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lunedì 1 ottobre 2012

Portugal



L'autore francese di origini portoghesi Cyril Pedrosa ritorna con una storia intimista e poetica sulla famiglia e l'identità e un disegno che ha destato l'ammirazione di pubblico e critica, soprattutto in madrepatria.  Vincitore del premio FNAC 2012 al prestigioso festival di Angoulême, Portugal viene ora proposto da Bao Publishing, rispettando in pieno l’edizione originale: 264 pagine a colori in grande formato 24 x 32 (unica nota dolente, soprattutto in questo periodo, il prezzo: 27 euri).


Con sincerità quasi autobiografica Pedrosa dipinge - letteralmente ed emozionalmente - una storia essenziale sulla ricerca dell'identità che passa attraverso tre generazioni di una famiglia di emigranti portoghesi e le loro storie. Quella di Abel, che per primo, dopo la guerra venne in Francia. Quella di Jean, dirigente di successo ma, paradossalmente, pecora nera della famiglia, incompiuto e immaturo.Quella di Simon, sguardo narrante di questa storia, giovane disegnatore caduto in un limbo creativo dal quale spera di uscire tornando a visitare il paese dei propri avi e dei ricordi estivi legati all'infanzia. E proprio durante un viaggio in Portogallo, dove si trova ospite di un piccolo festival del fumetto, Simon sente che è giunto il momento di fare i conti con questa realtà, di ricostruire tutto il senso della propria appartenenza e di conseguenza del proprio presente.I luoghi visitati e le persone conosciute lo riportano indietro nel tempo e risvegliano in lui emozioni sopite. Attravreso i colori, gli odori, l'idioma dei suoi avi, Simon troverà la forza di guardarsi dentro e, scoprendo il passato, di tornare a desiderare il futuro. Rinascerà in lui non solo la voglia di creare, ma soprattutto di riprendere in mano le redini della propria vita. Uno dei migliori fumetti usciti in Italia nel 2012.


  
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venerdì 20 aprile 2012

Ricercatori di Folk Songs



Se, come il sottoscritto, nutrite grande amore sia per i comix d'autore che per le musiche delle radici, fareste bene a non perdervi ''Lomax - Ricercatori di folk-songs'' (Coconino Press, 122 pp. in b/n), la splendida e suggestiva graphic novel scritta e disegnata da Frantz Duchazeau, nella quale l'autore francese segue le tracce del viaggio iniziatico di Alan Lomax (unanimemente considerato uno dei più importanti etnomusicologi e antropologi del XX secolo) e di suo padre (il noto folklorista e ricercatore John Avery Lomax) alla scoperta delle sorgenti del folklore Usa. Basandosi sui documenti e sui libri di memorie dello stesso Alan, Duchazeau ricostruisce con semplicità e attraverso la morbidezza del suo tratto, paesaggi e ambienti, che restituiscono in modo coinvolgente e apassionato il clima di un’epoca, estendendo in particolare il campo d'indagine all'America dei neri, gli eredi degli schiavi che, come precisa Sebastian Danchin, studioso delle culture del Sud nell'impeccabile prefazione del libro ''vivono in realtà in un inferno perenne, aggiogati alla gogna segregazionista nel Sud o prigionieri del pregiudizi al Nord'' e ''ad anni luce di distanza dallo stereotipo del ''Negro delle piantagioni'' diffuso dal music-hall'' (magnifico, in particolare, il modo in cui Duchazeau immortala in alcune delle sue tavole lo stupore dei neri, in gran parte poveri e analfabeti, quando si trovano di fronte i macchinari che registrano e restituiscono la loro voce, come si trattasse di un atto di magia e possessione). Andavano in auto per le piantagioni, Lomax padre e figlio, con una macchina portatile pesante più di duecento chili, incidendo su dischi di alluminio la voce della gente del Delta del Mississippi. I Musicisti spesso parlavano nel microfono come se la macchina fosse un telefono collegato direttamente ai centri di potere. Un mezzadro nero cominciò così: ''Ascolti, signor Presidente, voglio dirle che quaggiù non ci trattano bene...''. E ancora Danchin nella prefazione del fumetto: ''Se le canzoni raccolte da Lomax sono spesso tragiche è perchè mirano anzitutto a esorcizzare il demone di quella tristezza, di quel blues che minaccia gli animi: una dose di blues, insomma, a mo' di vaccino contro il blues''.

 
Quando, nel 1933, John Avery Lomax si lancerà nella campagna di registrazione di cui parla questo libro, troverà nella musica registrata con l'aiuto del figlio una valvola di sfogo inattesa. Trascinato dall'entusiasmo del diciottenne Alan, John Lomax inaugura un decennio di lavoro che gli permetterà di delineare un ritratto sonoro quasi fotografico dell'America in crisi. La campagna del 1933 avrà un effetto ancora più folgorante su Alan Lomax che, a contatto con i bluesmen di un Sud agrario quasi medioevale, troverà la sua strada. Ben presto Alan supererà il padre per l'importanza dei suoi lavori, diventando uno dei musicologi più appassionati del secolo. Fino all'entrata in guerra degli Stati Uniti continuerà ad arricchire le raccolte di folk Songs della Library of Congress all'ombra del padre, per poi spiccare il volo alla sua morte. Un viaggio, il suo, che è anche un percorso di formazione, la storia di una crescita umana e professionale, che ha permesso ad Alan Lomax di proseguire e ampliare il lavoro del padre, con la passione di chi ha una missione da compiere. Grazie a lui, infatti molti artisti diverranno successivamente noti in tutto il mondo: da Leadbelly a Woody Guthrie, da Muddy Waters a Memphis Slim, da Sonny Boy Williamson a Big Bill Bronzy passando per Jelly Roll Morton (di qui pubblica nel 1950 il libro Mister Jelly Roll, testo fondamentale sulle origini del jazz) e moltissimi altri. Emblematica da questo punto di vista una dichiarazione di Brian Eno secondo il quale ''Senza Alan Lomax forse non ci sarebbe stata l'esplosione del Blues, e neppure i Beatles, i Rolling Stones e i Velvet Underground''.


Dal 1950  al 1958 Alan Lomax, anche per sottrarsi alla mutata e poco favorevole situazione politica e culturale statunitense, si trasferisce in Inghilterra, dove collabora con la BBC. E' praticamente fuggito dall'America maccartista, dove l'Fbi lo sorveglia da tempo, giudicandolo un individuo ''poco affidabile e scontroso'' se no adirittura come un ''pericolo pubblico'' e ''simpatizzante del Partito comunista''. In Europa non smette di svolgere intense ricerche sul campo, documentando la musica di tradizione orale soprattutto in Inghilterra, Scozia, Irlanda, Spagna (1952) e Italia (1954-1955). Le registrazioni di Lomax sono anche, in molti casi, le prime mai effettuate in questi paesi. Rientrato negli Stati Uniti nel 1959, Lomax inaugura una notevole attività editoriale, pubblicando numerosi libri e dischi, dirigendo e curando alcune collane discografiche. Continua ad effettuare le sue registrazioni negli Stati Uniti e nei Caraibi. Dal 1962 al 1989 è Reserch Associate presso la Columbia University di New York; in seguito ricopre lo stesso ruolo presso l'Hunter College della City University sempre a New York. Per la sua attività scientifica ha ricevuto numerosi (meritatissimi) premi: dalla ''National Medal of Arts'' (1986) al ''National Book Award'' (1993) per il libro ''The Land Where the Blues Began'', nel quale ripercorre il suo lavoro di ricerca nel Sud degli Stati Uniti dagli anni '30 agli anni '80.



Alan Lomax Collection e Italian Treasury

 
La Alan Lomax Collection raccoglie le registrazioni effettuate sul campo negli Stati Uniti, in Europa e nei Caraibi da Alan Lomax. La statunitense Rounder Records ha lanciato più di dieci anni fa un progetto che prevede l'edizione di oltre 150 cd. La Collection, diretta da Anna Lomax Chairetakis, è articolata in numerose collane, tra le quali Italian Treasury, curata dall'etnomusicologo Goffredo Plastino. In questa collana troviamo le registrazioni, quasi tutte inedite, effettuate in Italia in una ricerca sul campo condotta da Alan Lomax insieme a Diego Carpitella nel 1954-1955. I nastri originali, conservati presso i Lomax Archives dell'Hunter College di New York, sono stati rimasterizzati per la pubblicazione a 20-bit. Stando alle informazioni che ho raccolto, per questa collana sarebbero previsti complessivamente 19 compact dedicati alla musica tradizionale delle regioni italiane e a particolari repertori della nosta penisola. Per il momento i volumi che sono riuscito ad individuare e a recuperare (forse gli unici ad oggi disponibili, almeno stando al catalogo della Collection sul sito di Rounder) sono questi:



Inutile ribadire l'importanza di questi materiali, non solo dal punto di vista strettamente musicale (la musica è comunque splendida) ma anche storico-culturale nel suo complesso. Innanzitutto, come scrive anche il curatore Plastina, ''per l'ampiezza della rilevazione e per la qualità delle registrazioni, molte delle quali costituiscono il primo documento in assoluto disponibile di repertori fino ad allora ignoti. Inoltre, per il fatto che l'intera ricerca, considerata globalmente, rappresenta una straordinaria opportunità di conoscere le musiche dell'Italia rurale degli anni '50. Infine, perchè è un esempio molto significativo di come il lavoro e la divulgazione scientifica degli etnomusicologi possano e debbano trovare spazio nel più generale dibattito culturale sulle caratteristiche di una  società e di una nazione. Ma forse, ascoltando di nuovo, o per la prima volta, queste registrazioni, possiamo cercare di cogliere, al di là della consapevolezza intellettuale e del piacere che suscitano in noi le esecuzioni musicali, quel clima di scoperta e di emozione di fronte alla musica che ha unito nel loro viaggio in Italia i due amici etnomusicologi. E' ancora possibile, insieme a loro, entrare in ''quella atmosfera meravigliosa e incantata di cui fu soffusa tutta la nostra esperienza di raccoglitori, tra contadini, pastori, pescatori e artigiani'' ''. Un vero e proprio patrimonio della memoria che ognuno di noi dovrebbe premurarsi di custodire gelosamente fra gli scaffali di casa propria insieme ai documentari di Vittorio De Seta. I libretti di accompagnamento sono redatti da studiosi italiani e stranieri, e sono corredati dalle fotografie realizzate dallo stesso Lomax nel corso della sua ricerca.


L'anno più felice della mia vita


A proposito di fotografie; nel 2008 è uscito per l'editore Il Saggiatore (che nel 2005 aveva pubblicato anche ''La Terra del Blues'') uno splendido libro fotografico accompagnato dalle annotazioni di Lomax intitolato ''L'anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia 1954-1955'', sempre a cura di Goffredo Plastino, con la solita, puntuale, preziosa, presentazione di Matin Scorsese (''...il modo in cui Alan Lomax abbraccia le diverse realtà italiane, i paesaggi e la gente è sincero, non è scontato né predeterminato. Lo si sente nelle sue parole e nelle sue fotografie: dai pescatori di tonno ai musicisti campani, da un suonatore di flauto di Pan a Bottanuco a un cantastorie a Palermo'') e un testo della figlia di Alan, Anna Lomax Wood. ''L'intenzione dell'autore'' come scrive proprio Anna nella prefazione del libro ''era di registrare i suoni e le parole della tradizione musicale italiana. Lomax aveva l'impressione che l'Italia sarebbe stata il laboratorio ideale per mettere alla prova una sua nuova teoria, secondo la quale lo stile della voce cantata codificava alcuni profondi segreti dell'umanità''. E ancora ''Non si stancò mai di ripetere che il paesaggio sonoro che aveva scoperto in Italia era il più ricco, il più sorprendentemente vario e originale da lui mai incontrato''.

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Un viaggio in Italia, 1954-55


Come detto il lavoro sul campo in Italia di Alan Lomax si inseriva nel piu ampio progetto di realizzazione di un' enciclopedia discografica della musica popolare mondiale di cui era stato incaricato dalla casa discografica Columbia. A tale scopo Lomax prese contatto con Giorgio Nataletti, come é possibile leggere nel resoconto che egli stesso fece con uno stile di scrittura vivo, informale e comunicativo nei brani (*) che ora vi propongo:
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''La mia visita in Italia fa parte di una lunga ‘tournée europea, durante la quale ho consultato gli archivi dei canti popolari di ogni paese e preparato dischi da pubblicare negli Stati Uniti. Fra poco spero di avere una biblioteca mondiale della musica popolare. Nel 1953 andai a trovare Giorgio Nataletti, direttore del Centro nazionale studi di musica popolare dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia e della Rai, Radiotelevisione italiana. Scoprii che il suo archivio era il meglio organizzato, il piu interessante di tutta Europa. Per otto giomi di seguito Nataletti mi suonò dischi: cantilene marinare siciliane, del tipo cantato un centinaio di anni fa dai marinai inglesi e americani, e che non mi ero mai sognato di sentire; la musica delle launeddas sarde, il più brillante strumento popolare europeo, che mille e più anni prima di Cristo apre la storia musicale italiana se non europea; canti della mietitura, come quelli ascoltati in Spagna e in Corsica, ma più antichi e assai più belli; maggiolate, lamenti funebri, ninnananne, canti nuziali, ì meglio conservati e i più rari che avessi mai inteso in venti anni di raccolta. Poi Giorgio mi fece vedere la sua mappa del territorio italiano. Bandierine segnavano i luoghi dov'erano state fatte le registrazioni: nella Lucania, in Calabria, Sardegna, Lazio, Abruzzo. Ma la maggior parte della mappa era vuota. - Quando la completerete? - chiesi io - Quando potrete darmi un disco con tutte le canzoni d'Italia? - Giorgio si strinse nelle spalle.. ''Forse tra quattro, cinque anni. Chi sa?''. Impaziente di natura non potevo aspettare cinque anni. Un italiano ha scoperto l'America. E perchè un Americano non poteva contribuire alla scoperta dell'Italia? Con il consenso del Centro Studi di Musica Popolare andai a Londra e persuasi la Bbc che il suo Terzo Programma aveva assoluto bisogno di conoscere la storia della musica popolare italiana e in quel modo combinai il finanziamento dell'impresa. A uno del Texas, abituato a farsi cinquecento miglia al giorno. sempre attraverso lo stesso paesaggio e lo stesso genere di paesi, l'ltalia sembrava piccola. ll Centro organizzò il viaggio, spedì centinaia di lettere, fece moltissime telefonate, e mise a mia disposizione uno specialista di etnomusicologia, il prof. Diego Carpitella''.


Diego Carpitella

Carpitella (Reggio Calabria, 1924-Roma, 1990) è stato il più importante etnomusicologo del nostro paese. Per certi aspetti possiamo pure considerarlo una sorta di Alan Lomax d'Italia. Professore ordinario di etnomusicologia presso la facoltà di lettere dell'Università La Sapienza di Roma dal 1976, fondatore della ''Società Italiana di Etnomusicologia'', è stato anche presidente dell' ''Associazione Italiana di cinematografia scientifica''. Carpitella ha svolto numerose ricerche scientifiche sul campo in Italia, lasciando un numero imponente di registrazioni sonore. Ha collaborato a tutte le indagini condotte dall'antropologo Ernesto De Martino nell'Italia Meridionale (1952-1959). Con Lomax, appunto, ha svolto la prima ricerca etnomusicologica su tutto il territorio italiano, pubblicandone i risultati nella prima antologia sonora di musica folklorica italiana (1957). Carpitella ha inoltre svolto ricerche sul campo in America Latina e nell'ex Unione Sovietica. Numerose sono le sue pubblicazioni. Tra di esse: ''Musica e tradizione orale'' (1973); ''L'etnomusicologia in Italia'' (1975); ''Conversazioni sulla musica'' (1992). Ha inoltre curato l'edizione italiana degli ''Scritti sulla musica popolare'' di Béla Bartók (Einaudi, 1955). La sua attività editoriale ha compreso anche la direzione di riviste, di collane discografiche e di collane di testi etnomusicologi.


Ancora Lomax: ''Carpitella e io comineiammo a registrare in Sicilia a giugno (del 1954, ndr), aprendoci la strada su per la Calabria e la Puglia. Poi, nella stagione fredda, andammo a nord e registrammo da Udine alla Val d'Aosta. A quell’epoca parlavo già l'italiano e feci il resto del viaggio da solo, a zig zag lungo la penisola da San Remo a Rovigo, da Carrara ad Ancona, da Grosseto a Pescara, e infine a Napoli. In gennaio ero a Roma. Sia io che il mio apparecchio di registrazione avevamo la tosse; il contachilometri segnava venticinquemila miglia e sul sedile di dietro ve n'erano circa sessanta di nastro. Tante altre bandierine sventolavano adesso su tutta la mappa di Nataletti, il che significava che nell'archivio del Centro sono entrati altri mille e più documenti. Quanto a me mi sono fatto amici in tutti i paesi d'Italia e cosi mi pare di avervi vissuto almeno cento anni. Assolti i miei doveri con la Bbc, tornai a Roma, dove la copia di tutte le registrazioni fu depositata al Centro e regolarmente catalogata''.


''Quell'anno è stato il più felice della mia vita. Molti italiani, non importa chi siano o dove vivano, sono interessati ai problemi estetici. Possono avere soltanto il fianco roccioso di una collina e le mani nude per lavorare, ma su quel fianco costruiranno una casa o un intero villaggio le cui linee si adattino superbamente al luogo. Così, anche una comunità può avere una tradizione popolare limitata ad una o due sole melodie, ma c'è un appassionato interesse riguardo a come debbano essere cantate nel modo corretto. Ricordo un giorno quando montai il vecchio e danneggiato Magnecord su una chiatta per la pesca del tonno, alcune miglia al largo sul limpido, blu Mediterraneo. Nessun tonno era stato preso nella rete subacque da mesi, e i pescatori non erano stati pagati da circa un anno. Eppure urlarono i loro canti all'argano come se fossero impegnati a tirare su una ricca pesca, e ad un certo punto si misero a battere i loro piedi nudi sul ponte, simulando le convulsioni di una dozzina di tonni. Dopo, ascoltando la registrazione, applaudirono la loro stessa performance proprio come fanno molti cantanti d'opera. I loro canti - i primi, credo, ad essere registrati in situ - si riferivano esclusivamente a due aspetti: i piaceri del letto che li attendevano sulla costa, e l'infamia del padrone della tonnara, al quale si riferivano chiamandolo pescecane''.

 
''L'aspra e deliziosa penisola italiana risultò essere di fatto, un museo di antichità musicali, nel quale giorno dopo giorno portavo alla luce antichi generi musicali tradizionali, totalmente sconosciuti ai miei colleghi di Roma. Per fortuna mi accadde di essere la prima persona a registrare sul campo in tutta Italia. In un certo senso ero una specie di Cristoforo Colombo musicale al contrario. Molti dei musicisti italiani di città guardano alle canzoni dei loro vicini di campagna con un'avversione sempre più forte, come quella che gli afroamericani della classe media sentono per la genuina musica folklorica del Sud. Questi italiani di città vogliono che ogni cosa sia bella. Pertanto (allo stesso modo della maggior parte dei cosiddetti folk singer americani che lavorano nello spettacolo) i principali ''fornitori'  di musica tradizionale in Italia tolgono dalle loro esecuzioni tutto ciò che è arrabbiato, che da turbamento o è strano. E la radio italiana, fedele al suo obbligo nei confronti di Tin Pan Alley, strombazza pop e jazz americano giorno dopo giorno nelle ore di maggior ascolto. E' del tutto naturale che i suonatori popolari, dopo un certo periodo di esposizione agli schemi della tv e agli autoparlanti della Rai, incomincino a perdere confidenza nei riguardi della loro stessa tradizione.


Un giorno davvero caldo, nell'ufficio del direttore dei programmi radiofonici a Roma, andai in collera e lo accusai di essere direttamente responsabile della distruzione della musica tradizionale del suo paese, la più ricca eredità di questo tipo dell'Europa occidentale. A questo individuo davvero affascinante io diressi tutta la rabbia che sentivo nei confronti della cosiddetta civilizzazione, il metodo di vendita che stà ripulendo il mondo passando la spugna su tutti i modelli culturali non conformisti. Con mia sorpresa, egli riprese il mio suggerimento che una trasmissione giornaliera sulla musica popolare poteva essere programmata a mezzogiorno, quando i pastori ei contadini italiani sono a casa e stanno riposando. Ma, mesi dopo, seppi con grande imbarazzo che le trasmissioni venivano messe in onda la sera tardi, molto tempo dopo che i lavoratori italiani erano andati a letto, e per giunta sul terzo canale italiano, che soltanto una piccola minoranza degli intellettuali ascolta...''

(*) I brani  riportati sopra sono tratti da: Alan Lomax, Ascoltate , le colline cantano! ''Santa Cecilia'', anno V, 1956, n.4, pp. 81-87 e Alan Lomax, Saga of a Folksong Hunter. A twenty-year odyssey with cylinder, disc and tape, ''HiFi Stereo Review'', Maggio 1960.

  Alan Lomax (Austin, 31 gennaio 1915 - Safety Harbor, 19 luglio 2002)

Aldilà delle delusioni ricevute dai diffusori della cultura, Lomax lascia le più belle parole e il più bel regalo al gentile popolo italiano che l'ha accolto, gli ha donato le sue conoscenze e la sua cultura, senza volontà esibizionistiche, ma con l'umiltà che lo contraddistingueva: ''L'anno in Italia è stato il più felice della mia vita''. Grazie di cuore Mr. Lomax!

domenica 11 marzo 2012

Adieu Moebius!

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Jean Giraud (Nogent-Sur-Marne, 8 Maggio 1938; Parigi, 10 marzo 2012), altrimenti noto con lo pseudonimo di Gir, tra i disegnatori e sceneggiatori di fumetti più noti e geniali, si è spento ieri all'età di 73 anni. Autore versatile e poliedrico ha raccontato con il suo stile sin dal 1963 l'epopea western di Blueberry, uno dei personaggi più amati oltralpe, per poi reinventare nella seconda metà degli anni Settanta, con il suo moniker più celebre, Moebius, gli stilemi del genere fantastico. E' stao tra i fondatori della mitica rivista Métal Hurlant, da cui hanno preso vita visioni e grafiche che avrebbero influenzato le generazioni a venire del fumetto internazionale. C'è una frase, scritta da Moebius in un editoriale di Métal Hurlant del 1975 che è un celebre manifesto di questa nuova rivoluzione del fumetto: ''Non c'è alcuna ragione perchè una storia sia come una casa con una porta per entrare, delle finestre per guardare, gli alberi e il giardino per il fumo. Si può benissimo immaginare una storia a forma d'elefante, di campo di grano o di fiammella di cerino...''. E ancora: ''Mi sono reso conto che, al di là delle apparenze, il mio spirito funzionava con una coerenza molto particolare. Ho imparato a dar fiducia a quella parte di me con cui non ho un vero e proprio accesso, ma che organizza le cose in modo magico''. Questo riferimento alla magia è attinente con la passione di Moebius verso il mondo di Carlos Castaneda, lo scrittore messicano che nei suoi libri è allievo dello stregone Don Juan, sotto la guida del quale riesce a entrare nell'universo non visibile che è al contempo dentro e fuori di noi. Moebius è stato molte volte e per lungo tempo in Messico e non ha mai nascosto di aver fatto uso di droghe (''La marijuana ha in parte condizionato la mia attività creativa, sconvolgendo la mia percezione del mondo''). Il suo incontro con il regista Alejandro Jodorowsky è fondamentale per consolidare un approccio mistico e sottile al disegno, al racconto e all'interpretazione del reale in genere. Jodorowsky gli propone di disegnare le scenografie per un suo film tratto dal romanzo Dune di Frank Herbert. Il progetto fallisce, ma tra i due inizia una fruttuosa collaborazione che sfocia, nel 1980, nella saga dell'Incal Noir, pubblicata con successo anche in Italia. Sempre in quegli anni (e più precisamente fra il 1976 e il 1979) Moebius presenta alcuni dei suoi capolavori: Il Garage Ermetico, Arzach, The Long Tomorrow, Gli Occhi Del Gatto, Major Fatal. Dotato di un talento grafico straordinario e di un approccio personalissimo, dal suo primo scarabocchio ai western, dalle tavole satiriche in bianco e nero per ''Hara-Kiri'' ai trionfi policromi di Métal Hurlant, dalle pubblicità per scarpe e automobili ai disegni animati, dalle tante collaborazioni cinematografiche alle illustrazioni per le Ballate di François Villon o per L'alchimista di Paulo Coelho, dai progetti di Internal Transfer e Starwatcher alle collaborazioni con Jiro Taniguchi e chissà cos'altro, Moebius sarà sempre ricordato come un vero guru del fumetto. 
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SALITA AL VULCANO
di  Cristina Taverna
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Indossando una camicia arancione, calzoni corti blu, robuste scarpe sportive, calzini di cotone, un piccolo zaino sulla schiena, Jean Giraud iniziava la salita allo Stromboli. Proprio una settimana prima c'era stata una forte eruzione. Non se ne verificavano da anni di così violente. Jean Aveva dunque deciso di salire ai crateri; d'altra parte le guide continuavano a farlo dicendo che il tappo che si era formato negli ultimi anni era saltato e non c'era più alcun pericolo. Jean era in compagnia di alcuni amici italiani. Zazà, la guida, aveva dato a tutti una canna di bambù, fatto alcune raccomandazioni e verificato che avessimo un maglione, acqua, torcia e qualcosa da mangiare. Il sentiero saliva, nella prima parte, a tornanti tra canne e ginestre. Ad uno degli ultimi tornanti apparve la sciara, la via della lava. La bellezza dell'isola si mostrava in tutto il suo contrasto di languori e durezze. Tra le ultime ginestre, ormai sofferenti per la vicinanza del fuoco, la sciara svelava la ripida discesa al mare. Eravamo spaesati, perduti, la sciara morta impressiona, viva spaventa. Unico rumore, nei momenti di calma, quello di qualche sasso espulso dai crateri che rotolava verso il mare. Che cosa pensava Moebius? Che cosa vedeva? Intanto continuavamo la salita, confortati dagli spicchi di limone offerti dalla guida, sudando, ansimando, dicendo forse troppe cose. Diversamente da noi, Jean taceva e continuava a salire leggero. Arrivati finalmente alla cima, ci raccogliemmo a guardare il generoso spettacolo delle eruzioni. Oramai nel buio, le esplosioni svelavano i misteri della terra. Eravamo emozionati, smarriti, spaventati. Finalmente tutti in silenzio, restammo a lungo ipnotizzati dai bagliori e dai rumori, dalla potenza del vulcano. Solo Jean appariva tranquillo, a suo agio. Più tardi, per la discesa, la guida ci diede una mascherina bianca di protezione. Scendevamo rimbalzando nella sabbia, respirandola. A destra intuivamo il vuoto, profondo come il nulla, fortunatamente nascosto dal buio. Brillavano solo le torce e le stelle. E i nostri occhi, che in quel momento erano simili a quelli di Jean, avevano la stessa luce. Che cosa pensava Moebius? Che cosa vedeva? Moebius vedeva ciò che vede tutti i giorni, perchè vive nel cielo con i pianeti e le stelle. Jean aveva appena ritrovato il suo altro mondo. (tratto da Moebius-Infinito; Fondazione Querini Stampalia - Venezia; 7 Febbraio - 29 Marzo 1998)
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Chissà chi avrà scritto il racconto più bello della nostra storia. Non conosceremo mai le opere della remota antichità. I racconti di quel periodo erano barbari, vibranti, liberi, hanno attraversato i secoli, da prima che cani e gatti, buoi e maiali fossero addomesticati. Esistono ancora esseri umani che vivono una vita barbara e selvaggia, ma il loro numero diminuisce giorno dopo giorno. Peggio ancora, quando nascono dei bei racconti, gli uomini li rovinano tagliando , mutando, aggiungendo, e in breve tempo li dimenticano. Sono pochi quelli che si accorgono che così facendo le storie scompaiono. Le storie sono inesauribili, come i pesci nel mare, come gli uccelli del cielo, dicono. Però noi oggi, in realtà, sappiamo che l'inesauribile non esiste. Per lo meno per quanto riguarda i pesci e gli uccelli. Per fortuna, come nella preistoria, esiste un luogo magico in cui i racconti possono nascere e crescere in assoluta libertà: il mondo dei sogni. Un luogo inviolabile strenuamente protetto da una muraglia di sonno e da guardiani di ricordi. Quì, dai miei sogni, nascono le mie storie.
(Moebius)
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lunedì 11 aprile 2011

In viaggio con Loustal



Cullato dai primi tepori primaverili e allietato da piacevoli aromi floreali, oltre alle solite biciclettate, ho voluto aprofittatare di un po' di tempo libero per alimentare (anche) il lato pigro che alberga in me, ritagliandomi qualche bella siesta all'aperto nel giardino di casa (non il virtuale ma quello vero con le piante, l'erba e i fiori) in compagnia del fedele toscano, della mia micia e di acuni fumetti scrupolosamente ripescati tra quelli gelosemente custoditi nei miei scaffali (a proposito: ho deciso di non prestarne più in giro, perchè mi scoccia doverne sempre sollecitarne la restituzione anche a distanza di anni). In particolare tra i vari autori selezzionati, le tavole di Loustal, spesso prive di balloons, si sono prestate perfettamente a questo tipo di contemplazioni, ridestando magicamente in me, in questa particolare occasione (a volte mi succede anche con la musica a distanza di tempo), un tale appassionato interesse e una tale potenziata fascinazione che mi hanno indotto a spendendere qualche parolina a favore di questo magnifico artista francese.


Nato in Francia a Neuilly Sur Seine, il 10 aprile 1956, Jacques de Loustal, in arte semplicemente Loustal, pubblica i primi lavori sul giornalino del liceo e nel 1977 esordisce come autore professionista realizzando illustrazioni e fumetti su Rock & Folk. Studia architettura e collabora alla fanzine Cyclone pubblicata dal Lycée de Sèvres. A partire dalla fine degli anni Settanta dissemina di sue collaborazioni, in genere su testi di Philippe Paringaux, le pagine delle principali riviste d'oltralpe, soprattutto Métal Hurlant. Concluso il servizio militare in Marocco, disegna per (A Suivre) "Coeurs de sable", una storia ambientata nell'Africa degli anni Trenta, sempre su testi di Paringaux, e collabora all'effimera Zoulou. Nel 1984 inizia a pubblicare su L'Echo des Savanes creando storie su sceneggiature di Jerome Charyn, Jean-Luc Fromental e dello stesso Paringaux alternando ai fumetti la realizzazione di diverse campagne pubblicitarie. La sua ricerca artistica non si ferma infatti solo al fumetto, ma si estende anche all’illustrazione, alla pittura (dal Fauvisme e a David Hockney), alla musica (soprattutto jazz) e/o al cinema (per esempio con Wim Wenders).


Illustratore finissimo, dotato di un notevole senso del colore, pubblica anche numerose raccolte di disegni. Tra queste meritano di essere segnalate almeno la suggestiva ''Zenata Plage'', edita nel 1984 da Magic Strip, che presenta una selezione di splendidi acquerelli realizzati in Marocco, e i "Carnet de Voyages", disegnati a penna o ad acquarello: il primo uscì nel 1990 per Futuropolis, mentre quello dedicato all’isola di Porquerolles venne pubblicato per le edizioni Nuages nel 2008. Loustal, che ama dipingere dal vero i luoghi visitati, è un artista-viaggiatore da sempre votato all'esplorazione, dal tocco capace di svelare il senso della natura e abilissimo nel rendere atmosfere e luoghi, si tratti di metropoli come New York, di paesaggi urbani notturni, di esotiche spiagge, di paludi caraibiche o, più semplicemente, della sua amata isoletta Porquerolle, davanti alla costa mediterranea della Francia: ''la mia isola ideale, propizia alle fantasticherie, la raggiungo in venti minuti partendo dalla costa con il mio kayak'' .


I fumetti non sono da meno, e si nutrono di molteplici riferimenti, ma in questo caso il merito è anche dell'inconfondibile, originalissimo ritmo narrativo dei testi di Paringaux, il collaboratore più fidato di Loustal, in cui ricordo del passato e dramma del presente cozzano in modo devastante. Lo stile è originalissimo: si tratta quasi sempre di tavole con solo due o tre grandi vignette, in certi casi perfino ad immagine unica, spesso prive di balloons, con il testo, narrativo e letterario, racchiuso in lunghe didascalie molto descrittive, che al loro interno comprendono, quando è il caso, anche i dialoghi. Le immagini sono realizzate in genere con colori licquidi, sfumati, molto d'atmosfera. Vi sono grandi vuoti, si 'visualizzano' lunghi silenzi. Tali tavole introspettive, meditative, raccontano storie d'anime, storie quasi immobili, ma molto ricche di vibrazioni interne. Acquistano così più importanza le luci, certi sguardi muti, alcuni particolari dislocati strategicamente in disparte. Il rapporto tra la tavola disegnata ed il lettore cambia, è anzi completamente diverso che in un fumetto consueto. Se qualcuno fosse interessato a scoprire l'opera di questo splendido autore, per il momento consiglierei di iniziare almeno da: ''Il sangue della Mala'' (una graphic novel edita in italia da Coconino), ''La Notte dell'Alligatore'' (Coconino, propone alcune delle sue storie più note tra cui quella, straordinaria, che da il titolo al volume) e ancora ''Barney e la Blue Note'' (graphic novel sulla ''grandezza, decadenza e discesa negli inferi di Barney Wilen, sassofonista tenore e soprano francese ...'' quì le prime tavole) pubblicato in Italia da Comma 22 [quì trovate descrizioni accurate di tutte le edizioni italiane].


Prima di concludere aggiungo solo che, così come l'aroma di un buon sigaro si fa preferire se accoppiato ad un bicchiere di brandy invecchiato, e certe ricette vanno a braccetto con determinate tipologie di vino, allo stesso modo potrei permettermi di consigliare di accompagnare le meravigliose tavole di Loustal a un buon disco (meglio se musica d'atmosfera adatta a situzioni notturne, come il jazz) che, a questo proposito, il Giardino si è anche premurosamente impegnato a compilare (qui), proprio per l'occasione, a beneficio (o almeno si spera) tutti gli amici del blog interessati ad intraprendere un esperienza di questo tipo.


''La radio aveva annunciato un uragano, che adesso era lì a far razzia del mio pezzo di costa, sconquassando le palme e facendo andare e venire la luce elettrica. Non mi importava: le mie dita conoscevano la posizione dei tasti  e riuscivano a bere benissimo anche al buio. Così io soffiavo nel mio strumento e il vento soffiava e bussava alla mia porta. A meno che ...'' [Prima tavola de ''La Notte dell'Alligatore'' (Coconino, 2002); foto Trickypau]

venerdì 17 dicembre 2010

Musiche migranti: Rebetika



Rebetika: in Grecia è considerata come il tango per gli argentini, il blues per gli americani e il fado per i portoghesi. E' la musica dei poveri e dei diseredati. Il termine rebetika (o rembetika) è di origine incerta, e deriva forse dal turco rembet che significa ''fuorilegge''. Nasce dalle vicissitudini della storia greca del principio del secolo scorso. E’ la musica dei rifugiati che devono sopravvivere al margine della società quando, tra il 1922 ed il 1923, conseguentemente alla sconfitta dell’esercito greco che aveva invaso la Turchia e dopo il Trattato di Losanna del 1923, quasi due milioni di Greci che vivevano in Asia Minore sono costretti a fuggire precipitosamente nella Grecia Continentale e a vivere nelle baraccopoli sorte intorno alle principali città, mescolando la loro cultura a quella dei fuorilegge. I rifugiati si fanno così portatori delle loro culture, tra cui, ovviamente, anche quelle musicali. Sin dalla crezione del moderno stato Greco, le classi alte e medie si conformano con le musiche classiche europee, mentre le classi sociali più povere ed abbiette continuano a mantenere vive soprattutto vecchie tradizioni greco-bizantine. Con l’arrivo dei rifugiati si avvia un processo di confronto e intercambio culturale e musicale costante che dà origine ad un nuovo tipo di musica popolare urbana solitamente suonata nelle taverne e in piccoli bar. Le parti vocali del nuovo genere riflettono lo stile ricco e commovente della musica turca, mentre i testi e la musica si basano sulla tradizione orale, con l'improvvisazione che gioca un ruolo fondamentale. Le canzoni iniziano quasi sempre con un preludio strumentale, il taximi, attraverso cui il musicista dimostra tutto il suo virtuosismo. Di solito il taximi, determina anche qual'è lo stato d’animo su cui si basa la canzone che lo segue, e può durare anche molti minuti (fino a venti). Poi inizia la canzone vera e propria (spesso si tratta di melodie familiari), con il cantante che improvvisa le parole, menzionando persone del pubblico e riferendosi per lo più a fatti recenti e/o di interesse locale. Il ritmo viene invece tenuto da un piede che batte sul pavimento e che accompagna il suono degli strumenti tipici: il bağlama, lo tzouras (un liuto a collo lungo con una cassa di risonanza in legno) e soprattutto il bouzouki, che appartiene alla famiglia dei liuti come il saz turco di cui è parente stretto e al quale assomiglia nella forma. Come accennato, il rebetiko vene solitamente suonato e può essere ascoltato nei tekédhes, antri e bar malfamati in cui si consuma appio e si bevevano alcolici, ma anche in alcuni caffè musicali di origine mediorientale chiamati Aman. Fra i piu grandi rebeti, Markos Vamvakaris, (Mάρκος Βαμβακάρης) considerato il padre della rebetika, e Vassilis Tsitsanis ( Βασίλης Τσιτσάνης), celebre per la dolcezza delle sue numerose canzoni.



Così fino al 1936, quando il generale Ioannis Metaxas (1871-1941), dittatore e capo del governo greco di allora, decide di proibire la rebetika, reprimendo ogni forma di contatto tra le influenze turche e/o mediorientali, che nel frattempo si stanno mischiando inesorabilmente e pericolosamente con le culture locali, e quella che il generale considera la ''purezza'' ellenica. La persecuzione porta all'inevitabile chiusura delle cantine dove si suona e balla questa musica e all’arresto di molti rebeti, i suoi interpreti. La rebetika contina perciò a vivere segretamente, senza poter mantenere però la naturalezza che l'aveva contraddistinta, fino a quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, non si trasforma, lentamente e progressivamente, in quella che viene detta la canzone popolare greca (Λαικό Τραγούδι).


IL DISCO

Rembetika Greek Music From The Underground (Jsp, 2006-4cd Box)
Rembetica: Cd 1 - 2 - 3 - 4

I quattro cd che vanno a comporre il cofanetto ''Rembetika: Greek Music From Underground, The Ottoman Legacy 1925-1937'' (Jsp, 2006), sono stati presentati e/o indicati dai più esperti in materia come una delle più complete e soddisfacenti raccolte di musica popolare greca in circolazione, e contengono ben 89 stupefacenti recuperi realizzati da un ampio gruppo di eroi ed eroine della rebetica, tra cui Abadzi, Vamvakaris, Tsitsanis, Batis, Stratos, Halikian ecc ecc. Pur trattandosi di documenti fondamentali dal punto di vista etno-musicale, sarebbe bene specificare che, date le circostanze e la precarietà delle registrazioni, si tratta pur sempre di materiali di non facilissimo ascolto e dalla resa sonora abbastanza limitata. Detto questo aggiungo che la compilation è nata dalle mani esperte dell’inglese Charles Howard, che non solo ha selezionato tutte le canzoni, ma ha anche messo insieme le notizie sugli artisti, sui vari sottogeneri musicali, sulla storia e il contesto in cui questa straordinaria musica si è sviluppata, ha tradotto i testi e ha radunato alcune fotografie molto belle. Insomma un’operazione importante e una raccolta completa ed esaustiva di un genere complesso e profondamente radicato nella cultura popolare ellenica.


IL FUMETTO

Rebétiko - La Mala Erba (Coconino Press, 2010; 104 pagine, 17 euro)


Questa è anche la storia che David Prudhomme narra in ''Rebétiko'' (Coconino Press, 2010): l’affascinante ricostruzione storico-sociale di un ambiente, un'epoca, un'etnia. Lo fa mischiando impeccabilmente realtà e finzione , nascondendo dietro a personaggi come Markos, Perro, Batis, Stavros, Artemis ecc le storie vere di uomini in carne ed ossa, personaggi leggendari come il mitico Vamvakis. Attraverso la narrazione si respira la storia, si annusa la miseria mista ai profumi dei licquori all’anice (il raki turco) e dei narghilé di marihuana. Le strade di Atene evocate da Prudhomme sono sporche, cariche delle polveri calde dell’estate mediterranea. Dalle sue cantine risuonano voci che gridano e traspirano il sangue secco delle zuffe consumate durante la notte. Notevole il talento di Prudhomme sotto l’aspetto grafico: il francese riesce a riprodurre tempi e spazi con una sensibilità stupefacente, ha la capacità di captare e catturare meravigliosamente la luce del crepuscolo così come ogni minimo dettaglio componga queto affresco dei bassi fondi. Prudhomme insiste su di essi, sulle gestualità delle classi abbiette e nel realismo stilizzato come ricorso per ricreare atmosfere e personaggi. A volte usa uno stile un po’ più scioto ed evanescente (come ad esempio in una stupefacente scena di ballo dove i danzatori greci si muovono attraverso le vignette mute come se stessero fluttuando al ritmo del buzuki e della baglamá), ma in generale predomina la  meticolosità nell’uso della luce e una’attenta documentazione nel ricreare gli spazi, che si manifesta nelle belle 'scenografie' delle vie, dei quartieri ecc.


Ma Rebétiko è soprattutto la storia di un fallimento collettivo. Sì, perchè nonostante l’attitudine disinteressata, spavalda e felicemente bullesca di molti suoi protagonisti, i personaggi che popolano queste pagine sembrano essere coscienti della sconfitta a cui sono tristemente destinati; il fallimento esistenziale è il motore che guida questi antieroi verso una vita che si presume corta, intensa e turbolenta. La loro motivazione, un arma temibile, la musica; il loro 'alimento' quotidiano, il raki e il fumo narcotico del narghilé della pipa; il loro futuro, nessuno. Uno dei romanzi a fumetti più belli degli ultimi mesi. http://bderebetiko.blogspot.com
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Musiche migranti: Klezmer


IL DISCO

Yiddish Songs - Traditionals 1911-1950 (Membran International, 2004)
Yiddish songs: Cd 1+2; Cd 3+4

Nella musica popolare degli ebrei il crossover è un concetto di base. O meglio è il risultato dell’assimilazione di elementi tratti da altre culture e adattati ai gusti artistici e ai valori religiosi propri del popolo che, con gli zingari, ha fatto del suo migrare una ragione di vita. Il klezmer è la musica popolare per eccellenza di un popolo che la diaspora ha spinto in ogni angolo del mondo. In realtà klezmer è una parola yiddish che viene dall'ebraico keli zémèr, cioè strumento per la musica e i canti. Nato negli shtetls (villaggi dell’Europa orientale) rumeni, russi, ukraini e polacchi, questo genere ha attraversato il vecchio continente prima di approdare negli Usa alla fine dell’Ottocento. Furono i badhanim e i klezmorim (antichi musicisti girovaghi) a tramandare il vasto repertorio popolare. Come gli antichi griots africani, essi giravano per i villaggi cantando in vernacolo e contribuivano, a confronto con realtà sociali diverse, alla formazione di un nuovo folklore. Luoghi privilegiati erano le feste nuziali, il Purim (coi travestimenti tipici del carnevale) e i bar mitzvàs (celebrazioni per l’ingresso della maturità religiosa dei ragazzi maschi di 13 anni), ma non erano esclusi da questa rappresentazione orale la strada, i locali pubblici e il calendario festivo delle altre religioni. La massiccia ondata verso l’America, che ha avuto il suo apice nei disperati anni del nazismo, ha contribuito alla riscoperta e alla rinascita del klezmer (e del canto yiddish), suonato agli inizi solo da violini e flauti e impresso grazie alle prime incisioni di Thomas Edison. All’inizio del secolo scorso Mishka Tsiganoff con la sua fisarmonica aprì la strada delle prime incisioni a 78 giri. Gli fece eco Dave Tarras (1897-1989) che, con il suo clarinetto ha ridefinito i confini di questa musica avvicinandosi al jazz e lasciando un segno indelebile per il futuro.



I quattro cd che il Giardino propone compongono, invece,  uno straordinario cofanetto pubblicato dalla Membran Int. nel 2004, intitolato ''Yiddish Songs: Traditionals 1911-1950''. Il box contiene un florilegio di vecchie registrazioni con interpretazioni di musiche popolari dell'Europa orientale, materiali tradizionali risalenti alla prima metà del secolo scorso che, per il susseguirsi di eventi storici che tutti noi conosciamo, hanno seriamente rischiato di scomparire, ma che per fortuna sono stati salvate per essere successivamente riproposte in operazioni degne di nota come questa, che alle 4 ore (approsimatamente) di musica accompagna un booklet di 20 pagine in inglese, tedesco e yiddish.


IL FUMETTO
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Joann Sfar: Klezmer I - Conquista dell'Est (Rizzoli-Lizard, 2010)

Prosegue inarrestabile la prolifica produzione di Joann Sfar e la moltitudine di serie e progetti che lo coinvolgono (molti dei queli ancora aperti), vuoi come disegnatore, vuoi come video maker o regista cinematografico. Rizzoli-Lizard ha finalmete editato anche in Italia (al solito considerevolmente in ritardo) il primo volume di Klezmer (Conquista dell'Est), altra opera in cui il giovane e talentuoso artista francese rende omaggio alle proprie origini (andrebbero ricordati almeno gli strepitosi volumi de Il Gatto Del Rabbino), raccontando la vita delle comunità ebraiche dell’Europa dell’Est prima della seconda guerra mondiale. Si tratta, in particolare, della storia di un gruppo ambulante di eccentrici musicisti ebrei accomunati dalla loro condizione di emarginati dal reto della societa, che poco a poco vanno incontrandosi nel cammino. Sopravviveranno suonando insieme musica di intrattenimento klezmer per gli abitanti dei paesi da cui passano. E' un mondo dove tutto è in mutamento, in viaggio e in movimento. Sfar continua a trattare temi delicatissimi come vita e morte, amicizia e amore, saggezza e religione, e lo fa attraverso i dialoghi dei suoi incredibili personaggi e attraverso le note. Il protagonismo dei suoni nel fumetto è a dir poco sorprendente. Ecco che l’apparente distanza che separa i comics dalla musica viene sfatato dal talento di Sfar che, attraverso l’intelligente combinazione dei disegni, dei testi e dell'uso della luce, riesce nel non facile compito di coinvolgere i lettori in scene di musica e ballo delle quali ci si sente direttamente partecipi. 


Il suo disegno è perfetto, incompiuto ed agile come la storia che narra: nomadi che vanno e vengono vivendo giorno per giorno. Tutto è sul punto di arrivare, ma non c’è un cammino da seguire, solo vivere. L’uso del colore, che normalmente nel fumetto assume una funzione di ambientazione e/o descrizione di personaggi e/o luoghi (anche nel cinema funziona così: il direttore della fotografia usa il colore e la luce per dare un’ambientazione e creare un’atmosfera ben precisa) in questo caso viene recuperato e utilizzato con un fine narrativo vero e proprio. Klezmer rappresenta uno di quei casi particolari in cui il colore e la luce ricoprono un ruolo fondamentale diventando essi stessi autentici protagonisti. L’uso degli acquerelli plasma l’energia e dà  dinamismo ai disegni che vanno oltre la storia rappresentata nelle bellissime tavole. Sfar disegna in yiddish come altri lo parlano. Il tratto è vivace e danzante, il colore gioioso e profondo a supporto di una storia tenera e violenta, divertente e tragica. Nell'attesa degli altri due volumi, l’ennesimo centro dell'autore francese.

lunedì 1 novembre 2010

Toppi, Il grande evocatore




''Sicuramente Milano può non sembrare un luogo ideale quale sede del fantastico mondo della fantasia. Nel groviglio di grattacieli, in un paesaggio urbano non certo fatato, tutt’altro che silenzioso e incontaminato, in una zona denominata via Mecenate, non in una rocca ammantata di sfavillanti brume, ma in un normale palazzo spesso ammantato da nebbie meno idilliache, vive uno degli ultimi superstiti di una razza magica: il ''Viaggiatore Immobile'' alias il ''grande Evocatore''. All’apparenza è un uomo come tanti, estremamente gentile e riservato. Il suo normale aspetto cela le sue grandi magiche capacità affabulatorie che riesce a creare – non con bacchette magiche o incantesimi - ma con un modesto stilo chiamato pennino o con varie bacchette con pelose setole chiamate pennelli.



    Nel tempo ha evocato di tutto. Tracciando compiuti segni sulla carta ha dato vita a eroi, personaggi e persone di ogni razza e paese; ognuno di loro ha evocato per lui il proprio tassello di storia vissuta andando a far comporre, piano piano, tassello dopo tassello, il puzzle della ''Storia della nostra Umanità''. Il grande Evocatore, il Viaggiatore Immobile crea storie; storie che spesso diventano leggende per poi assumere la forma del mito per poi diventare favola. Il grande evocatore si cela dietro un nome apparentemente normale: Sergio Toppi. Ho la fortuna di essergli amico e di poter spesso intessere con lui esaltanti conversazioni che ci conducono in mondi fatati a noi cari, mondi di soldati e fatti d’armi, di boschi ombrosi pieni d’indiani, di alti e scintillanti piramidi o di intricate paludi amerinde e in tanti e tanti altri luoghi e periodi storici estremamente evocativi.'' Da una presentazione di Angelo Nencetti [tratta da ''Africane'' di Sergio Toppi, primo appuntamento di ''Sulle rotte dell'immaginario'', una collana dedicata ai percorsi della mente e del cuore, seguendo i maestri del fumetto e dell'illustrazione. Un viaggio sulle ali dell'avventura verso le terre dell'immaginario].



    SERGIO TOPPI

    Sergio Toppi è uno dei grandi maestri del fumetto autoriale. E’ come illustratore che entra negli anni Cinquanta nello staff del Corriere dei Piccoli, per il quale disegna centinaia di tavole e schede didattiche, soldatini, immagini varie e una memorabile versione figurativa della Bibbia, per nulla agiografica, ma viceversa scioccantemente realistica, che prende corpo intorno a neri impolverati e drammatici ed appare immersa in scure luce bluastre e violacee, che poi diventeranno un tratto distintivo dell’autore ma che all’inizio colpiscono per la loro originalità assoluta.



      I suoi primi fumetti, negli anni Sessanta, sono rivisitazioni di episodi storici o ricostruzioni cronachistiche per il Corriere dei Piccoli e la sua prosecuzione il Corriere dei Ragazzi, su testi di Mino Milani. Il sodalizio con Milani continua anche nel 1974 su Il Messaggero dei Ragazzi, per cui Toppi continua a rappresentare il passato dell’umanità ma con una impostaione della tavola sempre meno tradizionale. Da lì a Sgt. Kirk, Linus, Alter, Corto Maltese, Il Giornalino, Toppi continua la sua paziente opera di rottura degli schemi del fumetto. Dilatando le vignette, graficizzando la pagina con un uso forte del nero, accentuando i contrasti di ''regia'' tra campi lunghi e piani molto ravvicinati, eliminando la divisione tra le immagini e preferendo mescolarle in una sorta di continua dissolvenza, affrontando temi sempre di grande impatto emotivo.


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        Il disegnatore che diventa autore completo ed impone la propria visione epica/etica. In particolare con alcuni volumi della collana ''Un uomo un’avventura'', ''L’uomo del Nilo'', ''L’uomo del Messico'', ''L’uomo delle paludi'', e in seguito con la breve serie de ''Il Collezzionista'' per l’altra collana bonelliana ''I Protagonisti'', si fa riconoscere anche all’estero definitivamente come uno dei massimi innovatori del periodo. Rimane uno degli autori più amati e rispettati dai suoi colleghi, e non certo per caso.
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          SULLE ROTTE DELL'IMMAGINARIO CON SERGIO TOPPI

          Stà ora uscendo in edicola una serie unica per celebrare l’arte del grande maestro attraverso fumetti usciti a colori e in bianco e nero o illustrazioni di grande prestigio; mitiche storie apparse su Il Giornalino, Linus, Corto Maltese, Comic Art e molti altri. Storie inedite o riedizioni prestigiose raccolte in 12 volumi (sotto ho riportato l’elenco completo) come ''L’uomo del Nilo'', ''Galileus'', ''Sharaz-De'', ''Momotaro'', ''Sandokan'', ''Little Big Horn'', ''Il richiamo della foresta'', ''La Bibbia'', ''Un uomo chiamato Gesù'' e tantissime altre. Un fantastico viaggio intorno al mondo, attraverso le rotte della storia e della geografia raccontate attraverso emozionanti narrazioni, l’evocazione dell’opera grafica di uno dei più grandi autori del fumetto internazionale.




          M'FELEWZI

            Caccia grossa nella savana, con uomini che non sono mai stanchi di uccidere, con'umanità gretta e meschina. C'è un rispetto per la natura e gli animali che cambia lo sguardo sulla vita ... Testi e disegni di Sergio Toppi.



                ELENCO DELLE USCITE:

                •                 28 otto.2010 — vol. 01 -  Africane
                •                 04 nov.2010 — vol. 02  -  Mediterranee
                •                 11 nov.2010 — vol. 03 -   Europee
                •                 18 nov.2010 — vol. 04  -  Mediorientali
                •                 25 nov.2010 — vol. 05  -  Orientali
                •                 02 dic. 2010 — vol. 06  -  Indoasiatiche
                •                 09 dic. 2010 — vol. 07  -  Australi
                •                 16 dic. 2010 — vol. 08  -  Latinoamericane
                •                 30 dic. 2010 — vol. 09  -  Amerinde
                •                 05 gen.2011 — vol. 10  -  Nordiche
                •                 13 gen.2011 — vol. 11  -  Sacro
                •                 20 gen.2011 — vol. 12  -  Ignoto



                SERGIO TOPPI: VIDEO





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