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venerdì 18 dicembre 2009

Una discografia per gli anni ''0'' / Antony And The Johnsons


ANTONY AND THE JOHNSONS
I Am A Bird Now (Secretly Canadian, 2005)


La storia non poteva che cominciare in modo rocambolesco. La raccontò Laurie Anderson qualche anno fa al Times: ''Io e Lou li scoprimmo davvero per caso. Lou entra spesso nei negozi di dischi e ne compra 30 in un colpo, d'istinto. Prese il disco di Antony & The Johnsons perchè gli piaceva la copertina. Quando tornammo a casa e lo mise su, ci sconvolse''. Il Lou in questione è naturalmente Reed: ed è stato prprio l'incontro con lui che ha cambiato la vita di Antony, essendo stato invitato dall'ex Velvet Underground a interpretare Perfect Day su The Raven, l'album di tributo che Lou Reed ha dedicato ad Edgar Allan Poe, e successivamente nel live Animal Serenade. Da quel momento la lista degli ammiratori di questo corpulento, travestito, cameristico, teatrale autore/interprete si è infittita. Nato in Inghilterra, Antony è cresciuto in California, e solo nei primi anni '90 ha trovato dimora a New York, dove ha cominciato a bazzicare la scena underground e i club notturni. Il suo primo, meraviglioso, omonimo disco del 1998 (all'epoca di problematica repiribilità e presto fuori catalogo) fu ristampato nel 2004 dalla lodevole Secretly Canadian con il duplice scopo (riuscito) di sfruttare il buon momento dell'artista e aprire la strada a un nuovo lavoro: l'incredibile I Am A Bird Now, che ormai tutti conoscono (o dovrebbero conoscere). Quindi un disco che ha poco a vedere con il rock contemporaneo (non solo per la quasi totale rinuncia alle chitarre, anche se l'attitudine è molto glam) ma si rifà piuttosto alla tradizione delle torch songs, delle ballate orchestrali, del cabaret mitteleuropeo, del soul e del jazz (Nina Simone dietro l'angolo). Non sono però solo gli arrangiamenti, pur ricchi e avvolgenti, oltre che ben curarti, a fare la forza del disco, e neppure gli ospiti (lo stesso Lou Reed, nella splendida ) o i punti di contatto con un passato più o meno remoto, quanto la voce stessa di Antony, un angelo androgino capace di librarsi altissimo pur mantenendo sempre il contatto con i vicoli male illuminati dove si svolgono le storie di ordinaria decadenza che scrive e interpreta con una teatralità e una intensità talmente dolorose da risultare esse stesse antidoto al dolore. Questo è un disco che si colloca direttamente fra i classici. Da applausi a scena aperta. [Tracklist]

Una discografia per gli anni ''0'' / Andrew Bird


ANDREW BIRD
The Mysterious Production Of Eggs (Fango Records, 2005)


Dopo il progetto Bowl Of Fire, a servizio di una sorta di (non sempre a fuoco) retro-swing, la mutazione artistica di Andrew Bird, lo ha portato alla realizazzione di una serie di lavori uno più bello dell'altro (tra i quali ''Noble Beast'' ultimo in ordine cronologoco, che è finitro nella top-ten dei migliori disci del Giardino di quest'anno) sempre all'insegna di un songwriting poetico e aristocratico, di una perfetta macchina di pop-folk sinfonico. In questo Andrew Bird & The Mysterious Production of Eggs, sorprende la sottigliezza degli arrangiamenti e la brillante vena compositiva di Bird, sempre accompagnato dal suo adorato violino. Un disco che emoziona e coinvolge, che sa essere ironico e romantico allo stesso tempo. Non capita tutti i giorni. [Tracklist]


Una discografia per gli anni ''0'' / Beck


BECK
Sea Change (Geffen, 2002)


Beck ha nel suo DNA il potere mutante (non caso un suo disco del 1998 si chiamava proprio ''Mutations''), la capacità di cambiare pelle (e genere) a piacimento per poi tornare sempre ad essere se stesso. Così il signor Hansen, nel corso degli anni è passato quasi con indifferenza dal country all'hip-hop, dall'indie pop al funky, spesso (anche se non sempre) con massima sincerità espressiva e profondità nel proporre emozioni che si appicicano dentro chi ascolta come dei veri e propri tatuaggi. Nelle canzoni di ''Sea Change'', dalla prima all'ultima, il piano estetico della musica di Beck è talmente aderente alla sua storia da fare impressione. L'anima di un grande songwriter e basta, che si mette a nudo senza strafare. Ed è in questo continuum di chitarre acustiche scintillanti, orchestrazioni melodiche e di un languore per nulla incline ad autocelebrarsi che Beck completa, in qualche modo, se stesso. ''Sea Change'' è ''semplicemente'' un disco di musica corale, dalla presa poetica, magnetica e universale. [Tracklist]

Una discografia per gli anni ''0'' / Belle & Sebastian


BELLE AND SEBASTIAN
Dear Catastrophe Waitress (Rough Trade, 2003)

 
Poco prima dell'uscita di ''Dear Catastrophe Waitress'', molti li davano per spacciati. Qualcuno riteneva che la musica del gruppo scozzese fosse, per così dire, troppo ''la-la-la'', troppo poppeggiante e troppo poco cerebrale. Ma in questo mondo non ce ne sarà mai abbastanza di ''la-la-la'', e sia benedetta l'umiltà di chi non accampa pretese artistiche che vadano al di là della canzone pop perfetta. Perchè qui i Belle And Sebastien ci vanno vicinissimi. Adoro i cori, i coretti, i ritornelli, i violini e gli hammond di questo disco. Mi piacciono le strizzate d'occhio ai Beatles e a Bowie. Mi piace la produzione di Tevor Horn (specialista di synth-pop). I Belle & Sebastian sfornano il loro disco migliore da ''The Boy With The Arab Strap'', e lo fanno mettendo in risalto le componenti del loro suono fino a quel momento rimaste in ombra. Un disco che ho riciclato a distanza di anni e che solo di recente ho iniziato ad amare veramente. [Tracklist]


Una discografia per gli anni ''0'' / Blonde Redhead


BLONDE REDHEAD
23 (4AD, 2007)


Il nuovo contratto con la 4AD, ha portato i Blonde Redhead (ricordiamolo: formazione nata cresciuta a New York con Kazu Makino, voce e chitarra, Amedeo Pace, voce e chitarra, Simone Pace, gemello di Amedeo, batteria) ad incidere probabilmente i loro lavori migliori (anche se c'è sempre chi non è daccordo): ''Misery Is A Butterfly'' del 2004 e ''23'', uscito invece tre anni più tardi. Si tratta di due dischi dove le influenze sono molto più varie rispetto ai dischi precedenti, così come la strumentazione, tanto che non stupisce di trovare orchestrazioni dal sapore orientale o echi del Bowie periodo berlinese (magistrale in questo senso ''Publisher'' su ''23''). La presenza di dosi abbondanti di archi, tastiere e pianoforti, contribuisce a donare ancora maggiore profondità (ma anche melodia) alle canzoni del gruppo, che hanno una grazia inusuale, sono venate di decadenza, di romanticismo. I dischi alternano la voce da gatta malinconica di Kazu a quella di Amedeo regalando brani che partono da determinate tinte espressive per poi aprirsi in un caleidoscopio di cromature musicali che combinano l'energia dell' indie-rock (il drumming potente di Amedeo) con la melodia assassina del pop d'autore. L'indole evoluzionista dei Blonde Redhead, mai inclini a cercare conferme, li porta a rimettersi sempre in gioco, a rinnovare il proprio linguaggio, a volte con rischiose soluzioni di scrittura, suono e arrangiamento. Se poi alla fine devo proprio sceglierne solo uno allora dico (ahimè) ''23''. Ma solo per la rima. [Tracklist]


Una discografia per gli anni ''0'' / Boards Of Canada


BOARDS OF CANADA
Geogaddi (Warp, 2002)



Già il primo, splendido, album dei Boards Of Canada, ''Music Has The Right To Child'' (Warp, 1998) aveva messo in mostra tutte le caratteristiche del duo scozzese: un elettronica calda, oltre che pensante, trame avvolgenti, visionarie e ricche di intensità a dispetto della rarefazione spesso estrema dei suoni. Quattro anni dopo ''Geogaddi'' confermava/restituiva tutto ciò di buono ci aveva suggerito l'ascolto del disco precedente, aggiungendo nuovi elementi, esplorando nuovi territori. Il termine giusto è proprio esplorazione, visto che Geogaddi sembra voler dire ''geography addiction'' e non a caso il nome stesso dei Boards Of Canada è mutato da quello di una serie di documentari di altri tempi (The Documentary Of The National Boards Of Canada) di cui il duo Marcus Eain e Michael Sandison si sono nutrito per anni. Ed è questo che hanno fatto e fanno i Bords Of Canada: attingere a piene mani da suoni collezionati da video sulla natura, ma ci giocano reinventandone il contesto, aggiungendo con le loro macchine e la loro sensibilità un ambigua alchimia di stati d'animo. Di questa alchimia è bello osservare la grammatica delle sovrapposizioni, simile a qulle dei caleidoscopi: loop che si formano da impasti organici, soffici orchestrazioni melodiche, voci di bambini e canti soterranei rubati a qualche pellicola super8 recuperata in cantina. Poesia. [Tracklist]


Una discografia per gli anni ''0'' / Books


BOOKS
Thought For Food (Tomlab, 2002)
 
Un disco d'esordio che spizza completamente. Frammenti sonori, invece di canzoni. Detriti di bluegrass che incrociano sulla propria traiettoria scheggie ambientali, campionamenti, rumore. La rappresentazione musicale di un America confusa, spaventata, insicura. Melodie delicate, filtrate attraverso un laptop contenete disordinati elementi di quella cosa che chiamiamo musica. Il passo successivo rispetto al post-rock, contaminazione estrema di banjo e glitches, echi di ritmi sintetici che si sovrappongono a carillon e corde strappate. Mikey Zammuto, un matto che vive da qualche parte nella catena degli Appalachi e Paul De Jong, colto compositore newyorkese di musiche per danza, teatro, cinema e installazioni, proseguono (con questo disco, ma anche con altri piccoli capolavori come i successivi The Lemon Of Pink e Lost & Safe) il discorso laddove i Gastr Del Sol lo avevano interrotto. Magistrale. [Tracklist]
 

Una discografia per gli anni ''0'' /Burial


BURIAL
Untrue (Hyperdub, 2007)



Londra: in tempi in cui non si può inventare nulla, soprattutto in ambiti così battuti come quelli della dance music, c'è sempre una scintilla che pulsa in qualche sconfinato angolo della città, pronta a spiccare il volo e dare il via all'ennesima riscossa. La curiosità di molti è anche quella di verificarne, in tempi brevi, la consistenza, per capire se e come riuscirà ad affrontare le fugaci passioni dei londinesi. I produttori internazionali ne sono a conoscenza e attingono a piene mani e senza fronzoli a tutto ciò che li ha preceduti, per proiettare nel futuro ciò che hanno vissuto e, a questo punto, rielaborato. A tal proposito il fenomeno dubstep ha molte cose da dire. Nella sua ossatura coesistono, infatti, tanti approci musicali differenti, contigui ma non antagonisti, che spesso si fondono con elasticità e equilibrio: rimandi alla scena rave inglese, reggae, dub, techno, jungle, two step, grime... Tutto rallentato, a volte anche in maniera estrema, tutto giocato sulle frequenze basse, come una cappa che avvolge e ipnotizza. Artisti come Skream, Digital Mystiks, Kode9, Burial ecc.. sono stati tra i primi a cavalcare con audacia l'onda del rinnovato interesse per questo nuovo modo di intendere i suoni. Con soli due album all'attivo (ma che album!) e una manciata di 12", Burial è senza dubbio il più noto fra gli attuali produttori dubstep. In seguito a una discreta improvvisa notorietà, alcuni tabloid inglesi hanno anche speculato sull'immagine del musicista, dichiarando che dietro al suo nome si potesse nascondere Richerd D. James (Aphex Twin) o altri nomi noti, costringendolo a rivelare pubblicamente la propria identità (William Bevan). Il suo magnifico omonimo esordio era/è un concentrato magistrale di tutta la urban meticcia della capitale inglese degli ultimi 15 anni, certo con le tipiche caratteristiche che hanno plasmato il suono dubstep di cui abbiamo parlato sopra, mentre nel successivo capolavoro ''Untrue'' (preferito comunque con qualche dubbio al suo predecessore, come scelta definitiva da portare nell'arca dei migliri lavori del decenneo), le atmosfere si fanno ancora più plumbee e inquietanti, ma con tocchi e squarci luminosi improvvisi e con un lavoro sulle voci (che sembrano arrivare direttamente dall'altro mondo) e sulle microritmiche (glitch) davvero fantastico, a rendere questo lavoro spiazzante e doloroso, ricco di spleen, atmosferico e incredibilmente magico: ''Mi piace mettere dei tocchi luminosi in pezzi che sono ombrosi di brutto, farli apparire per un momento e poi toglierli al volo. E' il suono che amo, come tizzoni che spuntano, piccoli incandescenti brandelli di voci, appaiono per un secondo e poi scompaiono, e rimani con una sensazione di vuoto, come il suono di un passaggio d'aria, qualcosa che è inquietante e vuoto. Come se stai dentro un giornalaio perchè fuori piove, un piccolo santuario, e all'improvviso esci. Amo questo feeling [...] il suono su cui mi sono concentrato è qualcosa tipo quando esci da un club e hai quell'eco in testa della musica che hai appena sentito. Amo la musica da club ma non è nelle mie corde produrla, preferisco cercare di riprodurre l'eco luminosa di quella musica. O mi piace quando fai i gradini per scendere in un club e inizi a sentire la musica ma intorno a te c'è gente che parla e la musica si mischia con la vita reale. Mi piace quel suono, è come il ricordo di un pezzo, la sa immagine mentle''. [Tracklist]


Una discografia per gli anni ''0'' / Solomon Burke

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SOLOMON BURKE
Don't Give Up On Me (Fat Possum Records)
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Uno dei dischi soul del decennio, domiciliato in casa Burke. Chi, all'epoca, lo aveva dato per disperso (erano del resto tre decenni che il Vescovo non faceva un disco all'altezza dei suoi classici) ha potuto fare tranquillamente libera ammenda. Un lavoro che sembra uscito da una capsula temporale piombata fra noi da circa metà anni '60 e dritta dagli studi della Stax a Memphis. ''Don't Give Up On Me'' uscito invece su Fat Possum nel 2002 è un album di quelli tipo ''non credo alle mie orecchie'', che resterà probabilmente un episodio isolato (Burke non è più tornato a quei livelli), ma lo spettacolo è così eccitante che non vale chiedersi se ci saranno repliche. Splendidi letti di spazzole amoreggiano con corde e fiati e non potrebbero accompagnare in maniera migliore la voce di quest'uomo possente. La scelta dei brani in scaletta e il nome degli autori, poi, amplifica il risultato finale, che è straordinario. Produzione affidata a Joe Henry, due ''guest star'' del calibro di Daniel Lanois e The Blind Boys Of Alabama, e canzoni che sono quasi tutti inediti a firma di gente come Elvis Costello, Bob Dylan, Nick Love, Van Morrison, Dan Penn, Tom Waits, Brian Wilson e lo stesso Joe Henry (scusate se è poco). Un opera destinata a restare. [Tracklist]
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Una discografia per gli anni ''0'' / Johnny Cash

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JOHNNY CASH
The Man Comes Around. (American Recordings, 2002)

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Ultimo capitolo della collaborazione fra Johnny Cash e Rick Rubin, ''The Man Comes Around'' è probabilmente una delle tappe più importanti di una vita artistica già di per se memorabile. Lo è in virtù della sensibilità estrema con cui questo singing cowboy accosta canzoni diverssissime fra di loro, da ''Hurt'' dei Nine Inch Nails a ''Personan Jesus'' dei Depeche Mode con una sensibilità in cui la sofferenza, non solo per una malattia che a sett'antanni lo ha consumato (e stroncato pochi mesi dopo), ma per una vita sospesa fra eccessi e un religiosissimo senso del peccato, che rendono un anche un pezzo come ''Bridge Over Troubled Water'' (Simon & Garfunkel) una dichiarazione di amore tenerissima e toccante. [Tracklist]
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Una discografia per gli anni ''0'' / Chelonis R. Jones


CHELONIS R. JONES
Dislocated Genius (Get Physical, 2005)
 


Personalità inquieta quella di Chelonious R. Jones. Americano, arriva in europa a metà anni '90. Spirito nomade, vivrà in Svizzera, Inghilterra, Germania e più di recente anche in Italia. Animo tormentato e un po' bohemienne, scrive poesie fin da quando era bambino, ed è anche pittore, influenzato soprattutto da artisti come Picasso e Basquiat. Cantante in cerca di scrittura passa da una rock band all'altra, senza mai trovare la sua dimensione. Dei club e dell'elettronica in genere non gli ha mai importato un fico secco, anzi non gli piacciono proprio, ma paradossalmente riusce ad esprimere tutta la potenza del suo immaginario artistico proprio dentro un disco dance (anche se in senso lato). L'incontro che lo porta alla realizzazzione di ''Dislocated Genius'' è, infatti, quello a Berlino con Arno della Get Phisical, in quel momento promettente label electro-house. Oltre a poter cantare e scrivere i suoi pezzi, il che gli viene facile, infatti Chelonis impara presto a produrre beats e suoni elettronici, quasi in totale solitudine. Escono i primi due singoli (I Don't Know e One & One) che impongono il suo talento e la sua voce di seta, e i Royksopp lo chiamano per cantare ''49 Percent'' nel loro secondo disco, ''The Understanding''. Nel frattempo continua a lavorare al suo debutto, che esce verso la fine del 2005. Dislocated Genius è un piccolo capolavoro di cortocircuiti perfetti. Il travaglio poetico e l'istinto visionario dell'uomo si fondono alla perfezione in gemme electro-pop di grande slancio emotivo, che giocano tra chiari-scuri e gorghi psichedelici e che, in qualche modo, possono ricordare una sorta di versione spettrale di Prince e/o anche la genuinità delle prime produzioni di house vocale, Robert Owens in primis. La successiva perdita della madre, e un periodo di grande depressione lo portano ad abbandonare la Get Phisical (ma per fortuna non la musica) e a riconfermarsi enorme in ''Chatterton'', recente capolavoro del nostro: un lavoro cupo, poetico, carico forse più di prima, di tutto il suo travaglio interiore. [Tracklist]


Una discografia per gli anni ''0'' / CocoRosie


COCOROSIE
La Maison De Mon Rêve (Touch And Go)


Bianca e Sierra Casady sono due sorelle americane. Una vive già a Parigi, dove cerca di lavorare addestrando la voce alla musica lirica.. L’altra ci arriva senza avvisare e telefona dall’aeroporto chiedendo di stare per un po’ a casa della sorella. Da questo riavvicinamento famigliare scaturisce un disco, realizzato interamente in un appartamento del 18esimo arondissement di Parigi, un prodigio estemporaneo, nato dall’incanto di un momento. E infatti si chiama ''La Maison De Mon Rêve'', la casa del mio sogno, e fin dall’inizio l’ascoltatore viene proiettato in un’atmosfera mistica e fiabesca, uno stile personalissimo fatto di folk ancestrale di gospel sussurato, di cantilene folk, strumenti giocattolo e estetica lo-fi. Echi di una musica lontanissima eppure così familiare. L’aspetto innocente e naif è il più appariscente, ma si rivela presto come sottile superficie. I testi svelano un grande talento narrativo e lirico, una forte inclinazione per il simbolismo e la poesia che viene messo in scena già con i primi toni del disco dalla stupenda ''Terribile Angels''. Le canzoni delle Cocorosie sono inquietantemente belle, fragili caleidoscopi di momenti ed atmosfere, bizzarri frammenti di parole e suoni, voci, preghiere. Allora carpe diem, perchè se la magia di questo disco rimarrà in eterno, il successivo ''Noah's Ark'' avrebbe iniziato a trasformare l'oro in argento (e forse è già un gran complimento). [Tracklist]

Una discografia per gli anni ''0'' / Cornelius


CORNELIUS
Sensuous (Evolving Ear, 2007)


 
 Keigo Oyamada aka Cornelius ha, nel girone alternativo della musica, la statura di quel che si dice un ''genio''. Perchè fa con beata souplesse quello che (moltissimi) altri fanno studiandoci mesi e facendosi esplodere il fegato: rubare e ricontestualizzare. Lo aveva già dimostrato, prima di questo ''Sensuous'', due grandi dischi come ''Fantasma'', ottimo esempio di crossover totale, e ''Point'', un incrocio di voci dei '60 exotici (Beach Boys in primis), garage, e di un lo-fi più concettuale che confluivano a meraviglia in un pop sfuggente, al punto da essere definito da più parti come il Beck della postmodernità. Allo stesso modo ''Sensuos'' è costruito su suoni multiformi che spiazzano e divertono , dimostrando come la piccola tecnologia si possa ancora considerare uno strumento sonoro necessario per l'artigianato migliore di oggi. Quadretti folktronici dove la produzione come al solito è ineccepibile e dove gli elementi (rumori trovati, campionati, messi in loop e rifiniti) sono integrati a meraviglia nell'infrastruttura ritmica e melodica delle canzoni. Un delirio di fantasia e di eclettismo: il metal-punk che incontra i Kraftwerk di ''Gum'' il jazz spruzzato di synth di ''Breezin''' le glaciali voci robotiche di ''Fit Song'', Moroder che prende sottobraccio Michael Jackson in ''Beep It''. La splendida ''Omstart" vede anche la collaborazione dei due cantanti norvegesi Erlend Øye ed Eirik Glambek Bøe (i famosi Kings of Convenience), come co-autori del testo del pezzo. Massimo rispetto e ossequioso inchino. [Tracklist]
 

Una discografia per gli anni ''0'' / D'Angelo


D'ANGELO
Voodoo (Virgin, 2000)


Un esordio magistrale (''Brown Sugar'', 1995) e un successore (''Voodoo'', 2000) di quelli cui tocca soddisfare aspettative lievitate pesino oltre la soglia della ragionevolezza. Ed è il miracolo. E' il soul mascherato da voodoo. Che aria tiri lo si intuisce fin dal principio, quando a far preambolo viene evocata addirittura la voce di Jimi Hendrix, lo spirito del quale, evidentemente, aleggia negli studi newyorkesi Electric Lady dove il disco medesimo è stato registrato. E a proposito di presenze, quella di Marvin Gaye affiora ripetutamente negli ''angelici'' gorgheggi in falsetto che decorano le ballate del disco (da ''Feel Like Makin' Love", restyling dell'originale di Roberta Flack, a "Send It On''). Un ''angelo'' che gusta la ''torta del diavolo'', come suggerisce il titolo del secondo brano in sequenza. Cammin facendo si osservano ammicamenti verso il jazz (nel groove swingante di "Spanish Joint", ad esempio) e hip-hop (con Method Man e Redman che riempiono di rime "Left & Right"). A tutto questo (Hendrix, Gaye, il jazz, l'hip hop, ma anche Prince) si aggiunga infine l'apologia dell'epilogo intitolato all' "Africa", madre di tutte le musiche. Decenni e secoli di musica nera in un disco, anzi in un piccolo capolavoro black.


Una discografia per gli anni ''0'' / Toumani Diabate

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TOUMANI DIABATE
Mandé Variations (World Circuit, 2008)

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Toumani Diabaté è, oggi, indiscutibilmente uno dei migliori musicisti del continente africano, per molti adirittura il migliore. Sono passati più di vent'anni dal suo primo disco solista, quel ''Kaira'' che tanto ha aiutato il suono della Kora (questo affascinante strumento musicale della tradizione maliana ) ad uscire allo scoperto ed affermarsi nell'ambito delle musiche tradizionali e non solo. Da lì, infatti, Diabaté non si è più fermato inanellando varie e fruttuose esperienze anche con artisti di estrazione molto diversa dalla sua, che però hanno contribuito ad arricchire la vastità e il virtuosismo del suo repertorio. Con ''Mandé Variations'' Diabatè riparte da lì, ma compie il miracolo, segnando un limite ben preciso non soltanto per la kora, ma per la musica africana in generale. Infatti, come ''Kaira'', anche ''Mandé Variations'' è un disco in solo, ma la forza di quest'ultimo stà soprattutto nel fatto che Diabatè riesce con due sole mani (e nello stesso tempo) a dettare la linea ritmica, a esporre la melodia e a improvvisare: un disco virtuoso quindi. Certo un disco virtuoso, ma senza che lo si possa definire virtuosistico, nel senso che il buon Diabaté riesce a raggiungere, con estrema rilassatezza e con quel distacco muscolare che è tipico dei grandi artisti, soluzioni tecnicamente difficilissime, ma mai fredde. Probabilmente anche per questo ''Mandé Variations'' merita il titolo di disco più meravigliosamente seducente del decennio. [Tracklist]
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Una discografia per gli anni ''0'' / Ali Farka Toure

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ALI FARKA TOURE
Savane (World Circuit, 2006)
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Ne avremmo fatto volentieri a meno, questo è certo. Ma se proprio di addio doveva trattarsi, meglio di così non poteva essere. Il re del blues del desero si congededa lasciando dietro di se, oltre al ricordo, un ultimo, grande capolavoro: ''Savane''. Registrato a Bamako con l’accompagnamento del gruppo ngoni assemblato per l’occasione con musicisti provenienti dal suo stesso villaggio, Niafunké, ''Savane'' è il testamento musicale di Ali, una potente riaffermazione del proprio legame con le radici musicali maliane, l'incisione di Ali più vicina alla tradizione e, allo stesso tempo, forse quella più evidentemente intrisa di african-blues o desert-blues. Brani minimalisti di rara efficacia si alternano ad altri in cui la stratificazione degli strumenti risulta molto più complessa e ipnotica, come forse mai in precedenza. L'album è stato registrato al celebre Hotel Mande di Bamako e la lavorazione ha occupato Ali fino alle ultime settimane della sua vita, ovvero fino a quando si è dichiarato pienamente soddisfatto del master approntato per la pubblicazione, pochi giorni prima della sua prematura scomparsa, avvenuta il 7 marzo dello stesso anno (2006). ''So che questo è il mio miglior album di sempre. E’ quello con più energia ed è il più diverso tra tutti i miei dischi''. Ali Farka Touré. [Tracklist]
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Una discografia per gli anni ''0'' / Fennesz

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FENNESZ
Endless Summer (Mego, 2001)

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Tra i più importanti protagonisti della scena elettronica internazionale, il musicista austriaco ha, in questi anni, vissuto da protagonista assoluto le possibilità dell'esplorazione sonora contemporanea, collaborando con nomi che spaziano da Ryuichi Sakamoto agli Sparklehorse, da Mike Patton a Keith Rowe, da Jim O'Rourke a David Sylvian. Difficile dover sceglire solo uno fra tre autentici capolavori come ''Endless Summer'' (2001), ''Venice'' (2004) e ''Black Sea'' (2008). Opto per la nuova, definitiva riedizione del primo (Editions Mego, 2006), unanimamente ritenuto fra i più importanti album di elettronica che il nuovo secolo ci abbia regalato. Nuovamente remixati e ancor più straordinariamente evocativi, i brani qui contenuti ci riportano in quei mondi paralleli che ci hanno fatto amare alla follia questo disco, in cui chitarra, glich e malinconia pop convivono in uno stato di perenne equilibrio e perfezione. Sebbene il digipak della nuova edizione perda la copertina di Tina Frank, il nuovo (bellissimo) artwork è curato dal maestro della fotografia Jon Wozencroft e ci immerge in quegli stanchi e caldi pomeriggi estivi che Fennesz deve aver immaginato per la composizione del suo album. Influenzato tanto dai Beach Boys che (probabilmente) dai My Bloody Valentine, figlio delle produzioni Mego Records e Touch, ''Endless Summer'' rimane una pietra miliare dell'elettronica moderna. A impreziosire la nuova edizione anche due tracce aggiuntive. [Tracklist]
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Una discografia per gli anni ''0'' /Grinderman


GRINDERMAN
Grinderman (Anti/Mute, 2007)

 


Grinderman è un progetto laterale ai Bad Seeds con alcuni di quei musicisti. Nick Cave, Warren Ellis, Martyn Casey e Jim Sclavunos portano il marchio del seme cattivo in questo disco, ma riflettono anche altro, ognuno dal proprio passato: Birthday Party, Triffids, Dirty Three, Lydia Lunch fiammeggiano sullo schermo nero dell'album con altri spettri tenebrosi: dai Velvet Underground ai Black Sabbath (a quanto pare amatissimi da Warren Ellis) fino a certi bluesmen della perdizione (Cave cita come ispirazione Memphis Slim, l'immancabile Robert Johnson, Skip James...). Lo stesso Cave canta e suona la chiatarra elettrica, quasi compiacendosi di macchie e sbavature. E' il primo motore del disco, ma non l'unico: Warren Ellis sfodera una performance memorabile, facendo l'Hendrix, il John Cale, il Thurston Moore con viola, violino, chitarra e bouzouki elettrico. Un prodotto importante per non perdere il senso primordiale e viscerale del rock.
 

Una discografia per gli anni ''0'' / Joanna Newsom


JOANNA NEWSOM
YS (Drag City)




Come si fa ad etichettare in un genere, qualsiasi esso sia, questo disco di Joanna Newsom? Partiamo da chi è Giovanna (per chi ancora non lo sapesse), ovvero una arpista, compositrice e cantante californiana che prima di questo capolavoro aveva all'attivo un ottimo album d'esordio ''The Milk-Eyed Mendere'' (2004) e alcune tournee in compagnia di Will Oldham, Devendra Banhart e altri. Già il fatto che il suo strumento (l'arpa) sia così difficile a atipico da suonare ci dice i rischi che si possono correre scegliendo di usarlo in un ambito molto diverso da quello ''classico''. Poi diremmo che ''YS'' consta di cinque brani per un totale di 55 minuti: composizioni complesse, con una base originale per arpa e voce, registrate da Steve Albini, impreziosite da un lavoro orchestrale certosino e geniale affidato a ad un grande come Van Dyke Parks. Il tutto mixato da Jim O'Rourke e masterizzato da Nick Webb ai mitici Abbey Road Studios. Ancora non basta? Allora: cinque brani meravigliosi, melodie incredibili, dolcissime, avvolgenti, senza tempo, senza sbavature che qua e la possono far pensare al meglio di artiste del calibro di Bjork o Kate Bush (ma anche questa è una forzatura). Meraviglia, perfetto. Ti stiamo aspettando Joanna. [Tracklist]

Una discografia per gli anni ''0'' / Murcof

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MURCOF
Remembranza (Leaf, 2005)
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La musica elettronica/elettroacustica del messicano Fernando Corona alis Murcof ha un suono classico e, in più eccezioni, contemporaneo. Una musica in più passaggi quasi lirica, narrativa (anche guardando i titoli ''Recuerdos'', ''Retrato'' ecc...), quindi mai impersonale. ''Remembranza'' è un album che segue un percorso nel tempo: parte cupo (molto) per poi aprirsi. Non a caso l'ultima traccia, ''Camino'', rappresenta il culmine della continua tendenza per cui i ritmi sommessi, anche quando suonano metallici, si coniugano con estrema naturalezza agli inserti orchestrali. Un grande disco. Un lavoro che potrebbe piacere anche a chi di solito questi suoni non li digerisce. [Tracklist]
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