Questo sigaro è dedicato a uno dei più straordinari personaggi della nostra storia: Giuseppe Garibaldi, il quale fu un grande estimatore di sigari Toscani, che preferiva tagliati a metà. Si narra che amava fumarli non solo in momenti di relax nell'intimità del focolare domestico, ma anche in occasioni pubbliche. Il Toscano® Garibaldi nacque dall'idea di un grande uomo di lettere, di teatro e di cinema: Mario Soldati, uno dei maggiori estimatori di sigari Toscano. Molti anni fa i fumatori potevano acquistare i sigari Toscano, su concessione dell'Amministrazione dei Monopoli di Stato, direttamente dalle Manifatture di Lucca o di Cava dei Tirreni, e Soldati era uno di questi. Egli notò che a volte i sigari provenienti dalle manifatture di Cava dei Tirreni presentavano un colore più chiaro ed un gusto meno forte e più dolce. Il motivo era che a Cava venivano impiegati tabacchi Kentucky coltivati sia in Toscana che in Campania e grazie alle diverse condizioni climatiche e pedologiche delle due aree, si ottenevano prodotti di gusto diversi. Soldati preferiva i sigari fabbricati con tabacco campano, propose quindi (e vide realizzata) la produzione di sigari fatti di solo tabacco campano, in alternativa ai sigari Toscano classici. Il sigaro Toscano® Garibaldi fu commercializzato per la prima volta nel 1982, anno del centenario della morte dell'Eroe dei due mondi e in suo onore così battezzato. Viene lavorato a macchina con cura e sapienza grazie all'ausilio di un'operatrice fasciaia che ha il compito di orientare le nervature in modo da renderle parallele all'asse del sigaro una volta formato (vedi seconda parte del video sotto). Il gusto del sigaro Toscano® Garibaldi è particolarmente intenso e ricco di un dolce e piacevole aroma che denota la provenienza del Kentucky utilizzato; sia per la fascia che per il ripieno viene impiegato Kentucky nazionale coltivato nella zona di Benevento che viene maturato e stagionato per circa 6 mesi e prodotto nella manifattura di Cava dei Tirreni .
. .
I sigari Garibaldi vengono venduti in un elegante astuccio da 5 sigari cellofanati interi (€ 4,70) o ammezzati (€ 3,30) sul quale è ritratto, ovviamente, l'Eroe dei due mondi. E' il sigaro migliore per chi si avvicina per la prima volta all' affascinante mondo del Toscano e, soprattutto, per chi voglia smettere con le classiche sigarette (per quanto mi riguarda penso che difficilmente tornerò indietro), adatto ad essere fumato in qualsiasi momento della giornata. Può essere accompagnato da un buon vino, ma è a suo agio anche con grappe bianche e giovani. Insomma, sarò banale, se proprio non potete smettere di fumare date una possibilità a questo prodotto, assolutamente il migliore in considerazione del rapporto qualità/prezzo. Maggiore informazione su tutti i Sigari Toscano con prezzi, caratteristiche e quant'altro, le potete trovare entrando in questo link.
Kabyle e Rom, Tony Gatlif è il cineasta che più di ogni altro ha raccontato la vita e la cultura itinerante degli zingari in un viaggio continuo, dall’ India alla Spagna. Nato ad Algeri nel 1848, sangue Rom e Berbero nelle vene, Michel Dahamani (conosciuto, appunto, come Tony Gatlif) all'inizio degli anni Sessanta condivide la sorte toccata al suo popolo costretto ad abbandonare il proprio paese. Dopo aver lasciato l’Algeria, si trasferisce a Parigi dove frequenta un corso d’arte drammatica. Nonostante la nuova residenza, Gatlif torna di continuo alle sue vere origini, la comunità zingara, nell' appassionata ricerca di se stesso. Privo di risorse economiche, dopo lunghi anni di disadattamento sociale ed esistenziale, che lo portano a saggiare più volte la triste realtà del carcere minorile, il giovane Gatlif riesce a recuperare la passione per il cinema, e la doppia origine rappresenta senz'altro una ricca fonte di ispirazione per il suo lavoro di artista prima ancora che di regista.
Tony Gatlif
Nel 1973 gira così il suo primo cortometraggio e nel 1975 arriva anche il primo lungometraggio, ''La Tête En Ruine''. Tre anni dopo segue ''La Terre Au Ventre'', che affronta il tema della guerra algerina vissuta da una madre francese d’Algeria con i suoi quattro figli, e via via una filmografia di livello mediamente più che buono, con opere caratterizzate da una sorta di nostalgia lirica; il grande anelito di libertà delle culture nomadi, con il loro stile di vita, le loro musiche e danze. Tutti elementi essenziali nel progetto poetico di Gatlif, in grado di esprimere al posto di molte parole, lo spirito vivo e la natura sensibile e sanguigna delle genti gitane. Lo spettatore è spesso costretto al viaggio, un viaggio in cui il luogo di arrivo diventa subito il luogo di una nuova partenza. Un 'transito' di cui Gatlif invita a scoprire le potenzialità.
Tra i suoi titoli brilla soprattutto "Latcho Drom" - che ottenne numerosi riconoscimenti festivalieri, tra i quali il premio Un Certain Regard a Cannes nel 1993 - magnifica opera "documentaria" che ripercorre la lunga rotta della musica nomade, dal nord-ovest dell' India attraverso le regioni della Turchia, dell' est europeo, del nord Africa e della Francia, sottolineando la coesione culturale delle varie espressioni musicali, fino ad approdare nella Spagna di un certo flamenco che conserva intatte le componenti spirituali della musica sufi, in una sorta di di continuità ideale con l'ineffabile canto d'oriente.
Consigliabili anche lo splendido ''Gadjo Dilo'' (Pardo d’Argento a Locarno nel 1997) e ''Exils'', premio per la miglior regia al Festival di Cannes nel 2004, con giuria presieduta da Quentin Tarantino. Se in tutti i film di Gatlif c'è una forte componente autobiografica nel caso di Exiles questa si fà ancora più evidente. Appartenendo infatti alla schiera di profughi che negli anni Sessanta furono costretti a lasciare l'Algeria ed abbandonare il proprio paese,come accennato poc'anzi, quarant'anni dopo il regista torna nella terra della sua infanzia, cercando di raccontare questa esperienza in un film che è una sorta di colorato road movie sulle tracce di due giovani protagonisti che lasciano Parigi alla volta di Algeri per riscoprire le proprie radici. Il loro è un viaggio sul filo della memoria, nel segno della musica e, soprattutto, del ritmo.
In tutti i suoi film Gatlif ha sempre dimostrato più che un occhio di riguardo per la parte musicale, e non è un caso che molti degli score delle pellicole abbiano la sua firma. In una delle prime scene di Exils il protagonista dichiara: ''la musica è la mia religione''; ed è seguendo questo credo che il ragazzo compie un percorso geografico e spirituale che da Occidente lo porta verso Oriente, dal pragmatismo europeo al misticismo sufi, dalla techno metropolitana di Parigi alla trance sufi di Algeri, passando attraverso il flamenco dell'Andalusia. Così il pulsare del rock che all'inizio esce dalle casse di un autoparlante si riflette poco a poco in una quasi naturale prosequzione, dalla scansione di un tergicristallo al picchiettare della pioggia, per poi confluire nell'energia ''cardiaca'' del flamenco, sia che venga riletto in chiave elettronica, sia che venga riproposto in versione tradizionale, per virare infine verso tonalità e suoni mediorientali in una progressiva ''spiritualizzazione'' che culmina nella scena di una cerimonia sufi.
La musica, il flamenco e i legami di sangue sono assoluti protagonisti anche in ''Vengo - Demone Flamenco'' magnifica pellicola del 2000 di cui tra poco mi occuperò e alla quale mi sento particolarmente affezzionato per vari motivi. Visto le questioni che hanno coinvolto i rom in Francia negli ultimi tempi mi sembra doveroso segnalare almeno (anche) l'ultimo ''Korkoro (Libertè)''. Se è vero che la pellicola è stata presentata anche a Roma al MedFilm Festival dello scorso anno - ricevendo tra l'altro la Menzione Speciale, uno dei due premi più importanti - sinceramente nutro qualche dubbio riguardo a una possibile distribuzione che lo porti (agevolmente) nelle sale dei nostri cinema. Naturalmente spero di sbagliarmi, perche io per primo non ho ancora avuto la possibilità di vederlo, anche se sò, avendone letto, che nel film viene narrata una vicenda che si ispira a una storia vera, in particolare quella di una famiglia rom arrivata in un villaggio rurale nella Francia sconvolta dalle leggi discriminatorie del governo di Vichy, con i nazisti che porteranno all'arresto e alla deportazione di circa trentamila rom francesi durante la seconda guerra mondiale e al tragico "genocidio fantasma" che costo' la vita a mezzo milione di rom e sinti in tutta Europa, internati e sterminati nei campi di concentramento insieme a ebrei, handicappati e omosessuali. Un film che però, come si diceva poc'anzi, allo stesso tempo esce dai confini storici per mettere in luce la difficile sorte che molti Rom subiscono ancora oggi.
VENGO: DEMONE FLAMENCO
''Vengo non è un film sul Flamenco, ma è il Flamenco stesso che diviene film''. ''Flamenco, demone della vita''. Definizione decisamente calzante, molteplicità di significati per una delle forme di espressione mentale e corporea tra le più intense. Flamenco, passione viscerale, canto e ballo che alterna momenti tragici a pura gioia di vivere. Musica struggente ed evocativa di oppressioni e persecuzioni. Danza che nasce dalla terra e dalla tragedia di un popolo in fuga. E proprio per realizzare l'immagine scolpita dentro i cuori del popolo zingaro di una patria che non c'è, i piedi tendono fortemente a restare attaccati alla terra, mentre la parte superiore del corpo si muove sinuosamente ad evocare il desiderio profondo di libertà. Terra arida, terra di colori e suoni fusi da molteplici tradizioni, Andalusia, centro energico del flamenco, patria gitana (Gitano: termine che sembra derivi dall' Egitto, dove il popolo in fuga dal Pakistan sostò a lungo prima di approdare in Spagna attraverso il Nord-Africa) voluta dal destino, madre del demone flamenco. Ecco un film che fà del flamenco una ragione di vita, ma anche di passione e di morte. Film che miscela sapientemente il folklore e la modernità. Scene tra Oriente e Andalusia aprono la storia, segnando sottilmente un confine impercettibile. Gatlif, zingaro arabo, ne trae emozioni purissime, restituendo il valore originario a quello che appare solo un ballo spettacolare agli occhi moderni. Una dedica completa, fatta di scene e musiche intense composte dallo stesso Gatlif.
Flamenco a cui ci si può accostare con animo interessato, ma che non può essere assimilato se non si crea quella commistione tra corpo, mente e memoria storica. Ricordo una scena del film australiano "Ballroom" in cui il giovane ballerino protagonista deve imparare una coreografia gitana. Riesce ad acquisire la tecnica alla perfezione, mancando tuttavia quell' ispirazione che gli sarà donata solo vivendo in sinbiosi con i gitani. Flamenco, demone della vita, dove le passioni esplodono nell'universo infinito dell'esistenza. Un dolore impossibile da sedare. La perdita straziante di una figlia innocente e un padre distrutto che si stordisce con l'alcool e con il flamenco. Un dolore bruciante che consuma l'anima. Forti contraddizioni, forti passioni di un Andalusia senza tempo. Alle tradizioni secolari si contrappongono immagini moderne fatte di strade asfaltate, auto lussuose, telefonini,discoteche, ma il demone è sempre in attesa. Una storia intrisa di sangue, di famiglie rivali che cercano vendetta reciproca. L'incredibile figura di un giovane portatore di handicap (Diego), nipote del nostro protagonista (Caco, interpretato magistralmente da Antonio Canales, grande ballerino di flamenco che in questa occasione recita solamente, senza muovere un passo di danza), che vive comunque le sue passioni, il suo entusiasmo, i suoi dolci ricordi per un amore puro che non si è mai spento, nonostante tutto. Il giovane Diego è l'anima nuova della tradizione e nessuna compassione desta in noi, come nella sua famiglia, nonostante l'handicapp. Diego è uno di loro, uno dei flamencos di famiglia che tutto ha da insegnare per il modo dolce e profondo di affrontare le cose. Lirici momenti di canto e musica comune come se il tempo si fosse fermato ad ogni frammento di vita vissuta. Tenero l'amore che lega lo zio Caco a Diego. Attenzioni e premure che contrastano con le pulsioni vendicative delle famiglie contrapposte in una guerra di sangue che ha coinvolto tempo prima proprio il padre di Diego, Mario. Mario è un gitano di nuovo in fuga dall' Andalusia verso il nord Africa, dove si rifugia, e da dove suole chiamare i parenti per ascoltare via telefono la musica del suo cuore. Ma ora proprio Diego è la vittima sacrificale della vendetta. Sangue per sangue. Caco sa che questo potrebbe essere il destino dell' amato nipote e si immola, in nome dell'amore, davanti alla famiglia nemica: "Darò fuoco al mondo!" esclama di fronte alla consapevolezza del rischio di morte del nipote. Momento di tragicità di altissimo livello. Il demone della vita lo accompagnerà fino alla fine. Con la lama conficcata nel fianco, in un atmosfera arida e solitaria, si trascina fino all'unico ''strumento flamenco'' che avrebbe potuto mai trovare in una zona così deserta; una macchina industriale che attivata produce suoni metallici con i pistoni, i martelli interni e le cinghie. Suoni metallici freddi, ma che rievocano la ritmica del flamenco, demone della vita che non esiste più.
Il film, presentato fuori concorso a Venezia nel 2000 (e che chiuse quell'edizione della mostra), scorre su una trama scarna utilizzata quasi per cucire i vari pezzi musicali, ma è comunque straordinario per intensità e drammaticità, riuscendo a trasmettere una poetica delicata che gioca magnificamente sui contrasti emozional-sentimentali: la rabbia e la tristezza per una figlia che non c'è più e l'amore tenero per un nipote che vive la sua esistenza più intensamente di altre persone, nonostante tutto. Gli attori (veramente straordinari) sono tutti non professionisti e musicisti esponenti della massima e pura tradizione del flamenco gitano della bassa Andalusia, che Gatlif ha prelevato dalla strada e portato sul set. Sue anche le musiche (come detto) peraltro assolutamente appropriate. Chapeau.
Le drammatiche notizie che giungono dall' altra parte del mare susseguendosi di ora in ora dovrebbero indurci a semplicissime riflessioni sui prospettici avvenimenti e su quelli che potrebbero essere i nuovi flussi migratori che inevitabilmente coinvolgeranno massicciamente (anche e soprattutto) le nostre splonde mediterranee, intensificando gli esodi degli ultimi giorni, mesi ed anni. Cosa fare allora? Come comportarsi in situazioni del genere? Certo le risposte non sono (e non possono essere) semplici e immediate, a maggior ragione quando si ha a che fare con governi nazionali (a dir poco) surreali che si prestano a baciamani ditattoriali (e quant'altro) e con amministrazioni europee assolutamente impreparate a gestire situazioni umanitarie di tale portata e/o sempre pronte a farne una questione di carattere economico. Quel che è certo è che l'Italia ha sempre trattato i suoi immigrati come una bomba sul punto di esplodere anzichè creare un sistema di integrazione per farli sentire a casa loro e magari trarre anche migliori profitti per il lavoro. Gli immigrati dovrebbero essere una fortuna immensa, un patrimonio invidiabile e non un limite o semplice ''carne da macello'' da sfruttare nel lavoro sommerso. Invece i governi italiani, cafoni e provinciali, non hanno mai saputo trattare lo ''straniero'' nel migliore dei modi e non hanno mai provato a gestire in maniera adeguata le situazioni di queste persone, facendo spesso del colore della pelle, della religione o quant'altro un motivo di attrito. E il nostro passato dove lo lasciamo? Cosa ci ha insegnato?: ''Eppure lo sapevamo anche noi, l'odore delle stive, l'amaro del partire. Lo sapevamo anche noi. E una lingua da disimparare, un'altra da imparare in fretta, prima della bicicletta. Lo sapevamo anche noi. E la nebbia di fiato alle vetrine, e il tiepido del pane, e l'onta di un rifiuto. Lo sapevamo anche noi, questo guardare muto'' ...
A sviscerare alcuni punti fondamentali che questo fenomeno presuppone (e torniamo alla musica) contribuì cinque anni fa anche un ispiratissimo Gianmaria Testa con un disco che per il momento può essere considerato (e non credo di sbaglaiarmi) la sua vetta discografica oltre che un lavoro sempre estremamente in linea con i tempi nei suoi contenuti: il magnifico concept ''Da Questa Parte Del Mare'' (Le Chant Du Monde, 2006). Undici gemme (raggiungibili quì) confezionate in modo elegante che parlano proprio di migrazioni moderne in maniera intelligente e intellettualmente onesta, dal punto vista dell'uomo che si trova da questa parte del mare, senza trita demagogia, riflettendo questa visione sulla controparte musicale e rifuggendo da facili esotismi world music; anzi, la direzione artistica affidata a Greg Cohen rende pienamente occidentale, ma di ampio respiro, la materia sonora, con il delinearsi ormai compiuto dell'impronta di Gianmaria Testa, lontano a questo punto dall'essere "un altro cantautore italiano", ormai padrone (e già oltre) dei mezzi che l'hanno accostato alla voce di un De Gregori o al crepuscolarismo jazzistico di Paolo Conte. Un disco dove al tessuto primigenio (la voce riccamente profonda e la chitarra di Gianmaria) si fondono partecipazioni strumentali intense tanto nelle strutture quanto negli assoli (dal clarinetto di Gabriele Mirabassi alle vibranti incursioni di Bill Frisell alla chitarra elettrica) e la multiformità espressiva supera l'autorefenzialità stessa del cantautorato italiano, modellandosi tuttavia in un'unitarietà che richiede attenti ascolti per rivelare, tra le ombre malinconiche che il tempo porta con se, tutta la sua ricchezza. Ricchezza strumentale, data dai colori dei molti musicisti a cui è stato dato spazio, ricchezza di sentimenti, dall'amore per chi si è lasciato indietro - "3/4" - al timore e all'amarezza dello sradicamento - "Seminatori di Grano", "Roc'' - al calore della vita che continua - "Al Mercato di Porta Palazzo" - anche tra fatiche e umiliazioni - "Ritals", "Miniera". Fino alla visione di casa - "La Nostra Città". Quel che sia, ma casa.
Non ricordo il colore del cielo. Non me lo ricordo più. So però che quel giorno ho visto Mario Monicelli. 13 Dicembre 2007, un giovedì. Il maestro era venuto all’università Roma Tre insieme all’amico di tante battaglie cinematografiche, Furio Scarpelli. L’occasione? Un dibattito con gli studenti dopo la visione de La Grande Guerra. Non so quando mi sono avvicinata a lui. Non so dove ho trovato il coraggio. Mi premeva dirgli che anche i somali conoscevano e amavano i suoi film. Mi premeva spiegare al maestro che la Somalia, nel bene e nel molto male era un po’ Italia, che a Mogadiscio la gente si guardava i film italiani (o i film di hollywood doppiati in italiano) e che i suoi avevano avuto un gran ruolo anche nella vita dei miei genitori. Credo di essermi presentata al maestro, di aver farfugliato delle cose e poi ho detto in un fiato: «Sono di origine somala». Lui mi ha guardato con i suoi occhi attenti, lucidi e con quella sua voce sicura mi ha detto: «Sono stato in Somalia». E da lì abbiamo cominciato a chiacchierare. C’era stato nel 1939 a seguito di Gino Valori che girava Equatore, uno dei tanti film coloniali dell’epoca. Questo però l’ho scoperto solo dopo. Invece lì, in quell’aula universitaria Mario Monicelli mi ha parlato della mia Somalia. Di quanto era bella, dei suoi mille colori, della generosità della gente. «Mogadiscio sì che era una bella città, ma Chismaio... non era mica un granché». Mi ha fatto ridere. Poi ha fatto una pausa: «È un peccato», ha detto, «che di quella Mogadiscio ora non sia rimasto più niente... che la guerra ha portato tanta distruzione. Gli italiani poi hanno fatto un gran macello». L’ho guardato sbalordita. Era la prima volta che incontravo una persona consapevole del male che l’Italia aveva fatto all’Africa Orientale. Quel 13 Dicembre mi sono sentita compresa.
.
Da: ''Monicelli e la mia Somalia'', un articolo di Igiaba Scego apparso su L'Unità il 30 Dicembre 2010 [fonte]
Egregio(?) signor Pietro Giovannoni dei miei c.....i, la invito cordialmente ad andare a farsi fottere. Lei e tutti gli ignoranti della sua risma, feccia del nostro paese. Se mai un giorno dovessi incontrarla per le strade di Padova (cosa che non mi auguro affatto) non so cosa potrebbe trattenermi dallo sputarle in quella faccia di m...a. Da: un veneto, come lei.
Sul numero precedente (868) di Internazionale (sempre sia lodato!) è stato proposto un’interessantissimo articolo dello scrittore Alain Mabanckou uscito su Libération con il titolo ''Indépendance cha-cha'' . Nato a Pointe-Noire in Congo nel 1966, Mabanckou ora vive a Santa Monica, in California, ed è professore di letteratura francofona all’University of California, Los Angeles. Il suo articolo gira attorno a una rumba di Grand Kalle, che tutti sentivano, ballavano e cantavano nell’Africa francofona degli anni ’60, brano simbolo dell’euforica stagione dell’anticolonialismo e dell’ independenza. Allo stesso tempo l’autore, partendo dalle ''ingenue'' illusioni del suo popolo, evidenzia le contraddizioni e gli aspetti negativi del post-colonialismo alludendo all’esplosione dei conflitti etnici, degli omicidi politici e dei ''colpi di stato permanenti'' che sarebbero diventati i nuovi (tragici) caratteri distintivi del suo continente. Ripeto, l’articolo è molto interessante, e anche se non si potrebbe, non ho resistito alla tentazione di riportarne un pezzettino direttamente qui sotto. Per la lettura integrale, invece, rimane Internazionale ( volendo si può anche acquistare in formato pdf ) oppure l’originale disponibile in rete (qui), ma in francese.
L'ARTICOLO (BRANI)
Alain Mabanckou & family
Negli anni Sessanta, quando molti paesi dell’Africa francofona stavano entrando uno dopo l’altro nell’era dei ''soli delle indipendenze'', sentivamo in continuazione Joseph Kabalese, alias Grand Kalle, intonare le parole di ''Indépendence cha cha cha''. Che senso ha una rivoluzione se non la si fa cantando? Scritta da Grand Kalle e cantata da Vicky Longomba, con il prodigioso Nico Kasanda, alias docteur Nico, alla chitarra, questa canzone è diventata l’inno di emancipazione del continente nero. Alcuni dei padri fondatori della rumba congolese erano lì, pronti a immortalare quel momento storico. Un appuntamento da non perdere per nulla al mondo.
Petit Pierre, Dechaud, Brazzos, Nico, Vicky, Roger, Kalle
Nel 1960 Grand Kalle e il suo gruppo, l’African Jazz, erano a Bruxelles, dove doveva svolgersi la famosa tavola rotonda sull’indipendenza del Congo belga. Il brano nacque da un’iprovvisazzione, dettata dall’entusiasmo per quella liberazione tanto attesa dai popoli africani. ''Indépendance cha cha cha'' racconta questo evento storico. […] Tutti questi partiti e questi politici di primo piano si erano uniti in un ''fronte comune'' per ottenere la liberazione della nazione congolese. Le prime parole esaltano quel momento storico: ''Abbiamo ottenuto l’indipendenza / Siamo finalmente liberi / Alla Tavola rotonda abbiamo vinto / Viva l’indipendenza''. Io sono nato sei anni dopo e ho sempre sentito ''Indépendance cha cha cha'' nella maggior parte dei bar congolesi di Trois-Cents, il nostro quartiere a Pointe-Noire. A noi sembrava solo una canzone ''vecchia'' per amanti della rumba, niente di più.
Dr. Nico
La verità è che, come tanti giovani della mia età, all’epoca non capivo il senso di quelle parole, anche se mi capitava di accennare qualche passo di danza sentendo la magica chitarra di Dr Nico. Vedevo gli adulti tutti in ghingheri, gli uomini con i pantaloni a zampa di elefante, le donne con i pagne colorati. Era ancora l’epoca dei giradischi, del vinile, dei 78 giri, poi dei 45 giri, con due facciate, il ''latoA'' e il ''latoB''. Alla fine del lato A bisognava girare il disco per ascoltare l’altro lato. E quando la canzone finiva la folla nel bar urlava in coro: ''Bis! Bis! Bis!''.
Mio padre aveva conservato dei ricordi di quei tempi felici. Anche lui aveva ballato la rumba al ritmo di ''Indépendence cha cha cha'' e venerava Grand Kalle. In sala da pranzo aveva un suo poster. Quando mi fermavo davanti a quell’immagine, mi avvicinavo sempre per guardarla meglio. Grand Kalle posa di profilo, con il mento appoggiato alla mano sinistra. Guarda davanti a sé, in lontananza, con il sorriso di chi è soddisfatto per la direzione che ha preso la storia. Molto tempo dopo mi sono chiesto se la spensieratezza di quel ritratto non riflettesse l’atteggiamento degli africani dell’epoca. Sapevano che l’indipendenza implica anche il confronto tra mondo tradizionale e mondo moderno? Si rendevano conto che quella liberazione segnava l’inizio di un ''avventura ambigua'' e che, in un certo senso non eravamo più così lontani dall’universo descritto da Ahmadou Kourouma nel capolavoro ''Soli delle indipendenze''? […] ''Indépendence cha cha cha'' di Grand Kalle celebrava soprattutto la partenza dei bianchi, il diritto degli africani di gestire da soli il proprio continente. I balli e la gioia non ci hanno fatto pensare che la disillusione sarebbe arrivata rapidamente, in meno di cinque anni. Con il tempo, questo brano è diventato il simbolo della nostra ingenuità. Le luci ingannatrici delle ''indipendenze sulla carta'' ci hanno spinto a credere che bastasse la partenza dei bianchi a rimettere il continente nero sulla sua vera strada. Alcuni paesi africani ormai sono in mano a monarchi saliti al potere con la forza e capaci di ''colonizzare meglio'' dei bianchi, perché sanno come far votare le ''bestie selvagge''. E quando alcuni di questi monarchi muoiono, i figli proseguono il lavoro dittatoriale del genitore. Per grande sfortuna delle popolazioni africane.
Licenziato nel 2006 dalla Syllart (l’etichetta fondata nel 1981 dal super-produttore della musica africana moderna, Ibrahima Syllart),''Congo - Rumba On The River'', è il primo capitolo della collana African Pearls, una serie di doppi cd costruiti con il criterio di raccontare le vicende musicali di un paese in un’epoca ben precisa. Con implicazioni storiche evidenti (1954-1967) ''Rumba On The River'', è consacrato alla seconda generazione (quella cruciale) della musica urbana congolese, che cambierà per sempre i gusti di tutto il continente palpitando all’unisono con la vita sociale e politica del paese. Storia che comincia quando Kinshasa si chiama ancora Leopoldville ma già fa da sfondo alla laboriosa rivalità tra due scuole e due fabbriche di talenti: gli African Jazz del capostipite John Kabalese (Grand Kalle, appunto) e gli OK Jazz dell’emergente e sempre più giganteggiante Franco. Una lotta che con l’eccezione del 30 Giugno 1960, giorno dell’indipendenza, procede senza esclusione di colpi (musicali). Il primo, troppo lumumbista per poter vivere una carriera serena con Mobutu, lascia soprattutto quel monumento danzante alla suprema illusione che è ''Indépendence cha cha cha'' (contenuta anche in questa antologia); il secondo, dotato di genio e ambizione, diventerà invece una delle figure più importanti in assoluto della storia della musica africana moderna. In mezzo il vivaio, cresciuto sotto la loro ''autorità'': Tabu Ley, Sam Mangwana, Dr. Nico, Papa Noel, Tino Baroza … e le orchestre African Fiesta,Festival Maquisard, Rock A Mambo, Bantous de la Capitale… La musica: un florilegio di afro-rumba, elisir di conforto e socializzazione della vita notturna di Kinshasa e Brazzaville. E’ l’arte del sebene, miscela resa danzabilissima dagli arpeggi ipnotici e dalle improvvisazioni di chitarra.
Essere bambino in Uganda è perfino peggio che essere criminale. Ogni giorno, infatti, migliaia di fanciulli vengono sottomessi a violenze, malattie, maltrattamenti, sfruttamenti e povertà anche se, come dicono da quelle parti, ''c’è sempre uno spiraglio di luce che non ti abbandona''. A dimostrarlo è la storia di Abraham ''Abramz'' Tekya, orfano ugandese che dal 1992 si è costruito una certa notorietà come b boy nel suo paese natale. Abraham è anche il fondatore del duoSylvester & Abramz, che utilizza l’hip hop come strumento di crescita e integrazione sociale, nonché l’artefice principale di Breakdance Project Uganda (B.P.U.), un progetto partito nel 2006 che si è posto come obiettivo la riabilitazione fisica e mentale dei bambini (spesso vittime di guerra) di Kampala e Mbale attraverso l’arte della breakdance. L’intento principale del progetto è soprattutto quello di tenere lontani ragazzi e bambini dalla violenza della strada, favorendo la loro aggregazzione attraverso una serie di laboratori e generando allo stesso tempo un ricambio generazionale.
Le lezioni vengono impartite dallo stesso Abraham a Kampala, e fin’ora il progetto stà funzionando molto bene, tanto che è stato aperto un nuovo centro a Gulu (nel nord del paese, teatro di guerre sanguinarie) per un totale di ben 300 bambini. Tra i personaggi coinvolti nel progetto più di recente, anche il newyorkino Richard Colón a.k.a. Crazy Legs, uno dei membri fondatori della leggendaria Rock Steady Crew, che dopo essere stato invitato da Abramz a visitare la regione e a impartire un paio di lezioni nei suoi centri, vedendo ballare i bambini si commosse a tal punto che decise di rimanere con loro. Questa bella storia di redenzione infantile è stata anche ''catturata'' di recente dal regista Nabil Elderkin (video maker abbastanza affermato in ambito hip hop) in un documentario intitolato ''Bouncing Cats'', (sotto il trailer) integrato da storie raccontate da Common e interviste esclusive di personaggi come Mos Def, Will I AM e K’Naan.
Diario Marca (19/06/10 - 20:59):El ex pívot sudanés de la NBA, Manute Bol, de 47 años falleció hoy en un hospital de Charlottesville (Virginia) a causa de un fallo hepático, informó un amigo del ex jugador.Bol, de 2,31 metros de altura y que actuó, entre otros equipos, en Washington Bullets, Golden State Warriors, Philadelphia Seventy Sixers y Miami Heat, estaba ingresado en el centro hospitalario desde el pasado 12 de mayo. Tom Prichard, amigo de Bol, fue el que informó de la muerte del ex jugador, quien también padecía una enfermedad en la piel (síndrome de Stevens-Johnson), a través de Facebook.
Domani atterrerò a Venezia con un areo proveniente da Madrid. Uno degli aspetti positivi della faccenda stà nel fatto che per un po' di tempo non dovrò sorbirmi la ricorrente, pedante domanda: ''Ma come avete potutovotarlo (Berlusconi)?''. E soprattutto: come rispondere senza infangare una larghissima fetta di elettori e connazionali che hanno premiato il Cavaliere in sede elettorale? Intanto da queste parti (ma in generale in tutta Europa e in gran parte del mondo) i giornali continuano a bombardare di brutto la nostra credibilità politico-sociale, ma allo stesso tempo (e meno male) sembra si stiano rendendo conto che anche nel vecchio stivale (seppur lentissimamente e al prezzo di parecchie scuciture) qualcosa si stà finalmente muovendo. Da questo punto di vista il titolo comparso su El Pais di domenica scorsa è molto eloquente:"L'Italia inizia a preparare il ''dopo Berlusconi''. Una lunga corrispondenza con Roma palesa le convinzioni oramai sempre più consolidate del quotidiano spagnolo sul tramonto lento ma inesorabile del Premier "che il declino di Berlusconi sia evidente, non ne dubita nessuno, in Italia e soprattutto fuori'', prosegue infatti l'articolo di Miguel Mora corrispondente in Italia de "El País", appunto (lo stesso giornalista che 10 giorni fa nel vertice italo-spagnolo chiese a Berlusconi, senza peli sulla lingua - e davanti a un imbarazzato Zapatero - dello scandalo delle escort, se ciò potesse comportare un eventuale danno al Paese e se non fosse meglio a questo punto ''rassegnare le dimissioni'').
Giovedì scorso, durante il programma di dibattito politico Ballarò di RAI3, chiesero al ministro dell' Economia Giulio Tremonti - nonchè possibile successore di Silvio Berlusconi come futuro lider del Popolo della Libertà (PDL) - di elencare i successi del primo ministro italiano in questo anno e mezzo di legislatura. Tradito dall'incoscenza o, chissà, dalla vanità, Tremonti elogiò a lungo la sua personale ''brillante e prudente'' politica economica, evitando qualsiasi riferimento diretto al proprio capo. Il presentatore, Giovanni Floris, resse stoico e alla fine apostrofò con ironia: ''Così dobbiamo intendere che l'unica cosa buona fatta dal Presidente Berlusconi fino adasso è stata nominare lei''
.
.
Questo aneddoto è l'espressione del clima politico che si sta vivendo in questo momento in Italia. 18 mesi dopo aver vinto le elezioni con un ampia maggioranza di voto, e con una opposizzione ridotta a un giocattolo rotto, neppune i propri ministri osano più difendere pubblicamente il capo del Governo, e alcuni preferiscono auto-promuoversi per il futuro immediato, il post-berlusconismo. Ma quanto sarà immediato questo passaggio? Questo è il grande dubbio. Il tran tran della rottura nella coalizione di governo; la formazione di nuove alleanze più o meno affidabili, il timore che tuttavia l'inchiesta di Bari distilli nuovi fanghi, la tortuosa relazione Stato-Chiesa e la delicata situazione economica generano rompicapi ossessivi, e nessuno sà come Berlusconi potrà reggere altri quattro anni questa burrasca in piena regola. L'ex giudice Antonio Di Pietro, lider dell'Italia dei Valori, pronosticò tenebroso venerdì scorso che ''l'implosione è vicina, e Berlusconi cadrà come Saddam Hussein, alzando il dito e fingendo che non stia accadendo nulla''. All'invettiva replicò ieri il ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, socialista berlusconiano, che accusò l' ''élite di merda della sinistra cattiva, parassitaria, burocrata e editoriale'' di star ''preparando un golpe di Stato''. Che il declino di Berlusconi sia evidente, non ne dubita nessuno, in Italia e soprattutto fuori, se ecludiamo, chissà, il suo ''cordiale amico'' spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero. Da quando sua moglie, Veronica Lario, denunciò al mondo le sue ossessive abitudini sessuali con prostitute e veline, alcune di queste promosse a candidate del partito, il declino e il nervosismo del primo ministro non hanno fatto altro che crescere esponenzialmente. ''E' iniziata la fase finale del berlusconismo'' commenta Giulio Anselmi, presidente dell'agenzia Ansa. ''I sondaggi mostrano che l'idillio con gli italiani si e' sgonfiato, forse anche perché adesso sappiamo che gli stranieri pensano che noi italiani siamo pazzi. Il problema'', aggiunge, ''é che nessuno può dire con esattezza quanto durerà questa fase''.
.
. Nonostante Berlusconi, ''torero senza paura'', sembra disposto a morire ammazzando, il terzo campanello d'allarme é risuonato proprio nel suo terreno favorito, la televisione: il programma della RAI, Porta a Porta, del suo amico Bruno Vespa, disegnato apposta per riprendere l'iniziativa con il suo tema più popolare, il terremoto dell'Aquila, fece registrare questa settimana uno squallido 13,5% di audience che induce a pensare che moltissimi elettori si sono stancati del ''migliore primo ministro in 150 anni di storia del paese''. Da Ottobre, Berlusconi ha perso 21 punti nei sondaggi, ma il declino non si spiega solo con la miscela di gonne e affari di un nonno di 72 anni: molti italiani sorridono e altri, come dice egli stesso, lo invidiano. Domenico Riganò, pensionato di 82 anni, lo spiega così: ''I miei compaesani preferiscono la democrazia alla dittatura perché con la democrazia possono scegliere tra due padroni''. Tuttavia gli elettori alle urne chiesero stabilità, e per questo ora si sentono traditi dall'acuta divisione interna apertasi nella destra, soprattutto a causa degli attacchi de Il Giornale, quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi, contro i critici in teoria più affini, specialmente Dino Boffo, ex direttore del diario episcopale Avvenire, e Gianfranco Fini, cofondatore del PDL e presidente della Cameradei Deputati. Fini, vecchio principe postfascista riconvertitosi in difensore di una politica laica, decente e per nulla populista, ha frenato l'urto e i colpi di una Lega Nord ogni giorno sempre più agressiva, manovrando riunendosi spesso con Pierferdinando Casini, lider dei democristiani, e con Francesco Rutelli, centrista cattolico nelle fila del Partito Democratico e promuovendo una lettera firmata da 50 parlamentari (ex membri di Alleanza Nazionale) in cui si invita urgentemente Berlusconi ad affrontare un serio dibattito interno.
. .
La libertà di stampa si è trasformata in un altro cruciale cavallo di battaglia. Giulio Anselmi era il direttore de La Stampa, il quotidiano della FIAT. Lo congedarono in Marzo dopo che Berlusconi disse che tanto lui come Paolo Mieli - pure congedato dal Corriere della Sera - dovevano cambiare mestiere. ''La sensibilita' degli italiani verso la liberta' di stampa'' spiega Anselmi ''e' sempre stata scarsa. Pero' oggi stiamo vivendo la situazione di maggiore tensione che io ricordi': se i suoi attacchi contro la stampa avessero avuto luogo negli Usa o in Inghilterra ci sarebbe stata una rivoluzione. Allo stesso tempo'', riflette, ''non esiste un'alternativa chiara di Governo, ne all'interno del suo partito ne all'opposizione, e questo fa pensare che, se non insorgono nuovi problemi di carattere personale, Berlusconi porterà a termine la propria legislatura''. Non sembra facile. Infatti nemmeno la sua situazione internazionale risulta delle migliori, come indicano le dichiarazioni del nuovo ambasciatore statunitense, David Thorne, riguardo l' ''eccessiva dipendenza energetica dell'Italia'', che alcuni analisti hanno letto come un' ammonimento a Berlusconi circa le sue pericolose relazioni con il russo Vladímir Putin e il libico Muammar el Gaddafi.
. .
Il fianco meno temibile sembra essere pardossalmente quello dell'opposizione, che già prima dell'estate intraprese un interminabile cammino che lo porterà fino al congresso del Partito Democratico, e che terminerà a fine Ottobre con l'elezione del nuovo segretario generale. Concorrono Pier Luigi Bersani, ex comunista; Dario Franceschini, ex democristiano, e Ignazio Marino, uno sconosciuto. Per adesso sembra che Bersani sia il più accreditato; poi mancherà, come dice lo scrittore Andrea Camilleri, ''che la crema degli ex comunisti amoreggi con l'Opus Dei''.
.
.
L'Italia è un teatro imprevedibile dove può succedere di tutto. I giudici giocheranno le loro carte nelle prossime settimane. E le notizie che arrivano da Bari sono ogni volta peggiori. Gianpaolo Tarantini, reclutatore per alcuni mesi, di prostitute e veline per le feste del primo ministro, è stato incarcerato venerdì con l'accusa di traffico di droga. I giudici credono che portò ''chili e chili'' di cocaina - oltre a molte pastiglie d'exstasi - in Sardegna nell'Agosto del 2008, quando conobbe Berlusconi a Villa Certosa, e sospettano che la comprò direttamente alla mafia. Tarantini trascorse almeno 18 notti con Berlusconi, e i due si parlavano spessissimo per telefono.
.
. Inoltre, il Tribunale Costituzionale deciderà il 6 Ottobre se il Lodo Alfano, la legge d'impunità approvata a favore del Cavaliere per scappare dai processi pendenti e da quelli che verranno, è costituzionale o no. Se non lo fosse, come ha avvertito la avvocatura dello Stato, ''non godrebbe della sufficente tranquillità per governare''.
La grande scossa, The big picture, lo splendido blog fotografico del Boston Globe, dedica una serie di fotografie straordinarie (ma terribili) al terremoto che ha colpito L'Aquila in questi giorni. Il mondo intero si sta mobilitando per offrire aiuti. Attraverso questa toccante galleria fotografica è possibile vivere, in 32 scatti, le drammatiche vicende che stanno passando i cittadini abruzzesi. Il disastro ha emozionato molto gli utenti internet e, forse per la prima volta in modo così massiccio, ha avuto una valenza più forte di ogni media tradizionale. Per vedere le foto qui.