Visualizzazione post con etichetta Recensioni 2009. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Recensioni 2009. Mostra tutti i post

lunedì 1 febbraio 2010

Chamber Music

.
BALLAKE' SISSOKO & VINCENT SEGAL
''Chamber Music'' (Nop Format, 2009)
.

Arrivo oggi, stremato dal viaggio. Pochi metri, la pista. La laguna si tinge di bianco e l'aereo tocca terra. Marco Polo mi accoglie con il suo immancabile capuccino. Fuori macchie di neve fredda ed umida. A casa un pasto caldo mi aspetta e mi rigenera, ma il sonno è ormai imploso, quindi cerco di rilassarmi, contemplando la tranquillita. Sia bendetta una volta di più la kora e la divinità che pensò di introdurre il suono angelico di questo magnifico strumento a beneficio di tutti noi comuni mortali. Ad aspettarmi non ci sono solo freddo e neve; ''Chamber Music'' (Nop Format, 2009) il disco di Ballaké Sissoko, in collaborazione con il violoncellista francese Vincent Segal  mi sta cullando in un abbraccio di velluto che riscalda l'anima. Pura poesia.
.
.

.

domenica 6 dicembre 2009

L'Amico Magico


Li avevamo lasciati così.....


A due anni dal successo di “Danson Metropoli, canzoni di Paolo Conte” (se ancora non ne siete entrati in possesso affrettatevi a recuperalo) gli Avion Travel tornano con un nuovo album. Il disco si intitola ''Nino Rota, l’amico magico'' e rende omaggio (appunto) a Nino Rota, uno dei più grandi compositori del ‘900, che Fellini chiamava simpaticamente ''l'amico magico''.


Si tratta di una lavoro sensibile e raffinato (probabilmente assieme a ''Napoletana'' di Enzo Avitabile, il migliore prodotto discografico uscito quest'anno nel nostro paese) nel quale gli Avion Travel, a trent’anni dalla morte del maestro, ripercorrono con estro e personalità alcune delle tappe più significative delle sue colonne sonore (da “Amarcord” a “Il padrino”, da “Il Gattopardo” a “La Dolce Vita”... in basso la lista completa dei brani e le fonti originali). Anche in questo caso la cifra stilistica della Piccola Orchestra è ineccepibile: la cura dei dettagli, la perfezione sfrenata, la voce possente e malinconica dell'ottimo Beppe Servillo (sia benedetta la famiglia Servillo!!!), sono a servizio della musica e del cuore, con in più tantissimo rispetto per i materiali originali, nonostante un uso molto discreto (e quasi impercettibile) di parti elettroniche. A questi capolavori di Rota si aggiunge "Pelle Bianca" (Giulietta Masina) brano di Caetano Veloso adattato in italiano dallo stesso Servillo.


In aggiunta al CD anche un DVD bonus con i momenti più significativi del concerto tenutosi al Teatro degli Arcimboldi di Milano che ha unito, in una magica serata musicale, cinema e arte pittorica. Non solo la rivisitazione musicale di un grande compositore, quindi, ma l’incontro e la fusione della musica d’autore con il grande cinema, della realtà con i sogni. Una meraviglia, credetemi!



Di seguito la tracklist del disco:

“Parlami Di Me” (da “La Dolce Vita”)
“Pelle Bianca (Giulietta Masina)”
“The Immigrant” (da “Il Padrino II”)
“Brucia La Terra” (da “Il Padrino III”)
“Ai Giochi Addio” (da “Romeo E Giulietta”)
“Canzone Arrabbiata” (da “D’amore E D’anarchia”)
“Amacord” (”Amarcord”)
“Lla Rì Lli Rà” (da “Le Notti Di Cabiria”)
“Gelsomina” (da “La Strada”)
“Bevete Piu’ Latte” Feat. Elio (da “Boccaccio 70″)
“Quello Che Non Si Dice ( New Carpet)” (da “Il Padrino II”)
“Lo Struscio” (da “Amarcord”)
“La Passarella Di Otto E Mezzo” (da “8 E ½”)



''Quanti poeti ha incontrato Nino Rota: dalla Morante a Zanzotto, da Amurri a Wertmuller. Poche e preziose parole per le sue melodie essenziali e semplici, canzoni popolari ed ironiche, dolcemente sentimentali, napoletane canzoni per il cinema che indagano i nostri sogni e ne fabbricano altri . Le lingue e i dialetti di questi autori suonano e raccontano un’ Italia del ricordo e di sempre grazie alla magia di Nino che liberamente sonda il patrimonio della nostra musica. Rota ci porge tutto questo con leggerezza destinando il senso del proprio lavoro ad un tempo lungo nel quale non siamo e non saremo i soli interpreti che lo amano e lo cantano.''Peppe Servillo



sabato 5 dicembre 2009

Il ritorno del Buffalo

.


Sul finire degli Ottanta si facevano chiamare Shiva Burlesque (video) , all'attivo due ottimi dischi, all'insegna di un rock psichedelico tenue e dimesso. Poca la gloria, ancor meno i quattrini, puntualmente si sciolsero. Per nulla scoraggiato, il cantante e chitarrista Grant Lee Phillips coinvolse il batterista Joy Peters e il bassista Paul Klimbe in un nuovo trio folk-oriented, ma sempre con una vena psichedelica importante. Nuova ragione sociale: Grand Lee Buffalo. L'esordio fu così maturo e potente da non sembrare neanche un debutto: tenebroso ed epico e dolce al tempo stesso, Fuzzy (Slash, 1993) è un grande disco, un album che dalla scrittura intensissima per quale in sede critica sono stati tirati in ballo (spesso non a torto) nomi del calibro di Twin White Rope, Bob Dylan, Velvet Underground, Green On Red, Gram Parson, Gun Club...



Tuttavia, in un mercato ancora nel pieno dell'ubriacatura grunge, nonostante la sponsorizzazzione di Michael Stipe (legato da salda amicizia con Grant Lee) e numerosi attestati di stima della critica tutta, non aprì all'epoca brecce significative. Nonostante questo, il trio decise opportunamente di rilanciare, ma di correggere in parte la rotta. Ne esce un altro piccolo capolavoro, Mighty Joe Moon (Slasch, 1994) dove i Grant Lee Buffalo fanno convivere in maniera sublime acustico ed elettrico anche attraverso l'uso di mandolino, marimba, organo e qualche fremito di violencello. Ogni pezzo è a suo modo un gioiello di equilibrio: quadretti di folk, rock e country a volte anche ombrosi, impalpabili e graffianti, ma con la splendida voce e la teatralità dei falsetti di Grant Lee a donare splendore melodico e immediatezza. E non finiresti mai di ascoltarlo questo disco, parentesi quieta/inquieta dei primi anni di liceo, tra un Nirvana, un Pixies o un Pavement di turno.



Anche questa volta la stampa specializzata non lesinò in complimenti, arrivando a prevedere loro un futuro da nex big thing (come si usava scrivere quando arrivava il momento buono per lanciare un gruppo), e come se non bastasse i R.E.M. se li portarono in tour dando loro la garanzia di una ulteriore visibilità. Ci pensò Copperopolis (Slash, 1996) due anni più tardi a sbaragliare speranze e prospettive, smarrendosi in una serie di brani davvero bruttini. Non fu accolto bene ''Copperopolis'', tanto che Kimble abbandonò la baracca, lasciando a Phillips e a Peters l'onere di un canto del cigno appena più dignitoso, rispetto al lavoro che l'aveva preceduto, come Jubilee (Warner Bros, 1998). 

GRANT LEE PHILLIPS


Dopo lo scioglimento dei Grant Lee Buffalo il talentaccio di Grant Lee si ritagliò quindi nuove dimensioni in solo, tra alti e bassi, ma sempre con buone dosi di umanità da vendere. Esordì con l'album acustico Ladies Over Oracle (Phillips, 2000). Mobilize (Zoe, 2001), il secondo album solista, segnò invece l'ingresso dell'elettronica. Con Virginia Creeper (Cooking Vinyl, 2004) e il più recente Strangelet (Zoe, 2007) Phillips tornò alle vecchie fascinazioni country-folk-rock. In mezzo un disco di cover: Nineteeneighties (Zoe, 2006), fino al bellissimo Little Moon , fresco di stampa.


GRANT LEE PHILLIPS
Little Moon (Yep Rock, 2009)


''Little Moon'', è probabilmente il lavoro migliore di Grant Lee Phillips dai tempi dei Buffalo. Registrato in soli quattro giorni in compagnia di Jamie Edwards alle tastiere, del produttore e bassista Paul Bryan, del batterista Jay Bellerose (al lavoro anche con Robert Plant) e del percussionista Sebastian Aymans,''Little Moo'' ci riconsegna gli aromi seducenti delle migliori ballate in chiaroscuro di Grant Lee.

 

Bastano pochi accordi di chitarra e la languida voce del nostro per essere catapultati in questo mondo meraviglioso, dove la musica puntualmete sa scandire certi ricordi, quasi fossero vento, e colpisce direttamente al cuore con una manciata di brani al solito ben scritti, perennemente in bilico tra folk e rock, senza pretese rivoluzionarie. I passaggi convincenti non mancano, tra cantautorato malinconico(Nightbirds..), ballate avvolgenti (Buried Treasure..), morbidi country (la title track, ''Violet''..), fiati quasi marching band (It Ain't The Same Old Cold War Harry)... Qualcuno parlerebbe di dischi fuori tempo massimo, io semplicemento mi limito a riferire di canzoni che sono, sono state e saranno sempre bellissime. (Grant-Lee Phillips Official Website)


mercoledì 11 novembre 2009

Flaming Lips: Embryonic (Warner Bros)

.
.
Esistono gruppi che, con il passare degli anni, devono rinnovarsi per evitare di diventare monotoni o parodia di se stessi e per sopravvivere agli scossoni e alle mode in seno alla musica contemporanea. Questo l'anno capito bene anche i componenti dei Flaming Lips che con ''Embryonic'' hanno realizzato il progetto più coraggioso dai tempi di Zaireeka. Nel nuovo disco del cuartetto di Oklahoma, composto da diciotto canzoni e pubblicato in un doppio cd, non c'è traccia di quella psichedelia giocherellona e mollacciona imperante in dischi come ''The Soft Bulletin'' o ''Yoshimi Battles the Pink Robots'' e nemmeno della luminosità che aveva caratterizzato At War with the Mystics. Al contrario: il gruppo capitanato da Wayne Coyne ha lasciato da parte la sontuosità dei lavori appena citati per passare a una sperimentazione cruda, pur senza abbandonare e rinunciare allo stile psichedelico, che lo identifica fin dali suoi inizi, a metà degli anni 80.
.
.
Questa maratona di 70 minuti riflette su temi come la follia, l'isolamento e l'orrore, trasportandoli in una specie di opera rock implacabilmete paranoica che però non manca di momenti pop più leggeri. C'è quell'immediatezza ruvida che nei Flaming Lips non si sentiva dai primi anni 90 e che avevano caratterizzato dischi come ''Telepathic Surgery '', ''In A Priest Driven Ambulance'' o ''Hit To Death in the Future Head'', impiegando dosi massicce di chitarra (si, tornano alle chitarre distorte) e a una base ritmica spesso assordante: le uniche canzoni, tra le molte che compongono ''Embryonic'', che si possono considerare veramente ''accessibili'' sono "Silver Trembling hands", "If" e "I can be a frog". In particolare quest'ultimo brano è stato scelto come primo videoclip per l'ultimo lavoro del gruppo nordamericano e si avvale della presenza come ospite di Karen O (Yeah Yeah Yeahs!) che tinge il tema di meravigliosa ingenuità, dilettandosi a imitare i versi degli animali citati da Wayne, ridendo come un'adolescente attraverso la cornetta di un telefono.. Per quanto riguarda il resto del repertorio è caratterizzato, nella maggior parte dei casi, da strutture sonore ripetitive ("The Impulse", "Your Bats" "See the Leaves" o "The Sparrow Looks Up At the Machine"), con un suono potente e spesso funk, ma vicino al lo-fi (sembra meno trattato in sede di produzione, ma proprio per questo più autentico) e suona come se i musicisti avessero registrato tutti assieme dal vivo in una piccola stanza. I brani, molto intensi, guadagnano con gli ascolti ripetuti. Forse con il 2009 si è aperta una nuova fase nella carriera dei Flaming Lips, una delle formazioni più stravaganti e geniali della storia della musica.


sabato 7 novembre 2009

Contempling Waits

.
.
Che ci fossero tutti i presupposti per aspettarsi qualcosa di notevole dal vecchio Tom (sessant'anni per lui il prossimo 7 Dicembre) non è una novità, visto che stiamo parlando del diavolo in persona (ruolo che interpreta in ''Parnassus'', il nuovo film di Terry Gilliam), ma garanzie a parte, ''Glitter and Doom'' il nuovo doppio del nostro ubriacone preferito va oltre le più rosee e già gonfiatissime (come è giusto che sia per un artista del suo calibro) aspettative: un disco meraviglioso che per il sottoscritto si candida a diventare (lo è già ?) il miglior lavoro di questo 2009 musicalmente a correnti alterne che ci stiamo quasi lasciando alle spalle, nonchè uno tra i live più belli del nuovo secolo. Parolone? Ascoltatelo, poi mi direte.
.

martedì 3 novembre 2009

L' ''Album'' dei Girls




Oramai da mesi si parla dei Girls. Quella del frontman Christopher Owens è probabilmente una delle biografie più tormentate della storia del rock di oggi, una di quelle che può oscurare completamente la musica di una band. Owens faceva infatti parte dei Children Of God (I Bambini di Dio), una specie di setta religiosa da cui a 16 anni ne è fortunatamente uscito per arrivare alla scoperta della musica.

Christopher Owens e Chet Jr White

Già attive e conosciute da tempo in ambito locale, tra droga-party, musica a tutto volume e un ''curriculum vitae'' esasperato e al limite, le ''Ragazze'' di San Francisco (il cui nucleo fondamentale è composto dallo stesso Owens e da Chet Jr White) di sicuro hanno accumulato le esperienze necessarie per dar vita a questo progetto musicale decisamente variopinto e che si concretizza ora con il loro primo disco che hanno deciso di intitolare, senza il bisogno di spremere troppo le meningi, ''Album''.


In ''Album'' si incontrano tutti gli elementi che hanno accompagnato le vite del duo, lo shoegaze, lo stile vocale di Elvis Costello, il pop sfacciato dell’Iggy più (scusate il gioco di parole) pop, il suono lo-fi sfuocato di basso e batteria e tante altre componenti affascinanti che insieme danno vita al suono dei Girls. Ma il disco è anche un excursus liricamente autobiografico sulla California pop degli anni ’60 visto dalla prospettiva di un ragazzo di San Francisco, che per reazione a un’infanzia di privazioni canta di amore, ragazze e candido divertimento. La loro musica è intrappolata in una permanente adolescenza dove dal surf-pop anni 50 si arriva dritti e ubriachi all’hardcore degli anni 80. Loro stessi, raccontandosi, affermano: ''è come se suonassimo il lifestyle di San Francisco''.
 
Armonie vocali, accordi compatti, sapiente produzione (Chet Jr White), bassi istinti: tutto in questo disco contribuisce a creare un senso di fascinazione, elusivo e commovente. Confesso che ad un primo ascolto, sin dall'iniziale ''Lust For Life'' (che non è la cover del celebre brano di Iggy Pop, anche se indirettamente potrebbe essere un omaggio all'artista), trovai la musica dei Girls un po' ''insipida'' e ''educata'', per poi cedere alla rotation continua dei brani di questo disco dall'anima profondamente pop che, a mio parere, nasconde i suoi tesori migliori dal quarto brano in poi, decollando in virtù di gemme come ''God Damned'', ''Hellhole Ratrace'', ''Summertime'' (forse il mio brano preferito), ''Morning Light''... Album convince con l’entusiasmo di un esordio per troppo tempo compresso.


Scaletta dei brani
01. Lust for Life 02. Laura
03. Ghost Mouth 04. God Damned
05. Big Bad Mean Motherfucker 06. Hellhole Ratrace
07. Headache 08. Summertime
09. Lauren Marie 10. Morning Light
11. Curls 12. Darling







sabato 31 ottobre 2009

Foto d'epoca

.
Disfarmer (Nonesuch, 2009), ultimo lavoro del chitarrista Bill Frisell , è una raccolta di pezzi ispirati alla vita e alle opere di Michael Disfarmer (1884-1959), un fotografo americano che ha documentato il sud rurale degli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale, con una particolare attenzione per gli abitanti di Heber Springs, cittadina dell’Arkansas. Si tratta di ritratti e paesaggi straordinari, in gran parte recuperati insieme a 3000 negativi e migliaia di dollari in contanti dopo la sua morte nel 1959 da Joe Albright, ingegnere in pensione che comprò il suo studio in città. Oggi le immagini di Disfarmer fanno parte della collezione fotografica del Museum of Modern Art e del Metropolitan di New York.

.
.
Alcuni anni fa Chuck Helm, direttore del Wexner Center of the Arts commissionò a Bill Frisell un contributo musicale di sostegno alle immagini e il chitarrista di Baltimora partì per un affascinante viaggio alla ricerca di quel suono che oggi abbiamo il piacere di ascoltare in questo disco, tra brevi ritratti acustici e affreschi dal sapore antico. Disfarmer theme è un limpido valzer dal ritmo lento e gentile, con la chitarra di Frisell accompagnata dal violino e dalla pedal steel guitar, capace di rievocare la vita dei campi, la pesca, e le tradizioni familiari di Haber Spring.
.
.
Accanto ai brani originali, Frisell propone anche delle cover, come i classici Lovesick blues e That's alright, mama. Ascoltatelo (song samples qui) sfogliando il bootleg che accompagna il CD e darete un senso compiuto a questo bel lavoro i recupero della tradizione, che finisce per essere quanto di più moderno possiate immaginare.
.
.
.
A proposito di foto d'epoca: non pensiate solo a ritratti di famiglia e immagini ufficiali, dove tutti, in posa e con il vestito buono, trasmettono la solennità delle grandi occasioni e delle commemorazioni ufficiali.
.

La conferma arriva anche da Black and WTF, un blog che raccoglie tutte le immagini in bianco e nero più assurde di un’epoca ormai lontana. Se è vero che nell’immaginario comune la fotografia in bianco e nero è sempre permeata da un alone di serietà e compostezza, è altresì vero che, come ai nostri tempi, anche in passato non mancavano i buontemponi, i creativi e gli strampalati che decidevano di farsi immortalare in situazioni divertenti e improbabili.

.

Il blog ne è ulteriore conferma; surreali, insensate e molto spesso anche inquietanti, le foto in questione ritraggono donne in abiti impensabili, membri del Ku Klux Klan al parco dei divertimenti, bambini in compagnia di animali selvatici, marionette che fanno accapponare la pelle e squadre di basket naziste.

. .
Concludendo, visto che ci sono, non posso non segnalare Photo Verdeau, una galleria parigina, che raccoglie visibili anche on-line, splendide fotografie d'epoca e stampe originali che documentano soprattutto viaggi affascinanti dal sapore antico ed esotico. Le foto, catalogate per tema o aree geografiche, sono in vendita con un prezzo stabilito, ma si possono anche fare delle offerte, credo. In ogni caso fatevi un giretto, ne vale la pena.
.

Il disco perfetto per Halloween


Ho scovato il disco perfetto per Halloween, potete scommeterci. Si tratta dell'album omonimo dei californiani Dead Man's Bones, una delle cose più strampalate e fuori di cranio che vi possa capitare di ascoltare (ma che difficilmente piacerà a tutti). Il disco è uscito (non a caso) in questi giorni per l'ottima Anti Records, (la stessa etichetta dell'ultimo Tom Waits) e ci presenta le comuni passioni dei suoi autori, Zach Shields e Ryan Gosling (che sono, c'è da dirlo, due attori prestati alla musica, e anche abbastanza famosi) per ectoplasmi, mostri, fantasmi, zombie, vampiri ecc, ma anche per la musica indipendente più sgangherata e ''do it yourself''.

Dead Man's Bone

In realtà l'album in questione non avrebbe dovuto essere solo una raccolta di canzoni ma la colonna sonora di un progetto più ambizioso, naufragato per le eccessive spese di produzione: una commedia d’amore e di fantasmi scritta a quattro mani nel 2005 e mai realizzata. Ne esce invece solo il disco, per il quale i due Dead Man's Bones si fanno aiutare dai bambini del coro del conservatorio di Silverlake. Ne esce una sorta di musical marcio, con ballate macabre e nenie funebri, tra ritmiche di un rock'n'roll costantemente pericolante e in bilico e zombie e doo-wops a braccetto con zombie e lupi mannari. Tra le influenze musicali del gruppo vengono citati tanto Beatles e Beach Boys quanto Shags, Shangri-Las, Misfits, Joy Division e Daniel Johnston. Qualcuno ha detto che questo è uno di quei dischi a cui speri decidano di non dare un seguito. Noi invece aspettiamo anche un film, se mai riusciranno a farlo, ma intanto Happy Halloween!





domenica 25 ottobre 2009

White Afro-Beat 2009

.
Nomo: Invisible Cities
.

.
Ecco una bella sorpresa targata 2009: si chiamano Nono. Non li conoscevo. Ora almeno so che provengono dal Michigan, che hanno alle spalle tre dischi molto ben accolti in sede critica (soprattutto ''Ghost Rock'', dello scorso anno - la caccia intanto è già partita - ), e che attorno alla figura del suo compositore principale, Elliot Bergman, si sono riuniti dei musicisti di grande talento. La sensazione che si ha ascoltando il sound del recente ''Invisible Cities'' (quarto disco in sette anni di attività), è che tutti gli strumentisti che partecipano al progetto lavorino insieme e si adoperino coesi alla ricerca del ritmo e del groove perfetto, senza lasciare il minimo spazio al singolo protagonismo o virtuosismo. Non è un caso che questo disco sia uscito per Ubiquity Records, patria di molti artisti eclettici che amano miscelare hip-hop, soul, funk e jazz. La musica dei Nomo, sembra essere, appunto, un raro mix di quasi tutti questi generi avvolto in uno solo, con l'aggiunta di una bella spruzzata di afro-beat. Ma se i suoni del gruppo sono ispirati e richiamano inevitabilmente le gesta artistiche del pioniere Fela Kuti, non meno vi si lasciano vincolare. Il lato della loro peculiarità artistica affiora ed emerge a più riprese. Ogni brano esprime un suono dinamico e in continua espansione, sà di viaggio, visita luoghi (siano essi reali o irreali). Azzecata da questo punto di vita anche la scelta del titolo, con riferimento diretto alle ''Città Invisibili'' di Italo Calvino. Chapeau!
.


.
http://www.myspace.com/nomomusic
.
.
Fanga: Natural Juice

.
Per essere dei visi pallidi se la cavano in maniera sorprendente anche i Fanga, un ottetto a maggioranza francese (di Montepellier) che nel recente ''Natural Juice'', tornano a una forma di afro-beat nel solco della tradizione, dopo una fase iniziale in cui puntarono più sulle voci rap che sui fiati. Non è quindi un caso la presenza del mitico Tony Allen (storico batterista di Fela e tra i grandi padri dell'original afro-beat, per chi già non lo sapesse) in un paio di brani (Carche La Douleur e Iba), a sancire il nuovo schema classico del gruppo che passa anche attraverso la voce e le liriche militanti del frontman burkinabè Yves 'Korbo' Khoury (probabilmente l'unico vero africano fra i componenti del gruppo). Un disco solido e maturo oltre che veramente bello.
.


.
http://www.myspace.com/afrofanga

.

martedì 13 ottobre 2009

Napoletana 2009: Ca Nun Mancasse Maje 'O Sole!

 
Mentre all'estero è forte e vivo l'interesse per la nostra gloriosa storia musicale, che ha nella vecchia canzone napoletana il perfetto connubio tra canzone popolare e musica colta, noi italiani siamo spesso incapaci di renderci conto della ricchezza della nostra eredità. Purtroppo il degrado culturale, che negli ultimi decenni ha attanagliato Napoli e l'Italia intera, ha reso molte persone insensibili e inconsapevoli del grande patrimonio artistico che ci è stato affidato. Stiamo parlando della magnifica produzione popolare e classica, certo, ma anche, in tempi più recenti (ma già dagli anni '70 con gente come James Senese, Napoli Centrale ecc.), dell'intraprendenza di molti artisti partenopei alla ricerca di nuove strade musicali che hanno saputo fondre la tradizione napoletana con il funk, il jazz, il free, la musica africana, la tradizione araba e giamaicana, i ritmi reggae, dub l'hip-hop... La musica dei figli di Annibale (come sostenevano gli Almamegretta), i figli di una cultura che ha girato il mondo, musica di anime migranti per eccellenza.



Se nel soggiorno dei grandi cantori ''multiculturalisti'' partenopei entra di diritto Enzo Avitabile, autore del recente e stupendo ''Napoletana'', di cui ci occuperemo subito, questo spazio cade a fagiulo per segnalare anche l'uscita di un'altro ottimo lavoro uscito quest'anno dalla città del golfo. Si tratta di ''Anticamera'', primo album solista del bravissimo Shaone, storico MC della Famiglia, pionieristico act hip-hip partenopeo (chi volesse saperne di più o ascoltare qualche brano può entrare direttamente nel post dedicato al suo disco in questo blog), . Enzo Avitabile e Shaone, pur nella loro diversità stilistica, vanno annoverati tra gli artisti che prediligono marcare di napolenalità le tinte della loro musica. Initule dirlo: il ''neapolitan sound'' 2009 passa dalle loro parti. Ca Nun Mancasse Maje 'o Sole!



Dal sito ufficiale di Enzo Avitabile: “Napoletana” vince il Premio Tenco 09 nella sezione Album in dialetto. Dopo due anteprime a Madrid e Parigi, a fine giugno è stato pubblicato questo progetto nato in seguito ai laboratori di Etnomusicologia “Tradizione e cemento” da lui tenuti all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli, che hanno avuto come focus il recupero della tradizione nella civiltà urbana.

 
Il riconoscimento a “Napoletana” è importantissimo. Significa dare valore a un’idea che si è sviluppata in due anni di ricerche, registrazioni, concerti. Sono super felice, è un disco a cui ho lavorato tanto, che rappresenta una sovrapposizione di realtà e di studio sonoro. È la tradizione che vive nel cemento. È il coronamento del messaggio artistico che sto portando avanti da diversi anni, parallelamente a quello con i Bottari di Portico, coi quali ho fatto live in Usa, Germania, Francia, Ungheria, Spagna, Inghilterra. Ora ci godiamo questo grande risultato e a novembre si ricomincia con una affascinante avventura: la cattedra di “World Music” al Conservatorio di Santa Cecilia, dialogando con gli allievi dei suoni urbani, delle identità musicali e del confronto con le altre culture 
Enzo



Autore di gran spessore culturale, il musicista partenopeo Enzo Avitabile lascia per un attimo il percorso artistico dell’ultimo periodo, quello per intenderci caratterizzato dalla ritmicità ribelle e possente dei magnifici Bottari e del funk e l'africa virati ''neapolitan'', per trasferirsi in modo quasi “mistico” verso l’essenza della musica antica napoletana. E così in ''Napoletana'' (Ethnosuoni) si presenta a nudo, con un quartetto acustico che innerva di pochi, sapienti tocchi cameristici la forza sconvolgente delle parole. Violoncello, chitarra, qualche percussione, qualche soffio fatato di sax e di piffero, la dolcezza insostenibile della sua «arpina» ed il capolavoro è dietro l'angolo: «Don Salvatore, piangono gli alberi/e i frutti sono marciti/veleno, fumo e cielo grigio/Quando la Vostra mano non è arrivata».



Un’opera semplice nella sua complessità di riadattamento, essenziale, cruda, diretta, quasi mistica, spogliata da fronzoli per così dire folkloristici, ma esaltata da quella autenticità tipica partenopea. Musica dolente, radiosa, tragica, com'è radiosa e tragica la storia del nostro Sud.


Napoletana: scaletta dei brani

01) Don Salvatò 02) Libberazione
03) Malincunìa 04) Ricurdànne
05) Benedítta sia 06) Ca nun mancasse màje 'o sole
07) Amaro nunn' êss''a essere màje 08) Il lamento dei mendicanti
09) Sango e grano 10) Figliola ca guarde 'o mare
11) Canto 'e primavera 12) Carmela


Enzo Avitabile: testi e musiche, voce, arpina, sax sopranino in MIb
Umberto Leonardo: chitarra
Carlo Avitabile: cassa, tamburo, tamburino, castagnette
Marco Pescosolido: violoncello
Testi, musica e arrangiamenti (tranne #8 e #12): Enzo Avitabile
Prodotto da Andrea Aragosa, Nello Scognamiglio e Mario Aragosa per Sudarte
Registrato al Maxsound Vibe Studio da Max Carola
Mixato da Max Carola, Enzo Avitabile e Andrea Aragosa
Masterizzato al Metropolis Mastering (Londra) da Tony Cous



Enzo Avitabile in pillole



Avitabile nasce a Napoli nel 1955, inizia lo studio del sassofono all’eta’ di sette anni, e fin da bambino suona con varie band nei locali americani di Napoli, successivamente frequenta il conservatorio di S. Pietro a Maiella dove si diploma in flauto, collabora con i maggiori artisti italiani, e nel 1982 esce il suo primo lavoro discografico a cui faranno seguito altri nove dischi di cui otto editi dalla EMI e due dalla CNI, che lo fanno conoscere ed apprezzare al grande pubblico.

Enzo Avitabile e Manu Diango

In questi 20 anni collabora con i piu’ grandi nomi della musica internazionale come James Brown, Richie Havens, Africa Bamabaataa, Tina Turner, Mory Kante etc. ''Ho capito che avrei dovuto suonare con lui: ha delle melodie african oriented. Così gli ho risposto: dai, suoniamo insieme. Enzo e i suoi musicisti sono formidabili. In studio la collaborazione è stata perfetta, un’unione sorprendente''. Così Mory Kanté descrive l’ inizio della loro unione musicale che culminerà con O-issa (1999), di cui una parte dei proventi verrà destinata a sostenere l’ iniziativa dell’ UNICEF per garantire il diritto alla scuola alle bambine del Benin.

I Bottari

Nel 2001 inizia a lavorare ad un progetto musicale completamente nuovo (Enzo Avitabile & Bottari) dove fonde il suo sound con la tradizione dei Bottari (le cui origini risalgono al 1300, gli strumenti sono botti , tini e falci , usati come percussioni, che scandiscono arcaici ritmi processionali. In questo caso incontra Khaled, Hugh Masekela, Manu di Bango, Amina, Simon Shaheen, I Cantori del Miserere di Sessa Aurunca etc.

Nel 2002 con Luigi Lai, M. Martinotti, Cantori del Miserere di Sessa, e la Polifonica Alphonsiana da vita a “Sacro Sud” (disco di musica sacra popolare). Nel 2004 il lavoro iniziato con i Bottari da i suoi frutti, e si concretizza nel disco ''Salvamm'o Munno''. L'intero lavoro corre sul sottofondo palpitante di botti e bastoni, piattaforma ritmica sulla quale si innestano i contenuti melodici. Ma di melodia si può parlare solo mediatamente e solo riconoscendole un ruolo strumentale, in quanto l'opera di Avitabile è prevalentemente ritmica, di un ritmo trascinante, evocativo, cangiante, a tratti caldo e scanzonato, a tratti impegnato e malinconico, o ancora l'una e l'altra cosa a un tempo. Lo stesso Avitabile realizza con uno studio di computer grafica, un video musicale a cartone animati, che accompagna il brano che da il titolo all'album: “Salvamm’o munno”.



Nel 2007 è ancora tempo di Bottari, con i quali dà vita al magnifico doppio album Festa Farina e Forca (Il manifesto/Ethnosound).Instancabile e prolifico si rimette subito al lavoro per la stesura della sua prima sinfonia “Sinfonia N°1 - La Lazzara” eseguita con notevole successo di pubblico e critica al Teatro Marrucino di Chieti, dall’Orchestra del teatro brillantemente diretta dal M° Gabriele di Iorio. Del 2009 ''Napoletana'' il lavoro di cui abbiamo parlato.



       
Enzo Avitabile - Discografia

 1982 - Avitabile (Produttori Associati)
1983 - Meglio Soul (EMI Italiana)
1984 - Correre in fretta (EMI Italiana)
1986 -
Sos Brothers (EMI Italiana/Costa Est) Cop. di A. Pazienza
1988 - Punta il naso a nord (EMI Italiana/Costa Est)
1988 - Alta Tensione (EMI/Costa Est)
1988 - Street Happiness (EMI/Costa Est)
1990 - Stella Dissidente (EMI/Costa Est)
Cop. di Milo Manara
1991 - Enzo Avitabile (EMI)
1994 - Easy (EMI)
1996 - Aizetè (CNI/BMG)
1996 - Addò (CNI)
1999 - O-Issa (CNI)
2004 - Salvamm’o munno (Musichemigranti & il manifesto)
2006 - Sacro Sud (Etnosuoni)

2007 - Festa Farina e Forca (Sudarte & il manifesto)
2009 - Napoletana (Ethnosuoni)



domenica 11 ottobre 2009

Waiting Waits

. .
Il mitico Tom Waits lancerà il mese prossimo (esattamente il 24 Novembre, sembra) un disco doppio intitolato Glitter & Doom Live, che riunirà 17 temi registrati dal vivo nel suo ultimo tour statunitense e europeo del 2008. Stando alle informazioni dell'etichetta discografica Pias Records le canzoni che compongono il live sono prese da dieci concerti diversi del tour ( Birmingham, Edimburgo, Tulsa, Knoxville, Atlanta, Parigi, Milano, Jacksonville, Dublino e Columbus), mentre il secondo cd, intitolato Tom Tales si avvale di un unica lunga traccia che testimonia i famosi monologhi di Waits sul palco, quando scherza alternandosi alla musica con racconti di ragni romantici, avvoltoi feriti...
.
.
Alla normale aspettativa per un nuovo lavoro della leggenda viva del rock, che non pubblica un disco dal 2006, si aggiunge la cerimoniosa promozione della casa discografica Pias, secondo qui i testi del cantante sarebbero ''visionari'', i ritmi ''fangosi, tribali e martellanti'' e la voce niente meno che ''sciamanica''. Certo qualificativi troppo rimbombanti se non fosse che si rivolgono al talento di Tom Waits che ci offre il canto di un uomo morto alla sua vedova, le ultime parole di un carcerato, un istruttivo balletto, il lamento dei mangiatori di spade e alcuni vanagloriosi pirati.
.
.
Tutte le canzoni sono state selezionate e messe in sequenza apposta per dare la sensazione di una grande serata del tour. L'uscita dell'album prevede anche una versione in vinile (con copertina apribile, varie foto dal tour e tutte e 17 le canzoni, ma senza le Tom Tales) e verrà accompagnata dalla creazione (dopo-domani) del primo sito ufficiale del cantante (http://www.tomwaits.com/) a cui siete tutti invitati a vagabondare tra notizie, aggiornamenti sulle registrazioni, nuove uscite, tour, film e molto altro ancora. Un posto dove trovare testi, foto, storie strane ma vere, e altre varie su fatti che spaziano dall’origine della coscienza alla sessualità di Cristo al viaggio solitario del cavalluccio marino. E’ già possibile ordinare “Glitter And Doom” sul nuovo sito di Tom Waits. Tuttavia nella confezione del cd originale sarà presente un codice grazie al quale sarà possibile scaricarle da internet. Sotto la tracklist completa e un widget dal quale scaricare gratuitamente le prime otto tracce dell’disco.
.

.
Tom Waits
“Glitter and Doom”
CD1:
.
01 Lucinda/Ain’t Goin Down ........(Birmingham - 07/03/08)
02 Singapore ............................(Edinburgh - 07/28/08)
03 Get Behind the Mule ..............(Tulsa - 06/25/08)
04 Fannin Street ........................(Knoxville - 06/29/08)
05 Dirt in the Ground .................(Milan - 07/19/08)
06 Such a Scream .....................(Milan - 07/18/08)
07 Live Circus ...........................(Jacksonville - 07/01/08)
08 Goin’ Out West ......................(Tulsa - 06/25/08)
09 Falling Down .........................(Paris - 07/25/08)
10 The Part You Throw Away.......(Edinburgh - 07/28/08)
11 Trampled Rose ......................(Dublin - 08/01/08)
12 Metropolitan Glide .................(Knoxville - 6/29/08)
13 I’ll Shoot the Moon ................(Paris - 07/24/08)
14 Green Grass .........................(Edinburgh - 07/27/08)
15 Make It Rain .........................(Atlanta - 07/05/08)
16 Story ...................................(Columbus - 06/28/08)
17 Lucky Day ............................(Atlanta - 07/05/08)
.

CD2:01 Tom Tales
.

martedì 29 settembre 2009

Vic

. Vic Chesnutt
.
Vic lo ha già fatto, salvarsi l'anima con la musica a spregio dell'handicap fisico che l'ha inchiodato su una sedia a rotelle che era un esuberante diciottenne. Stiamo parlando di uno dei più autenticamente ispirati songwriter americani, che nemmeno le attenzioni di Michael Stipe, suo mentore (e produttore) per lungo tempo, avevano saputo sottrarre dall'ambito di un ristretto culto. ''Sono un malinconico cantautore della Georgia, contea di Pike. Mi sento cittadino del mondo...e spero, un giorno, di possedere una chitarra migliore di quella che ho attualmente'' disse qualche anno fa. Se qua dovremmo dire solo delle novità attuali, ci si permetta almeno un moto d'emozione scaturito dal riascolto (14 dischi alle spalle) di canzoni purissime che conoscevamo già e che oggi, passate cento mode e mille gruppusculi da una botta e via, suonano ancora più pregnanti, più assolute.L'aspra, dolente poesia di Chesnutt ci porta in un microcosmo personale, ma largamente condivisibile, dove la musica lenisce le sofferenze. Sarebbe però eccessivo affermare che la condizione fisica del nostro, come detto costretto sulla sedia a rotelle da anni a causa di un incidente stradale, accentui il dolore, e quindi che la musica assuma un valore terapeutico e catartico nei confronti del suo malessere: le tematiche di Vic sono infatti riconducibili ad una malinconia generalizzata e universale, nella quale chiunque può riconoscersi. Dopo una carriera in solo a cantare il lato oscuro dell'esistenza e numerosissime importanti collaborazioni (quella con i Lambchop in veste di backin band su tutte, ma anche con l'acclamato chitarrista jazz Bill Frisell o con il Carismatico Van Dyke Parks...) arriva la svolta: si chiama ''North Star Desert'' e esce nel 2007 per la gloriosa etichetta di Montreal Constellation, label dedita a un personalissimo percorso artistico attraverso pubblicazioni di taglio post-rock e avant-garde. L'arrivo di Vic Chesnutt alla Constellation è risultato allo stesso tempo una sorpresa e un'ovvia destinazione. Non un cambiamento programmato, ma bensì una evoluzione logica, quasi una necessità vitale. I risultati fecero letteralmente gridare al miracolo, e l'artista compose, forse il miglior album di una discografia già ad altissimi livelli.
.
.
Eppure l'idea iniziale di ''North Star Desert'' è da attribuire a Jem Cohen, filmmaker di Brooklyn (già al lavoro con Sparklehorse, Fugazi, Blonde Redhead e altri) che propose a Chesnutt di registrare all'Hotel2Tango, la base strategica della constellation. Al fianco del cantautore arrivò dunque una pletoria di artisti provenienti da esperienze eterogenee ma collegate, capaci di regalare un mood straordinario a un'opera fuori dal tempo. Ma North Star Desert è innanzi tutto un disco collettivo, perchè fin dal primo ascolto non possono sfuggire i singoli apporti dei musicisti chiamati ad affiancare Vic e Jem: l'impetuoso crescendo dei dei Godspeed You! Black Emperor, il coinvolgente avant-rock degli Hangedup, ma soprattutto la ricercata matrice alt-country dei Silver Mt Zion e le minimali strutture sonore di Frankie Sparo supportati dalla produzione di Guy Picciotto (Fugazi). Le dodici traccie qui raccolte raccontano storie di ''ordinario'' dolore, ma anche di stupore, di passione o di visioni fatte ad occhi aperti; è un disco di sincero songwriting, in cui gioie e patemi sorpassano i limiti strettamente linguistici per esprimersi attraverso stridori di chitarra, incursioni di batteria e adirittura field recordings. Su tutto la voce di Vic Chesnutt, indissolubilmente legata alle radici folk americane ma meravigliosamente chiara quando canta dello splendore della vita. Si va dal Chesnutt canonico in fuga solitaria con l’essenzialità di “Warm” ai primi sentori di distorsione nella successiva “Glossolalia”, dove i violini ricamano lo strazio dei cori, sino al deragliamento impetuoso (ed in crescendo) di una “Everything I Say” in cui la perenne tensione elettrica consuma il cantautorato e l’espiazione epica di goodspediana memoria. Ed è così che il bello e doveroso (torniamo alla scheletricità della ballata con “Fodder On Her Wings” e “Over”) si esalta nel blues inanimato di “Debriefing" (dove Picciotto vive con istinto la sua chitarra), prende piena consapevolezza sfogandosi in un country malefico (“You Are Never Alone”), sussurra ai deserti infiniti (“Rustic City Fathers “) e cerca la luce nell’ipnotismo di “Wallace Stevens”. Eppure, non bastasse ancora, tocca a “Splendid” accogliere l’essenza di quella una volta detta musica di confine, cavalcando veloce verso una meta ben precisa, rintracciabile anche nella straordinaria follia visionaria di “Marathon”.
.
.
2008, arriva una nuova collaborazione, anche in questo caso tanto inattesa quanto meritevole: stavolta tocca ai concittadini Elf Power dare corpo ai versi allucinati e pungenti del songwriter georgiano. Nasce ''Dark Developments'' per Orange Twin. 9 brani fulminanti per fare pace con il soul, il folk, il rock e l’autunno. Ballate, dark novels, stravaganze cantautorali. Operina minore si, ma parentesi degnissima.
.
.
2009: a due anni di distanza da ''North Star Deserter'' l''uomo di Athens torna in casa Constellation per dar vita a un nuovo piccolo capolavoro, ancora una volta supportato a meraviglia dagli stessi musicisti (Guy Picciotto dei Fugazi, e membri di Godspeed You! Black Emperor e Silver Mt. Zion) che contribuirono alla magnificenza di quel disco straordinario, e che anche in questo nuovissimo ''At the cut'' incarnano lo spirito di un collettivo che ha portato l’elettricità a livelli di sublime intimismo. L’album si apre con “Coward” (''il coraggio del codardo, non ne esiste uno più grande....'') uno dei pezzi che suggella la collaborazione tra Chesnutt e il regista-musicista che collabora da tempo anche con i Fugazi, Jem Cohen. Cohen aveva già utilizzato una versione live di “Coward” come sonorizzazione istantanea durante la proiezione del suo “Empires of Tin” al Vienna Film Festival del 2007. L’artwork del Cd di Chesnutt è costituito da una serie di fotografie scattate da Cohen stesso. Mentre l’autore risplende del suo genio, la musica assume il medesimo valore, tra archi, piano, implosioni, minimalismo e stralci acustici in un concetto di orchestrazione che caratterizza tutto il lavoro, dove il collettivo dei musicisti di Montreal e la poesia di Chesnutt si si compenetrano alla perfezione (''Chinaberry Tree''), e dove si alternano citazioni letterarie (Frank Norris, Joseph Roth...) a narrazioni a cuore aperto (il toccante dialogo con la morte di "Flirted With You All My Life'')... Ma in generale il disco trascende qualsiasi definizione o tentativo di classificazione, riesce ad essere una musica dagli effetti indefinibili: risulta difficile anche effettuare una graduatoria gerarchica delle canzoni, e nella loro varietà di atmosfere e suoni ognuna rappresenta una sfaccettatura della sensibilità superiore di Chesnutt. ''At the cut'' possiede una fiamma sonora indubbiamente sublime, gioiosa e allo stesso tempo commossa, ma di sicuro inconfondibile. Gettato nella desolazione attuale è il seme di una speranza futura, troppo emozionale per essere una semplice questione privata.
.
.



domenica 27 settembre 2009

Staff Benda Bilili



Staff Benda Bilili è un gruppo di otto musicisti di strada (paraplegici innamorati di James Brown che si muovono su strane biciclette e vivono intorno allo zoo di kinshasa) nato nel 1999. Nel 2006, in vista delle elezioni nella Repubblica Democratica del Congo, lo Staff ha composto il suo primo singolo di successo: Let's go and vote. Il primo album, Très très fort, è uscito nel marzo di quest'anno per l'etichetta Crammel Disc. A seguire verrà proposto un video introduttivo con immagini incredibili (e musica tratta dal già citato Très très fort) e, più in basso, un magnifico reportage di Yann Plougastel pubblicato quest'anno su Le Monde.

Staff Benda Bilili: guardare oltre le apparenze (di Yann Plougastel*)

Sono poveri e disabili. Di giorno vivono di espedienti e di notte suonano per le strade di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo. Dieci anni fa hanno creato lo Staff Benda Bilili e oggi cominciano a conoscere il successo. Proponiamo ai lettori un ampio reportage dal cuore dell'Africa, in una metropoli di otto milioni di abitanti, la metà dei quali vive sotto la soglia di povertà e dove 50.000 bambini abbandonati vivono per le strade.

La registrazione notturna del CD «Très très fort» nello zoo di Kinshasa

Tutto lo staff era lì. Quelli che scorrazzano per la città su improbabili motorini Peugeot. Quelli che vanno in giro con delle Yamaha inverosimili tra locali malfamati e rivenditori di sigarette e Coca-Cola. Quelli che vivono per strada e hanno una donna in ogni quartiere, e quelli che non mangiano, ma sono vestiti da gran signori. C'era Ricky col suo berretto di cuoio nero bollito. Koko che sistemava la sua chitarra senza dire niente. Djunana che si divertiva come al solito. E Théo, nascosto dietro un paio di occhiali neri, che canticchiava Bob Marley. A un certo punto Ricky ha urlato: «Staff Benda Bilili!» e il resto della gang ha alzato il pugno gridando: «Très, très fort!» ("forte, fortissimo!"). È come un grido di guerra che somiglia a uno scongiuro e a una ventata di sarcasmo sulla vita di tutti i giorni. Il concerto è cominciato così. L'impianto di amplificazione malridotto sfondava i timpani. Poi rumba e blues, tutta la notte. Negli anni Settanta, ai tempi del suo massimo splendore, quando qui si creava tutta la musica africana, Kinshasa [8 milioni di abitanti, capitale della Repubblica Democratica del Congo, N.d.R.] si trasformava di colpo in kin-kiesse, kin-la-joie, una «roccaforte del buonumore costruita su una notte di risate», come racconta lo scrittore congolese Vincent Lombume Kalimasi. Oggi la città ha detto addio ai tempi delle danze e delle melodie infinite ed è diventata kin-kiadi, kin-la-tristesse, la "città spazzatura". Eravamo a N'Djili, uno dei quartieri più lontani dal centro e tra i più turbolenti della capitale della Repubblica Democratica del Congo. Come ogni domenica sera, lo Staff faceva le prove nel cortile polveroso della Terrasse Gentils-Gentils, una nganda, cioè una sorta di piccolo bistrot all'aperto con tre sedie e due tavoli, dove gli abitanti della città bevono litri di birra Primus. L'articolo 15 della Costituzione Congolese è diventato il motto di una metropoli sull'orlo del baratro: "Arrangiarsi". I membri dello Staff Benda Bilili sono maestri nell'arte di arrangiarsi. Dei "Leonardo da Vinci" della sopravvivenza, dei "Picasso" della vita di espedienti. Con i corpi disarticolati dalla polio, gli arti atrofizzati dalla malattia, vivono per strada da tanto di quel tempo che ormai padroneggiano tutti i codici di questa enorme "corte dei miracoli" di otto milioni di abitanti, un'immensa architettura fatta di marciume e fatiscenza.



Jam con lo staff
 
Durante il giorno i venditori di sigarette di contrabbando filano zigzagando negli ingorghi, tra vigli disorientati che tentano di dirigere il traffico e operai cinesi che fanno di tutto per riparare le strade dissestate dalle piogge e da oltre quarant'anni di pessima amministrazione. Di notte, invece, i mendicanti a bordo di ciclomotori addobbati come degli easy rider dei tropici, chiedono l'elemosina davanti ai ristoranti per bianchi, sempre con la stessa insistenza. Nel tempo che resta loro sono musicisti. E per di più molto bravi. Un anno fa, Damon Albarn, il leader dei Blur, uno dei musicisti più creativi del rock anglosassone, ha potuto sperimentare il loro talento di persona. Era in viaggio nella Repubblica Democratica del Congo con Amadou, il chitarrista e cantante del duo maliano Amadou & Mariam, e con i musicisti dei Massive Attack per la sua associazione Africa Express, nata allo scopo di promuovere la musica africana nel mondo anglosassone. Una sera ha organizzato una jam-session con lo Staff. «È stata una serata meravigliosa, che riassumeva perfettamente lo spirito di Africa Express», ha scritto un giornalista dell'«Independent», che aveva assistito all'incontro. «Alcuni tra i musicisti più apprezzati in Africa e in Occidente suonavano con un'orchestra composta da paraplegici senza fissa dimora. Improvvisata e barcollante, la loro musica era dolorosamente bella». A Kinshasa in ogni casa c'è un musicista. «Qui la realtà è sonora. Kinshasa non si vede, si ascolta», mi ha spiegato una sera Ricky, il capo dello Staff. Ha 57 anni, in un Paese dove la speranza di vita per gli uomini è di 47. Ha un torace da lottatore, uno sguardo da leader e una voce da seduttore. La sua filosofia è: «Sapere quello che significa parlare». Ha sempre vissuto a Kinshasa, ma grazie a suo padre, un soldato originario della città di Kisangani, conosce i ritmi dell'alto Congo. A cinque anni, quando si è ammalato di polio, ha esitato, ma solo per poco. Poi ha deciso che «anche se la vita è dura, non bisogna gettare la spugna, bisogna combattere». La strada è stata la sua scuola: per sfamare la madre e la sua famiglia numerosa, ha imparato a cucire, ad aggiustare, a fare il meccanico. E a fare affari meno ortodossi, come contrabbandare alcol e sigarette introno al Beach, il battello che collega Kinshasa a Brazzaville, sull'altra sponda del fiume Congo, dove ci sono meno tasse e le cose costano meno.



Ricky, il «veterano» dello Staff Benda BililiIl generale Mobutu Sese Seko chiudeva gli occhi su questo traffico illegale. Mobutu governò con il pugno di ferro per più di trent'anni (tra il 1965 e il 1997) e nel 1971 ribattezzò il Paese Zaire. Fu lui a incoraggiare i congolesi che erano stati colpiti duramente dalla vita a creare la Piattaforma, una sorta di sindacato incaricato del reinserimento dei disabili al lavoro e li dispensò dal pagamento delle tasse. Ricky - che è diventato presidente di una delle associazioni che fanno capo alla Piattaforma - al Beach ha incontrato Koko, un'altra forza della natura. 52 anni, sette figli, di professione carpentiere. Ha due spalle da scaricatore dei mercati generali, le braccia larghe come lo Zambesi, le mani grandi come badili che però, lungo un manico di chitarra, si muovono con un'eleganza da gentleman. Perché Koko, quando finisce di partecipare ai campionati di braccio di ferro e di trasformare la sua Peugeot blu in un'opera d'arte, è un grande chitarrista. Leggero, melodico, ispirato, è lui il compositore dello Staff.  



 
Oltre le apparenze
 
Un po' papponi e un po' musicisti, Ricky e Koko non potevano non andare d'accordo. Una decina d'anni fa hanno fondato lo Staff Benda Bilili che in lingala significa "guarda oltre le apparenze". Ma non hanno interrotto i loro traffici. Poi è arrivato Théo, il secondo cantante, fan di James Brown e Bob Marley. Di buona famiglia, Théo è finito sul lastrico con la caduta di Mobutu nel '97. Si è trasformato allora in un "mago dell'elettricità", capace di distribuire la corrente in una città dove non c'è. Uno dopo l'altro, è stata la volta di Djunana, il più allegro, Roger, il più dotato, Kabossé, il più irascibile, Cavalier, il più robusto, Zadis, il più silenzioso. Una "gang di morti di fame", manovali e miserabili da marciapiede, che hanno deciso di conquistare il mondo cantando la loro città. Sporca, scolorita, lebbrosa, caotica, imprevedibile, esibizionista, teatrale, violenta. A Kinshasa non ci sono strade, non c'è acqua né elettricità, non ci sono scuole, trasporti pubblici né fognature, ma gli abitanti si mettono in mostra senza tregua per non scomparire e per cercare di scongiurare questa disgregazione continua. In molte famiglie che vivono nella capitale si mangia una volta ogni due giorni: un giorno i bambini, il giorno dopo gli adulti. Meno del 50 per cento della popolazione ha un salario regolare, più dell'80 per cento è disoccupato e più della metà vive sotto la soglia di povertà e ha meno di 15 anni. Per strada si sente dire: «Kobeta libanga» ("bisogna lavorare duro per guadagnarsi il pane"), ma anche: «Congo ekobonga te» ("Il Congo non uscirà mai dal baratro in cui si trova"). Diventata la più grande città francofona dell'Africa subsahariana per numero di abitanti, Kinshasa ha un tasso di crescita del 6 per cento. Si costruisce a suo piacimento, senza nessun piano regolatore, secondo il gusto dei nuovi venuti, che creano in modo anarchico il loro spazio vitale. Ogni anno servirebbero 200.000 nuove abitazioni.



 
I bambini di Che Guevara

«La città esercita un enorme potere di attrazione», scrive l'organizzazione non governativa Medécins du Monde in un recente rapporto, «e continua ad assorbire le popolazioni rurali a un ritmo sostenuto, ma sembra che qui l'unica cosa che si sviluppi sia il sottosviluppo. Kinshasa è un luogo di esclusione e marginalizzazione. Una bidonville di miseria e analfabetismo». Poco prima dell'indipendenza dal Belgio, nel 1960, quando Kinshasa si chiamava Leopoldville (per i congolesi era Lipopo), in città vivevano 400.000 persone. Dieci anni dopo erano un milione e oggi otto volte di più L'esplosione demografica è aumentata a causa della guerra e dell'insicurezza che regnano a est del Paese e spingono la gente a rifugiarsi nella cpitale. Questo ha causato profondi cambiamenti nella vita sociale: l'erosione della cultura tradizionale, la destabilizzazione della solidarietà tra le comunità e un "salto senza paracaadute" nell'era globale. Il risultato più evidente di questa accelerazione della storia e dell'esplosione della struttura familiare sono gli shegué. Migliaia di bambini abbandonati (se ne contano tra i 30 e i 50.000), che vivono per le strade di Kinshasa. Fanno i lavapiatti nelle bettole, i guardamacchine, i venditori di sacchetti di plastica riempiti di acqua minerale o i borseggiatori, secondo le circostanze, e di notte dormono ovunque sui tonkara (i cartoni in gergo locale). Secondo alcuni, shegué è una contrazione di Che Guevara, perché così si chiamavano i bambini-soldato che facevano parte dell'esercito dell'ex presidente Laurent Désiré Kabila, quando prese il potere nel 1997, rovesciando il regime di Mobutu. Kabila, tra l'altro, aveva conosciuto Che Guevara nel 1965, quando il comandante argentino era venuto in Congo. Secondo altri, invece, shegué è un riferimento ironico all'area Schengen, che ha bloccato l'emigrazione dei congolesi in Europa. Prima di entrare nello Staff, Roger è stato a lungo uno shegué. A sette anni, abbandonato a se stesso per i frequenti ricoveri in ospedale di sua madre, ha seguito una banda di ragazzini che viveva di espedienti intorno al Centro Culturale Vallone di Kinshasa. Roger si ricordava che il nonno, del basso Congo, suonava uno strumento composto da una zucca, un arco e una corda, e ha cercato di crearne uno con quello che aveva a disposizione. Ha preso una scatola di conserva, un pezzo di legno ricurvo e una corda di chitarra. Modificando la tensione della corda con una mano e pizzicandola con l'altra, è riuscito a produrre delle melodie da quell'improbabile bricolage. Aveva appena inventato il satongué, che in un racconto tradizionale per bambini, è il nome di un mago gentile con una sola gamba e un solo braccio. A furia di esercizi e di improvvisazioni sfrenate, Roger è diventato un musicista straordinario.Nel 2005 Ricky ha notato questo ragazzino dallo sguardo perso che, da lontano, inseriva qualche nota sulle loro melodie, quando lo Staff improvvisava un concerto sui marciapiedi del quartiere. Lo ha preso sotto la sua protezione, gli ha insegnato gli accordi, le melodie, i ritmi e in pochissimo tempo Roger ha rivelato un virtuosismo incredibile, capace di suoni fluidi o nevrotici. Quando ha avuto l'idea di elettrificare il suo satongué, sembrava Jimi Hendrix trapiantato al centro dell'equivalente congolese del Buena Vista Social Club.



Buche come laghi
 
Ormai, con la sua unica corda e la scatola di conserva, è un fuoriclasse. Oggi Roger ha 18 anni. Abita in una casa buia e triste in calcestruzzo che si trova nei presi di Kibanga, un quartiere periferico di Kinshasa, dove si arriva con un solo treno o, alla fine del servizio, con dei motociclisti a pagamento. Sulla strada che costeggia la ferrovia, in mezzo a un labirinto di carriole, biciclette e pedoni sfiniti, andiamo a tutta velocità, facendoci spazio a colpi di clacson. Scivoliamo sui sacchetti di plastica e affondiamo dentro pozzanghere grandi come stagni nei tratti in cui la strada è sprofondata a causa della pioggia; «è la regione dei Grandi Laghi», dice scherzando il guidatore.
Tratteniamo il respiro per evitare i miasmi che vengono fuori dalle fognature ostruite e dopo una logorante mezz'ora arriviamo da Roger, che ci aspetta sulla soglia di casa. Deve farsi questa traversata - tre ore in un senso e tre ore nell'altro - quasi tutti i giorni per andare a fare le prove e ne ha le scatole piene. «Non ne posso più di vivere in questo ghetto e di fare la fame. Il Congo è un Paese dove si soffre sempre e io voglio una vita migliore», mi racconta. «Suono per ottenere qualcosa nel futuro. faccio musica senza frontiere, l'international blues. Fare il musicista è un mestiere, non è un gioco. E io voglio diventare direttore artistico». I figli del Congo aspettano che prima o poi Dio o qualcun altro pensi un po' anche a loro. Nel frattempo si arrangiano. Dopo le prove i musicisti siedono in una malewa - un ristorante di strada - a Lemba, nell'est della città, e lì bevono birra e mangiano chikwanga (pasta di manioca avvolta in una foglia di banano) e bruchi bianchi arrostiti vivi. Poi lo staff si separa: Koko raggiunge i suoi figli, Kabossé imbraccia le stampelle, Théo scompare e Ricky ci propone di andare a trovare la sua famiglia che vive lì vicino, al centro di ospitalità per disabili di Kinshasa. In realtà è un hangar miserabile dell'Alto Commissariato dell'ONU per i rifugiati, dove da dieci anni sono ammassate cinquantasette famiglie. L'immobile è in costruzione e delle tegole arancioni pendono dal tetto. I pavimenti sono di terra battuta, l'acqua non c'è e l'elettricità è allacciata "in modo selvaggio". Ognuno delimita il suo spazio con una rete d'incannucciata. Ricky sta lì nei weekend, mentre durante la settimana dorme per strada, al centro di Kinshasa, vicino al banchetto ambulante di sigarette e ghiottonerie. La madre dei suoi tanti figli lo accoglie sarcastica con un «Ricky sei tp (troppo potente), però ora levati dai piedi». Lui con aria fiera ci mostra la sua televisione e i cento canali che riceve via satellite. E soprattutto qui può ascoltare il CD dello Staff che è stato registrato clandestinamente otto mesi fa allo zoo di Kinshasa, tra i cavalli del presidente Joseph Kabila. La loro musica è migliorata nel tempo. Più densa, più blues, più funk e con evidenti ammiccamenti a James Brown. ma c'è sempre quella rabbia ondeggiante e quell'energia assolata che la distingue dalle melodie asettiche interpretate dalle star della musica congolese come Papa Wemba o Koffi Olomide; è più vicina all'incantesimo e alla trance di Wendo Kolosoy e di Franco, i veterani della rumba congolese degli anni Sessanta.



Lo scimpanzé isterico

La fortuna di Ricky e dello Staff è di avere incontrato sulla loro strada Renaud Barret e Florent de La Tulaye, due trentenni francesi, uno fotografo e l'altro pubblicitario, che si sono innamorati dei ritmi della città e del lento e ammaliante ancheggiare delle donne di Kinshasa. Vivono lì da ciqnue anni e hanno fondato insieme la Belle Kinoise, una piccola società di produzione che ha realizzato tra le altre cose un video sulla boxe femminile nella capitale. Florent e Renaud hanno scoperto lo Staff casualmente, per strada, e da allora non hanno smesso di filmare questi ragazzi malridotti ma allegri. Hanno convinto Crammed Disc, un'etichetta indipendente belga specializzata in rock alternativo e musica africana tradizionale-moderna, a ingaggiarli. Vincent Kenis, ex musicista di Papa Wemba e ora produttore artistico a Bruxelles, li ha registrati di notte allo zoo di Kinshasa con un MacBook e un microfono che era stato usato da Jacques Brel... Erano tutti sotto un albero, tra uno scimpanzé isterico, un pitone di 90 anni e un leopardo esausto. I membri dello Staff hanno avuto un anticipo di 7.500 dollari sui loro diritti.


La copertina di ''Trés très fort'', il primo album realizzato dallo Staff Benda Bilili.

Una piccola fortuna, a Kinshasa, che loro - eccentrici ma non matti - si sono affrettati a depositare sul conto dell'Associazione Staff Benda Bilili. Ricky vorrebbe comprarsi una casa per togliere i figli dalla strada e avere un vero locale per le prove. Roger si è comprato una bicicletta per lui e per la sua fidanzata. Koko ha installato un nuovo motore sulla sua Peugeot blu. Qualche giorno dopo, mentre parlavamo di questo, all'ombra di una baracca malandata del banco delle scommesse che sta dietro il centro per disabili, Théo ha tirato fuori un pacchetto di sigarette da una busta dell'Unicef per venderne tre a un tizio che passava. Dopo ha messo i soldi nel sacco, con un grande sorriso sulle labbra. Musicista, di sicuro, ma sempre "uomo d'affari". Poi si è avvicinato un tipo altissimo che vendeva gelati con una cassetta blu sulla testa. da un lato c'era scritto "amore", dall'altro "lecca-lecca". Serge Gainsbourg avrebbe apprezzato [l'artista francese che alla fine degli anni Sessanta compose Je t'aime... moi non plus, N.d.R.]. Invece, nel quartiere di Matongué, c'è un gigante vestito di stracci che va in giro circondato da shegué: è stato lo sparring partnere di Muhammad Ali durante l'incontro di boxe contro George Foreman, combattuto a Kinshasa nel 1974. Dopo un viaggio negli Stati Uniti è impazzito e da allora scrive graffiti incomprensibili, prendendosela con Kabila e Obama. «In Congo, come in tutta l'Africa, sotto la superficie della realtà visibile si è sempre nascosta una seconda realtà invisibile», scrive il sociologo belga Filip de Boeck nel suo formidabile Kinshasa, Tales of the Invisible City. Kinshasa è una città di un altro mondo, un pandemonio sull'orlo del baratro, dove il passato non è solido, ma il presente può ancora offrire qualche certezza. I componenti dello Staff Benda Bilili sono i "cavalieri dell'Apocalisse", che con la chitarra in spalla fanno lo slalom fra le strade e i viali sventrati. A cavallo di motociclette rumorose e fiammeggianti e urlando «Très, très fort».


*Reportage pubblicato da «Le Monde 2», settimanale del quotidiano francese «Le Monde»,
Le pagine ufficiali del gruppo sul web sono
www.crammed.be/staffbendabilili e http://www.myspace.com/staffbendabilili.