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lunedì 20 maggio 2013

Il Nuovo Giardino Magnetico: Birds That Don't Fly



TRACKLIST

01 - ∆ (ALT-J) - Something Good - da (Infectious, 2012) [video]
02 - VILLAGERS - The Waves - da (Domino, 2013)
03 - ROVER - Remember - da (Cinq 7/Wagram, 2012)
04 - WOODKID - Ghost Lights - da (Green United Music, 2013)
05 - BALTHAZAR - Lion's Mouth (Daniel) - da (PIAS, 2012)
06 - STUART WARWICK - Birds That Don't Fly - da (Faux Discx, 2013)
07 - ∆ (ALT-J) - Ms - da (Infectious Records, 2012)
08 - GRIZZLY BEAR - Gun-Shy - da (Warp Records, 2012)
09 - SWEET BABOO - Let's Go Swimming Wild - da (M. M., 2013) [video]
10 - DIRTY PROJECTORS - Dance For You - da (Domino, 2012)
11 - NIAGARA - Seal - da (Monotreme Records, 2013) [video]
12 - FUR TRADE - Kids These Days - da (Last Gang Rec, 2013)
13 - BOXEUR THE COEUR - Our Glowing Days - da (Trovarobato, 2012)
14 - DARWIN DEEZ - Chelsea's Hotel - da (Lucky Number, 2013)
15 - DIRTY PROJECTORS - Gun Has No Trigger - da (Domino, 2012)
16 - BALTHAZAR - I'll Stay Here - da (Play It Again Sam, 2010)
17 - LOST ANIMAL - Say No To Thugs - da (Lost Animal, 2012)
18 - ∆ (ALT-J) - Tessellate - da (Infectious Records, 2012)
19 - WOODKID - I Love You - da (Green United Music, 2013)
20 - NILS BECH - A Sudden Sickness - da (Fysisk Format, 2012)
21 - STUART WARWICK - Crush - da (Faux Discx Records, 2013) [video]




domenica 15 aprile 2012

Natural Rhapsody - A Contemporary Psych Folk Experience



Tracklist
01 - MARK FRY; THE A. LORDS: I Lived In Trees 
da I Lived In Trees (Second Language, 2011)
02 - JONATHAN WILSON: Natural Rhapsody 
da Gentle Spirit (Bella Union, 2011)
03 - JESSE SYKES &..: Servant Of Your Vision 
da Marble Son (Fargo Records, 2011)
04 - METAL MOUNTAINS: Orange Yellow 
da Golden Trees (Amish Records, 2011)
05 - ARBOREA: Black Is The Colour 
da Red Planet (Strange Attractors, 2011)
06 - CHARALAMBIDES: Desecrated 
da Exile (Kranky Records, 2011)
07 - GARETH DICKSON: Noon 
da Quite A Way Away  (12k, 2012)
08 - WILL SAMSON: Find Me In The Ocean 
da Hello Friends, Goodbye (Plop, 2011)
09 - ORCAS: Until Then 
da Orcas (Morr Music Rec., 2012)
10 - XIU XIU: Factory Girl 
da  Always  (Bella Union, 2012)
11 - YAIR YONA: Expatriates 
da Worlds Behind... (Anova, 2012)
12 - THE CHILD OF THE CREEK: Aurora 
da Find A Shelter Along.. (Red Birds,, 2010)
13 - MARK FRY; THE A. LORDS: Chalky Down 
da I Lived In Trees (Second L., 2011)
14 - MATT ELLIOTT: The Pain That's Yet To Come 
da ''The Broken Man '' (Ici D'Ailleurs, 2012)
15 - MIREL WAGNER: No Death 
da Mirel Wagner (Bone Voyage, 2011)

sabato 4 febbraio 2012

The Something Rain


In giorni che si stanno caratterizzando per le nuove meravigliose prove di 'losers' maestri nell' evocare atmosfere forti e stilare emozioni con estrema grazia, da sua maestà Leonard Cohen ad alcuni dei sui figli più ispirati (Lambchop e Mark Lanegan) ecco rispuntare, fra vicoli male illuminati e amori mal ripagati, anche gli illustri cugini delle umide terre d'Albione. I Tindersticks sono tornati, con la loro musica intima, raccolta, dimessa, e con tutto il loro bagaglio di tragica bellezza. Stuart Staples e compagni da vent'anni compongono canzoni per un mondo diverso, in un modo diverso, e la loro estraneità a mode e correnti è certo sinonimo di fierezza e qualità. Che non esista nei movimenti della band di Nottingham, nessuno sforzo volto alla realizazzione di un hit single è subito evidente anche in ''The Something Rain'' (City Slang, 2012) [quì]; nove splendidi affreschi copiosamente nutriti di atmosfere romantiche, sempre illuminati dal caldo ed avvolgente vocalismo di Stuart, pervasi da calore, bagliori e genio. Musiche che alludono anzichè affermare, corteggiano invece di aggredire; degno sfondo per le storie di un disco raffinato, fuori dal tempo e dalle mode come quelli che soltanto i grandi outsiders sanno fare. Pianoforti ,organi, xilofoni, fiati, archi e chiatarre sono strumenti adoperati su fertili territori al crepuscolo, volti alla definizione di melodie seduttive spesso sviluppate su modulazioni ipnotiche, preferibilmente a velocità rallentata. L'effetto finale conserva una sua poesia chiaroscurale, una cifra folk dalle ascendenze nobili (dal citato Leonard Cohen a Serge Gainsbourg, da Lee Hazelwood a John Cale), ma allo stesso tempo estremamente personale, uno stile maturato nella grigia, umida e piovosa Inghilterra del titolo di uno dei lavori più belli nella discografia della band di Stuart Staples. 
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martedì 17 gennaio 2012

Il Nuovo Giardino Magnetico presenta: ''Little Moons''




TRACKLIST
                                 
01 - GRANT-LEE PHILLIPS - Violet - Da (Yep Roc Rec., 2009)
02 - COCOON - Sushi - Da (Barclay Records, 2010)
03 - SUFJAN STEVENS - John Wayne Gacy, Jr. - Da (Asthmatic Kitty, 2005)
04 - WELCOME WAGON - Up On A Mountain - Da (Asthmatic Kitty, 2009)
05 - THE LEISURE SOCIETY - The Sleeper - Da (Full Time Hobby, 2009)
06 - AVI BUFFALO - Coaxed - Da (Sub Pop Records, 2010)
07 - ANDREW BIRD - Masterswarm - Da (Bella Union, 2009)
08 - THE VILLAGERS - The Meaning Of The Ritual - Da (Domino, 2010)
09 - HJALTALIN - The Boy Next Door - Da (Haldern Pop Rec., 2009)
10 - ERLAND & THE CARNIVAL - East & West - Da (Full Time Hobby, 2011)
11 - LOST IN THE TREES - Song For The Painter - Da (Anti, 2010)
12 - COCOON - Dolphins - Da (Barclay Records, 2010)
13 - BUTCHER THE BAR - Silk Tilts - Da (Morr Music, 2011)
14 - HOLA A TODO EL MUNDO - Hatem Prayer Team - Da (Aut., 2010)
15 - MINIATURE TIGERS - Dark Tower - Da (Modern Art, 2010)
16 - LOCH LOMOND - Elephants And Little Girls - Da (Tender, 2011)
17 - WELCOME WAGON - Unless The Lord.. - Da (Asthmatic Kitty, 2009)
18 - NORFOLK & WESTERN - How To Reel In - Da (Hush Records, 2006)
19 - SODASTREAM - Don't Make A Scene - Da (Fortuna Pop!, 2006)
20 - SLOW CLUB - Dance 'Til The Morning Light - Da (Moshi Moshi, 2009)


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lunedì 24 ottobre 2011

Il Nuovo Giardino Magnetico presenta: Ghosts & Lovers


TRACKLIST

01 - SPARKLEHORSE - Gold Day
da ''It's A Wonderful Life'' (Capitol, 2001)
02 - BON IVER - Holocene 
da ''Bon Iver'' (Jagjaguwar/4AD, 2011)
03 - RICHMOND FONTAINE - The Girl On the L. Road 
da ''The High Country'' (Decor, 2011)
04 - MATT ELLIOTT - Something About Ghosts 
da ''Howling Songs'' (Ici D'Ailleurs, 2008)
05 - DM STITH - Pity Dance 
da ''Heavy Ghost'' (Asthmatic Kitty, 2008)
06 - SOAP & SKIN - Thanatos 
da ''Lovetune For Vacuum'' ([PIAS] Rec. 2009)
07 - PJ HARVEY - The Devil 
da ''White Chalk'' (Island Records, 2007)
08 - OTHER LIVES - For 12 
da ''Tamer Animals'' (Play It Again Sam, 2011)
09 - BILL CALLAHAN - The Wind And The Dove 
da ''Sometimes I Wish..'' (Drag City, 2009)
10 - SUN KIL MOON - Alesund 
da ''Admiral Fell Promises'' (Caldo Verde, 2010)
11 - LHASA DE SELA - What Kind Of Heart 
da ''Lhasa'' (Warner Bros. Records, 2009)
12 - TIMBER TIMBRE - Magic Arrow 
da ''Timber Timbre'' (Arts & Crafts Int., 2009)
13 - MARISSA NADLER - Ghosts And Lovers 
da ''Little Hells'' (Kemado Records, 2009)
14 - HUGO RACE - Wake Up 
da ''Fatalists'' (Interbang Records, 2010)
15 - MI AND L'AU - They're Coming 
da ''Good Morning Jokers'' (Borne Rec., 2009)


In memory of Mark Linkous



lunedì 14 marzo 2011

Dalla fine del mondo alla fine di un amore



Dalla fine del mondo alla fine di un amore. Questa la frase che a grandi linee sottende la poetica del texano Josh T. Pearson, autentico cowboy dell'apocalisse dalla barba chilometrica. Musicista errante e tormentato, l'immancabile sombrero e una chitarra malconcia, Josh vede nella musica lo strumento per dar voce alla fede. Nel 1996 (assieme ai compagni Josh Browning e Brian Smith) forma i Lift To Experience , con i quali cinque anni dopo riesce finalmente a registrare il magnifico "The Texas Jerusalem Crossroads" [può essere raggiunto quì] doppio album ambientato in una post-apocalisse spirituale nei deserti texani, improvvisamente trasformati in paradiso terrestre. Il disco, pubblicato dall'etichetta inglese Bella Union anche grazie alle attenzioni del solito John Peel, si converte in una sorta di oggetto di culto per molti appassionati, soprattutto in Europa. 


TJC è un lavoro dal suono epico, a tratti travolgente, con qualche progressione degna del miglior post-rock dell'epoca (i soliti Mogwai, Godspeed You! Black Emperor ecc) e stratificazioni shoegaze che si alternano a delicatissime ballate, ma soprattutto è opera caratterizzata da una sensibilitità e da una scrittura decisamente sopra le righe. La portata degli sforzi prettamente umani che Pearson convoglia nella produzione del disco lo inducono a sciogliere il gruppo proprio all'indomani dell'uscita del lavoro. Una profonda crisi esistenziale e religiosa porta l'uomo all' isolamento e a un periodo di sedute psichiatriche. Qualche anno più tardi, trasferitosi in Europa, riappare in alcuni concerti inglesi (uno dei quali immortalato nel 2005 nel bellissimo CD-R bootleg ''To Hull And Back'' con pezzi del tutto nuovi), e poco a poco il suo nome torna a circolare sempre più insistentemente, anche grazie a una serie crescente di concerti e collaborazioni. Ma la vera svolta è quando, sul finire de 2009, i Dirty Three lo chiamano a fare loro da supporto per un tour irlandese grazie al quale Josh si guadagna un grande successo di pubblico e di critica. E' la svolta. Josh capisce che è finalmente arrivato il momento per un nuovo lavoro. 


Registrato a Berlino nel Gennaio del 2010 in un paio di giorni, ''Last Of The Country Gentleman'' (Mute, 2011) [quì] è un disco di un'intesità sconvolgende. Il materiale è, al solito, doloroso, disperato, sofferto, ma questa volta l'apocalisse è privata, e riguarda un'amore finito, sublimato dalla musica in lunghe mediatazioni (sette tracce con quattro di queste che superano i sette minuti) dove un uomo solo, pochi accordi di chitarra e un flebile filo di voce, si cimenta in intime confessioni e agonizza alle prese con un parto emotivo più grande di lui (sembra che Josh abbia avuto bisogno di due settimane di completo riposo dopo il termine delle registrazioni) con le melodie che giocano a nascondersi, e faticano a rivelarsi se non dopo ripetuti ascolti. Personalmente avrei preferito un utilizzo del violino (Warren Harris) e del pianoforte (Dustin O'Halloran) più incisivo - quando spuntano dalle spoliazioni sono puro ossigeno - e non credo che per questo il disco avrebbe perso lo straordinario grado di emozionalità che lo contraddistingue e grazie al quale Josh è meritatamente riuscito a mettere daccordo quasi tutti in sede critica.


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mercoledì 13 ottobre 2010

Ghost Folk 2010 (Parte seconda)


Timber Timbre

Dietro il progetto Timber Timbre si nasconde in realtà Taylor Kirk, un giovane ed enigmatico cantautore proveniente da Brooklin, nell’Ontario. Il ragazzo si era già messo in luce nell’ambito della scena indipendente canadese grazie ad alcuni singoli, EPs e LPs autoprodotti, ma anche se la facilità e la delicatezza con cui Taylor reinterpreta materiali folk e blues aveva fatto presagire buone cose, pochi si sarebbero aspettati risultati così brillanti come quelli ottenutì con l'omonimo ''Timber Timbre'' un' oscuro gioiellino uscito nel 2009, e pubblicato per la prima volta in Europa quest'anno dalla Full Time Hobby. Da sempre estremamente spirituale e superstizioso, Kirk si avvicinò alla musica dopo aver imparato a suonare la chitarra nello scantinato di una chiesa, e questo particolare lato del carattere del ragazzo si riflette inevitabilmente anche nel suo percorso come musicista. Dal punto di vista lirico Kirk non si è mai nascosto nel manifestare ritorsioni e paure per temi profondi che riguardano la morte o la coscienza umana. Come compositore predilige soprattutto canzoni che raccontino storie interessanti da un punto di vista strettamente personale, ma non tralascia temi più generici e sembra che le influenze maggiori le abbiano esercitate su di lui lo scrittore William Faulkner e il musicista Nick Cave. Le melodie sono invece profondamente radicate alle vecchie tradizioni del folk e del blues, ma contengono una forte componente eterea che risalta il lato emotivo della sua musica che Kirk  ama descrivere come  ''la combinazione di una serie di qualità intangibili''.

Tylor Kirk

Il percorso discografico dei Timber Timbre venne inaugurato nel 2006 dall’album ''Cedar Shaker'', seguito a un'anno di distanza da ''Medicinals''. Ambo i dischi furono registrati in una capanna a Bobcaygen, sempre in Canada. Diverso invece il cammino di ''Timber Timbre'', lavoro per il quale Kirk preferì uno studio di registrazione più sofisticato, il Lincoln Country Social Club, nell' Ontario. Le regitrazioni, affidate al produttore Chris Stringer, cominciarono nell’autunno del 2008 e contarono sulla preziosa collaborazione di artisti della scena musicale underground canadese e di Toronto, tra cui Mika Posen, violinista dei Forest City Lovers, la cantante dei Bruce Penninsula o lo stesso Stringer che si occupò invece di arrangiare le parti di piano, organo e banjo. Kirk descrive ''Timber Timbre'' come ''un disco tranquillo nel quale ogni nota è stata considerata meticolosamente, e dove ogni canzone contiene una melodia e un ritmo leggero''. Si tratta in effetti di un gioiellino di oscuro cantautorato folk appena venato di blues, country e gospel, minimale negli arrangiamenti ma estremamente efficace nel rendere uniche le atmosfere; un lavoro che suona classico, ma in maniera del tutto personale. A contrastare con gli arrangiamenti scarni è la profondità dei testi: mortalità, vulnerabilità, frustrazione, risentimento, ira e compassione sono temi ricorrenti nel disco nonchè l'ineluttabile espressione emotiva di Taylor Kirk messo a dura prova nella sua sfera affettiva dalla contemporanea malattia di uno dei suoi amici più cari, che inevitabilmente finisce per influenzare le canzoni di ''Timber Timbre''; otto ballate gotiche che straripano di messaggi di grande passione e che vivono sull’innata capacità compositiva dell’autore che riesce a trasformare i dilemmi esistenziali della natura umana in brillanti affreschi musicali. Non solo dolore e morte però; perché dietro le ambientazioni cupe del disco si nascondono piccoli, teneri messaggi di speranza: '' E' proprio quando realizzi le cose brutte che i momenti di speranza e splendore si intensificano ''.


Ghost Folk 2010 (Parte prima)


Villagers: Becoming a Jackal

Conor J.O’Brien è il creatore e l’anima della band irlandese Villagers. Questo post-adolescente nato a Dublino cominciò ad avvicinarsi alla musica in giovanissima età, quando il fratello maggiore gli regalò la sua prima chitarra. Nel corso degli anni O’Brien iniziò a comporre un buon numero di canzoni e quel lavoro si plasmò nel progetto Immediate, una cult-band che si fece apprezzare e conoscere soprattutto nel proprio paese. Arrivato alla fine dell’esperienza con gli Immediate il ragazzo non si perse d’animo e anzi continuò a comporre incessantemente, forte anche di una scrittura più matura i cui frutti sono stati raccolti in ''Becoming A Jackal'' (Domino, 2010), esordio di O’Brian con la sua nuova band, i Villagers appunto.

Conor J. O’Brien

''Becoming A Jackal'' è un disco oscuro, con accordi e melodie semplici ma altrettanto efficaci, soprattutto se messi in relazione alla particolare profondità dei testi che catapultano l’ascoltatore in ambienti fatti per lo più di disperazione e sofferenza, probabile conseguenza dell’inevitabile tristezza di O’Brian per la perdita di una giovane sorellina. Ce lo chiariscono subito i toni spettrali del pianoforte, dei violini e di una batteria (realmente) dark dell’iniziale ''I Saw The Dead'', seguita dal brano che dà il titolo all'album, che invece si muove su territori più consoni al folk rock; insieme le due canzoni danno già un’idea di quali siano le coordinate sonore su cui il disco poggia. Musicalmente il paragone con Conor Oberst e con i suoi Bright Eyes viene subito alla mente, ma non esaurisce di certo la complessita ed il fascino di un lavoro come questo, intimo e doloroso, con la voce particolarmente sofferta e poetica di O’Brian sempre protagonista: nell’incedere della splendida ''Ship Of Promise'', negli ''amori egoisti'' di ''The Meaning of a Ritual'', nei toni più garbati di ''Home'' e ''That Day''; persino nella freshezza dinamica di scherzi pop come ''The Pact (I'll Be Your Fever)'' e ''Set The Tigers Free''. Undici brani di folk misterioso e profondo; una bella pagina di amaro romanticismo.


giovedì 23 settembre 2010

Paesaggi trasformati in musica



Persone e paesaggi trasformati in musica, racconti, sentimenti e ritratti che emergono dal contatto delle dita con l'opaco nylon delle corde e fanno tremare il legno impolverato del manico della chitarra. Voci accoglienti e espressive che come ossigeno si fondono con l'aria. L'avanguardia che coincide con il classicismo e il barocco che si intreccia con il folk. In quel luogo caldo dove la musica è il risultato dell'ispirazione umana, dove la ragione nuda alimenta la riflessione e gentilmente riconforta l'anima. ''Admiral Fell Promises'' (Caldo Verde Records, 2010) invade passivamente i sensi, i pensieri e il cuore. Un album impressionante che ci restituisce un Mark Kozelek più Kozelek che Sun Kil Moon (soprattutto considerando le smisurate e capricciose divagazioni chitarristiche di larga durata - tediose in alcune fasi - del precedente ''April''), interamente composto e interpretato con chitarra spagnola, particolare importante perchè riguarda non solo il suono delle canzoni, ma anche la struttura e lo sviluppo delle stesse. Sicuramente siamo di fronte all'opera più tecnica e virtuosistica del nordamericano e questo si riflette nella presenza di numerosi giochi con la sei corde che incide profondamente nell'aspetto emotivo delle composizioni. L'ex Red House Painters suona bene. Tutto è nelle mani di un solo strumento in un gioco di pause e di emozioni notturne. Sembra una manifestazione di depurazione espressiva dove chitarra e voce acquistano lo stesso protagonismo e la stessa rilevanza delle canzoni, scansando in un colpo solo tutto quello che ostacola o devia l'attenzione. L'eleventa attenzione che il disco esige con l'ascoltatore provocherà divergenze d'opinione, ma anche con il vento contro credo sarà difficile che quest'anno possano uscire molti concorrenti di questo livello nell'ambito della canzone d'autore indie.


venerdì 14 maggio 2010

L'America di oggi


WOVEN HAND
The Threshingfloor (Glitterhouse, 2010)



Finalmente mi ritrovo tra le mani uno dei dischi che più ho atteso quest'anno (gli altri erano stati Ali & Toumani, Johnny Cash e Joanna Newsom), niente meno che il nuovo album del Reverendo David Eugene Edwards e della sua band, i Woven Hand. Difficile che un amante del folk contemporaneo non conosca e apprezzi questo uomo, che una volta terminato il ciclo con il suo vecchio gruppo, i 16 Horsepower, decise di formare i Woven Hand, continuando a mantenere intatto quel suo caratteristico talento naturale per il folk, che nessun altro gruppo di folk tratta e plasma alla sua maniera. E poi quel forte messaggio religioso e mistico, melanconico e oscuro, che da sempre lo accompagna, tanto che l'unico possibile accostamento con i Woven Hand sembra essere quello con gli 16 Horsepower e viceversa. Con ''The Threshing Floor'', Edwards torna a registrare a casa propria, in Colorado (ma si concede anche delle cappatine indiane, balcaniche e mediorientali, che a conti fatti si notano, eccome). Il sound resta quel connubio di folk-country di radice sudista e musica nativa americana, molto (ma molto) oscuro, dove persino il banjo viene impiegato in maniera del tutto particolare, assieme al contrabbasso, alle chitarre acustiche e alla solita magnifica voce del Reverendo. Quì però la maggior elettricità dello splendido ''Ten Stones'', il capolavoro che l'aveva preceduto, lascia spazio a dosi massicce di spiritualità e David sa essere (paurosamente) rabbioso e mistico allo stesso tempo. Ora mettetevi a sedere. Fumando la pipa alzate gli occhi, immersi nella pace della notte. Non sono forse stelle quelle che vedete lassù? E' non è forse il deserto questo che vi circonda? Ma un coyote non fa mancare il suo ululato e un' ombra si avvicina minacciosa .... No, non è l'ultimo Tex Willer, ma il nuovo lavoro dei Woven Hand. Oppure l'America di oggi, con le sue inquietudini.

martedì 9 marzo 2010

I'm in love with a girl who doesn't know I exist



"I'm in love with a girl who doesn't know I exist"(Anoter Sunny Day, Sarah Records, 1988)

... e scusate il ritardo

JOANNA NEWSOM
''Have One On Me'' (Drag City, 2010)

''Ma lascio il tuo prezioso cuore al suo tripudio di cuori preziosi'', sono le ultime parole che si odono in ''Ys'' (Drag City, 2006). Verdetto: dopo cinquantacinque minuti di seduzione, nessun cuore potrà mai essere liberato dall'incantesimo di Joanna Newsom. Cinque brani meravigliosi, melodie incredibili, dolcissime, avvolgenti, senza sbavature di sorta. Un capolavoro. Dovrebbe bastare questo aggettivo che è sempre più difficile abbinare ad un prodotto musicale, quantomeno in quell'ambito che usiamo chiamare genericamente popolare, intendo tutto ciò che comunemente comprende rock e pop (appunto), nelle varie sfacettature. Ma come si fa ad etichettare in un genere, qualsiasi esso sia, i dischi di Joanna Newsom? E già il fatto che il suo strumento sia uno strumento difficile e atipico come l'arpa ci dice a cosa si può andare incontro scegliendo di comporre alla sua maniera. Per non parlare poi di quell'atipicità di un canto dai toni ''infantili'' e un po' lamentosi, che hanno riscosso ampii (e meritati) consensi di culto e che hanno richiamato l'attenzione su di lei, bellezza ''acqua e sapone'' non priva di un certo fascino enigmatico, la cui ambizione affonda le proprie radici proprio nella consapevolezza, o forse in un indecifrabile istinto, di avere qualcosa di genuino e di essenziale da esprimere attraverso versi e musica.
 

Il nuovissimo ''Have One On Me'' riconferma la Newsom ad altissimi livelli, anzi ai massimi, ma con qualche differenza importante rispetto al precedente capolavoro; innanzitutto la durata del disco, che poco prima della sua uscita aveva destato in molti più di qualche perplessità, salvo poi doversi arrendere all'evidenza che la qualità di tutte le canzoni ne giustifica ampiamente la lunghezza. Un po' tutti, probabilmente si aspettavano poche canzoni con un minutaggio importante e testi lunghissimi, proprio come nel caso del già citato secondo disco della cantautrice americana, e invece ecco il malloppone: 18 traccie divise in tre cd (avete letto bene) e ben due ore di musica. E che musica!


Il disco è ancora una volta un piccolo capolavoro di scrittura dove l'arpa resta lo strumento principe, ma ciò che sorprende maggiormente è la qualità degli arrangiamenti e delle orchestrazioni, perchè anche in questo caso, nessuno pensava o si aspettava che si sarebbe potuto far meglio di ''Ys'' (anche perchè li cerano rispettivamente Steve Albini, Jim O'Rourke e Van Dyke Parks dietro a registrazione, mixaggio e arrangiamenti) e invece quelli di questo lavoro non sono davvero da meno. Un'altra differenza importante traspare dall'uso che la Newsom fa della voce, che in ''Have One On Me'' sembra aver guadagnato in profondità, dando linfa a canzoni un po' più ''solari'' dal punto di vista strumentale grazie anche all'ingresso, in alcuni casi, di batteria, pianoforte e strumenti a fiato. Certo la storia dei tre cd richiede un po' di pazienza e il lavoro va assaporato un po' aper volta e ascoltato in diversi momenti, ma ne vale la pena. Ancora una volta il coraggio e la creatività, in termini sia stilistico/estetici che di impatto emotivo, ci danno la conferma del talento e delle capacità della bella americana. Parlare solo di splendida conferma mi sembra ingeneroso.


domenica 7 marzo 2010

Addio cavallo pazzo!


Addio cavallo pazzo! Ti adoravo ....
It's A Wonderful Life?: anche Mark ha deciso di lasciarci


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“…May his journey be peaceful, happy and free. There’s a heaven and there’s a star for you”

martedì 9 febbraio 2010

Desert-Drone-Blues-Music



Dischi: inizia all'insegna del 2009 questo 2010. Nel senso che ancora non ho finito di ''passare in rassegna'' un buon numero di album dello scorso anno che avevo lasciato in sospeso e momentaneamente messo da parte siendo de vuelta. Le sorprese non mancano, e molte sono di quelle che hanno la S maiuscola. Di Sorpresa!, appunto; di Sensazionale!; di Se non vi sbrigate potreste perdere per sempre la possibilità di ascoltare il gioiello che vi propongo (se non mi sbaglio si tratta di un disco che è uscito in edizione limitata): Steve Gunn: ''Boerum Palace''. Ecco il Download!


venerdì 18 dicembre 2009

Una discografia per gli anni ''0'' / Andrew Bird


ANDREW BIRD
The Mysterious Production Of Eggs (Fango Records, 2005)


Dopo il progetto Bowl Of Fire, a servizio di una sorta di (non sempre a fuoco) retro-swing, la mutazione artistica di Andrew Bird, lo ha portato alla realizazzione di una serie di lavori uno più bello dell'altro (tra i quali ''Noble Beast'' ultimo in ordine cronologoco, che è finitro nella top-ten dei migliori disci del Giardino di quest'anno) sempre all'insegna di un songwriting poetico e aristocratico, di una perfetta macchina di pop-folk sinfonico. In questo Andrew Bird & The Mysterious Production of Eggs, sorprende la sottigliezza degli arrangiamenti e la brillante vena compositiva di Bird, sempre accompagnato dal suo adorato violino. Un disco che emoziona e coinvolge, che sa essere ironico e romantico allo stesso tempo. Non capita tutti i giorni. [Tracklist]


Una discografia per gli anni ''0'' / CocoRosie


COCOROSIE
La Maison De Mon Rêve (Touch And Go)


Bianca e Sierra Casady sono due sorelle americane. Una vive già a Parigi, dove cerca di lavorare addestrando la voce alla musica lirica.. L’altra ci arriva senza avvisare e telefona dall’aeroporto chiedendo di stare per un po’ a casa della sorella. Da questo riavvicinamento famigliare scaturisce un disco, realizzato interamente in un appartamento del 18esimo arondissement di Parigi, un prodigio estemporaneo, nato dall’incanto di un momento. E infatti si chiama ''La Maison De Mon Rêve'', la casa del mio sogno, e fin dall’inizio l’ascoltatore viene proiettato in un’atmosfera mistica e fiabesca, uno stile personalissimo fatto di folk ancestrale di gospel sussurato, di cantilene folk, strumenti giocattolo e estetica lo-fi. Echi di una musica lontanissima eppure così familiare. L’aspetto innocente e naif è il più appariscente, ma si rivela presto come sottile superficie. I testi svelano un grande talento narrativo e lirico, una forte inclinazione per il simbolismo e la poesia che viene messo in scena già con i primi toni del disco dalla stupenda ''Terribile Angels''. Le canzoni delle Cocorosie sono inquietantemente belle, fragili caleidoscopi di momenti ed atmosfere, bizzarri frammenti di parole e suoni, voci, preghiere. Allora carpe diem, perchè se la magia di questo disco rimarrà in eterno, il successivo ''Noah's Ark'' avrebbe iniziato a trasformare l'oro in argento (e forse è già un gran complimento). [Tracklist]

Una discografia per gli anni ''0'' / Joanna Newsom


JOANNA NEWSOM
YS (Drag City)




Come si fa ad etichettare in un genere, qualsiasi esso sia, questo disco di Joanna Newsom? Partiamo da chi è Giovanna (per chi ancora non lo sapesse), ovvero una arpista, compositrice e cantante californiana che prima di questo capolavoro aveva all'attivo un ottimo album d'esordio ''The Milk-Eyed Mendere'' (2004) e alcune tournee in compagnia di Will Oldham, Devendra Banhart e altri. Già il fatto che il suo strumento (l'arpa) sia così difficile a atipico da suonare ci dice i rischi che si possono correre scegliendo di usarlo in un ambito molto diverso da quello ''classico''. Poi diremmo che ''YS'' consta di cinque brani per un totale di 55 minuti: composizioni complesse, con una base originale per arpa e voce, registrate da Steve Albini, impreziosite da un lavoro orchestrale certosino e geniale affidato a ad un grande come Van Dyke Parks. Il tutto mixato da Jim O'Rourke e masterizzato da Nick Webb ai mitici Abbey Road Studios. Ancora non basta? Allora: cinque brani meravigliosi, melodie incredibili, dolcissime, avvolgenti, senza tempo, senza sbavature che qua e la possono far pensare al meglio di artiste del calibro di Bjork o Kate Bush (ma anche questa è una forzatura). Meraviglia, perfetto. Ti stiamo aspettando Joanna. [Tracklist]

Una discografia per gli anni ''0'' / Sigur Ros


SIGUR ROS
() (Fat Cat, 2002)
 

A parte il fatto che questo disco non ha titoli (nè dell'album, nè dei brani), è probabilmente il lavoro che più di altri ha dato la meritata notorietà ai Sigur Ross e, se non fosse bastato il meraviglioso secondo lavoro ''Agaetis Byrjun'' a togliere ogni dubbio, ha dato un ulteriore conferma della qualità proposta dal gruppo islandese. () infatti è uno stupendo viaggio in 8 movimenti che, sia pur senza discostarsi troppo dalla formula vincente dell'emozionante ''Agaetis Byrjun'' (lentezza che tende all'immobilismo, costruzioni di atmosfere sonore eteree, prog ambient cosmico e gorgheggi vocali astratti), mostra una maggiore maturità in fase di scrittura. Tutto questo si traduce in brani più accessibili, forse più riconoscibili, che paradossalmente, visto l'astrazione e la materia di cui sono fatti i pezzi, ti entrano in testa (si ascolti il quarto brano per capire). Il risultato? Estasi celestiale, pop cosmico che diventa nenia incontenibile nei nostri cuori e nelle nostre menti. [Tracklist fantasma]

Una discografia per gli anni ''0'' / Elliott Smith


ELLIOTT SMITH
From A Basement On The Hill (Domino, 2004)
 

Nelle note del libretto che accompagnano ''New Moon'', un doppio cd uscito postumo nel 2007 (e che raccoglieva canzoni mai pubblicate fino a quel momento risalenti, per altro, al suo periodo "felice" tra il 1995 e il 1997 poco prima che Smith ricevesse una nomination agli oscar per "Miss Misery" nella colonna sonora di "Will Hunting-Genio Ribelle", e firmasse un contratto con una major) gli amici del cantautore americano si soffermarono in modo commovente su quanto potesse essere divertente il nostro uomo. E' difficile poi non commuoversi sentendo Smith che, in un brano di quello stesso disco, cerca di scuotere un amico aspirante suicida in "Georgia, Georgia": "Dimmi cosa può farti felice". Viene da chiedersi se anche a lui, prima che si amazzasse, qualcuno gli abbia fatto la stessa domanda. Invece nel 2004 ad un anno esatto dalla sua scomparsa arriva il primo disco postumo, ''From A Basement On The Hill'': ed è un gran disco, che ci fa entrare in comunione con un anima ferita, con una scena di sofferenza perfettamente a fuoco. Quindici brani che racchiudono la sua essenza. C'è tutta la sua malinconia e il suo disagio, ma c'è anche tutta la dolcezza di cui era capace, e che esprimeva attraverso armonie semplici, quasi essenziali, e melodie efficaci che scavano nella tradizione pop, rock e western. Canzoni dalla grande forza espressiva che lasciano a chi ascolta il rammarico per quello che avrebbe ancora potuto dare il nostro uomo, se quella lama non gli avesse trafitto il cuore. [Tracklist]

Una discografia per gli anni ''0'' / Songs Ohia


SONGS:OHIA
Ghost Tropic (Secretly Canadian)



Il titolo è in alto a sinistra, una scritta bianca su sfondo nero. Nient'altro: la copertina di ''Ghost Tropic'' rispecchia i contenuti dell'album, e forse di tutta la musica di Jason Molina, fatta di canzoni essenziali e materiali poveri. C'è chi lo ha paragonato a Will Oldham, chi scendendo alla fonte, a Neil Young. Sta di fatto che la musica di Molina, sia folk o meno, ha qualcosa di stridente, di drammatico. Tuttavia anche se ''Ghost Tropic'' (a partire dal titolo) è indubbiamente uno degli episodi maggiormente "spettrali" nel cammino artistico del songwriter americano non possiamo considerare le sue canzoni deprimenti. Sono certo canzoni malinconiche, questo si, che evocano atmosfere ombrose e affrescano paesaggi non proprio solari, ma allo stesso tempo rappresentano qualcosa di estremamente affascinante, intenso, emozionante e incredibilmente espressivo. Musica per l'anima, dove l'abbondanza di sentimento si traduce in intrecci quasi elettroacustici scarni e sommessi, in strutture magicamente diafane, in trame armoniche dilatate fino alla rarefazione. Otto episodi costruiti su chitarre, vibrafoni, tastiere e ritmiche appena accennate. Profondamente blues nello spirito e visionario nell'attitudine. [Tracklist]


lunedì 15 dicembre 2008

Playlist 2008 - Nacho Vegas & Xel Pereda: Lucas 15


Nacho Vegas

Girare con un taccuino infilato nella tasca è cosa buona. Prima o poi ti capita l'incontro giusto, il consiglio utile... Durante i miei ''soggiorni'' spagnoli ho avuto spesso questo tipo di opportunità. Annotare è diventato un hobby e uno spasso. Nel mio Moleskine è entrato di tutto: indirizzi, ricette, itinerari turistici, musica, film.... Un giorno aprofittai chiedendo a un amico iberico se per caso avesse per me qualche consiglio musicalmente interessante e stimolante e la sua risposta fù così decisa e tempestiva che non poteva che persuadermi a ternerla in considerazione. "Me encanta Nacho Vegas!" rispose con convinzione, e mentre lo diceva già annotava tutto nel mio taccuino con la penna che lestamente aveva sottratto dalle mie mani. Che poi quel consiglio dovesse uscire dalla sua bocca è abbastanza logico visto che i due oltre al nome (Nacho) condividono la stessa terra d'appartenenza (Asturia).


 

Ignacio González Vegas, più conosciuto come Nacho Vegas è nato a Gijón nel 1974 ed è un cantautore che stilisticamente oscilla tra la musica folk, il pop e il rock. Poco conosciuto anche in madre-patria, praticamente quasi sconosciuto in Italia (non ricordo di aver letto qualcosa su di lui da queste parti), è stato tra i più importanti "agitatori" e protagonisti dell' ondata indie-rock spagnola dei primi anni Novanta con gruppi come Eliminator Jr e successivamente Manta Ray. Se proprio non sapete da dove iniziare fatelo dalla fine. Il suo ultimo disco, uscito con il titolo di Lucas 15 (che è poi anche il vero nome del progetto) e che condivide con il chitarrista Xel Pereda, è a mio modo di vedere un gioiello. Di cosa si tratta ce lo spiega lo stesso Vegas: "L'idea era quella di frugare nel repertorio tradizionale asturiano, così vasto e allo stesso tempo così ignorato da gran parte della stessa comunità pop e rock asturiana, reinventarlo e attualizzarlo facendone un disco. Se il folk anglosassone è una delle principali influenze di rock e pop fin dai suoi albori, allora perchè il folk asturiano non potrebbe essere un punto di partenza eccellente per noi?

 
Cercando di dare una risposta a questa domanda Nacho Vegas e Xel Pereda hanno lavorato alcuni mesi selezzionando una dozzina di canzoni tradizionali asturiane, partendo da un corpus iniziale di più di 60 temi scelti dal repertorio di gruppi folk della regione e da cataloghi etnografici, per poi adattarli successivamente al canovaccio della canzone rock. Questi temi sono stati registrati con l'aiuto di una superbanda asturiana (e quindi da musicisti emotivalmente molto coinvolti nell'operazione) e in alcuni casi con la collaborazzione speciale del Coro de voces de Cimadevilla (di cui fà parte anche il nonno dello stesso Pereda).


Mi hanno detto che l'Asturia è molto piovosa, ma altrettanto affascinante, e che la natura gioca un ruolo molto importante per gli abitanti di quelle terre. Il disco, che in qualche modo trasmette questi umori, è bellissimo, e una vena di tristezza pervade tutte le canzoni ed è resa ancora più esplicita dai testi. Per il sottoscritto Lucas 15 rappresenta senza dubbio per la miglior sorpresa del 2008. ASCOLTA - Info: (La Fonoteca)