House,
Elettronica,
Fabric,
Guy Gerber,
House Music,
Recensioni 2012,
Tech House
mercoledì 3 ottobre 2012
Modus Operandi
In un bilancio globale di vent'anni di musica elettronica Ruper Parker, aka Photek, merita senza ombra di dubbio un posto nell'olimpo dei migliori produttori. Inglese, nato artisticamente durante l'esplosione dell' acid house di fine '80, inizia a produrre nel preciso momento in cui breakbeat ed hardcore iniziano a trasformarsi in jungle. Soprattutto i suoi primi anni, per chi come il sottoscritto ha vissuto l'esplosione di quei suoni, sono pura leggenda. Scientifico del beat, alchimista delle atmosfere opressive, i suoi tappeti ritmici e le sue tessiture sonore danno vita a veri e propri incubi espressionisti e labirinti cretesi con conposizioni che obbediscono a un rigore ossessivo: il minimo dettaglio risponde a un bisogno particolare e le pulsazioni sono calcolate con estrema precisione. La sua musica è molto esigente e solo un'attenzione particolare può rivelare all'ascoltatore le sfumature, le sottigliezze delle tessiture, i rumori di fondo astratti tra i silenzi. Dato come pioniere di quella che fu chiamata, suo malgrado, intelligent jungle, Photek ha sviluppato un suono personalissimo: nonostante la sua ispirazione sia da ricercarsi tanto dalla parte dell'hip-hop e del jazz quanto da quella della techno di Detroit, ha inventato un linguaggio che trascende i generi, ribelle a ogni definizione, che ha trovato il suo punto di massima ispirazione e la summa della sua arte nel sensazionale esordio ''Modus Operandi'' (Science, Virgin, 1997) anticipato dall''EP ''The Hidden Camera'' (g) e dal mitico singolo ''Ni-Ten-Ichi-Ryu'' (g), entrambi ripresi nell'album.
Recuperando i suoi primi singoli e facendoli 'manipolare' da un gruppo di amici attitudinalmente a lui vicini, ''Form & Function'' (Science, Virgin, 1998) rappresenta un altro piccolo capolavoro di ingegneria drum'n'bass. Dopo qualche anno di stasi, Parker reagisce a uno stato di crisi creativo con il successivo ''Solaris'' (Science, Virgin) in cui il produttore sembra prendere atto della crisi di uno stile troppo statico e ripiegato su se stesso e svolta a favore di una purificazione del suono abbeverandosi a fonti ritmiche di chiara derivazione house e techno, con distese cinematiche, incanti di inedito calore, irradiazioni soul, e la presenza vocale di un mito come Robert Owens (g) in un paio di pezzi. Nulla a che vedere con gli esordi, ''Solaris'' resta comunque un ottimo lavoro. Poi, l'ennesimo, lungo, periodo di stasi creativa interrotasi con l'improvviso risveglio dello scorso anno che dall'eccellente singolo ''Closer'' - un aprossimazione personale al dubstep per la Tectonic di Pinch - alla rinata attività della sua label personale (Photek Productions), ha trascinato il produttore inglese alla realizzazione di uno dei migliori ''Dj-Kicks'' che io ricordi (mi riferisco alla mitica serie edita dalla casa discografica teutonica !K7, he vanta ormai 27 lunghi anni di attività) presentato dallo stesso Photek con queste parole: ''È musica con atmosfera, introspettiva. Ho immaginato che questo
fosse il mixtape da ascoltare dopo la discoteca, è più intimo. Non ho
cercato di mostrare cosa suonerei in una serata, è qualcosa di
completamente diverso. Ho voluto creare un’esperienza di ascolto che
fosse classica: queste tracce le puoi mixare con gli attuali successi
dance, puoi farne una colonna sonora o puoi renderle un viaggio”
E in un mercato saturo di mix senza identità e selezioni musicali prescindibili, quello di Parker è davvero assolutamente imperdibile. Ispirato dai mix tapes classici di inizio anni Novanta (da Doc Scott a LTJ Bukem), Photek scommette su suoni e stili differenti (beats tribali, tech-house, dubstep, aperture di d'n'b ammorbidito su spazi dub..) per poco più di un ora di musica drammatica, solenne e vertiginosa che gioca su un feeling fortemente emozionale in un passaggio continuo tra anni '00 e anni '90. Particolarmente riuscite le collaborazioni con Pinch (''M25FM'') e Kuru (''Fountainhead'') dense e penetranti al pari delle altre tracks di questo fantastico mix, un valido espediente per (ri)collocare Photek nell'olimpo dei produttori più talentuosi e visionari dell'elettronica contemporanea. In attesa del nuovo disco che spero arrivi presto.
Labels:
DrumNBass,
Dubstep,
Elettronica,
Jungle,
Photek,
Post Dubstep,
Recensioni 2012
martedì 2 ottobre 2012
Dubstep afrocaribeño
Che il debutto discografico (senza considerare singoli e Ep) di Mark Lawrence aka Mala, arrivi dopo più di dieci anni di attività è di per sè cosa alquanto curiosa; che oltre tutto questo debutto si programmi come una sorta di sfida esecutiva nella quale il debuttante si addentra nel folklore musicale di una cultura che non gli appartiene lo è ancor di più, soprattutto perchè ''Mala In Cuba'' (Brownswood, 2012) [yuhuu!] offre un'esperienza al momento unica: conoscere gli sviluppi del suono di Lawrence da una prospettiva molto diversa rispetto a quella inseguita negli anni in quel di Norwood (un sobborgo a sud di Londra) in compagnia dell'amico Dean ''Coki'' Harris sotto la sigla Digital Mystikz. Autori di uno dei pedigree più puri dell'underground londinese (soprattutto se pensiamo alla diffusa prostituzione di gran parte del dubstep odierno) i due hanno hanno avuto il merito di cementare le fondamenta della scena dubstep cavalcando per primi e con audacia l'onda di un rinnovato interesse per il nuovo modo di intendere il dub da una parte e e il grime dall'altra, e fondare la label Dmz. Ma torniamo al disco in questione; invitato a Cuba dal celebre Gille Peterson (boss della Brownswood e eccelso documentarista musicale), per prendere parte al progetto Havana Cultura Project, Mala entra in contatto con il ricco patrimonio musicale dell'isola caraibica e rientra a Londra con materiale a sufficenza per iniziare a concepire un progetto che fin dall'inizio si presenta più che altro come una sfida. Lo stesso musicista riconosce in un intervista di come fù la sola intuizione a spingerlo ad acettare di misurarsi con una realtà per lui completamente nuova, sia musicalmente (Mala non aveva mai lavorato con strumenti veri come materia prima) che culturalmente. Tuttavia gli aspetti che a priori si presentavano come un handicap si sono poi rivelati la base dell'esito di questo disco. Son cubano, rumba, salsa e molti altri stili propri dell'isola hanno una forte componente ritmica che, sapientemente quadrata con i bpm da dove muove il dubstep, funziona alla perfezione. Così le atmosfere generate dalla produzione di Mala con i Digital Mystikz vengono sostituite in questo caso da un continuo florilegio di congas, bonghi e timbales. Prendasi ad esempio ''Cuba Electronic'' (video sotto), possibilmente una delle tracce più equilibrate in quanto ad essenza di banger dubstep e tempesta di puro ritmo afrocaribeño, come anche ''The Tunnel'' o ''Changuito'' che oltretutto esemplificano la capacità del produttore di lavorare su materiali strumentali esclusivamente registrati per l'occasione come il piano di Roberto Fonseca o la collaborazione con il leggendario percussionista José Luis ''Changuito'' Quintana, che oltretutto presta il nome alla traccia. Il fatto che il materiale registrato a Cuba fosse finito e inamovibile avrebbe potuto limitare le vie esplorative di Mala, che invece ha giocato bene le sue carte incastrando con naturalezza stili e strutture: dal piano bass in slow motion di ''Mulata'' alle ritmiche tribali in odor di santeria di ''Ghost'' e (appunto) ''Tribal'' passando per le vocalità di ''Como Como'' e ''Noches Sueños'' (con Danay Suárez). Tra passaggi di basso profondo (il dub giamaicano e Kingston come vincolo principale tra l'Havana e Londra) e linee di piano, il disco scorre con totale eloquenza. Certo il suono di Male non è più austeramente dubstep, ma continua a suonare in tutto il suo profondo misticismo e soprattutto nel rispetto di entrambe le componenti musicali che valorizza reciprocamente. Un'esordio coraggioso e ricco di spunti davvero interessanti che merità di essere ascoltato con particolare attenzione.
Labels:
Cuba,
Digital Mystikz,
Dub,
Dubstep,
Elettronica,
Global Bass,
Latin,
Mala,
Post Dubstep,
Recensioni 2012
Tropicália Lixo Lógico
La storia è abbastanza nota. Se in quel giorno del 1989 David Byrne, che si trovava in gita culturale in Brasile, non fosse entrato in un negozio di dischi di Rio de Janeiro; se non gli fosse capitato fra le mani un 33 giri dal titolo Estudando O Samba (Continental, 1976); se l'ex Talkig Heads non si fosse incuriosito incontrando, pur solo in fotografia, quel viso sofferto, spiritato e beffardo; se non si fosse successivamente innamorato del disco suddetto a tal punto da rintracciare l'autore e sceglierlo quattro anni dopo come titolare del primo album non antologico della serie, The Hips Of Tradition, probabilmente nessuno si sarebbe più ricordato di Tom Zé e forse oggi farebbe il benzinaio. Cosa pessima per lui, ma anche per noi che mai avremmo goduto di dischi come l'ultimo Tropicália Lixo Lógico (Independent Release, 2012) [yuhuu!]. Da tempo la musica aveva smesso di dargli pubbliche soddisfazioni e anche il pane quotidiano. Lui, genio musicale e uno dei fondatori del tropicalismo, nel momento in cui Byrne entrava nel negozio di Rio stava per tornare nel villaggio natale (Irarà, Bahia) per iniziare a lavorare nella stazione di servizio del cugino come lavamacchine, meccanico, benzinaio.. Ma un giornale brasiliano scrisse: ''Byrne telefonerà a Tom Ze''; sua moglie lo lesse e poco dopo il telefono squillò. Nel 1990 uscì Brazil Classics 4: The Best Of Tom Zé il primo dei dischi che la Luaka Bop avrebbe dato alle stampe (anticipando la pubblicazione del citato The Hip Of Tradition e successivamente di Com Defeito De Fabricação). Era una compilazione tratta da vecchi dischi come Tom Zé; Grande Liquidação (Rozemblit, 1968), Tom Zé (1970), Tom Zé (Continental, 1972), Estudiando O Samba (Continental, 1976), Correio Da Estação Do Brás (Continental, 1978), Nave Maria (RGE, 1979).
Nel 1968 Zé, il cui vero nome è Antonio José Santana Martins, aveva partecipato con Caetano Veloso, Gilberto Gil e compagnia bella, al disco che sancì la nascita del tropicalismo: quel Panis Et Circensis (Philips, 1968) con il quale un gruppo di musicisti si staccava dalla tradizione della bossa nova e si dichiarava alle altre musiche (pop, rock, psichedelia, jazz d'avanguardia, dodecafonia ecc). Veloso e Gil si esiliarono a Londra. Zé rimase in Brasile. Qualunque movimento ideologico gli sarebbe stato stretto. Lui era (ed è) un battitore libero, un outsider, un lucidissimo folle. Gli anni Ottanta gli furono fatali. Fu, come lui dice ''sepolto vivo dall'industria discografica''. Poi con Byrne le cose cambiarono e negli anni arrivarono altri notevoli lavori (e numerose preziosissime ristampe), fino alla recente pubblicazione di Tropicália Lixo Lógico l'ultimo bislacco e magnifico tassello della discografia del nostro uomo, ancora una volta qualcosa di unico fra pop e avanguardia: brani pazzamente spumeggianti, ricchissimi di invenzioni ritmiche e melodiche con Zé che (ma questa non è una novità) si diverte a scomporre e ricomporre tutto (una specie di meccanico, appunto), frullare, frantumare, distuggere e ricreare. Con genio e irriverenza. E considerato quanto sia difficile descrivere a parole la musica di Zè non vado oltre e lascio l'incombenza a un suo illustre collega che ha voluto spiegarci perchè il ''NOVO ÁLBUM DE TOM ZÉ É O MELHOR DISCO DESDE SEU RENASCIMENTO''.
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Labels:
Around The World,
Brasile,
Caetano Veloso,
Recensioni 2012,
Tom Zé,
Tropicalismo
Entre Tierras
Frontiere e interessi politici ci fanno dimenticare di come i limiti tra una tradizione e l'altra spesso siano separati solo da una linea nebulosa impossibile da sostenere in maniera evidente attraverso le metodiche della musicologia. Attraverso le note del loro secondo disco ''Entre Tierras'' (TempsRecord, 2012) [yuhuu!] il collettivo Coetus ci tiene a aprecisare come ''dall'inizio dei tempi le persone, e con loro la musica, hanno viaggiato da un luogo all'altro incrociandosi e influenzandozi reciprocamente. Da questi movimenti si generarono melodie, parole e ritmi che perdurarono nei secoli trasformandosi in tradizione. Culture e tradizioni sono il frutto di tutte queste interazioni e legami''. Con questo solido principio l' Orquesta de Percusión Ibérica Coetus formata da dieci membri, quasi tutti giovani, virtuosi e appassionati, riuniti in quel di Barcellona sotto la direzione di Aleix Tobías (che fondò il progetto nel 2009) e con la partecipazione del maestro Eliseo Parra (e di numerosi altri ospiti tra cui Sílvia Pérez Cruz, Iñaki Plaza, Ion Garmendia, Xavi Lozano e Guillem Aguilar) continua a proporci un repertorio tradizionale variegato in quanto a provenienza: A Coruña, Peñaparda, Xàbia, Castilla, Valencia, Canarias, Huelva, Mallorca, Sanabria, Madrid... Pezzi che acquistano nuova vita anche attraverso multipli strumenti a percussione, molti dei quali ormai quasi completamente sconosciuti, che nel corso della storia servivano per accompagnare balli, canzoni, romanze o semplicemente per scandire il tempo nelle processioni e che venivano suonati per lo più separatamente: dal pandero cuadrado (Peñaparda e León) all' adufes portoghese, dal tamburello basco e asturiano alla xilomba, dalle cañas rocieras alle almireces... L'esperimento di Coetus consiste nell'unione/interazione di questi strumenti, dotati di un linguaggio proprio di ispirazione tradizionale, attraverso un dialogo attivo con la voce. Obiettivo perfettamente reggiunto, direi.
lunedì 1 ottobre 2012
O Mistério
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Maria Teresa Salgueiro da Amadora (poco a nord di Lisbona), ormai giunta al venticinquesimo anno di attività, è una delle cantanti più note della musica portoghese,
assai prima dell' ondata femminile legata al nuovo fado (Dulces Pontes, Mariza, Misia, Bevinda...).
Teresa lega indissolubilmente la voce, il volto e l'immagine al sestetto Madredeus, uno degli esempi
più importanti, non solo nella penisola lusitana, di canzone d'autore tra arcano e moderno, antico e contemporaneo.
Ma già nel 2000 Teresa inizia ad apparire come ospite negli album di Carlos Nuñez e António Chainho, o duetta dal vivo con Caetano Veloso, quasi a perseguire
una carriera solista che di lì a poco la conduce a registrare ben sei album (tra il 2005 e il 2009),
in una sorta di excursus storico-affettivo all'interno delle molteplici sonorità della sua terra, fino al parziale cambio di pelle del recente O Mistério (Clepsidra, 2012) [yuhuuu!]; 15 melodie di mistica bellezza uscite dalla penna
della stessa cantante lusitana così come buona parte delle musiche del disco.
Per oltre nove mesi Terasa, con l'aiuto del suo nuovo gruppo, sviluppa concetti e spunti che poi cristallizza in forme musicali.
Fin dall’inizio l’idea è quella di una ricerca collettiva, basata su un paesaggio sonoro singolare, la cui costruzione rifletta il contributo di ogni singolo musicista chiamato alla realizzazzione del lavoro: André Filipe Santos (chitarra), Rui Lobato (batteria/percussioni e chitarre), Carisa Marcelino (accordéon) e Óscar Torres (contrabbasso). Deliberatamente cercano l’isolamento che permetta loro di raggiungere uno stato di condivisione e la concentrazione
necessaria per la preparazione del lavoro, fino alle registrazioni, effettuate in
uno studio costruito per l'occasione all'interno di un convento francescano del XVI secolo, con i monti dell' Arrábida (un parco naturale vicino a Setúbal) da una parte e l'orizzonte dell'oceano dall'altra.
Il risultato è una prova dall'indiscutibile fascino, un lavoro raffinato dalle atmosfere estremamente cupe, squarciate e illuminate dalla splendida voce della Salguero che si immerge nei misteri della vita,
nelle sue fragilità e speranze: ''Il disco parla del mistero della vita, di cui non scopriremo mai tutta la vertà, e questa coscenza ci dà la dimensione della nostra fragilità,
ma anche dell'estrema necessità di essere forti per poter sopravvivere alle difficoltà in un mondo che continua ad essere ingiusto. Credo anche nella nostra
forza creativa, nei cambiamenti, nella speranza. A una crisi come opportunità di rinascita''
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Labels:
Around The World,
Fado,
Portogallo,
Recensioni 2012,
Teresa Salgueiro
giovedì 10 maggio 2012
Ebo e il ponte dei ricordi
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Negli anni Settanta la sirena dell'afrobeat non incantava solo la Nigeria; così dopo una prima serie di antologie e ristampe che hanno permesso di mettere maggiormente a fuoco il fenomeno nigeriano nel suo complesso, alcune benemerite etichette discografiche hanno successivamente contribuito ad allargare il campo d'indagine anche ad altri paesi africani, colmando così un vuoto di documentazione importante. In Ghana, soprattutto (dove l'highlife era lo stile dominante), molti autori in quanto a talento e brillantezza avevano davvero poco da invidiare ai più noti colleghi nigeriani, come testimoniano efficacemente le notevoli messe di informazioni e il florilegio di musica contenuta nei due preziosi volumi (Ghana Soundz Volume 1 & 2) pubblicati ormai qualche anno fa dalla Soundway, ma che restano tra i più rappresentativi e consigliabili del genere. Tra i principali protagonisti di quella scena (e di quelle raccolte) va annoverato il chitarrista cantante, produttore e arrangiatore ghanese Ebo Taylor che partito come figura di spicco dell'esplosione highlife negli anni '50/'60, si è poi distinto nella decade successiva oltre che per le sue doti di abile cucitore di orizzonti lontani (dai caraibi a New Orleans) anche per la straripante sensibilità funk che riusciva a infondere alla sua musica, come si evince ascoltando i due cd di ( Life Stories; Highlife & Afrobeat Classics 1973-80 ) una magnifica antologia retrospettiva patrocinata lo scorso anno dalla Strut, che solo qualche mese prima aveva pubblicato anche il sorprendente esordio internazionale del musicista africano (''Love And Death''), giunto alla veneranda età di 74 anni, in linea con la politica della benemerita etichetta londinese, votata a favorire la rinascita artistica di alcuni degli interpreti più rilevanti e rappresentativi della vecchia scena africana (da Mulatu all'Orchestre Poly-Rhythmo).
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Operazioni di rinascimento protrese a rivalutare l'enorme patrimonio tradizionale della musica africana senza eccedere in derive esageratamente nostalgiche, ma puntando soprattutto sulla freschezza e sull'originalità delle composizioni. Ne è ulteriore conferma il recente ''Appia Kwa Bridge'', secondo capitolo internazionale della seconda vita artistica del musicista ghanese supportato ancora una volta dai bravissimi strumentisti dell' Afrobeat Academy
(giovane gruppo di residenza berlinese a prevalenza ghanese con lui da
un paio d'anni) e da una buona cornice di ospiti tra i quali
il mitico Tony Allen (batterista che a fianco di Fela Kuti ha dato un contribuito fondamentale nella definizione del suono afrobeat), il chitarrista Oghene Kologbo e il maestro della
conga Addo Nettey, a.k.a, Pax Nicholas. Assieme a loro il vecchio leone rivitalizza il patrimonio della tradizione fante, un gruppo etnico del Sud del Ghana (canti di guerra e filastrocche per bambini, soprattutto) attraverso un suono denso e ispiratissimo: chitarre taglienti, tastiere puntulai, precise sincopi ritmiche, micidiali interplay basso-batteria, il tutto contrappuntato dalle solite festose e scintillanti sezione fiati sempre pronte ad illuminare il cielo. Il titolo del lavoro riflette la melancolia di Ebo per la sua terra; la title track, infatti, prende il nome dal piccolo ponte di Saltpond (nella Cape Coast, la località dove Ebo è cresciuto) luogo in cui le persone si incontrano durante il giorno e gli innamorati si danno appuntamento di notte. Dentro anche un paio di vecchi cavalli di battaglia riciclati a dovere per l'occasione (Yaa Amponsah, di chiara matrice highlife, e Serwa Brakatu di Apagya Show Band, ripresa come Kruman Dey) che fanno da cornice a sei tracce nuove di zecca: Ayesama è un canto di guerra della popolazione Fante in tono di burla; Nsu Na Kwan si basa su un proverbio che si riferisce chiaramente al rispetto per le persone più anziane; Abonsam (Il Diavolo) cita il male nel mondo come esempio da non seguire; Assom Dwee (il brano con Tony Allen) e Kruman Dey spingono sull'acceleratore funk e sulle ritmiche. Il lavoro chiude come meglio non si potrebbe: voce e chitarra registrate in presa diretta, Barrima è la commovente dedica di Ebo alla moglie, scomparsa lo scorso anno. L'impressione è che al cospetto di cotanta grazia ai giovani epogoni resti una sola cosa da fare: togliersi il cappello!
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