Quando, nel 1933, John Avery Lomax si lancerà nella campagna di registrazione di cui parla questo libro, troverà nella musica registrata con l'aiuto del figlio una valvola di sfogo inattesa. Trascinato dall'entusiasmo del diciottenne Alan, John Lomax inaugura un decennio di lavoro che gli permetterà di delineare un ritratto sonoro quasi fotografico dell'America in crisi. La campagna del 1933 avrà un effetto ancora più folgorante su Alan Lomax che, a contatto con i bluesmen di un Sud agrario quasi medioevale, troverà la sua strada. Ben presto Alan supererà il padre per l'importanza dei suoi lavori, diventando uno dei musicologi più appassionati del secolo. Fino all'entrata in guerra degli Stati Uniti continuerà ad arricchire le raccolte di folk Songs della Library of Congress all'ombra del padre, per poi spiccare il volo alla sua morte. Un viaggio, il suo, che è anche un percorso di formazione, la storia di una crescita umana e professionale, che ha permesso ad Alan Lomax di proseguire e ampliare il lavoro del padre, con la passione di chi ha una missione da compiere. Grazie a lui, infatti molti artisti diverranno successivamente noti in tutto il mondo: da Leadbelly a Woody Guthrie, da Muddy Waters a Memphis Slim, da Sonny Boy Williamson a Big Bill Bronzy passando per Jelly Roll Morton (di qui pubblica nel 1950 il libro Mister Jelly Roll, testo fondamentale sulle origini del jazz) e moltissimi altri. Emblematica da questo punto di vista una dichiarazione di Brian Eno secondo il quale ''Senza Alan Lomax forse non ci sarebbe stata l'esplosione del Blues, e neppure i Beatles, i Rolling Stones e i Velvet Underground''.
- ''Folk Music and Song of Italy - A Sampler (1999)''
- ''Calabria (1999)''
- ''The Trallaleri of Genoa (1999)''
- ''Sicily'' (2000)
- ''Abruzzo (2001)''
- ''Emilia-Romagna (2001)''
- ''Liguria: Polyphony of Ceriana (2002)''
- ''Liguria: Baiardo and Imperia (2002)''
- ''Puglia: The Salento (2002)''
- ''Piemonte and Valle d'Aosta (2004)''
- ''Lombardia (2005)''
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''La mia visita in Italia fa parte di una lunga ‘tournée europea, durante la quale ho consultato gli archivi dei canti popolari di ogni paese e preparato dischi da pubblicare negli Stati Uniti. Fra poco spero di avere una biblioteca mondiale della musica popolare. Nel 1953 andai a trovare Giorgio Nataletti, direttore del Centro nazionale studi di musica popolare dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia e della Rai, Radiotelevisione italiana. Scoprii che il suo archivio era il meglio organizzato, il piu interessante di tutta Europa. Per otto giomi di seguito Nataletti mi suonò dischi: cantilene marinare siciliane, del tipo cantato un centinaio di anni fa dai marinai inglesi e americani, e che non mi ero mai sognato di sentire; la musica delle launeddas sarde, il più brillante strumento popolare europeo, che mille e più anni prima di Cristo apre la storia musicale italiana se non europea; canti della mietitura, come quelli ascoltati in Spagna e in Corsica, ma più antichi e assai più belli; maggiolate, lamenti funebri, ninnananne, canti nuziali, ì meglio conservati e i più rari che avessi mai inteso in venti anni di raccolta. Poi Giorgio mi fece vedere la sua mappa del territorio italiano. Bandierine segnavano i luoghi dov'erano state fatte le registrazioni: nella Lucania, in Calabria, Sardegna, Lazio, Abruzzo. Ma la maggior parte della mappa era vuota. - Quando la completerete? - chiesi io - Quando potrete darmi un disco con tutte le canzoni d'Italia? - Giorgio si strinse nelle spalle.. ''Forse tra quattro, cinque anni. Chi sa?''. Impaziente di natura non potevo aspettare cinque anni. Un italiano ha scoperto l'America. E perchè un Americano non poteva contribuire alla scoperta dell'Italia? Con il consenso del Centro Studi di Musica Popolare andai a Londra e persuasi la Bbc che il suo Terzo Programma aveva assoluto bisogno di conoscere la storia della musica popolare italiana e in quel modo combinai il finanziamento dell'impresa. A uno del Texas, abituato a farsi cinquecento miglia al giorno. sempre attraverso lo stesso paesaggio e lo stesso genere di paesi, l'ltalia sembrava piccola. ll Centro organizzò il viaggio, spedì centinaia di lettere, fece moltissime telefonate, e mise a mia disposizione uno specialista di etnomusicologia, il prof. Diego Carpitella''.
''L'aspra e deliziosa penisola italiana risultò essere di fatto, un museo di antichità musicali, nel quale giorno dopo giorno portavo alla luce antichi generi musicali tradizionali, totalmente sconosciuti ai miei colleghi di Roma. Per fortuna mi accadde di essere la prima persona a registrare sul campo in tutta Italia. In un certo senso ero una specie di Cristoforo Colombo musicale al contrario. Molti dei musicisti italiani di città guardano alle canzoni dei loro vicini di campagna con un'avversione sempre più forte, come quella che gli afroamericani della classe media sentono per la genuina musica folklorica del Sud. Questi italiani di città vogliono che ogni cosa sia bella. Pertanto (allo stesso modo della maggior parte dei cosiddetti folk singer americani che lavorano nello spettacolo) i principali ''fornitori' di musica tradizionale in Italia tolgono dalle loro esecuzioni tutto ciò che è arrabbiato, che da turbamento o è strano. E la radio italiana, fedele al suo obbligo nei confronti di Tin Pan Alley, strombazza pop e jazz americano giorno dopo giorno nelle ore di maggior ascolto. E' del tutto naturale che i suonatori popolari, dopo un certo periodo di esposizione agli schemi della tv e agli autoparlanti della Rai, incomincino a perdere confidenza nei riguardi della loro stessa tradizione.
(*) I brani riportati sopra sono tratti da: Alan Lomax, Ascoltate , le colline cantano! ''Santa Cecilia'', anno V, 1956, n.4, pp. 81-87 e Alan Lomax, Saga of a Folksong Hunter. A twenty-year odyssey with cylinder, disc and tape, ''HiFi Stereo Review'', Maggio 1960.








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