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giovedì 4 aprile 2019

Levantate! Bombas Gitanas (1966-1979)




Tracklist

 Spanish Gipsy Rumba, Funk & Flamenco Grooves 1966-1979

01 - Antonio González El 'Pescaílla'' - Levántate (Belter, 1966)
02 - Los Amaya - En La Cruz Moría (Emidisc, 1971)
03 - Dolores Vargas 'La Terremoto' - La Piragua (Belter, 1970)
04 - Rumba Tres - Rumbita Tru-La-La (Belter, 1973)
05 - Los Candelos - Bailen Mi Rumbita (Belter, 1974)
06 - Chango - El Guapo (Discophon, 1974)
07 - Los Amaya - El Jala Jala (Emidisc, 1973)
08 - Dolores Vargas 'La Terremoto' - Gitana Real (Belter, 1975)
09 - Marian Conde - Tomame Que Tomame (Belter, 1975)
10 - Las Grecas  - Achilipú (CBS, 1974)
11 - Los Candelos - Te Estoy Amando Locamente (Belter, 1974)
12 - Los Amaya - Chica Bonita (RCA Victor, 1977)
13 - El Fary - Soy Gitanito (Movieplay, 1977)
14 - El Noi - Zorongo Rock (Discophon, 1975)
15 - Los Chichos - Ni Más Ni Menos (Philips, 1974)
16 - Los Chunguitos - Me Sabe A Humo (Emi-Regal, 1974)
17 - Antonio González y Lola Flores - Muchacho Barrigón (Belter, 1974)
18 - Dolores Vargas 'La Terremoto' - Dejalo (Belter, 1975)
19 - Paca y Manuela - Dímelo (Belter, 1975)
20 - Morena y Clara - Tu Mal Comportamiento (Discophon, 1976)
21 - Las Grecas - Más Que Eso (CBS, 1975)
22 - Trigal - Gol Gol Gol (Belter, 1976)
23 - Los Chichos - Te Vas, Me Dejas (Philips, 1974)
24 - Los Chunguitos - Mira Como Ronea (Regal, 1977)
25 - Los Marismeños - Pares O Nones (Hispavox, 1978)
26 - Sangre Gitana - Esta Noche Te Perdí (Belter, 1979)



mercoledì 14 novembre 2012

Il Nuovo Giardino Magnetico presenta: Circos De Intimidad


Circos De Intimidad
 A Compilation Of Intimistic Spanish Acoustic Pop-Folk



TRACKLIST

12 - EL HIJO - Quebradizo Y Transparente  - da (Acuarela, 2010)
13 - ALBERTO MONTERO - Cajón Del Maipo - da (Greyhead, 2011)
01 - MUS - Dulce Amor - da ''La Vida''(Green UFOs, 2007)
02 - AMOR DE DIAS - Foxes' Song - da (Merge Records, 2011)
03 - LA BUENA VIDA - Los Vientos - da (Siesta, 2001)
04 - ANA D - Velero Lleno De Estrellas Y Bahías - da (Elefant Rec, 1999)
05 - LE MANS - Buenos Días, Corazón - da (Elefant Records, 1998)
06 - PAULINE EN LA PLAYA - Circos De Intimidad - da (Subterfuge, 2006)
07 - MUS - Una Sábana Al Vientu - da (Green UFOs, 2007)
08 - NIZA - Septiembre - da (Elefant Records, 2002)
09 - IÑIGO UGARTEBURU - Æraberan - da (Foehn Records, 2012)
10 - REMATE - La Animadora - da (Sinedín Music, 2012)
11 - EL HIJO - Los Naranjos - da (Acuarela Discos, 2010) 
14 - MUS - Pela Xenra Blanca - da (Acuarela Discos, 2004)
15 - AMOR DE DIAS - Foxes' Song (Reprise) - da (Merge Rec, 2011) 
16 - LE MANS - Sic Transit Gloria Mundi - da (Elefant Records, 1998)


  

martedì 2 ottobre 2012

Entre Tierras



Frontiere e interessi politici ci fanno dimenticare di come i limiti tra una tradizione e l'altra spesso siano separati solo da una linea nebulosa impossibile da sostenere in maniera evidente attraverso le metodiche della musicologia. Attraverso le note del loro secondo disco ''Entre Tierras'' (TempsRecord, 2012) [yuhuu!] il collettivo Coetus ci tiene a aprecisare come ''dall'inizio dei tempi le persone, e con loro la musica, hanno viaggiato da un luogo all'altro incrociandosi e influenzandozi reciprocamente. Da questi movimenti si generarono melodie, parole e ritmi che perdurarono nei secoli trasformandosi in tradizione. Culture e tradizioni sono il frutto di tutte queste interazioni e legami''. Con questo solido principio l' Orquesta de Percusión Ibérica Coetus formata da dieci membri, quasi tutti giovani, virtuosi e appassionati, riuniti in quel di Barcellona sotto la direzione di Aleix Tobías (che fondò il progetto nel 2009) e con la partecipazione del maestro Eliseo Parra (e di numerosi altri ospiti tra cui Sílvia Pérez Cruz, Iñaki Plaza, Ion Garmendia, Xavi Lozano e Guillem Aguilar) continua a proporci un repertorio tradizionale variegato in quanto a provenienza: A Coruña, Peñaparda, Xàbia, Castilla, Valencia, Canarias, Huelva, Mallorca, Sanabria, Madrid... Pezzi che acquistano nuova vita anche attraverso multipli strumenti a percussione, molti dei quali ormai quasi completamente sconosciuti, che nel corso della storia servivano per accompagnare balli, canzoni, romanze o semplicemente per scandire il tempo nelle processioni e che venivano suonati per lo più separatamente: dal pandero cuadrado (Peñaparda e León) all' adufes portoghese, dal tamburello basco e asturiano alla xilomba, dalle cañas rocieras alle almireces... L'esperimento di Coetus consiste nell'unione/interazione di questi strumenti, dotati di un linguaggio proprio di ispirazione tradizionale, attraverso un dialogo attivo con la voce. Obiettivo perfettamente reggiunto, direi.


  

martedì 7 febbraio 2012

Post-house in salsa catalana



Da quando Pitchfork ha selezionato la sua ''Sunshine'' tra le cento migliori canzoni del 2009, il barcellonese John Talabot si è convertito in una delle grandi rivelazioni dell'universo elettronico europeo. Ma al di là del suo perpetuo anonimato (ora non più tale) nel più classico stile Burial/Zomby e di questioni di hype che poco hanno a che vedere con la musica, il tragitto artistico del produttore catalano ci dice di un artista dalla spiccata personalità e dall' indubbio talento. La musica di John Talabot (vero nome Oriol Riverola), come qulla di Kieran Hebden (Four Tet) o di Dan Snaith (Caribou) ha la rara qualità di riuscire ad emozionare, con un suono che potremmo definire atemporale, pur muovendosi in mancanza (salvo qualche raro caso) di una vera e propria struttura canzone. Dopo una serie di ottimi singoli usciti su Young Turks, Permanent Vacation e Hivern Discs (quest'ultima fondata e gestita dallo stesso Riverola), arriva ora il tanto atteso debutto su larga durata.


Registrato tra Barcellona e Madrid. 'ƒin' (Permanent Vacation, 2012) è un lavoro elegante ed evocativo, in cui fine tessiture house si fanno luce in una selva di loops psichedelici, samples vocali, richiami ipnagogici e breccie baleariche. Una selva dicevamo; quale miglior esempio per descrivere un lavoro soggetto a 'temperature variabili' dai suoni frondosi e labirintici e ricco di paesaggi semi-oscuri. La musica di  Riverola ha comunque il pregio di non cadere mai nei ricorrenti luoghi comuni del genere e nella prevedibile monotonia monosillabica di gran parte delle produzioni attuali. Se nei 12'' precedenti il ritmo veniva utilizzato come base da cui partire per sviluppare un percorso preciso, quì Talabot stilizza meglio le linee melodiche, che si dipanano in trame misteriose e sinuose (''Depak Ine'' ), fluttuanti e cinematografiche (le sinfonie sbiadite di ''Last Land'' e ''El Oeste''), esoterico-baleariche (la meravigliosa ''Oro y Sangre'' , le melanconiche invocazioni di ''Missing You'' o i New Order appena usciti dalle catacombe di ''When The Past Was Present'' ) ecc. Completano il quadro i preziosi contributi vocali dell'infaticabile Pional (in ''Destiny'' e ''So Will Be Now'') e di Ekhi (''Journeys'') dei fraterni Delorean, ma la musica sviluppata da Talabot resta sempre suggestiva ed evocativa. Certo influenze e fonti rimangono riconoscibili, ma le parti vengono disposte secondo coordinate poco abituali, erratiche, labirintiche, e la mervigliosa sensazione finale si rafforza ascolto dopo ascolto; un paesaggio differente, ameno e ombroso, e proprio per questo estremamente affascinante. Un grande, grandissimo disco.


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martedì 12 aprile 2011

Grooves cinematici in salsa iberica



Che l'idea alla base di serie di culto come la Easy Tempo, che hanno scavato negli archivi per riportare alla luce gemme dimenticate e/o oscure soundtrack degli anni Sessanta e Settanta - perlopiù appartenenti a film di genere o a serial tv (dall'horror al soft-erotico, dallo spy-thriller all'action movie polizziottesco ecc) - abbia fatto scuola anche all'estero è cosa risaputa. Da quel momento in poi, infatti, mentre sul mercato anglosassone sono tornati sugli scaffali rari titoli di Barry, Budd, Schifrin, Goldsmith e un'infinità di autori minori, si sono susseguite negli anni le compilation 'straniere' che hanno tentato operazioni analoghe sfruttando non solo l'inesauribile filone italiano (con fuoriclasse del calibro di Trovaioli, Piccioni, Ortolani, Cipriani, Martelli, tanto per citare solo alcuni dei più famosi), da ''Beat At Cinecittà'' (Voll. 1, 2 e 3) della tedesca Crippled Dick Hot Wax ''Erotica Italia'' dell'inglese Bistro-Arista, e moltissime altre ancora, ma considerando, ovviamente, anche le ricche filmografie di serie B, e soprattutto le rispettive soundtracks, di paesi come Spagna, Germania, Francia, Brasile, Messico... 


Nel frattempo numerose nuove etichette (e sottoetichette) sono nate e, a più riprese, si sono affacciate sul mercato, sguinzagliando i propri compilatori, sepolti da pile di quarancinque giri, lanciati alla caccia esasperata e molto attenti a cogliere ogni potenziale groove, anche se con risultadi non sempre del tutto soddisfacenti. Tra le ultime eccezzioni positive del filone segnalerei invece i bellissimi volumi editi in vinile dalla Hundergrum Records e usciti contemporaneamente nel 2010: ''Psicotronica Vol.1, Spanish-Cinematic Grooves & Funky Soundtracks 1968-1978'' (per il momento l'unica che il Giardino può offrire) e ''Psicotronica Vol.2, Spanish Cinematic Grooves & Funky Soundtracks 1971-1976'', un paio di riuscitissime e bizzarre compilation ''d'archivio'', deliranti sin dalla copertina (vedi sopra), che esplorano i suoni di scuri b-movies spagnoli a cavallo tra Sessanta e Settanta in pieno "Landismo" e "Destape"  mettendo in luce le capacità compositive di alcuni maestri e compositori iberici come Antón García Abril, Adolfo Waitzman o Gregorio 'Greg' Segura. Non un solo momento di stasi, ma un vero fluorilegio di beat, shake, sambette, fuzz casalinghi, library-grooves, jazz-grooves, orchestre pop, riverberi emozionali, blaxploitation, sexploitation, funk psichedelico ecc, tutto virato in salsa spagnola. Credetemi, come dicono i miei amici da quelle parti: una verdadera gozada!

martedì 8 marzo 2011

Il N.G.M. presenta ''Bodas De Sangre Y Flamenco''




TRACKLIST

01 - JUAN MONEO ''EL TORTA'' - Bulerías 
Da ''El Torta 1990-1993''  (Trickypau CD sin datos)
02 - GRITOS DE GUERRA - Arrinconamela 
Da ''Vengo Soundtrack''  (Warner Music, 2000)
03 - REMEDIOS SILVA PISA - Naci En Alamo 
Da ''Vengo Soundtrack'' (Warner Music, 2000)
04 - FERNANDA Y BERNARDA DE UTRERA - Se Nos Rompio El Amor 
Da ''Kika Soundtrack'' (Polydor, 1993)
05 - SON DE LA FRONTERA - Buleria Negra Del Gastor 
Da ''Son De La Frontera'' (World V., 2006)
06 - REMEDIOS AMAYA - Anda Y Dame Un Beso 
Da ''Sonsonete'' (EMI, 2004)
07 - PATA NEGRA - Bodas De Sangre 
Da ''Blues De La Frontera'' (Nuevos Medios, 1987)
08 - LA MACANITA - Buleria Carmen Flores - Siempre... 
Da ''Flammes Du Coeur'' (Network, 1999)
09 - CHANO LOBATO - A Quien Contarle (Malagueña) 
Da ''La Nuez Moscá (Auvidis Ethnic, 1996)
10 - FERNANDO DE LA MORENA - Jardín De Venus (M.) 
Da ''De Santiago A Triana'' (A. E., 1994)
11 - MANOLO SANLUCAR - Nacencia 
Da ''Tauromagia'' (Polygram, 1988) [Post Giardino]
12 - PEPE HABICHUELA & THE B.S. - Oriente (Rumba) 
Da ''Yerbagüena'' (Nuevos M., 2001)
13 - CAMARON DE LA ISLA - Nana Del Caballo Grande 
Da ''La Leyenda Del Tiempo'' (Philips, 1979)


Gritos De Guerra - Arrinconamela

Il cinema nomade di Gatlif



Kabyle e Rom, Tony Gatlif è il cineasta che più di ogni altro ha raccontato la vita e la cultura itinerante degli zingari in un viaggio continuo, dall’ India alla Spagna. Nato ad Algeri nel 1848, sangue Rom e Berbero nelle vene, Michel Dahamani (conosciuto, appunto, come Tony Gatlif) all'inizio degli anni Sessanta condivide la sorte toccata al suo popolo costretto ad abbandonare il proprio paese. Dopo aver lasciato l’Algeria, si trasferisce a Parigi dove frequenta un corso d’arte drammatica. Nonostante la nuova residenza, Gatlif torna  di continuo alle sue vere origini, la comunità zingara, nell' appassionata ricerca di se stesso. Privo di risorse economiche, dopo lunghi anni di disadattamento sociale ed esistenziale, che lo portano a saggiare più volte la triste realtà del carcere minorile, il giovane Gatlif riesce a recuperare la passione per il cinema, e la doppia origine rappresenta senz'altro una ricca fonte di ispirazione per il suo lavoro di artista prima ancora che di regista.

Tony Gatlif

Nel 1973 gira così il suo primo cortometraggio e nel 1975 arriva anche il primo lungometraggio, ''La Tête En Ruine''. Tre anni dopo segue ''La Terre Au Ventre'', che affronta il tema della guerra algerina vissuta da una madre francese d’Algeria con i suoi quattro figli, e via via una filmografia di livello mediamente più che buono, con opere caratterizzate da una sorta di nostalgia lirica; il grande anelito di libertà delle culture nomadi, con il loro stile di vita, le loro musiche e danze. Tutti elementi essenziali nel progetto poetico di Gatlif, in grado di esprimere al posto di molte parole, lo spirito vivo e la natura sensibile e sanguigna delle genti gitane. Lo spettatore è spesso costretto al viaggio, un viaggio in cui il luogo di arrivo diventa subito il luogo di una nuova partenza. Un 'transito' di cui Gatlif invita a scoprire le potenzialità.



Tra i suoi titoli brilla soprattutto "Latcho Drom" - che ottenne numerosi riconoscimenti festivalieri, tra i quali il premio Un Certain Regard a Cannes nel 1993 - magnifica opera "documentaria" che ripercorre la lunga rotta della musica nomade, dal nord-ovest dell' India attraverso le regioni della Turchia, dell' est europeo, del nord Africa e della Francia, sottolineando la coesione culturale delle varie espressioni musicali, fino ad approdare nella Spagna di un certo flamenco che conserva intatte le componenti spirituali della musica sufi, in una sorta di di continuità ideale con l'ineffabile canto d'oriente.


Consigliabili anche lo splendido ''Gadjo Dilo'' (Pardo d’Argento a Locarno nel 1997) e ''Exils'', premio per la miglior regia al Festival di Cannes nel 2004, con giuria presieduta da Quentin Tarantino. Se in tutti i film di Gatlif c'è una forte componente autobiografica nel caso di Exiles questa si fà ancora più evidente. Appartenendo infatti alla schiera di profughi che negli anni Sessanta furono costretti a lasciare l'Algeria ed abbandonare il proprio paese,come accennato poc'anzi, quarant'anni dopo il regista torna nella terra della sua infanzia, cercando di raccontare questa esperienza in un film che è una sorta di colorato road movie sulle tracce di due giovani protagonisti che lasciano Parigi alla volta di Algeri per riscoprire le proprie radici. Il loro è un viaggio sul filo della memoria, nel segno della musica e, soprattutto, del ritmo.



In tutti i suoi film Gatlif ha sempre dimostrato più che un occhio di riguardo per la parte musicale, e non è un caso che molti degli score delle pellicole abbiano la sua firma. In una delle prime scene di Exils il protagonista dichiara: ''la musica è la mia religione''; ed è seguendo questo credo che il ragazzo compie un percorso geografico e spirituale che da Occidente lo porta verso Oriente, dal pragmatismo europeo al misticismo sufi, dalla techno metropolitana di Parigi alla trance sufi di Algeri, passando attraverso il flamenco dell'Andalusia. Così il pulsare del rock che all'inizio esce dalle casse di un autoparlante si riflette poco a poco in una quasi naturale prosequzione, dalla scansione di un tergicristallo al picchiettare della pioggia, per poi confluire nell'energia ''cardiaca'' del flamenco, sia che venga riletto in chiave elettronica, sia che venga riproposto in versione tradizionale, per virare infine verso tonalità e suoni mediorientali in una progressiva ''spiritualizzazione'' che culmina nella scena di una cerimonia sufi.


La musica, il flamenco e i legami di sangue sono assoluti protagonisti anche in ''Vengo - Demone Flamenco'' magnifica pellicola del 2000 di cui tra poco mi occuperò e alla quale mi sento particolarmente affezzionato per vari motivi. Visto le questioni che hanno coinvolto i rom in Francia negli ultimi tempi mi sembra doveroso segnalare almeno (anche) l'ultimo ''Korkoro (Libertè)''. Se è vero che la pellicola è stata presentata anche a Roma al MedFilm Festival dello scorso anno - ricevendo tra l'altro la Menzione Speciale, uno dei due premi più importanti - sinceramente nutro qualche dubbio riguardo a una possibile distribuzione che lo porti (agevolmente) nelle sale dei nostri cinema. Naturalmente spero di sbagliarmi, perche io per primo non ho ancora avuto la possibilità di vederlo, anche se sò, avendone letto, che nel film viene narrata una vicenda che si ispira a una storia vera, in particolare quella di una famiglia rom arrivata in un villaggio rurale nella Francia sconvolta dalle leggi discriminatorie del governo di Vichy, con i nazisti che porteranno all'arresto e alla deportazione di circa trentamila rom francesi durante la seconda guerra mondiale e al tragico "genocidio fantasma" che costo' la vita a mezzo milione di rom e sinti in tutta Europa, internati e sterminati nei campi di concentramento insieme a ebrei, handicappati e omosessuali. Un film che però, come si diceva poc'anzi, allo stesso tempo esce dai confini storici per mettere in luce la difficile sorte che molti Rom subiscono ancora oggi.

VENGO: DEMONE FLAMENCO

''Vengo non è un film sul Flamenco, ma è il Flamenco stesso che diviene film''. ''Flamenco, demone della vita''. Definizione decisamente calzante, molteplicità di significati per una delle forme di espressione mentale e corporea tra le più intense. Flamenco, passione viscerale, canto e ballo che alterna momenti tragici a pura gioia di vivere. Musica struggente ed evocativa di oppressioni e persecuzioni. Danza che nasce dalla terra e dalla tragedia di un popolo in fuga. E proprio per realizzare l'immagine scolpita dentro i cuori del popolo zingaro di una patria che non c'è, i piedi tendono fortemente a restare attaccati alla terra, mentre la parte superiore del corpo si muove sinuosamente ad evocare il desiderio profondo di libertà. Terra arida, terra di colori e suoni fusi da molteplici tradizioni, Andalusia, centro energico del flamenco, patria gitana (Gitano: termine che sembra derivi dall' Egitto, dove il popolo in fuga dal Pakistan sostò a lungo prima di approdare in Spagna attraverso il Nord-Africa) voluta dal destino, madre del demone flamenco. Ecco un film che fà del flamenco una ragione di vita, ma anche di passione e di morte. Film che miscela sapientemente il folklore e la modernità. Scene tra Oriente e Andalusia aprono la storia, segnando sottilmente un confine impercettibile. Gatlif, zingaro arabo, ne trae emozioni purissime, restituendo il valore originario a quello che appare solo un ballo spettacolare agli occhi moderni. Una dedica completa, fatta di scene e musiche intense composte dallo stesso Gatlif.


Flamenco a cui ci si può accostare con animo interessato, ma che non può essere assimilato se non si crea quella commistione tra corpo, mente e memoria storica. Ricordo una scena del film australiano "Ballroom" in cui il giovane ballerino protagonista deve imparare una coreografia gitana. Riesce ad acquisire la tecnica alla perfezione, mancando tuttavia quell' ispirazione che gli sarà donata solo vivendo in sinbiosi con i gitani. Flamenco, demone della vita, dove le passioni esplodono nell'universo infinito dell'esistenza. Un dolore impossibile da sedare. La perdita straziante di una figlia innocente e un padre distrutto che si stordisce con l'alcool e con il flamenco. Un dolore bruciante che consuma l'anima. Forti contraddizioni, forti passioni di un Andalusia senza tempo. Alle tradizioni secolari si contrappongono immagini moderne fatte di strade asfaltate, auto lussuose, telefonini,discoteche, ma il demone è sempre in attesa. Una storia intrisa di sangue, di famiglie rivali che cercano vendetta reciproca. L'incredibile figura di un giovane portatore di handicap (Diego), nipote del nostro protagonista (Caco, interpretato magistralmente da Antonio Canales, grande ballerino di flamenco che in questa occasione recita solamente, senza muovere un passo di danza), che vive comunque le sue passioni, il suo entusiasmo, i suoi dolci ricordi per un amore puro che non si è mai spento, nonostante tutto. Il giovane Diego è l'anima nuova della tradizione e nessuna compassione desta in noi, come nella sua famiglia, nonostante l'handicapp. Diego è uno di loro, uno dei flamencos di famiglia che tutto ha da insegnare per il modo dolce e profondo di affrontare le cose. Lirici momenti di canto e musica comune come se il tempo si fosse fermato ad ogni frammento di vita vissuta. Tenero l'amore che lega lo zio Caco a Diego. Attenzioni e premure che contrastano con le pulsioni vendicative delle famiglie contrapposte in una guerra di sangue che ha coinvolto tempo prima proprio il padre di Diego, Mario. Mario è un gitano di nuovo in fuga dall' Andalusia verso il nord Africa, dove si rifugia, e da dove suole chiamare i parenti per ascoltare via telefono la musica del suo cuore. Ma ora proprio Diego è la vittima sacrificale della vendetta. Sangue per sangue. Caco sa che questo potrebbe essere il destino dell' amato nipote e si immola, in nome dell'amore, davanti alla famiglia nemica: "Darò fuoco al mondo!" esclama di fronte alla consapevolezza del rischio di morte del nipote. Momento di tragicità di altissimo livello. Il demone della vita lo accompagnerà fino alla fine. Con la lama conficcata nel fianco, in un atmosfera arida e solitaria, si trascina fino all'unico ''strumento flamenco'' che avrebbe potuto mai trovare in una zona così deserta; una macchina industriale che attivata produce suoni metallici con i pistoni, i martelli interni e le cinghie. Suoni metallici freddi, ma che rievocano la ritmica del flamenco, demone della vita che non esiste più.


Il film, presentato fuori concorso a Venezia nel 2000 (e che chiuse quell'edizione della mostra), scorre su una trama scarna utilizzata quasi per cucire i vari pezzi musicali, ma è comunque straordinario per intensità e drammaticità, riuscendo a trasmettere una poetica delicata che gioca magnificamente sui contrasti emozional-sentimentali: la rabbia e la tristezza per una figlia che non c'è più e l'amore tenero per un nipote che vive la sua esistenza più intensamente di altre persone, nonostante tutto. Gli attori (veramente straordinari) sono tutti non professionisti e musicisti esponenti della massima e pura tradizione del flamenco gitano della bassa Andalusia, che Gatlif ha prelevato dalla strada e portato sul set. Sue anche le musiche (come detto) peraltro assolutamente appropriate. Chapeau.

Se può interessare rimando anche a:

     • ''SINTI E ROM'' (raccoglie links e filmografie)
     • ''LATCHO DROM'' (Soundtrack)
     • ''VENGO'' (Soundtrack)
     • ''VENGO'' (Film in lingua or. con sott. in Inglese)

lunedì 7 marzo 2011

Il trovatore gaditano


Javier Ruibal

Da molto tempo volevo dedicare un post a questo fantastico musicista gaditano, che sicuramente meriterebbe maggiore notorietà anche tra i numerosi appassionati di viaggi musicali globali. Considerato come una sorta di paladino della trova andalusa con occhi ben puntati verso il colore di altre melodie di frontiera, Javier Ruibal de Flores Calero (El Puerto de Santa María, 1955) sorprese sin dal primo disco, al principio degli anni Ottanta, per la capacità di far convivere nelle sue canzoni arie flamenco, sonorità mediterranee e arabe, ma anche musica indiana, caraibica ecc; una produzione discografica concepita dall’ibridazione di diverse espressioni musicali all'insegna della multiculturalità, con leggera prevalenza per i toni arabo-andalusi, flamenco e jazz, conditi in alcuni casi anche da qualche spruzzatina rock e blues. Cultore di quella che è stata denominata música de autor, nelle sue canzoni Ruibal ha sempre dato molto spazio a temi di denuncia sociale,così come a piccole storie personali, narrate in modo da poter divertire o emozionare l’ascoltatore a seconda dei casi.


Nei testi si nota una certa influenza della poesia spagnola, in particolare quella della generazione del 1927 (da García Lorca al concittadino Rafael Alberti), ma anche quella di poeti più recenti, mentre nelle sue storie trovano spazio luoghi e personaggi di tutti i tipi, siano essi reali o immaginari, credibili o incredibili: dal più esotico dei giardini orientali allo sporco asfalto cittadino; da marinai erranti e ''sradicati'' a regine d'Africa ..e poi lune a Tangeri, rose azzurre, ballerine turche ... a fare da sfondo; tutti figli del villaggio globale ricreato dalla penna e dalla sensibilità di Ruibal. Personalmente credo che uno degli aspetti più affascinanti della sua musica stia proprio nell'innata capacità autoriale e interpretativa di Ruibal, costruita soprattutto intorno a storie di personaggi secondari, dove però a prevalere sono sempre eleganza e buon gusto, caratteristiche che non mancano nemmeno al raccomandabilissimo ''Sahara'' (Riverboat, 2003) [lo potete recuperare quì], scelto come disco-vetrina per questo post e come uno dei lavori di riferimento per chi volesse accingersi nell'esplorazione della trentennale avventura discografica del musicista gaditano, meritatamente insignito nel 2007 con la ''Medalla de Andalucía'', uno dei riconosimenti più prestigiosi della sua carriera. 


C'è anche da precisare che però, nonostante  i riconoscimenti e la stima che importanti colleghi nutrono nei suoi confronti, curiosamente Rubal non è profeta in patria, visto che (provincia di Cadice a parte), entro i confini nazionali non sembra godere (troppo) della notorietà che probabilmente si meriterebbe. Questo non ha certo impedito all’artista di essere frequentemente tra i protagonisti di prestigiose programmazioni nazionali e internazionali (festival, singoli concerti e quant'altro), dal Womad al Ronnie Scott di Londra, dal club Arta di Glasgow ai programmi della BBC. Dal lato personale, oltre ad aver avuto l'opportunità di scoprire ed apprezzare la musica di questo trovatore portuense - come gli piace definirsi - i lunghi periodi trascorsi al Puerto de Santa Maria e le numerosissime frequentazioni notturne nei locali della cittadina andalusa, mi hanno anche permesso di conoscere e stringere amicicia con suo figlio Javi (quì con la sorella Lucia), giovane batteristà che oltre a seguire progetti per conto proprio, suona nella band del padre, pronto a seguirlo nei suoi tour che, dal Giappone al Sud America, hanno condotto e conducono Ruibal in giro per il mondo, alla scoperta di luoghi esotici ed affascinanti in grado di (auto)alimentare ulteriori suggestioni da evocare attraverso le sue canzoni.


giovedì 30 settembre 2010

Il ''pop negro'' di El Guincho



''Pop Negro'' (Youg Turks, 2010), terzo lavoro del canario ( trapiantato a Barcellona ) Pablo Diaz-Reixa, meglio conosciuto come El Guincho, era probabilmente uno dei dischi più attesi dell’anno dalla comunità indie spagnola e arriva a più di due anni di distanza dal precedente ''Alegraza'' (Discoteca Océano, 2007), il lavoro che gli aveva dato una certa visibilità internazionale. Da quel disco sono cambiate molte cose, tra queste anche il suono che El Guincho ha impresso alle sue nuove composizioni, dalla forma molto più ortodossa e con una produzione (esageratamente) pulita, ma senza rinunciare al suo amore per i contagiosi ritmi tropicali/tropicalisti (dal Brasile all’Africa), e naturalmente ai caratteristici samples. Immaginatevi una sorta di animalcollectivismo / talkinheadsiano molto percussivo e molto Ottanta. Quello che meno mi piace del lavoro sono le parti vocali (il ruolo della voce diventa fondamentale quando si tratta di togliere monotonia ai loops e in questo senso Pablo non sembra proprio impeccabile) e, come accennato, la produzione. Ma l’album gode comunque di spunti interessanti, con ''Bombay'', il brano d’apertura, come innegabile gioiello del disco (video - sotto - che per surrealismo se la gioca con ''Suena Brillante'' del collega iberico Joe Crepusculo che avevo già presentato in questo blog). Se proprio dovessi dare un voto? Diciamo un 6+


mercoledì 31 marzo 2010

Perle Flamenco # 3: Manolo Sanlúcar

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Manolo Sanlucar è uno dei nomi di capitale importanza nella storia del flamenco contemporaneo. Con Paco de Lucia e Serranito,rivoluziona la chitarra flamenco del XX secolo. La sua capacità di innovare e la ricerca continua di nuove possibilità lo portato a comporre con un marcato accento personale, sempre legato a quella che lui chiama musica colta, ma senza mai rinunciare ai sapori andalusi, affermandosi nella sua lunga carriera non solo come strumentista privilegiato, ma anche come creatore. La sua straordinaria tecnica e una considerevole ricchezza tematica segnano una nuova tappa nella produzione flamenca, nel doppio aspetto musicale e interpretativo, nella forma e nell'espressione. La sua è una lezione di chitarra, di mestria, di arte.
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Nato a Sanlúcar de Barrameda in provincia di Cadice nel 1943 (vero nome Manuel Muñoz Alcón), viene iniziato alla chitarra dal padre, Isidro Muñoz, la cui abilità gli vale il soprannome di ''el tocador'', il suonatore. Debutta come professionista a tredici anni e poco dopo, già a diciotto, comincia ad elaborare il suo stile personale. Accompagna molti grandi artisti come La Paquera de Jerez, María Vargas, Porrina de Badajoz e Agujetas. Negli anni Sessanta si unisce all'elenco del tablao madrileño Las Brujas e inizia a registrare i suoi primi dischi come solista. Dopo una produttiva collaborazione con Enrique Morente, Sanlucar non ha ancora vent'anni quando compone la sua trilogia Mundo y formas della chitarra con la quale raggiunge la sua piena maturità artistica, anche se è probabilmente la rumba Caballo negro a dargli maggiore notorietà.
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Della sua lunga discografia, dal 1968 ad oggi, vale la pena ricordare Medea (1987) e Soleá (1989), composte per il Balletto Nazionale di Spagna, Tauromagia (1988), una pietra miliare della musica flamenca di cui ci occuperemo tra poco, Aljibe (1992) poema sinfonico che debuttò con l'Orchestra Sinfonica di Malaga e Locura de Brisa y Trino, del febbraio del corrente anno, scritto sulle poesie di Federico García Lorca ed eccezzionalmente interpretato da Carmen Linares. E' l'autore della Gallarda di Rafael Alberti, con la quale si sono inaugurate le attività di EXPO '92 a Siviglia. Inoltre ha diretto le musiche del film Sevillanas di Carlos Saura, e la Royal Philharmonique of London per la realizzazzione della colonna sonora di Viva la blanca paloma, documento sul noto pellegrinaggio della Romería del Rocío. Ultimamente ha composto la musica dello spettacolo di Sara Baras, Mariana Pineda. Molti i riconoscimenti ottenuti: è stato premiato dalla cattedra di flamencologia di Granada, da quella di Jerez, dalla Jiunta de la Unión; premio nazionale a Cordova; premiato più volte a Madrid (primo musicista a portare il flamenco al Teatro Real), poi negli Stati Uniti e, ancora dall' Asociación Critical National de Arte Flamenco ecc. In virtù di questa straordinaria traiettoria artistica nel 2001 Sanlucar ha ricevuto il riconoscimento più grande, il Premio Nacional de Musica.
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MANOLO SANLUCAR
''Tauromagia''
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Download qui o anche qui
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Tauromagia è una peculiare visione della lidia attraverso le sei corde della chitarra. Sanlucar mette in musica tutti i momenti che compongono la Fiesta Nacional , dalla nascita del toro fino all'uscita trionfale del torero dalla porta grande. Alle chitarre di Manolo Sanlucar e Vicente Amigo, si uniscono le voci di Diego Carrasco, José Mercé, El Moro e la Macanita, più le percussioni di Tino Geraldo ... fino a un totale di ben quaranta musicisti che intervengono a turno in questo lavoro, contribuendo a esaltare le superbe composizioni di Sanlucar. Il fatto che io non condivida il mondo ''taurino'' non mi impedirà certo di esprimere un giudizzio prettamente musicale dell'opera: un capolavoro.
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martedì 30 marzo 2010

Perle Flamenco # 2: Pepe Habichuela

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Pepe Habichuela appartiene a una delle grandi dinastie del flamenco, gli Habichuela, appunto, nonchè a quella generazione di artisti, come Paco de Lucia, Camaron de la Isla, Enrique Morente, Manolo Sanlucar ..., che ha aperto il cammino ai giovani flamencos di oggi e propiziato l'enorme diffusione di quest'arte in tempi più recenti. Nel percorso artistico di Pepe si percepisce con nitidezza la sorprendente evoluzione del flamenco negli ultimi anni. Lui intanto continua a tramandare i suoi saperi a figli e nipoti (tra gli altri Raimundo Amador e José Soto 'Sorderita', componenti del gruppo Ketama). I primi passi professionali Pepe li fa nelle ''cuevas'' (grotte) di Sacromonte, ma poco dopo si trasferisce a Madrid e in quei tempi accompagna Pepe Marchena e Juanito Valderrama. E' però la stretta collaborazione con Enrique Morente, negli anni Settanta, a marcare un netto cambio di rotta nella sua carriera, e insieme i due scoprono un nuovo mondo di armonie che plasmano in coppia in lavori storici come ''Despegando'' e ''Homenaje a D. Antonio Chacon''.
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Il suo primo lavoro in solo ''A Mandeli'' (1983) è distribuito in tutto il mondo e il successivo ''Habichuela en Rama'' (1997) viene registrato in collaborazione con il figlio José Miguel Carmona (Ketama). Inoltre Habichuela suona in duo con il grande trombettista americano Don Cherry, una leggenda del jazz e uno dei primi teorici della fusione. L'ultimo fondamentale capitolo di questa traiettoria innovativa è la coesione tra il flamenco e la musica classica indiana di Yerbagüena (2001), disco spettacolare, nato da un progetto portato avanti con il musicista indo-britannico Nitin Sawhney.
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PEPE HABICHUELA & THE BOLLYWOOD STRINGS
''Yerbagüena'' (Nuevos Medios, 2001)
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Tracklist (6 brani): da questa parte
Dwl: qui; oppure qui (part.1), qui (part.2) e qui (part.3)
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Che le più profonde radici del flamenco arrivassero fino in India era già più che una teoria. Questo disco la mette in pratica. Un lavoro registrato tra Bangalore (India), Barcellona e Madrid con l'orchestra indiana Bollywood Strings diretta dal violinista Chandru. Gli stessi musicisti alla fine rimasero stupiti della totale armonia spirituale della musica indiana tradizionale con il flamenco di Pepe, che comunque in alcuni brani si spoglia dell'orchestra tornando al flamenco più strettamente classico fatto di sola chitarra e cante. Un disco magistrale. (P.S.: ''Oriente'', minuto 2:48, spunta quella voce ... ed è estasi)
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Perle cubane # 4/Perle flamenco #1: Lagrimas Negras

Diego El Cigala e Bebo Valdés

 
DIEGUITO EL CIGALA

Come altri cantaores anche Diego El Cigala comincia cantando per strada e nelle cosidette peñas flamencas, e la sua grande capacità di marcare il ritmo lo convertono presto in uno dei migliori accompagnatori di baile (ballo) flamenco. Così, assieme ad artisti d'alto livello come Mario Maya, Faíco, Farruco, El Güito, Manuela Carrasco, Cristóbal Reyes, Carmen Cortés o Manolete, inizia a calcare i palcosceni di mezzo mondo, fino a quando, nel 1994, non decide di ''saltare avanti'', che nel gergo flamenco significa ''mettersi in proprio'', invece di accampagnare qualche ballerino. Dieguito (come preferisce essere chiamato) dimostra subito le sue notevoli capacità di dominare le forme tradizionali del flamenco con interpretazioni semplici, ma allo stesso tempo magistrali. Inizia a collaborare a diversi progetti e divide il palco con altri grandissimi artisti come Enrique Morente, José de la Mercé, Parrita, Gerardo Nuñez, Tomatito, Ketama, Vicente Amigo, Montse Cortés e Elena Andújar. A un certo punto, però, decide che è arrivato il momento di guardare ancora più avanti: ''O canti brani tradizionali tutta la vita, e sei un interprete ortodosso, o provi a spingerti oltre e non ti accontenti della favola che già stai vivendo. Credo sia possibile portare gli antichi ''cantos'' ai giorni nostri, riadattarli con qualcosa di nuovo e fresco, illuminarli da un un altra prospettiva. E' a questo che miro''.


DIEGO EL CIGALA & BEBO VALDES
''Lagrimas Negras'' (Rca, 2003)
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Download


Così, con il disco ''Corren Tiempos de Alegria'', Cigala inizia a mischiare il canto puro con altri stili musicali, inaugurando di fatto un percorso che lo porterà, tra le altre cose alla magnifica collaborazione di ''Lagrimas Negras'' (RCA, 2003) in coppia con il grande pianista cubano Bebo Valdés (classe 1918), lavoro in cui bolero e flamenco si fondono com maestria, e dove la voce ruvida di El Cigala e il piano di Valdés si incontrano nell'interpretazione di ritmi apparentemente lontani, ma che invece trovano un feeling sorprendente e meraviglioso. Cigala canta bolero, tango e copla, mentre Valdés (coadiuvato anche dal sax del maestro latin-jazz Paquito D'Rivera e dalle percussioni di Changuito) accompagna con il piano versioni di (già) consacrati classici: ''La bien paga'', ''Lagrimas Negras'', ''Nieblas del riachuelo''.... Brividi. 

venerdì 16 ottobre 2009

Videoclips 2009: Joe Crepusculo

  Dietro al moniker starvagante di Joe Crepusculo, si nasconde in reltà Joël Iriarte (classe 1981), artista indipendente catalano poco conosciuto anche in terra iberica (figuriamoci da queste parti), che si è guadagnato la stima di qualche rivista specializzata in madrepatria in virtù di album come Supercrepus (scarica qui), Escuela de Zebra (scarica qui) e Escuela de Remixes (qui) tutti usciti lo scorso anno su licenza Creative Commons e tutti messi gratuitamente a disposizione dallo stesso artista nella sua pagina web ''para libre desfrute''. La sua musica si caratterizza per un uso della voce ''poco trabajada'' (letteralmente, poco lavorata), testi surrealisti e una strumentazione casalinga, il tutto condito in tono decisamente lo-fi. Non fa eccezione il folle video di ''Suena Brillante'', perfetto esempio del mondo in cui si muove il nostro, realizzato dal videomaker Luis Cerveró (autore anche del video, altrettanto spartano e folle, ''Espada de Damocles").


Video diretti da Luis Cerveró

lunedì 21 settembre 2009

Sensacional Soul Vol. 2: 32 Groovy Spanish Soul & Funk Stompers 1965-1972

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Se negli anni sessanta Londra era swinging, Barcellona, Valencia e Mallorca non erano da meno, come dimostra il secondo volume di questa serie dedicata alle band spagnole di soul, rhythm & blues di quegli anni. Dopo il grandioso Vol.1 (che contava tra le sue fila bands come Frank Miller & Hispania Soul, Los Gritos, Los Pekeniques, Salvajes ecc), ''Sensacional Soul Vol. 2 - 32 Groovy Spanish Soul & Funk Stompers 1965-1972'' ci regala in 2 cd (e 32 brani) un' altra botta di groove-soul-funk prodotto in Spagna dal 1965 al 1972 che è pura dinamite. Esclusi i Los Bravos, rappresentanti di un ottimo pezzo rocksteady Rudi's in Love, le altre band dell'album erano e restano sconosciute fuori dalla Spagna. La dittatura franchista aveva costretto la nazione a sottostare ad una rigida autarchia, che nella musica significava pochi mezzi e soprattutto un rigido controllo della censura, oltre all'ovvia difficoltà di uscire dai circuiti nazionali. Molti artisti comunque osarono nuovi generi, contando anche sulla grande ignoranza dei censori, per cui in questa raccolta si possono sentire episodi di freakbeat soul, r&b, psycho - pop, o addirittura reggae come nel caso dei già citati Los Bravos. Tra i brani migliori c'è una cover di Hey bunny, hit del 1968 di John Fred & His Playboys Band, ripresa dai Los Gatos Negros in apertura: hammond in primo piano, batteia serratissima, fiati assordanti e un cantato molto potente, ma tutto il disco gira ad altissimi livelli con episodi "febbrili" al confine funkadelico : ci sono anche una versione quasi frat, grezza e veloce di Higher And Higher di Jackie Wilson ripresa dagli Ossie Lane e un ottimo pezzo strumentale di Chus Martinez nella scia del mod jazz di Mongo Santamaria. La resa sonora del volume è a dir poco eccezionale, tutti gli strumenti di ottone escono grassi e rotondi, i bassi fanno tremare il pavimento e le batterie sono assolutamente ossessive e senza alcuna pausa. Quando è proprio il caso di dire: sensacional chicos!. Per finire un consiglio: occhio alla Vampisoul , ottima label iberica che grazie ad un invidiabile catalogo internazionale (all'insegna di soul, r&b, funky, bogaloo, latin jazz...a go-go) diverte e fa ballare con ironia ed eleganza ripescando da un passato mitologico una serie di tracce davvero oscure e supergroovy.
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La scaletta dei 32 brani
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Disc 1
01 Los Gatos Negros - Hey, Hey Bunny (nel player)

02 Jae Soul - Sintonía En Soul
03 Los Albas - Bugulú (nel player)
04 Conjunto Brilliants - Las Bellas Ilusiones

05 Karlo Y Su Conjunto - Abandonado
06 Go-Go’s - Tu Lo Tienes, Mi Amor

07 Chus Martínez - Soul 2
08 Ossie Lane - Higher & Higher (nel player)
09 Los Bravos - Rudy's In Love
10 Los 4 Monedas - Perdóname
11 Los Roberts - El Saltamontes

12 Gino - La Vida Es Un Juego De Azar
13 La Nueva Banda De Santisteban - Limón Y Sal

14 Henry C Martin - Donkey
15 Los Brisks - Stone Free

16 Los Rollers - Camino Cortado
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 Disc 2
01 Los Kifers - El Sol Es Una Droga (nel player)
02 Henry - Lo Que Puede Ocurrir Con El Café
03 Los Pops - No, No, No (nel player)

04 Lone Star - La Máquina Infernal (nel player)
05 Conexion - I Don't Know What To Do (nel player)

06 Evolution - I'm Walkin' High 
07 Wagon - Para Siempre
08 Pekenikes - Polución 

09 Ross - Yeah!
10 Manolo Y Ramón - Lágrimas, Sonrisas

11 Joe Cogra Group - Darkness 
12 Ritmo Pilé - Pilé Beat
13 Peter Soto - Boom Boom
14 Los Talismanes - East Side Story (nel payer)

15 Los 5 Diablos - El Fuego
16 Alex Y Los Findes - Es Mejor Dejarlo Como Está
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lunedì 16 marzo 2009

Flamenco

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“Il flamenco è un’arte antica e profonda, una sensibilità e un sentimento, patrimonio di cultura millenaria, sopravvissuto miracolosamente negli anni…” Così il flamenco secondo Federico Garcìa Lorca, nel suo Poema del Cante Jondo. Il flamenco nelle sue componenti, canto, musica e danza ha a che fare, dice Lorca, con la sensibilità e il sentimento, con una forma di sentire e di essere. Tutto ciò non è patrimonio esclusivo di un determinato paese, ma esiste negli angoli più nascosti del nostro pianeta e fa sì che esistano pittori, scultori, musicisti, danzatori...in tutto il mondo.Oscure le sue origini (dall'incontro fra tradizione arabo-andalusa e gitana), è certo che questa nobile arte, allegra e solare, malinconica e misteriosa allo stesso tempo, nasce come risultato della magica mescolanza di culture e tradizioni, ma soprattutto come prospettiva esistenziale, come mezzo attraverso il quale esprimere i sentimenti e le emozioni ed esorcizzare il proprio malessere. Il flamenco è un genere per sua stessa natura in continua evoluzione e per questo ha la tendenza ad assorbire generi e tradizioni diverse, caratteristiche del luogo e del momento. Il fatto poi di avere radici culturali comuni a molti popoli, gli conferisce un carattere di universalità comune a pochi altri generi.


Juke-box (compilation flamenco selezionata da Tricky)
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La storia e le influenze in pillole

Senza dubbio le influenze del flamenco sono molto antiche perchè si fondono con la storia delle culture che in ogni epoca attraversarono l’Andalusia.

-La forte influenza orientale a seguito dell’adozione del rituale bizantino da parte della chiesa spagnola (assorbita poi nel tessuto della tradizione popolare) pone le radici del canto flamenco.

-L’eredità araba tra l’VIII ed il XV secolo, in un periodo in cui Al-Andalus, cioè l’Andalusia musulmana, fu crocevia di grandi culture che si confrontarono e dialogarono condividendo conoscenza, cultura e comprensione; quasi ottocento anni in cui musulmani, ebrei e cristiani vissero insieme e durante i quali fiorì una civiltà in cui scienza, poesia, musica e architettura raggiunsero livelli senza eguali. L’espressione musicale araba ha lasciato nel flamenco segni evidenti e riscontrabili nei toni del cante, nella forma del lirismo non solo metrica ma anche tematica e nell’espressione ritmica.

-L’influenza ebraica dei canti sinagogali della comunità sefardita, presente dall’antichità nella penisola iberica.

-Ma è l’arrivo dei Gitani in Andalusia l’evento che più di ogni altro contribuirà alla nascita del Flamenco.
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-Questo popolo, la cui origine indiana è ampiamente dimostrata, giunse nella penisola iberica agli inizi del XV secolo. I Gitani si stabilirono prevalentemente in Andalusia qui trovando, probabilmente, condizioni, attitudini e caratteristiche affini.

-Verso la fine del 1700, in Andalusia, inizia ad emergere ad opera dei gitani una nuova forma di arte, ed è in tale epoca che si può iniziare a parlare di flamenco anche se, all’inizio, con questo vocabolo veniva indicato un modo di essere, un’attitudine nei confronti della vita, più che l’attuale arte che conosciamo.

-Cosa era intervenuto in quel lungo spazio di tempo che aveva contribuito a generare quest’arte? Durante tre secoli si era manifestata nei confronti dei gitani una feroce repressione tendente all’eliminazione di questo popolo, attraverso l’espulsione o l’integrazione totale al fine di cancellarne l’identità. Stessa sorte toccava ad arabi ed ebrei. Si creò così, tra queste tre minoranze emarginate e perseguitate una sorta di solidarietà con un conseguente processo di osmosi culturale.

-A partire dal 1783 i gitani si ritrovarono, teoricamente, in una situazione di legalità giuridica rispetto agli spagnoli. Questa nuova condizione ebbe ruolo determinante nell’apparizione del cante e del baile flamenco perché vide contemporaneamente emergere - nei cortili, nelle taverne, nelle fiere e nelle feste - ad opera dei gitani, un nuovo modo di interpretare il folklore Andaluso.


-Ma effettivamente si inizia a parlare di Flamenco solo nel momento in cui viene utilizzato professionalmente a fini di intrattenimento in locali specializzati chiamati Cafés de cante o Cafés cantantes. Siamo nel 1842.


L'origine della parola e altri approfondimenti storici

L'origine della parola "flamenco" è incerta: per alcuni deriva dalla parola araba Fellahmengu che significa "contadino senza terra"; per altri “Los Flamencos” significa “I Fiamminghi” ovvero coloro che avevano combattuto ai primi del 600 nell’esercito delle Fiandre, ricoprendosi di gloria; altri da Flamencos, ovvero fenicotteri in castigliano, in riferimento ai colori vivacissimi delle loro piume che li accomunano alle tinte sgargianti che indossano i gitani. I gitani raccontano nel flamenco la loro storia, l’odissea di un popolo alternativamente perseguitato e privilegiato. Dopo un primo periodo idilliaco in Spagna, in cui si facevano passare per condottieri cristiani, cominciarono le persecuzioni, le espulsioni e le torture (dovevano abbandonare i loro usi e costumi pena il taglio delle orecchie). Ecco perché nel flamenco sentiamo quei tipici lamenti (ahy… ahy…) così particolari e caratteristici solo di questa musica che la rendono inconfondibile ed allo stesso tempo così affascinante. Risulta difficile non sentirsi coinvolti da melodie che narrano di amori non corrisposti, di famiglie spezzate, di lavori forzati, di anni di reclusione lontano dai propri cari. Per questo forse il flamenco sembra racchiudere in sé una contraddizione inspiegabile, quasi magica: è un’espressione d’élite, solo per pochi (i gitani si considerano i soli depositari di questa arte, che ritengono di aver creato) ma in grado però di catturare l’attenzione, di ipnotizzare qualsiasi pubblico, in qualsiasi parte del mondo.Oltre alla teoria della nascita del flamenco in Andalusia, come "Cante Jondo” (canto grande, profondo), alcuni studiosi ne fanno derivare l’origine dal ben più antico Kathak indiano, una vigorosa danza orientale portata in Spagna dai Gitani attraverso l'Egitto, attorno al 1420. Effettivamente tra le due danze vi sono alcune importanti somiglianze: i piedi danno il ritmo, rappresentano uno strumento di percussione, i passi sono scattanti, mentre le braccia si muovono con eleganza. A differenza del Kathak indiano, nel flamenco si usano scarpe chiodate nella suola e nel tacco e le danzatrici usano sollevare i lembi del costume. Vengono inoltre usati ventaglio e nacchere (non sempre) per amplificare i gesti delle braccia e le mani per "marcare" tempo e controtempo.


Il flamenco ed i payos (= i non gitani)

Se il primo periodo di elaborazione e gestazione del Flamenco è essenzialmente gitano, la seconda tappa, che ha permesso un’estensione considerevole del suo repertorio ed uditorio, è soprattutto paya (cioè non gitana) o andalusa (in generale). Dunque, potremmo sì affermare che la trasmissione di un certo numero di canti e soprattutto di uno stile d’interpretazione e di un modo di vivere il Flamenco in seno ad alcune famiglie gitane è una realtà incontestabile, ma non possiamo però dimenticare il ruolo svolto da artisti geniali come l’italiano Silverio Franconetti (1839-1889), Antonio Chacon (1869-1929), Pepe Marchena e molti altri (tutti non gitani), senza i quali quest’arte minoritaria – all'epoca anche nella sua patria – non avrebbe mai assunto la dimensione universale raggiunta oggi. Il Flamenco oggi, dopo molti anni continua ad esprimersi attraverso cinema, grazie a registi quali Pedro Almodovar e Carlos Saura; musica, con Paco de Lucia, Manolo Sanlucar, Tomatito... ed altri grandi chitarristi e cantaores che hanno varcato da tempo i confini nazionali; nelle rumbe catalane più commerciali di Peret, dei Gipsy Kings e del gruppo Los del Rio che hanno fatto ballare pressochè tutto il mondo. Nella danza flamenca, invece, il più conosciuto all'estero (e in qualche modo il più commerciale) attualmente è senza dubbio Joaquìn Cortès il quale è riuscito - come molti altri meno noti - a creare un connubio tra ritmi e movenze di matrice squisitamente flamenca e altre sonorità e contaminazioni ad esso apparentemente estranee (salsa, jazz, contemporaneo, classico, tip tap, ecc.).
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Camaron De a Isla e Tomatito


I ritmi del flamenco (palos)

Ai non esperti, la musica flamenca può apparire piuttosto simile, dal momento che si basa in realtà su alcune “melodie di base” (che prendono normalmente il nome dalla zona di nascita: Sevillanas di Siviglia, Alegria di Cadice, Buleria di Jerez, Fandango di Huelva, ecc.) che costituiscono un codice di riferimento comune sul quale gli interpreti (chitarristi, cantanti e ballerini) si esprimono liberamente, ma usando tutti uno stesso linguaggio. Queste “melodie di base” o “generi” (= i palos appunto) sono moltissimi (almeno una cinquantina), ognuno con un suo ritmo specifico. Si va dai ritmi semplici (3/4, 4/4 ecc. ) a quelli composti. Su questi ritmi gli artisti improvvisano, con una base comune prestabilita. E' importantissimo dunque che tutti gli interpreti siano in grado di dominare questo codice comune che governa l’esecuzione, basato sul ritmo (compàs) che accorda il battito delle mani (palmas), la sequenza ritmica dei piedi (zapateado), la chitarra (guitarra) e la voce (cante).


La musica zingara

Tutte le musiche professionali degli zingari rivelano differenze in funzione delle abitudini imposte dalle culture musicali autoctone, ma presentano singolari similitudini e una certa aria di famiglia, dovuta al temperamento zingaro dei musicisti, che fa riconoscere immediatamente l’interprete, qualunque strumento o musica suoni. Questa matrice zingara è forse la cosa più difficile da definire. Nella musica strumentale, è una virtuosità diabolica da togliere il fiato, mai meccanica ma sempre animata da un’angoscia esistenziale. Nei movimenti lenti è la melanconia più dolce e più amara, la nostalgia più tenera e più crudele. Nei ''voli'' rapidi è la foga, lo scatenamento dei sensi. Nella musica zingara conta non il suono puro e leccato imposto dall’accademismo dei conservatori, ma l’espressività ad oltranza, un suono troppo umano per essere percepito senza uno sconvolgimento totale dell’essere.
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. Il duende

''Nel flamenco, una voce non deve essere bella, ma fare male: non deve piacere, ma ferire come un pugnale, un grido straziante che sorge dalle viscere e proietta l’ascoltatore nell’estasi sacra del duende. Il duende: potere misterioso che tutto il mondo sente e che nessuna filosofia spiega … un potere e non un modo di fare, una lotta e non un pensiero… non è questione di capacità, ma di stile vivente, di una vecchissima cultura, creazione in atto… non è nella gola, sale all’interno a cominciare dalla pianta dei piedi. Il duende ha il potere di far trionfare la materia più povera, la cantante senza fiato o senza voce, la danzatrice più grassa o più vecchia. Il duende riesce a superare i limiti dell’incomunicabilità. Ha del miracolo. Non si raggiunge mai senza rischi da una parte e dall’altra. Non si ripete mai e non s’impara. E’ celato nel sangue, dicono i gitani.'' (Federico Garcia Lorca)


Gli elementi del flamenco ''moderno''

Tra il 1765 e il 1860 si sviluppano tre "focolai" di evoluzione della musica flamenca, che crearono in seguito soprattutto tre distinte scuole stilistiche: Cadice, Jerez de la Frontera, e il quartiere di Triana a Siviglia. Il flamenco esce allo scoperto e si espande. In questo periodo il cante e il baile sono i soli elementi del flamenco, che vengono accompagnati dal battito delle mai (toque de palmas) senza l'aggiunta di altri strumenti musicali. Questo tipo di flamenco si chiamava a palo seco. L'epoca tra il 1860 e 1910 è detta l'eta' d'oro del flamenco che inizia ad essere interpretato nei "Cafe' ", conosciuto e amato dal pubblico spagnolo. Il baile acquista tutti gli elementi stilistici attuali e il cante conosce quella che e' considerata l'epoca del classicismo, in cui prevale il cante jondo, il canto malinconico della tradizione flamenca. Tra gli strumenti musicali viene introdotta la guitarra. Tra il 1910 e il 1955 il cante subisce forti influenze dal son sudamericano, (in concomitanza con le emigrazioni-immigrazioni nell'america latina). Le parti piu' leggere della musica flamenca (il fandango) subiscono le influenze maggiori e nasce l'opera flamenca, una forma di rappresentazione teatrale "leggera". A partire dal 1915 si produce un ciclo di rappresentazioni di danza teatrale.

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A partire dal 1955 sorge il "rinascimento flamenco" un movimento capeggiato da Antonio Mairena, con lo scopo di diffondere l'ortodossia del cante flamenco. Da questa fase si svilupparono diversi stili di canto rappresentati dai principali esecutori (cantaores), fra cui Silverio (1829-89), Pepe de La Matrona (1887-1980), Pastora Pavon detta La Niña de los Peines (1890-1969), Manolo Caracol (1909-1973)...In questo periodo sorgono i tablaos ( locali eredi dei precedenti cafe') in cui sono presenti delle pedane di legno su cui gli artisti, o anche la gente comune, puo' esibirsi, accompagnata dal chitarrista e dal cante.
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Il baile dagli anni '50 ad oggi ha subito alcune modifiche. Inizialmente era una prerogativa femminile, mentre successivamente, a partire dagli anni '60, grandi figure maschili di ballerini si sono imposte (come ad sempio Antonio el bailarin o Rafael de Cordoba). Molte esibizioni maschili si basano principalmente su giochi virtuosistici di zapateado y taconeos e la guitarra, assente nel flamenco dei primordi, e' diventata di recente uno strumento anche solista, oltre che accompagnatore. Alcune danze della tradizione flamenca (la buleria, ad esempio) sono veri e propri dialoghi tra il musicista e il ballerino, con domande e risposte, che corrispondono a determinati elementi coreografici, accompagnati da variazioni ritmiche e armoniche. Altre danze (anche la sevillana) sono invece piu` simili a racconti illustrati dal baile e descritti dal cante.

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Il flamenco dagli anni '70 ai giorni nostri 

Come abbiamo già detto, i molteplici aspetti che compongono le ''strutture'' del flamenco devono la loro ricchezza ad una storia lunga e turbolenta, dettata da fattori culturali, etnici e politici che continuano a condurre la loro evoluzione negli anni. In tempi moderni le matrici culturali del flamenco hanno subito nel tempo rapidissimi cambiamenti soprattutto a cominciare dalla metà degli anni ’70, momento in cui la stessa Spagna stava uscendo dall’era del franchismo e, anche da un punto di vista culturale, stava cominciando a spalancare le proprie porte, a sperimentare, a contaminare.
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Ritratto (Camaron De La Isla e Paco De Lucia)
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Una delle principali influenze musicali di quel periodo fu la stretta collaborazione fra Paco De Lucia e Camaron de la Isla che, assieme a molti altri artisti (sarebbe arduo indicarli tutti - entra nelle liste sotto riportate), cambiarono non soltanto le strutture musicali del flamenco, ma anche la maniera stessa di intendere e vedere la sua poetica. La musica iniziò quindi a riflettere ciò che queste persone stavano vivendo e sperimentando (in positivo come in negativo) in un contesto politico-sociale completamente nuovo. Questa giovane generazione di artisti può anche essere considerata come un sotto-prodotto del movimento hippy e in qualche modo un'espressione rinnovata dei suoi modi. Grazie a nuovi diritti sociali, a un maggiore accesso alla musica internazionale e, bisogna dirlo, a un notevole uso di sostanze stupefacenti, le nuove composizioni iniziarono a trattare temi con una rinnovata sensibilità. Alcune canzoni del flamenco che erano state cantate fino a questo momento avevano ancora a che vedere con temi legati all’epoca e alla forma-mentis della guerra civile spagnola. Nella letras di questo cante rinnovato si iniziaroano a ''riciclare'', per esempio, testi di di scrittori come Federico Garcia Lorca e di molti altri poeti della sua generazione, che furono barbaramente massacrati dai fascisti di Franco nel 1936.
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Sempre nei tardi anni ‘70, i nuovi compositori di flamencao cominciarono ad incorporare nella propria musica esperimenti armonici tipici del jazz, della musica indiana e forme ritmiche del sud America. L’aggiunta di congas, percussioni, cajon, tastiere, bassi, flauti ed altri strumenti (flamenco-fusion) generò un forte impatto sulla direzione che questa musica stava prendendo visto che - come già detto - allo stesso modo nel baile i danzatori cominciarono a studiare danza moderna, jazz e molto altro. Danza, musica ed arte flamenca prima di questa grande rivoluzione vennero infatti manipolate dal franchismo che voleva esportare nel mondo l’immagine di una Spagna esotica, terra felice, dove tutti, gitani compresi, vivono serenamente fra di loro in un clima di armonia sociale. Tutto questo naturalmente non corisponde alla verità.
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Gli ultimi sviluppi del genere (e siamo ai giorni nostri), per finire, hanno portato spesso alla commercializzazione e alla sostanzile perdita di identità musicale del reperorio del Flamenco stesso, spesso polverizzato in una miriade di espressioni nell'ambito dei diversi sentieri della musica pop, rock, hip-hop...(nuevo-flamenco) anche se con qualche eccezzione positiva. Una linea di continuità del repertorio, al di fuori di qualsiasi forma di commercializzazione, si ritrova tut' oggi in alcune aree agricole della Spagna, dove diverse varianti del flamenco ancora affidate alla trasmissione orale vengono normalmente eseguite come musica di intrattenimento, sia nei locali pubblici, sia nelle occasioni di ritrovo private come le juergas, banchetti a carattere familiare in coincidenza con ricorrenze festive.
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Gli artisti del flamenco

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Il canto non è allegria il canto è dire le pene che si portano nascoste.
(Enrique Morente)