Semplice indovinello. E' uno strumento musicale povero, ma molto sofisticato. Un lungo bastone infilato in una grande zucca regge ben 21 corde che emettono il suono di una cetra o di un arpa. Ha un suono avvolgente e dolcemente mesmerico. Africano, è particolarmente diffuso in Senegal e nel Gambia, ma soprattutto nel Mali. Da lì vengono i suoi più grandi virtuosi. Due di questi, Sidiki Diabaté e Djelimadi Sissoko, nel 1970 pubblicarono un 33 giri di duetti puramente strumentali,''Ancient Strings'', che ebbe un impatto enorme; molto più che un semplice disco, tanto da essere riconosciuto nel tempo come uno degli elementi fondanti dell'identità nazionale del paese e alla radio lo suonano regolarmente all'anniversario dell' indipendenza. Ventisette anni dopo i figli di costoro, Toumani Diabaté e Ballaké Sissoko, misero mano a un ''New Ancient Strings'' (Hannibal, 1999) e con gli stessi strumenti dei padri realizzarono quello che è considerato uno dei migliori album di world music (etichetta orribile, ma tant'è) degli anni Novanta. Membri di importanti famiglie griot, Toumani e Ballaké hanno avviato anche una dolce e delicata opera di modernizzazione che riguarda tecniche, modi, repertori legati all'ormai celebre arpa mandinga, e alla funzione sociale dei griot stessi. Rinunciare di frequente al canto, in una tradizione di cantastorie (custodi della cultura orale), ad esempio, non è cosa da poco. Ma questo non significa tacitare il legame del sangue, anzi. Al contrario questi artisti sebrano custodire nel loro orecchio interiore un codice antico e prezioso.
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Codice che traspare chiaramente anche nelletimbriche arcaiche dellosplendido ''At Peace'' (Nop Format, 2012) [yuhuu!] il nuovo lavoro di Ballakè Sissoko, in cui il musicista maliano rafforza ed arricchisce il sodalizio con il violoncellista francese Vincent Ségal (iniziato nel 2009 con l'altrettanto incantevole ''Chamber Music'') che oltre a produrre il disco, infila il suo strumento in quattro dei nove brani: ''Badjourou'', ''Kabou'', ''Kalata Diata'' e ''Asa Branca'' (classico brasiliano composto nel 1947 dal duo Luís Gonzaga e Humberto Teixeira Cavalcanti e magistralmente interpretato, tra gli altri, da Caetano Veloso nel suo omonimo capolavoro del 1971). Ancora una volta l'intesa è telepatica e sorprende l'armonia creata tra i due (aristocratici) strumenti. Contribuiscono a disegnare le sublimi trame di ''At Peace'' anche la chitarra di Moussa Diabaté, le dodice corde di Aboubacar "Badian" Diabaté e il balafon di Fassery Diabaté. La musica riseva suggestioni di paesaggi sconfinati ed è facile abbandonarsi a un intensità che rasenta il liturgico. Merito del suono di uno strumento la cui languida sensualità accende il sentimento, ma anche della magia delle mani di Sissoko, che quando resta solo (''Maimouna'', ''Nalésonko'', ''Kalanso'') riprende, come un vecchio griot muto, il percorso dei padri rievocando al meglio la poesia delle ''nuove corde antiche''. Di che corde si tratta l'avrete senz'altro già capito. Io intanto, pur esaltandone la grandezza, sono riuscito ad arrivare a capo di queste poche righe lasciando solo alla fine la magica parolina: ''kora''. .
La kora è uno strumento povero ma molto sofisticato. Un lungo bastone infilato in una grande zucca regge ben 21 corde che emettono il suono angelico di una cetra o di un arpa. Toumani Diabaté della kora è il prodigio incontrastato. Figlio d'arte (il padre, Sidiki Diabate, lo chiamavano ''il re della kora''), classe 1965, Toumani è uno dei maggiori talenti musicali di tutta l'africa. Nel 1987 il suo esordio internazionale contribuì non poco a diffondere la conoscenza del suo strumento nel mondo. Improvvisatore instancabile, innovatore tecnico sottile ma rivoluzionario, capace di arricchire all'infinito il patrimonio secolare dei griot attraverso un acume jazzistico di grana finissima, Diabaté assimila la modernità senza rompere con la tradizione, sul filo di un equilibrio che non ha mai rinunciato a misurarsi con il resto del mondo.
Dopo i primi due splendidi (seminali) lavori a suo nome, ''Kaira'' (Hannibal, 1988 - disco per sola kora, allo stesso modo del più recente capolavoro ''Mande Variation'' ) e ''Djelika'' (Hannibal, 1995 - supportato dai grandi Keletigui Diabate e Basekou Kouyate) è stato coinvolto nel proggetto Songhai insieme a Danny Thompson e agli andalusi Ketama (come vedremo sotto), un vero exploit sul mercato della world music.
In coppia con l'amico d'infanzia (nonchè lontano cugino) e vicino di casa Ballake Sissoko, invece, ha inciso nel 1999 ''New Ancient Strings - Nouvelles Cordes Anciennes '' un brillante remake (tra i marmi del palazzo dei congressi della capitale Bamako in una registrazione digitale senza alcuna aggiunta vocale o d'altro) del classico realizzato trent'anni prima dai rispettivi padri che nel 1970 erano stati due dei quattro protagonisti (gli altri erano Batourou Sekou Kouyate e N'Fa Diabate) di ''Cordes Anciennes'', il primo disco puramente strumentale di musica per kora, registrazione assurta a simbolo dell'identità maliana e divenuto una sorta di inno nazionale di un popolo nato sulle ceneri di un glorioso impero. Se può interessare il disco è stato ripreso nel 2002 nel Cd ''Mali: Cordes Anciennes'' (''Musique du Monde'', Buda Records). Di quell'album Toumani e Ballake hanno ripreso alcuni brani, offrendo così tra l'altro la possibilità di operare un confronto diretto tra un approcio strettamente tradizionale e l'evoluzione più contemporanea dell'uso dello strumento.
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Poi con ''Kulanjan'' (Hannibal, 1999) arrivò il curioso e accattivante incontro con Taj Mahal (in qualche modo habitué della musica maliana, visto che aveva già incontrato discograficamente Ali Farka Toure), sigillato nel suono di un settetto tradizionale che è stato trasferito per l'occasione da Bamako a Athens (Georgia), tanto per stabilire un contatto più tangibile tra il blues e la musica delle antiche corti malinkè (insomma gli stessi discorsi poi ripresi da Scorsese nel bellissimo documentario ''Mali Blues'').
E poi l'altrettanto curiosa nonchè sorprendente collaborazione con il sessantasettenne (all'epoca) trombonista americano Roswell Rudd, nome di punta da anni dell’avanguardia jazzistica internazionaale (spesso collaboratore di musicisti come Archie Shepp , Charlie Haden, Lee Koniz...) sfociata nell'esotico ''Mali Cool'' (Universal, 2002). Con questo lavoro Rudd ha colto l’occasione, fornitagli dal suo produttore Verna Gillis, di omaggiare la musica africana e quella del Mali in particolare. Per far questo ha diviso il lavoro con Toumani Diabate che con la sua kora ha saputo creare atmosfere di delicata magia, affiancato da un gruppetto di altri musicisti africani.
Registrato a Bamako ''Mali Cool'' si basa su composizioni originali scritte da Rudd (''Bamako'', ''For Touman'', il brano che dà il titolo al disco) e in qualche caso dallo stesso Dibaté. ''Bamako'' in particolare, il brano che apre il lavoro (e anche il mio preferito) è una autentico capolavoro di contaminazione musicale per niente facile da immaginare, fra strumenti come trombone, kora, balophone (sorta di xilofono africano) e djembè ( tamburo ormai famoso anche nel mondo occindentae ).
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Nel 2004 arriva il contratto con la World Circuit e l'acclamata collaborazione con Ali Farka Toure che porta alla realizzazzione di un capolavoro eterno come ''In The Heart Of The Moon'' e successivamente dell’album forse più ambizioso di tutta la sua prestigiosa discografia: ''Boulevard De L'independence'' (World Circuit, 2006). Siamo di fronte ad una vera e propria orchestra, che riunisce alcuni dei migliori musicisti e cantanti del Mali. Basti dire che vi suonano quattro sabar nel più puro stile wolof, un djembé, un doundoun, un tama e una batteria, per un totale di ben otto percussionisti, ai quali si aggiungono, oltre alla kora, due chitarre elettriche, un basso, una tastiera, uno n’goni, un balafon e oltre sei cantanti. Si tratta di disco realmente orchestrale, in cui il virtuosismo di Toumani è diluito dall’imponente fronte sonoro globale, all'insegna della fusione tra tradizione e modernità.
''Boulevard De L’Indipendence'' riunisce, infatti le due anime principali della straordinaria personalità musicale di Toumani, il virtuoso tradizionalista e l’inquieto e curioso innovatore, in una salutare orgia di ritmo spesso dai forti sapori caraibici e afro-cubani. Il lavoro è stato registrato nel corso di una serie di sedute notturne all’Hotel Mandè di Bamako. La mescolanza delle voci maschili e femminili dei cori aggiunge al tutto un particolare tratto distintivo, come del resto anche gli archi, registrati a Londra sotto la direzione dello stesso Diabatè. Con gli ottoni guidati dalla leggenda del funk Pee Wee Ellis ad infondere un’ulteriore coloritura jazz-soul swing.
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Il sodalizio tra la World Circuit e il fuoriclasse maliano porterà ad altri, più recenti capolavori, dei quali abbiamo già ampliamente riferito in qualche post precedente, come il già citato''In the Heart of the Moon'', o l'altra collaborazione ai vertici della musica maliana cioè la recentissima pubblicazione (alla quale pultroppo non si potrà più dare un seguito) ''Ali & Toumani'', senza dimenticarci l'altrettanto stupefacente lavoro solista per sola kora ''Mandé Varations''(2008), uno dei vertici musicali del decennio. Tempo fa ho letto che esistono numerose leggende sul conto della kora e delle sue origini. Tutte rimandano a patti con il diavolo, o quasi. Sembra che emettendo brevi gemiti melodici il suonatore possa allontanare eventuali spiriti maligni. Beh, se proprio vogliamo metterla su questo piano, allora devo proprio dedurre che Toumani Diabaté è il mio esorcista preferito.
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Toumani Diabaté: discografia
•1988 - Kaira - Hannibal
•1988 - Songhai (con i Ketama e Danny Thompson) - Hannibal
•1994 - Songhai 2 (con i Ketama e Danny Thompson) -Hannibal
•1995 - Djelika - Hannibal/Rykodisc
•1999 - New Ancient Strings (Con Ballake Sissoko) Hannibal/Rykodisc
•1999 - Kulanjan (con Taj Mahal) - Hannibal/Rykodisc
•2001 - Jarabi: the Best of Toumani Diabate - Hannibal
•2005 - In the Heart of the Moon (con Ali Farka Touré) - World Circuit
•2006 - Boulevard de l'Independance
.............(con la Symmetric Orchestra) - World Circuit
•2008 - The Mandé Variations - World Circuit
•2010 - Ali and Toumani (con Ali Farka Touré) - World Circuit .
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SONGHAI
. In realtà l'intenzione iniziale, almeno per questo post, era quella di occuparmi del progetto Songhai (ma poi mi sono fatto prendere la mano e alla fine ne è uscito un Toumani-story) e dei loro due dischi ai quali sono particolarmente affezzionato per vari motivi, primo tra tutti ovviamente la qualità musicale. Il primo consiglio, se siete frequentatori delle bancarelle dell'usato, è quello di memorizzare le copertine, perchè mi è capitato spesso di trovarmeli tra le mani a prezzi stracciatissimi. La mia copia in vinile del primo Songhai (quello dell'88 con la copertina rossa), acquistato ormai più di 15 anni fa in un negozio di Padova che non esiste più, conserva ancora, sopra il cellophane, l'etichetta con il prezzo; lo pagai 1.500 lire. Giuro! Ok, adesso è tutto gratis, ci sono i downloads, e da un bel po' abbiamo smesso di rubare dal portafoglio della mamma per comprarci i dischi, ma gli originali sono originali, e con pochi spiccioli e tanta, tanta passione per questo mondo ci si può imbattere in autentici gioiellini. Io ho costruito un intera discografia fatta di centinaia e centinaia di dischi africani e sud americani racattati a meno di 5.000 lire in ogni dove.
. Songhai era il nome di un regno dell'Africa occidentale che nel medioevo invase la Spagna. E da quel Songhai prende il nome questo, un ambizioso progetto di contaminazione musicale, nato quasi per caso in una notte londinese dall'incontro tra il famoso gruppo spagnolo di flamenco Ketama e il virtuoso della kora, Toumani Diabaté, appunto. A loro successivamente in sede di registrazione (entrambi gli album sono stati incisi a Madrid), si aggiunge Danny Thompson, bassista d'eccezzione con una lunga carriera alle spalle iniziata negli anni Sessanta, che vanta collaborazioni con John McLaughlin, Pentangle, Elvis Costello, David Sylvian ecc., ma anche cinque lavori a suo nome (alcuni davvero pregevoli ma passati assolutamente inosservati). Lo stile dei Ketama (splendido il loro omonimo album d'esordio - nella prima e migliore formazione -uscito nel 1985, allo stesso modo racattato in cd per pochissime lire), legato alla tradizione flamenco, ma animato da una profonda volontà di rinnovamento, trova in Songhai la sua espressione più originale. Le ballate spagnole, miscelate ai suoni ''alieni'' (soprattutto all'epoca) della kora africana e del basso di Danny Thompson, assumono connotati inaspettati, mentre i traditional africani proposti da Toumani Diabaté (ripeto, stiamo parlando del 1988) acquistano una forza emotiva sconosciuta fino a quel momento. A tutto ciò si aggiunga la partecipazione delle voci del Mory Kante Group, la produzione del grande Joe Boyd e la presenza di almeno un brano con la statura del classico, ''Vente Pa Madrid'' (video sotto) e il gioco è fatto. Imperdibile al pari del sucessivo ''Songhai 2'', dove la magia si ripete, se possibile anche meglio di prima; sono passati sette anni dallo splendido esordio e i musicisti hanno guadagnato in maturità, l'amalgama è pressochè perfetta, gli intrecci impeccabili, la forza dirompente nella sua espressività, la musica sopraffina. Tirando le somme: due lavori francamente imperdibili.
Lo avevo anticipato in occasione del primo singolo Kala Djula(la copertina è rimasta praticamente la stessa), e ora è finalmente uscito il tanto atteso oggetto del desiderio, l'ennesimo (più o meno annunciato), capolavoro maliano. Comprate questo disco!!! Il download servirà solo a verificare la veridicità della mia affermazione, dopo di che, quando ne avrete preso atto, già saprete come spenderete bene i vostri soldini. Non serve aggiungere altro; ascoltate e godetene tutti! .
ALI FARKA TOURE & TOUMANI DIABATE Ali Farka Touré & Toumani Diabaté (World Circuit-Nonesuch, 2010) . Download
. Toumani Diabaté è, oggi, indiscutibilmente uno dei migliori musicisti del continente africano, per molti adirittura il migliore. Sono passati più di vent'anni dal suo primo disco solista, quel''Kaira'' che tanto ha aiutato il suono della Kora (questo affascinante strumento musicale della tradizione maliana ) ad uscire allo scoperto ed affermarsi nell'ambito delle musiche tradizionali e non solo. Da lì, infatti, Diabaté non si è più fermato inanellando varie e fruttuose esperienze anche con artisti di estrazione molto diversa dalla sua, che però hanno contribuito ad arricchire la vastità e il virtuosismo del suo repertorio. Con ''Mandé Variations'' Diabatè riparte da lì, ma compie il miracolo, segnando un limite ben preciso non soltanto per la kora, ma per la musica africana in generale. Infatti, come ''Kaira'', anche ''Mandé Variations'' è un disco in solo, ma la forza di quest'ultimo stà soprattutto nel fatto che Diabatè riesce con due sole mani (e nello stesso tempo) a dettare la linea ritmica, a esporre la melodia e a improvvisare: un disco virtuoso quindi. Certo un disco virtuoso, ma senza che lo si possa definire virtuosistico, nel senso che il buon Diabaté riesce a raggiungere, con estrema rilassatezza e con quel distacco muscolare che è tipico dei grandi artisti, soluzioni tecnicamente difficilissime, ma mai fredde. Probabilmente anche per questo ''Mandé Variations'' merita il titolo di disco più meravigliosamente seducente del decennio. [Tracklist]
Non fai neppure in tempo ad impachettare il tuo bel post di fine anno dedicato ai ''desert blues singers'' maliani, in cui non solo tributi il grande mentore del genere (re Ali Farka Toure) ma, più in generale, tiri le somme di alcune delle pagine migliori della musica africana per quanto riguarda l'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, che spunta inespettata (ma più che gradita) la sorpresa. Che fare allora? Scioglire il fiocco (regale anche quello, come è giusto che sia quando si parla di quest'uomo) e inserire nello stesso pacco questo inaspettato regalo che la provvidenza e i reconditi forzieri della World Circuit avevano gelosamente custodito e ora hanno deciso di consegnarci? Non se ne parla nemmeno, visto che, anche se si tratta di un singolo (un singolo?), i due nomi di cui stiamo per parlare (anzi tre, se vogliamo aggiungerci quello del contrabassista cubano Cachaito Lopez) basterebbero da soli a giustificare non uno, ma cento o mille di questi post. Un singolo, avete capito bene: si chiama Kala Djula, e per il momento è una preziosa e splendida anticipazione dell'uscita, prevista per febbraio 2010, del seguito postumo di In The Heart Of The Moon, la straordinaria collaborazione del 2005 tra due fuoriclasse assoluti della musica maliana, il cui titolo, semplice ed essenziale, prende il nome dagli stessi due autori: ''Ali & Toumani'' (Ali Farka Toure e Toumani Diabaté, appunto). Ma andiamo per ordine.
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Ali Farka Touré
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L' otto marzo del 2006, a ventiquattr'ore dalla morte di Ali Farka Toure, i lanci di agenzia annunciavano la morte di questo grandissimo cantante, chitarrista, autore, messaggero nel mondo della dignità e del genio africani. Si è saputo soltanto allora che da molto soffriva di un tumore alle ossa e si è capito che i silenzi sempre più lunghi fra un disco e l'altro non erano dovuti né a un (improbabile) blocco dello scrittore (uno che poteva contare anche su un vasto repertorio sconosciuto ai più) né al fatto che agli studi di registrazione e ai tour preferisse sempre più il ruolo di patriarca in una cittadina (Niafunké) di cui era contemporaneamente il sindaco e il maggior datore di lavoro. Che preferisse coltivare quella terra ingrata, riarsa, bellissima. Quello stesso otto marzo il presidente del Mali gli ha conferito alla memoria la massima onoreficenza di un paese fermatosi per i funerali.
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ALI FARKA TOURE & TOUMANI DIABATE
In The Heart Of The Moon (World Circuit, 2005)
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Toure aveva appena ultimato il suo ultimo capolavoro (''Savane'') che sarebbe stato pubblicato postumo l'autunno successivo. L'ultimo disco uscito quando ancora era in vita è quindi proprio quel In The Heart Of The Moondi cui sopra, in coppia con Toumani Diabaté, già premiato da un Grammy, il secondo per il nostro dopo quello di cui era stato insignito per un altro capolavoro a quattro mani, Talking Timbuktu, del 1994, realizzato con Ry Cooder che, assieme al contrabassista cubano Cachaito Lopez, ha prestato il suo discretissimo contributo anche in In Heart of The Moon.L'idea era quella di realizzare un disco che portasse in superficie la profonda unità musicale e culturale dell'Africa occidentale, uno sguardo d'amore sulle canzoni tradizionali maliane. Da un lato Ali Farka Touré, chitarrista, cantante e re della musica rurale del nord, dall'altra il ben più giovane conservatore Toumani Diabate, virtuoso incontrastato della kora, l'arpa liuto a 21 corde della tradizione mandinga. Ecco perché Heart of The Moon, oltre a essere un disco incantevole, cullante fino all'ipnosi, è una orgogliosa rivendicazione delle radici africane (''abbiamo deliberatamente deciso di suonare solo cose che appartengono alla storia del Mali. Nessuna composizione nuova, solo cose degli anni '50, '60, '70, perchè le nuove generazioni non le conoscono e per noi era importante riportarle alla luce'' Toumani Diabaté) e che si pone in aperta collisione con la deriva pop della world music (''Tantissima gente, anche in Africa, è oggi presa da questa smania tecnologica. Io non sono un purista, ho sempre mescolato le mie tradizioni musicali a quelle di altre culture, come il flamenco spagnolo, il koto giapponese, la musica indiana, quella cinese, o ancora il blues di Taj Mahal e il jazz con Roswell Rudd. Questo disco però lo vedo come un monito alle nuove generazioni - attenti, va bene la tecnologia, ma dovete essere voi stessi. Perchè le radici sono la cosa più importante e non possono essere rimosse con troppa semplicità'') e i grandi eventi benefici per l'Africa (''Al Live8 servivano gli interlocutori giusti. E' come se decidessi di venire a casa tua a spiegarti quali sono i tuoi problemi. Ti mancherei di rispetto'').
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Toumani Diabaté
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Non è un caso che i dischi di questi artisti siano usciti o usciranno per l'inglese World Circuit, come precisò in un intervista lo stesso Diabaté: ''La rispetto molto perchè è un etichetta che ama davvero la musica africana e non ne fa un business''.
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Ali Farka Touré
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Nel libretto del cd di In The Heart Of The Moon, Ali Farka Touré racconta di avere tenuto in braccio un Toumani bambino e di avere suonato con suo padre Sidiki, spiegando e puntualizzando come, nonostante i due siano frutti di culture molto differenti e lontane (sembra che l'incontro in musica di un griot del sud e un esponente della della cultura songra/peul del nord sia qualcosa di assolutamente inedito), appartengano pur sempre a una grande identità maliana. In oltre Nick Gold, il produttore della World Circuit, riferisce che l'album è stato inciso in diretta, in quattrosedute totalmente improvvisate, e che questi due straordinari musicisti che sembrano avere un'intensa telepatia, avevano in precedenza suonato insieme tre ore, nell'arco di quindici anni.
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Presumibilmente, quindi, anche ''Ali & Toumani'' il disco postumo del duo in uscita il prossimo Febbraio (e anticipato dal nuovo singolo Kala Djula), di cui abbiamo riferito all'inizio, è figlio di quelle sedute di registrazione (delle quali, attraverso questo splendido video messo a disposizione dalla stessa World Circuit, si possono percepire lo straordinario clima di rilassatezza e la bellezza della musica proposta). Per chi si stia ancora chiedendo come l'uscita di un singolo possa scomodare un intero post, corra ai ripari e inizi a farsi massaggiare cuore e mente dalla musica profusa da Kala Djula. Del nuovo disco parleremo quando uscira, bene, ne siamo certi.
Toumani Diabaté è indiscutibilmente uno dei migliori musicisti del continente africano, per molti adirittura il migliore. Sono passati più di vent'anni dal suo primo disco solista, quel ''Kaira'' che tanto ha aiutato il suono della Kora (questo affascinante strumento musicale della tradizione maliana ) ad uscire allo scoperto ed affermarsi non solo ell'ambito delle musiche tradizionali. Da lì, infatti, Diabaté non si è più fermato inanellando varie e fruttuose esperienze anche con artisti di estrazione molto diversa dalla sua, che però hanno contribuito ad arricchire la vastità e il virtuosismo del suo repertorio. Con ''Mandé Variations'' Diabatè riparte da lì, ma compie il miracolo, segnando un limite ben preciso non soltanto per la kora, ma per la musica africana in generale. Infatti, come ''Kaira'', anche ''Mandé Variations'' è un disco in solo, ma la forza di quest'ultimo stà soprattutto nel fatto che Diabatè riesce con due sole mani (e nello stesso tempo) a dettare la linea ritmica, a esporre la melodia e a improvvisare. Certo un disco virtuoso, ma senza che lo si possa definire virtuosistico, nel senso che il buon Diabaté riesce a raggiungere, con estrema rilassatezza e con quel distacco muscolare che è tipico dei grandi artisti, soluzioni tecnicamente difficilissime, ma mai fredde. Probabilmente anche per questo ''Mandé Variations'' sarà ricordato come uno dei capolavori dell'ultimo decennio.