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domenica 29 dicembre 2019

Morna é Património Imaterial da Humanidade



Capo Verde, terra di poeti e musicisti, un pugno di spoglie isole a 500 chilometri dalle coste del Senegal sparse in quel ''Mar Azul'' a cui la diva dai piedi scalzi (l'indimenticata Cesaria Evora) ha affidato il suo potere di seduzione e quella voce meravigliosa. Capo Verde, uno di quei mondi in cui la musica è molto più di una semplice forma di espressione e di intrattenimento: è così essenziale come elemento costitutivo dell' identità collettiva che con la propria musica l' arcipelago sembra fare tutt' uno e i cui protagonisti sono gli eredi di grandi pionieri come Eugénio Tavares e B.Leza, poeti e compositori di Mornas, canti inconsolabili e dolcissimi capaci  di toccare indifferentemente le corde di una malinconia struggente e di una gioiosa sensualità, accompagnati con strumenti come cavaquinho, clarinetto, fisarmonica, violino, piano e, soprattutto, chitarra. Più di altri filoni musicali di rilievo delle isole (tra cui batuco, finançon, funana e coladeira) la morna è caratterizzata da temi ricorrenti come malinconia, nostalgia, amore; in una parola sodade, quel peculiare stato d'animo capoverdiano intriso di senso di sconfitta (del perdente in amore, nel destino dell'emigrazione, o in una vita senza prospettive confinata in una manciata di piccole isole) di cui la morna ha fatto un arte.



Facile quindi immaginare l'immensa soddisfazione, l'orgoglio e l'allegria degli isolani (ma anche di tutti coloro i quali hanno trovato approdo in giro per il mondo e che costituiscono i due terzi della cittadinanza capoverdiana) nell'apprendere di come la loro amata morna sia diventata ufficialmente Patrimonio immateriale dell’Umanità. La candidatura era stata presentata da Capo Verde nel marzo dello scorso anno e finalmente è stata approvata dall’Unesco, che l'11 di questo stesso mese l'ha resa pubblica a Bogotà, in Colombia. Insomma, come qualcuno ha scritto: una nota d'allegria pervade finalmente la musica della nostalgia. Buon 2020 a tutti!




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Questa la pagina ufficiale di candidatura all'UNESCO (e sotto il video di presentazione):

Traduzione Citazione originale

La morna è un genere performativo di Capo Verde che riunisce la voce, la musica, la poesia e la danza. È un'espressione musicale la cui pratica non fa distinzione di genere. Tipicamente cantata da una sola persona è accompagnata da strumenti acustici tra i quali spicca la chitarra. Nasce nel XIX secolo,  evolvendosi dall'incrocio di stili musicali con forti radici africane, il landum, con melodie originarie dall'Europa.

Si tratta di una canzone melodica, quaternaria, generalmente utilizzando schemi tonali minori classici. In questa canzone ci si appella al sentimento, facendo rima con temi vincolati all'amore, alla nostalgia, alla sofferenza, al disprezzo. Generalmente si può sentire la morna negli ambienti informali mdove hanno luogo le famose tocatinas (tipo di musica), tuttavia, è nelle famose “notti capoverdiane” che si può ascoltare questo genere musicale.


mercoledì 5 luglio 2017

Esperança Di Mar Azul




Tracklist

01 - CESARIA EVORA - Esperanca Di Mar Azul - Da (Lusafrica, 2009)
02 - TEOFILO CHANTRE - Tchoro Quemode - Da (Lusafrica, 2000)
03 - TITO PARIS - Guilhermina - Da (Universal France, 2002)
04 - BONGA - Ngui Tename - Da (Lusafrica, 2000)
05 - PAULO FLORES - Clarice - Da (Vidisco Records, 2001)
06 - HERMINIA - Nho Mane Valentim - Da (Rue Stendhal, 2006)
07 - SIMENTERA - Tchiga Pa Mi - Da (Celluloid, 2003)
08 - TÉTÉ ALHINHO - De-Cor-A-Som - Da (World C., 2004)
09 - FANTCHA - Sonho D'Um Criol - Da (Tinder, 1998)
10 - NEUZA - Lembranca Antiga - Da (Lusafrica, 2013)
11 - TCHEKA - Tuti Santiagu - Da (Harmonia Lda, 2007)
12 - FERRO GAITA - Da Cu Torno - Da (Ferro Gaita Prod., 2003)
13 - CORDAS DO SOL - Czemente De Riba Ribera - Da (Harmonia, 2004)
14 - BOY GÉ MENDES - Ayuweh - Da (Lusafrica, 1997)
15 - PAULO FLORES -Semba-Pra-Luanda - Da (Bartilotti, 2016)
16 - TITO PARIS - Rosto Di Morena - Da (Universal, 2002)
17 - NEUZA - Trabessado - Da (Lusafrica, 2013)
18 - LURA - Mascadjon Mascadjon - Da (Lusafrica, 2009)
19 - MAYRA ANDRADE - Turbulensa - Da (Stern's, 2009)
20 - VOZ DE CABO VERDE - Djeylen - Da (Lusafrica, 2004)
21 - ZÉ LUIS - Mar De Feija o d'Agua - Da (Lusafrica, 2013)
22 - BAU - Filosofia Filosofia - Da (Lusafrica , 1998)
23 - BOY GÉ MENDES  - Nha Tchon - Da (Lusafrica, 1997)
24 - MARIO LUCIO - Maremar - Da (Lusafrica, 2008)
25 - ILDO LOBO - Dor Di Nh' Alma - Da (Lusafrica Rec, 1996)


mercoledì 25 febbraio 2015

Freedom Blues: South African Jazz Diaspora (2010; Re-posted, 2015)




TRACKLIST:

01 - N. D. HOTSHOTS - U.S.A. Special - Da ('60; Gallo Records, 2007)
02 - THE BLUE NOTES - The Blessing Light - Da (1964; Proper, 2002)
03 - WISTON ''MANKUNKU'' NGOZI - Yakhal' Inkomo - Da (1968; Gallo, 2007)
04 - CHRIS McGREGOR'S BROTHERHOOD OF BREATH - Andromeda - Da (RCA-Neon , 1971)
05 - CHRIS McGREGORS BROTHERHOOD OF BREATH - Nick Tete - Da (RCA, 1971)

06 - DUDU PUKWANA - Baloyi - Da (Caroline Records, 1973)
07 - ABDULLAH IBRAHIM DUO - Ntsikana's Bell - Da (Enja, 1974)
08 - JOHNNY DYANI - Magwaza - Da (Steeple Chase, 1978)
09 - DEDICATION ORCHESTRA - You Ain't Gonna .. - Da (Ogun, 1992)
10 - LOUIS MOHOLO OCTET- Wedding Hymn - Da (Ogun, 1978)



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sabato 10 novembre 2012

Nuove corde antiche

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Semplice indovinello. E' uno strumento musicale povero, ma molto sofisticato. Un lungo bastone infilato in una grande zucca regge ben 21 corde che emettono il suono di una cetra o di un arpa. Ha un suono avvolgente e dolcemente mesmerico. Africano, è particolarmente diffuso in Senegal e nel Gambia, ma soprattutto nel Mali. Da lì vengono i suoi più grandi virtuosi. Due di questi, Sidiki Diabaté e Djelimadi Sissoko, nel 1970 pubblicarono un 33 giri di duetti puramente strumentali, ''Ancient Strings'', che ebbe un impatto enorme; molto più che un semplice disco, tanto da essere riconosciuto nel tempo come uno degli elementi fondanti dell'identità nazionale del paese e alla radio lo suonano regolarmente all'anniversario dell' indipendenza. Ventisette anni dopo i figli di costoro, Toumani Diabaté e Ballaké Sissoko, misero mano a un ''New Ancient Strings'' (Hannibal, 1999) e con gli stessi strumenti dei padri realizzarono quello che è considerato uno dei migliori album di world music (etichetta orribile, ma tant'è) degli anni Novanta. Membri di importanti famiglie griot, Toumani e Ballaké hanno avviato anche una dolce e delicata opera di modernizzazione che riguarda tecniche, modi, repertori legati all'ormai celebre arpa mandinga, e alla funzione sociale dei griot stessi. Rinunciare di frequente al canto, in una tradizione di cantastorie (custodi della cultura orale), ad esempio, non è cosa da poco. Ma questo non significa tacitare il legame del sangue, anzi. Al contrario questi artisti sebrano custodire nel loro orecchio interiore un codice antico e prezioso.

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Codice che traspare chiaramente anche nelle timbriche arcaiche dello splendido ''At Peace'' (Nop Format, 2012) [yuhuu!] il nuovo lavoro di Ballakè Sissoko, in cui il musicista maliano rafforza ed arricchisce il sodalizio con il violoncellista francese Vincent Ségal (iniziato nel 2009 con l'altrettanto incantevole ''Chamber Music'') che oltre a produrre il disco, infila il suo strumento in quattro dei nove brani: ''Badjourou'', ''Kabou'', ''Kalata Diata'' e ''Asa Branca'' (classico brasiliano composto nel 1947 dal duo Luís Gonzaga e Humberto Teixeira Cavalcanti e magistralmente interpretato, tra gli altri, da Caetano Veloso nel suo omonimo capolavoro del 1971). Ancora una volta l'intesa è telepatica e sorprende l'armonia creata tra i due (aristocratici) strumenti. Contribuiscono a disegnare le sublimi trame di ''At Peace'' anche la chitarra di Moussa Diabaté, le dodice corde di Aboubacar "Badian" Diabaté e il balafon di Fassery Diabaté. La musica riseva suggestioni di paesaggi sconfinati ed è facile abbandonarsi a un intensità che rasenta il liturgico. Merito del suono di uno strumento la cui languida sensualità accende il sentimento, ma anche della magia delle mani di Sissoko, che quando resta solo (''Maimouna'', ''Nalésonko'', ''Kalanso'') riprende, come un vecchio griot muto, il percorso dei padri rievocando al meglio la poesia delle ''nuove corde antiche''. Di che corde si tratta l'avrete senz'altro già capito. Io intanto, pur esaltandone la grandezza, sono riuscito ad arrivare a capo di queste poche righe lasciando solo alla fine la magica parolina: ''kora''.
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martedì 2 ottobre 2012

Entre Tierras



Frontiere e interessi politici ci fanno dimenticare di come i limiti tra una tradizione e l'altra spesso siano separati solo da una linea nebulosa impossibile da sostenere in maniera evidente attraverso le metodiche della musicologia. Attraverso le note del loro secondo disco ''Entre Tierras'' (TempsRecord, 2012) [yuhuu!] il collettivo Coetus ci tiene a aprecisare come ''dall'inizio dei tempi le persone, e con loro la musica, hanno viaggiato da un luogo all'altro incrociandosi e influenzandozi reciprocamente. Da questi movimenti si generarono melodie, parole e ritmi che perdurarono nei secoli trasformandosi in tradizione. Culture e tradizioni sono il frutto di tutte queste interazioni e legami''. Con questo solido principio l' Orquesta de Percusión Ibérica Coetus formata da dieci membri, quasi tutti giovani, virtuosi e appassionati, riuniti in quel di Barcellona sotto la direzione di Aleix Tobías (che fondò il progetto nel 2009) e con la partecipazione del maestro Eliseo Parra (e di numerosi altri ospiti tra cui Sílvia Pérez Cruz, Iñaki Plaza, Ion Garmendia, Xavi Lozano e Guillem Aguilar) continua a proporci un repertorio tradizionale variegato in quanto a provenienza: A Coruña, Peñaparda, Xàbia, Castilla, Valencia, Canarias, Huelva, Mallorca, Sanabria, Madrid... Pezzi che acquistano nuova vita anche attraverso multipli strumenti a percussione, molti dei quali ormai quasi completamente sconosciuti, che nel corso della storia servivano per accompagnare balli, canzoni, romanze o semplicemente per scandire il tempo nelle processioni e che venivano suonati per lo più separatamente: dal pandero cuadrado (Peñaparda e León) all' adufes portoghese, dal tamburello basco e asturiano alla xilomba, dalle cañas rocieras alle almireces... L'esperimento di Coetus consiste nell'unione/interazione di questi strumenti, dotati di un linguaggio proprio di ispirazione tradizionale, attraverso un dialogo attivo con la voce. Obiettivo perfettamente reggiunto, direi.


  

martedì 10 aprile 2012

Il N.G.M. presenta ''Memorias Del Cante Flamenco Voll.1&2''



Tracklist
01 - PERICON DE CADIZ: Dueña Del Corazon Mio (Bulerias)
(Juan Martínez Vílchez: Cádiz, 1901; Cádiz, 1980)
02 - LA PAQUERA DE JEREZ: Sevilla (Bulerias)
(Francisca Méndez Garrido: Jerez, Cadiz, 1934-2004)
03 - MANOLO DE LA RIBERA: Viva El Reino De Almeria (Fand.)
(Manuel Ribera Ruiz: Adra, Almería, 1912)
04 - MANOLO VARGAS: Que Cadiz Tiene Solera (Alegrias)
(Manuel Vargas Gómez: Cádiz, 1907; Madrid, 1970)
05 - PACO TORONJO: Valiente A Su Aire (Fandangos)
(Francisco Gómez Arreciado: Alosno, Huelva, 1928-1998)
06 - FOSFORITO: La Plaza Del Potro (Soleares)
(Antonio Fernández Díaz: Puente Genil, Córdoba, 1932)
07 - JARRITO: Yo Siempre Estare Contigo (Caña)
(Roque Montoya Heredia: San Roque, Cádiz, 1925; Madrid, 1995)
08 - JUAN DE LA LOMA: Se Compran (Malagueña)
Juan Gambero Martín (Mijas, Malaga, 1913; Fuengirola, 1983)
09 - JUANITO MARAVILLAS: Abanico De Colores (Milonga)
Juan García Alcalde: Córdoba, 1922; La Línea, Cadiz, 1999)
10 - PEPE AZNALCOLLAR: Buscando Una Flor (Fandangos)
(José Losada Carballo: Aznalcóllar, Sevilla, 1912; Madrid, 1973)
11 - PEPE DE LA MATRONA: Al Pie De Un Pocito Ciego (Peter.)
(José Núñez Meléndez: Sevilla, 1887; Madrid, 1980)
12 - ROSARIO LOPEZ: Soleares Del Tenazas (Soleares)
(Rosario ''Charo'' López Carrascosa: Jaén, 1943)
13 - EL CHOZAS: En Lo Que Cobija El Sol (Bulerias)
(Juan José Vargas: Lebrija, Sevilla, 1903; Jerez, Cádiz, 1974)
14 - MANOLO CARACOL: Por Ti-Gitanitos De la Cava (Sol.;Bul.)
(Manuel Ortega Juárez: Sevilla, 1909; Madrid, 1973)
15 - ANTONIO MAIRENA: Al Moro Me Voy (Siguiriyas)
(Antonio Cruz García: Mairena del Alcor, Sevilla., 1909-1983)
16 - PEPE PEREJIL: Fandangos de Juana la Conejilla y.. (Fand.)
(José María Pérez Blanco: Huelva, 1945; Sevilla, 2012)



Tracklist
01 - CAMARON DE LA ISLA: Quisiera Volverme Pulga (Tangos)
(San Fernando, 1950 – Badalona, 1992)
02 - CURRO LUCENA: Navegando Me Perdi (Rondeñas)
(Francisco de Paula Luna Navarro: Lucena, 1950)
03 - DIEGO CLAVEL: Me Alumbra La Madruga (Alegrias)
(Diego Andrade Martagón: Puebla de Cazalla, Sevilla, 1946)
04 - JUANITO VILLAR: Quejios Senti (Seguiriyas)
(Juan José Villar Jiménez: Cádiz, 1947)
05 - PEPE DE CAMPILLOS: Malaga De Mi Querer (Malagueña)
(Jose Maldonado Luque: Campillos, Málaga, 1949)
06 - JOSELETE DE LINARES: Minero Jubilao (Tarantas De Linares)
(José Heredia Heredia: Linares, Jaén, 1959)
07 - JOSE DE LA TOMASA: Chanili La De Triana (Tangos)
(José Georgio Soto: Sevilla, 1951)
08 - MANUEL AGUJETAS: Te Tienes Que Volver Loca (Soleares)
(Manuel de los Santos Pastor: Rota, Cádiz, 1939)
09 - MARIANA CORNEJO: Cosas Que Pasan (Garrotin)
(Mariana Cornejo Sánchez: Cadiz, 1947)
10 - LA MACANITA: Que No Se Rompa La Noche (Bulerias)
(Tomasa Guerrero Carrasco: Jerez, 1968)
11 - CARMEN LINARES: Aquel Que Tenga Un Sentir (Buleria)
(Carmen Pacheco Rodríguez: Linares, Jaén, 1951)
12 - LOLE: Bulerias del Alcazar (Bulerias)
(Dolores Montoya Rodríguez: Sevilla, 1954)
13 - JOSE MENESE: Tocan A Leva (Caracoles)
(José Meneses Scott: La Puebla de Cazalla, Sevilla, 1942)
14 - PLACIDO GONZALEZ: Fandango De Calaña (Fandangos)
(Plácido González Saguero: Alosno, Huelva, 1949)
15 - JOSE MERCE: Arroyito De Agua Clara (Bulerias)
(José Soto Soto: Jerez de la Frontera, 1955)
16 - JUANA LA DEL REVUELO: Sevilla Es De Chocolate (Tangos)
(Juana Silva Esteban: Sevilla, 1952)
17 - MANUEL MORENO MAYA ''EL PELE'': Avante Claro (Alegrias)
(Manuel Moreno Maya: Córdoba, 1954)


sabato 4 febbraio 2012

Viaje de las Almas


Allievo del grande Munir Bashir, l'iracheno Naseer Shamma è considerato uno dei più importanti suonatori di oud contemporanei. Massimo esponente della Moderna Scuola di Baghdād  (ma anche maestro presso l’Arab Oud House del Cairo, in Egitto) Shamma sviluppa la tradizione del suo paese apportandovi particolari innovazioni tecniche e stilistiche in un mirabile equilibrio fra composizione e improvvisazione, conservazione ed innovazione, valorizazzione dei ''maquam'' (i modi della musica araba) e ''taqsim'' (cioè l'elaborazione dei modi stessi). Shamma è l'unico compositore e musicista moderno ad aver costruito un uod di otto corde (al posto delle sei classiche) che suona attraverso un uso particolare delle dita della mano destra. Ma si tratta pur sempre di tecniche al servizio di un ispirazione profonda che restituiscono al suo strumento un ruolo di interprete della tradizione . Non a caso Shamma è anche conosciuto come ''il giovane Ziryab''.



Musicista e poeta oltre che esperto e raffinato gastronomo, Ziryab (in arabo: زرياب), il cui vero nome era in realtà Abū l-Hasan ʿAlī b.Nāfiʿ (Iraq, 789 - Cordova, 857) è ritenuto il più grande innovatore dell'oud. Costretto a fuggire dalla sua Baghdād a causa dell'invidia di alcuni maestri di corte che non riconoscevano le sue idee progressiste, dopo una fermata a Tunisi, Ziryab si stabilì definitivamente in Andalusia, in particolare a Cordoba dove fondò una scuola di musica la cui tradizione e importanza pare sia adirittura all'origine del flamenco. Tra le sue maggiori innovazioni l'uso di una penna d'aquila come plettro e l'aggiunta della quinta corda (simbolo dell'anima) alle quattro corde già esistenti e corrispondenti ad altrettanti colori e stati d'animo: il giallo, il rosso, il bianco, il nero, partendo dalla più acuta per arrivare progressivamente alla più grave. Insomma se oggi l'oud viene considerato uno strumento chiave, ponte fra le culture del mediterraneo e simbolo di profonde tradizioni, dalla Turchia alla musica arabo-andalusa, dal medio-oriente al Marocco, lo dobbiamo in buona parte anche all'influenza esercitata da questo importantissimo personaggio del IX secolo.



Ed è proprio nel solco di quella tradizione e sotto la stella di Ziryab che sono stati concepiti i sette splendidi arabeschi di ''Viaje de las Almas (Travelling Souls)'' [si può recuperare via uabab]. Ma in questo caso Shamma va ancora oltre proponendo un' insolita rilettura delle sue composizioni in un dialogo stetto tra la tradizione millenaria del suo oud e quella altrettanto nobile e antica del sitar e della tabla, rispettivamente nelle magiche mani dei due virtuosi pachistani Ashraf Sharif Khan e Shabbaz Hussain. Il disco, registrato a Madrid sotto l'attenta direzione di Eduardo Paniagua (musicista, produttore, editore e proprietario della Pneuma che ha pubblicato il lavoro nel 2011) è un inno alla bellezza, la trasformazione del gusto rivolto alla ricchezza delle proprie origini, ma anche al trionfo dell'interplay cosmico con le tinteggiature al limite dell'improvvisazione. Meraviglia.
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giovedì 15 dicembre 2011

Il Nuovo Giardino Magnetico presenta: Klezmer Variations

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TRACKLIST

01 - DAVID KRAKAUER - Bogota Bulgar - da (Tzadik, 1995)
02 - KLEZMER CONSERV. B. - Bukharester Bulgar - da (Rounder, 2000)
03 - THE KLEZMORIM - Thalassa (The Sea)  - da (Arhoolie Rec., 1989)
04 - SHAPIROS KOROHOD - Budowitz - da (W. M. Network, 2000)
05 - DON BYRON - Frailach Jamboree - da (Elektra Nonesuch, 1993)
06 - JOEL RUBEN ENSEMBLE - Vinnitsa - da (Traditional Crossr., 2007)
07 - IRVING FIELDS - Sholom Aleichem - da (Tzadik, 2007)
08 - THE KLEZMATICS - Romanian - da (Piranha, 1994)
09 - THE CRAKOW KLEZMER B. - Klezmer Rhapsody - da (Tzadik, 2002)
10 - ZAHAVA SEEWALD & PSAMIM - Roumenian Bulga - da (Tzadik, 2003)
11 - ANAT COHEN & THE C. E. - Migalhas de Amor - da (Tzadik, 2004)
12 - IRVING FIELDS - Oi Mama Bin Ich Farliebt - da (Tzadik, 2007)
13 - A. STATMAN & D. GRISMAN - Chassidic Medley.. - da (Acoustic D., 1995)
14 - KLEZMER CONSERV. B. - Biz In Vaysn Tog Arayn - da (Rounder, 2000)
15 - DON BYRON - Litvak Square Dance - da (Elektra Nonesuch, 1993)
16 - MAXWELL ST. KLEZMER B. - Mazl Tov Dances - da (Shanachie, 1996)
17 - PAUL SHAPIRO - Tzouris - da (Tzadik, 2008)
18 - SHIRIM KLEZMER O. - And if You Listen Very.. - da (Tzadik, 2004)
19 - DON BYRON - Sweet And Gentle - da (Elektra Nonesuch, 1993)
20 - KLEZMER PLUS - Ot Azoy - da (Flying Fish, 1988)
21 - KLEZMER CONSERV. B. - Dobranotsh - da (Rounder, 2000)
22 - KROKE - Russian Sher - da (Oriente Musik, 1997)



martedì 13 dicembre 2011

A Tutto Brass Vol.1: The Explosive Sound Of Balkan Brass




TRACKLIST

01 - FANFARE SAVALE - Suita Lui Ernoi - da
02 - FANFARE CIOCARLIA - Mukav Tu (Florentina Sandu) - da
03 - MAHALA RAI BANDA - Mahalageasca - da
04 - BESH O DROM - Mahalaaaa - da
05 - FANFARA TIRANA - Mediterrane No. 1 - da
06 - FANFARA TIRANA - Te Lutem M'u Pergjigj - da
07 - ZIVELI ORKESTAR - Kerta Mange Daje - da
08 - FANFARE CIOCARLIA - Manea Cu Voca - da
09 - FANFARE SAVALE - Sarba Lu Tractor - da
                                                   10 - KOČANI ORKESTAR -   Siki, Siki Baba - da                                                 
11 - TARAF DE HAÏDOUKS & KOČANI ORK. - Gypsy Sahara - da
12 - FANFARE CIOCARLIA -  Nakelavishe (E.Redzepova) - da
13 - JOVICA AJDAREVIC -   Iljamoc Cocek - da
14 - ZIVELI ORKESTAR -  El Kafano - da
15 - BOBAN I MARKO MARKOVIC - Romano Bijav - da
16 - O. DEJAN PETROVIC - Svadbeni Venac - da
                                  
             

domenica 1 maggio 2011

Musiche migranti: l'Oud ponte fra le culture del mediterraneo



Strumento per eccellenza della musica colta mediorentale, l'ud (عود, il liuto arabo) è anche un ponte fra le culture del mediterraneo e rimane un simbolo di profonde tradizioni, dalla Turchia alla musica arabo-andalusa, dal medio-oriente al Marocco. Insomma, in una geografia possibile la sola cosa certa è che si tratta di uno strumento la cui conflittualità etnica è pari allo zero, e ha segnato la tradizione sacra, ma anche profana, sia delle regioni arabe del Mashriq (dunque Egitto, Giordania, Libano, Siria, Iraq ecc) sia quelle del Maghreb (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia). E in Europa? Beh, la Spagna, visti i nobili precedenti, le storie di califfati e conquiste, gode di una tradizione storica non certo minore. Per non parlare di Grecia e Turchia dove ci sono state molte diramazioni, ponti sul bosforo e carichi che partivano e trascinavano memorie e realtà. E quì si potrebbe adirittura ipotizzare la massiccia influenza del mondo arabo nella fondazione della musica colta di matrice occidentale. Ma questa sarebbe un'altra storia. E' invece fenomeno più recente, quello dell'allargamento dell'utilizzo dell'ud (ormai diventato oud) in Francia e nella nostra Penisola. In ogni caso, malgrado la veneranda età, l'oud ha trovato, non senza difficoltà, una sua sistemazione anche nelle diverse sfumature del mondo musicale occidentale, riscuotendo particolare interesse nell'ambito jazz, ovviamente dove questo incontra repertori tradizionali, ripensandoli e rivestendoli nell'area delle musiche improvvisate. 

Munir Bachir nel 1937 all'età di sette anni.

Quasi un padre spirituale degli innovatori è Munir Bachir, iracheno scomparso nel 1997, considerato tra i primi, nell'era post-moderna ad aver sdoganato lo strumento. Maestro inquieto, è considerato il Ravi Shankar dell'oud proprio per la popolarità e il desiderio di esaltare i canoni della tradizione con la voglia di smuovere le acque ed andare oltre. Ma sono molti gli artisti che insieme alle rigide ortodossie della teoria e pratica musicale araba, hanno cercato nel corso degli ultimi anni di piegare il suono del liuto arabo alle differenti possibilità espressive con cui venivano a contatto: da Rabih Abou-Khalil a Anouar Brahem,  da Munir Nurettin Beken a Said Chraibi da Hazma El-Din a Ahmed El Kalai, da Georges Kazazian a Naseer Shamma, dal DuoOudLe Trio Joubran (di cui mi occuperò tra un attimo) passando per il palestinese Simon Shaheen di cui consiglio caldamente ''The  Music Of Mohammed Abdel Wahab'' (Axiom, 1991) [potete farlo vostro quì] un lavoro prodotto da Bill Laswell in cui il suono di un qualsiasi villaggio palestinese viene riprodotto su coordinate geografiche 'altre' e allo stesso tempo, come si evince dal titolo, rende omaggio ad uno dei più grandi innovatori della musica egiziana, Mohammed Abdel Wahad.


Rimaniamo in Palestina concludendo questo breve post dedicato a questo fantastico strumento con un giovane virtuoso di Nazaret, Samir Joubran (classe 1973), figlio d'arte, che dopo essersi guadagnato un notevole seguito in tutto il mondo orientale, sta ora iniziando ad ottenere importanti riconoscimenti anche a livello globale. Samir, che è stato il primo musicista a ricevere una sovvenzione biennale (nel 2003-2004) dal Parlamento Internazionale degli Scrittori a Pontedera, da qualche tempo si è stabilito in Francia, dove sta sviluppando la propria carriera, portando la sua musica in tutto il continente e esibendosi con successo in trio (Le Trio Joubran, الثلاثي جبران‎) con i due fratelli minori: Wissam Joubran, (classe 1983), che nonostante l'età è anche uno straordinario liutaio (pare il primo del mondo arabo ad accedere al prestigioso Istituto Stradivari), e Adnan Joubran (del 1985), come il fratello maggiore entrambi grandi virtusi dello strumento nonchè eccellenti improvvisatori.


Nel recente ''AsFâr'' (World Village, 2011), l'ultimo lavoro in trio [può essere recuperato quì], più che alternarsi nel ruolo di grandi virtuosi dello strumento appoggiandosi e completandosi con i loro accordi velocissimi e complessi, i tre fratelli preferiscono dar vita ad universo unico e seduttivo, un suono eterogeneo e compatto in cui tutti i musicisti lavorano a favore della composizione e di una amalgama degna delle migliori formazioni jazz, facendo della maestria e dell'abilità strumentale il veicolo per ottenere la spontaneità da distillare in ognuno dei sette brani di questo magnifico album, alternando atmosfere meditative e improvvisazioni più vigorose, sostenute dalle percussioni di Yousef Hbeisch e, in qualche caso, dagli interventi vocali del tunisino Dhafer Youssef. Non fatevi ingannare dalla pessima copertina, questo è un gran bel disco.


martedì 8 marzo 2011

Il cinema nomade di Gatlif



Kabyle e Rom, Tony Gatlif è il cineasta che più di ogni altro ha raccontato la vita e la cultura itinerante degli zingari in un viaggio continuo, dall’ India alla Spagna. Nato ad Algeri nel 1848, sangue Rom e Berbero nelle vene, Michel Dahamani (conosciuto, appunto, come Tony Gatlif) all'inizio degli anni Sessanta condivide la sorte toccata al suo popolo costretto ad abbandonare il proprio paese. Dopo aver lasciato l’Algeria, si trasferisce a Parigi dove frequenta un corso d’arte drammatica. Nonostante la nuova residenza, Gatlif torna  di continuo alle sue vere origini, la comunità zingara, nell' appassionata ricerca di se stesso. Privo di risorse economiche, dopo lunghi anni di disadattamento sociale ed esistenziale, che lo portano a saggiare più volte la triste realtà del carcere minorile, il giovane Gatlif riesce a recuperare la passione per il cinema, e la doppia origine rappresenta senz'altro una ricca fonte di ispirazione per il suo lavoro di artista prima ancora che di regista.

Tony Gatlif

Nel 1973 gira così il suo primo cortometraggio e nel 1975 arriva anche il primo lungometraggio, ''La Tête En Ruine''. Tre anni dopo segue ''La Terre Au Ventre'', che affronta il tema della guerra algerina vissuta da una madre francese d’Algeria con i suoi quattro figli, e via via una filmografia di livello mediamente più che buono, con opere caratterizzate da una sorta di nostalgia lirica; il grande anelito di libertà delle culture nomadi, con il loro stile di vita, le loro musiche e danze. Tutti elementi essenziali nel progetto poetico di Gatlif, in grado di esprimere al posto di molte parole, lo spirito vivo e la natura sensibile e sanguigna delle genti gitane. Lo spettatore è spesso costretto al viaggio, un viaggio in cui il luogo di arrivo diventa subito il luogo di una nuova partenza. Un 'transito' di cui Gatlif invita a scoprire le potenzialità.



Tra i suoi titoli brilla soprattutto "Latcho Drom" - che ottenne numerosi riconoscimenti festivalieri, tra i quali il premio Un Certain Regard a Cannes nel 1993 - magnifica opera "documentaria" che ripercorre la lunga rotta della musica nomade, dal nord-ovest dell' India attraverso le regioni della Turchia, dell' est europeo, del nord Africa e della Francia, sottolineando la coesione culturale delle varie espressioni musicali, fino ad approdare nella Spagna di un certo flamenco che conserva intatte le componenti spirituali della musica sufi, in una sorta di di continuità ideale con l'ineffabile canto d'oriente.


Consigliabili anche lo splendido ''Gadjo Dilo'' (Pardo d’Argento a Locarno nel 1997) e ''Exils'', premio per la miglior regia al Festival di Cannes nel 2004, con giuria presieduta da Quentin Tarantino. Se in tutti i film di Gatlif c'è una forte componente autobiografica nel caso di Exiles questa si fà ancora più evidente. Appartenendo infatti alla schiera di profughi che negli anni Sessanta furono costretti a lasciare l'Algeria ed abbandonare il proprio paese,come accennato poc'anzi, quarant'anni dopo il regista torna nella terra della sua infanzia, cercando di raccontare questa esperienza in un film che è una sorta di colorato road movie sulle tracce di due giovani protagonisti che lasciano Parigi alla volta di Algeri per riscoprire le proprie radici. Il loro è un viaggio sul filo della memoria, nel segno della musica e, soprattutto, del ritmo.



In tutti i suoi film Gatlif ha sempre dimostrato più che un occhio di riguardo per la parte musicale, e non è un caso che molti degli score delle pellicole abbiano la sua firma. In una delle prime scene di Exils il protagonista dichiara: ''la musica è la mia religione''; ed è seguendo questo credo che il ragazzo compie un percorso geografico e spirituale che da Occidente lo porta verso Oriente, dal pragmatismo europeo al misticismo sufi, dalla techno metropolitana di Parigi alla trance sufi di Algeri, passando attraverso il flamenco dell'Andalusia. Così il pulsare del rock che all'inizio esce dalle casse di un autoparlante si riflette poco a poco in una quasi naturale prosequzione, dalla scansione di un tergicristallo al picchiettare della pioggia, per poi confluire nell'energia ''cardiaca'' del flamenco, sia che venga riletto in chiave elettronica, sia che venga riproposto in versione tradizionale, per virare infine verso tonalità e suoni mediorientali in una progressiva ''spiritualizzazione'' che culmina nella scena di una cerimonia sufi.


La musica, il flamenco e i legami di sangue sono assoluti protagonisti anche in ''Vengo - Demone Flamenco'' magnifica pellicola del 2000 di cui tra poco mi occuperò e alla quale mi sento particolarmente affezzionato per vari motivi. Visto le questioni che hanno coinvolto i rom in Francia negli ultimi tempi mi sembra doveroso segnalare almeno (anche) l'ultimo ''Korkoro (Libertè)''. Se è vero che la pellicola è stata presentata anche a Roma al MedFilm Festival dello scorso anno - ricevendo tra l'altro la Menzione Speciale, uno dei due premi più importanti - sinceramente nutro qualche dubbio riguardo a una possibile distribuzione che lo porti (agevolmente) nelle sale dei nostri cinema. Naturalmente spero di sbagliarmi, perche io per primo non ho ancora avuto la possibilità di vederlo, anche se sò, avendone letto, che nel film viene narrata una vicenda che si ispira a una storia vera, in particolare quella di una famiglia rom arrivata in un villaggio rurale nella Francia sconvolta dalle leggi discriminatorie del governo di Vichy, con i nazisti che porteranno all'arresto e alla deportazione di circa trentamila rom francesi durante la seconda guerra mondiale e al tragico "genocidio fantasma" che costo' la vita a mezzo milione di rom e sinti in tutta Europa, internati e sterminati nei campi di concentramento insieme a ebrei, handicappati e omosessuali. Un film che però, come si diceva poc'anzi, allo stesso tempo esce dai confini storici per mettere in luce la difficile sorte che molti Rom subiscono ancora oggi.

VENGO: DEMONE FLAMENCO

''Vengo non è un film sul Flamenco, ma è il Flamenco stesso che diviene film''. ''Flamenco, demone della vita''. Definizione decisamente calzante, molteplicità di significati per una delle forme di espressione mentale e corporea tra le più intense. Flamenco, passione viscerale, canto e ballo che alterna momenti tragici a pura gioia di vivere. Musica struggente ed evocativa di oppressioni e persecuzioni. Danza che nasce dalla terra e dalla tragedia di un popolo in fuga. E proprio per realizzare l'immagine scolpita dentro i cuori del popolo zingaro di una patria che non c'è, i piedi tendono fortemente a restare attaccati alla terra, mentre la parte superiore del corpo si muove sinuosamente ad evocare il desiderio profondo di libertà. Terra arida, terra di colori e suoni fusi da molteplici tradizioni, Andalusia, centro energico del flamenco, patria gitana (Gitano: termine che sembra derivi dall' Egitto, dove il popolo in fuga dal Pakistan sostò a lungo prima di approdare in Spagna attraverso il Nord-Africa) voluta dal destino, madre del demone flamenco. Ecco un film che fà del flamenco una ragione di vita, ma anche di passione e di morte. Film che miscela sapientemente il folklore e la modernità. Scene tra Oriente e Andalusia aprono la storia, segnando sottilmente un confine impercettibile. Gatlif, zingaro arabo, ne trae emozioni purissime, restituendo il valore originario a quello che appare solo un ballo spettacolare agli occhi moderni. Una dedica completa, fatta di scene e musiche intense composte dallo stesso Gatlif.


Flamenco a cui ci si può accostare con animo interessato, ma che non può essere assimilato se non si crea quella commistione tra corpo, mente e memoria storica. Ricordo una scena del film australiano "Ballroom" in cui il giovane ballerino protagonista deve imparare una coreografia gitana. Riesce ad acquisire la tecnica alla perfezione, mancando tuttavia quell' ispirazione che gli sarà donata solo vivendo in sinbiosi con i gitani. Flamenco, demone della vita, dove le passioni esplodono nell'universo infinito dell'esistenza. Un dolore impossibile da sedare. La perdita straziante di una figlia innocente e un padre distrutto che si stordisce con l'alcool e con il flamenco. Un dolore bruciante che consuma l'anima. Forti contraddizioni, forti passioni di un Andalusia senza tempo. Alle tradizioni secolari si contrappongono immagini moderne fatte di strade asfaltate, auto lussuose, telefonini,discoteche, ma il demone è sempre in attesa. Una storia intrisa di sangue, di famiglie rivali che cercano vendetta reciproca. L'incredibile figura di un giovane portatore di handicap (Diego), nipote del nostro protagonista (Caco, interpretato magistralmente da Antonio Canales, grande ballerino di flamenco che in questa occasione recita solamente, senza muovere un passo di danza), che vive comunque le sue passioni, il suo entusiasmo, i suoi dolci ricordi per un amore puro che non si è mai spento, nonostante tutto. Il giovane Diego è l'anima nuova della tradizione e nessuna compassione desta in noi, come nella sua famiglia, nonostante l'handicapp. Diego è uno di loro, uno dei flamencos di famiglia che tutto ha da insegnare per il modo dolce e profondo di affrontare le cose. Lirici momenti di canto e musica comune come se il tempo si fosse fermato ad ogni frammento di vita vissuta. Tenero l'amore che lega lo zio Caco a Diego. Attenzioni e premure che contrastano con le pulsioni vendicative delle famiglie contrapposte in una guerra di sangue che ha coinvolto tempo prima proprio il padre di Diego, Mario. Mario è un gitano di nuovo in fuga dall' Andalusia verso il nord Africa, dove si rifugia, e da dove suole chiamare i parenti per ascoltare via telefono la musica del suo cuore. Ma ora proprio Diego è la vittima sacrificale della vendetta. Sangue per sangue. Caco sa che questo potrebbe essere il destino dell' amato nipote e si immola, in nome dell'amore, davanti alla famiglia nemica: "Darò fuoco al mondo!" esclama di fronte alla consapevolezza del rischio di morte del nipote. Momento di tragicità di altissimo livello. Il demone della vita lo accompagnerà fino alla fine. Con la lama conficcata nel fianco, in un atmosfera arida e solitaria, si trascina fino all'unico ''strumento flamenco'' che avrebbe potuto mai trovare in una zona così deserta; una macchina industriale che attivata produce suoni metallici con i pistoni, i martelli interni e le cinghie. Suoni metallici freddi, ma che rievocano la ritmica del flamenco, demone della vita che non esiste più.


Il film, presentato fuori concorso a Venezia nel 2000 (e che chiuse quell'edizione della mostra), scorre su una trama scarna utilizzata quasi per cucire i vari pezzi musicali, ma è comunque straordinario per intensità e drammaticità, riuscendo a trasmettere una poetica delicata che gioca magnificamente sui contrasti emozional-sentimentali: la rabbia e la tristezza per una figlia che non c'è più e l'amore tenero per un nipote che vive la sua esistenza più intensamente di altre persone, nonostante tutto. Gli attori (veramente straordinari) sono tutti non professionisti e musicisti esponenti della massima e pura tradizione del flamenco gitano della bassa Andalusia, che Gatlif ha prelevato dalla strada e portato sul set. Sue anche le musiche (come detto) peraltro assolutamente appropriate. Chapeau.

Se può interessare rimando anche a:

     • ''SINTI E ROM'' (raccoglie links e filmografie)
     • ''LATCHO DROM'' (Soundtrack)
     • ''VENGO'' (Soundtrack)
     • ''VENGO'' (Film in lingua or. con sott. in Inglese)

venerdì 17 dicembre 2010

Musiche migranti: Rebetika



Rebetika: in Grecia è considerata come il tango per gli argentini, il blues per gli americani e il fado per i portoghesi. E' la musica dei poveri e dei diseredati. Il termine rebetika (o rembetika) è di origine incerta, e deriva forse dal turco rembet che significa ''fuorilegge''. Nasce dalle vicissitudini della storia greca del principio del secolo scorso. E’ la musica dei rifugiati che devono sopravvivere al margine della società quando, tra il 1922 ed il 1923, conseguentemente alla sconfitta dell’esercito greco che aveva invaso la Turchia e dopo il Trattato di Losanna del 1923, quasi due milioni di Greci che vivevano in Asia Minore sono costretti a fuggire precipitosamente nella Grecia Continentale e a vivere nelle baraccopoli sorte intorno alle principali città, mescolando la loro cultura a quella dei fuorilegge. I rifugiati si fanno così portatori delle loro culture, tra cui, ovviamente, anche quelle musicali. Sin dalla crezione del moderno stato Greco, le classi alte e medie si conformano con le musiche classiche europee, mentre le classi sociali più povere ed abbiette continuano a mantenere vive soprattutto vecchie tradizioni greco-bizantine. Con l’arrivo dei rifugiati si avvia un processo di confronto e intercambio culturale e musicale costante che dà origine ad un nuovo tipo di musica popolare urbana solitamente suonata nelle taverne e in piccoli bar. Le parti vocali del nuovo genere riflettono lo stile ricco e commovente della musica turca, mentre i testi e la musica si basano sulla tradizione orale, con l'improvvisazione che gioca un ruolo fondamentale. Le canzoni iniziano quasi sempre con un preludio strumentale, il taximi, attraverso cui il musicista dimostra tutto il suo virtuosismo. Di solito il taximi, determina anche qual'è lo stato d’animo su cui si basa la canzone che lo segue, e può durare anche molti minuti (fino a venti). Poi inizia la canzone vera e propria (spesso si tratta di melodie familiari), con il cantante che improvvisa le parole, menzionando persone del pubblico e riferendosi per lo più a fatti recenti e/o di interesse locale. Il ritmo viene invece tenuto da un piede che batte sul pavimento e che accompagna il suono degli strumenti tipici: il bağlama, lo tzouras (un liuto a collo lungo con una cassa di risonanza in legno) e soprattutto il bouzouki, che appartiene alla famiglia dei liuti come il saz turco di cui è parente stretto e al quale assomiglia nella forma. Come accennato, il rebetiko vene solitamente suonato e può essere ascoltato nei tekédhes, antri e bar malfamati in cui si consuma appio e si bevevano alcolici, ma anche in alcuni caffè musicali di origine mediorientale chiamati Aman. Fra i piu grandi rebeti, Markos Vamvakaris, (Mάρκος Βαμβακάρης) considerato il padre della rebetika, e Vassilis Tsitsanis ( Βασίλης Τσιτσάνης), celebre per la dolcezza delle sue numerose canzoni.



Così fino al 1936, quando il generale Ioannis Metaxas (1871-1941), dittatore e capo del governo greco di allora, decide di proibire la rebetika, reprimendo ogni forma di contatto tra le influenze turche e/o mediorientali, che nel frattempo si stanno mischiando inesorabilmente e pericolosamente con le culture locali, e quella che il generale considera la ''purezza'' ellenica. La persecuzione porta all'inevitabile chiusura delle cantine dove si suona e balla questa musica e all’arresto di molti rebeti, i suoi interpreti. La rebetika contina perciò a vivere segretamente, senza poter mantenere però la naturalezza che l'aveva contraddistinta, fino a quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, non si trasforma, lentamente e progressivamente, in quella che viene detta la canzone popolare greca (Λαικό Τραγούδι).


IL DISCO

Rembetika Greek Music From The Underground (Jsp, 2006-4cd Box)
Rembetica: Cd 1 - 2 - 3 - 4

I quattro cd che vanno a comporre il cofanetto ''Rembetika: Greek Music From Underground, The Ottoman Legacy 1925-1937'' (Jsp, 2006), sono stati presentati e/o indicati dai più esperti in materia come una delle più complete e soddisfacenti raccolte di musica popolare greca in circolazione, e contengono ben 89 stupefacenti recuperi realizzati da un ampio gruppo di eroi ed eroine della rebetica, tra cui Abadzi, Vamvakaris, Tsitsanis, Batis, Stratos, Halikian ecc ecc. Pur trattandosi di documenti fondamentali dal punto di vista etno-musicale, sarebbe bene specificare che, date le circostanze e la precarietà delle registrazioni, si tratta pur sempre di materiali di non facilissimo ascolto e dalla resa sonora abbastanza limitata. Detto questo aggiungo che la compilation è nata dalle mani esperte dell’inglese Charles Howard, che non solo ha selezionato tutte le canzoni, ma ha anche messo insieme le notizie sugli artisti, sui vari sottogeneri musicali, sulla storia e il contesto in cui questa straordinaria musica si è sviluppata, ha tradotto i testi e ha radunato alcune fotografie molto belle. Insomma un’operazione importante e una raccolta completa ed esaustiva di un genere complesso e profondamente radicato nella cultura popolare ellenica.


IL FUMETTO

Rebétiko - La Mala Erba (Coconino Press, 2010; 104 pagine, 17 euro)


Questa è anche la storia che David Prudhomme narra in ''Rebétiko'' (Coconino Press, 2010): l’affascinante ricostruzione storico-sociale di un ambiente, un'epoca, un'etnia. Lo fa mischiando impeccabilmente realtà e finzione , nascondendo dietro a personaggi come Markos, Perro, Batis, Stavros, Artemis ecc le storie vere di uomini in carne ed ossa, personaggi leggendari come il mitico Vamvakis. Attraverso la narrazione si respira la storia, si annusa la miseria mista ai profumi dei licquori all’anice (il raki turco) e dei narghilé di marihuana. Le strade di Atene evocate da Prudhomme sono sporche, cariche delle polveri calde dell’estate mediterranea. Dalle sue cantine risuonano voci che gridano e traspirano il sangue secco delle zuffe consumate durante la notte. Notevole il talento di Prudhomme sotto l’aspetto grafico: il francese riesce a riprodurre tempi e spazi con una sensibilità stupefacente, ha la capacità di captare e catturare meravigliosamente la luce del crepuscolo così come ogni minimo dettaglio componga queto affresco dei bassi fondi. Prudhomme insiste su di essi, sulle gestualità delle classi abbiette e nel realismo stilizzato come ricorso per ricreare atmosfere e personaggi. A volte usa uno stile un po’ più scioto ed evanescente (come ad esempio in una stupefacente scena di ballo dove i danzatori greci si muovono attraverso le vignette mute come se stessero fluttuando al ritmo del buzuki e della baglamá), ma in generale predomina la  meticolosità nell’uso della luce e una’attenta documentazione nel ricreare gli spazi, che si manifesta nelle belle 'scenografie' delle vie, dei quartieri ecc.


Ma Rebétiko è soprattutto la storia di un fallimento collettivo. Sì, perchè nonostante l’attitudine disinteressata, spavalda e felicemente bullesca di molti suoi protagonisti, i personaggi che popolano queste pagine sembrano essere coscienti della sconfitta a cui sono tristemente destinati; il fallimento esistenziale è il motore che guida questi antieroi verso una vita che si presume corta, intensa e turbolenta. La loro motivazione, un arma temibile, la musica; il loro 'alimento' quotidiano, il raki e il fumo narcotico del narghilé della pipa; il loro futuro, nessuno. Uno dei romanzi a fumetti più belli degli ultimi mesi. http://bderebetiko.blogspot.com
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