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domenica 15 marzo 2020
domenica 29 dicembre 2019
Morna é Património Imaterial da Humanidade
Capo Verde, terra di poeti e musicisti, un pugno di spoglie isole a 500 chilometri dalle coste del Senegal sparse in quel ''Mar Azul'' a cui la diva dai piedi scalzi (l'indimenticata Cesaria Evora) ha affidato il suo potere di seduzione e quella voce meravigliosa. Capo Verde, uno di quei mondi in cui la musica è molto più di una semplice forma di espressione e di intrattenimento: è così essenziale come elemento costitutivo dell' identità collettiva che con la propria musica l' arcipelago sembra fare tutt' uno e i cui protagonisti sono gli eredi di grandi pionieri come Eugénio Tavares e B.Leza, poeti e compositori di Mornas, canti inconsolabili e dolcissimi capaci di toccare indifferentemente le corde di una malinconia struggente e di una gioiosa sensualità, accompagnati con strumenti come cavaquinho, clarinetto, fisarmonica, violino, piano e, soprattutto, chitarra. Più di altri filoni musicali di rilievo delle isole (tra cui batuco, finançon, funana e coladeira) la morna è caratterizzata da temi ricorrenti come malinconia, nostalgia, amore; in una parola sodade, quel peculiare stato d'animo capoverdiano intriso di senso di sconfitta (del perdente in amore, nel destino dell'emigrazione, o in una vita senza prospettive confinata in una manciata di piccole isole) di cui la morna ha fatto un arte.
Facile quindi immaginare l'immensa soddisfazione, l'orgoglio e l'allegria degli isolani (ma anche di tutti coloro i quali hanno trovato approdo in giro per il mondo e che costituiscono i due terzi della cittadinanza capoverdiana) nell'apprendere di come la loro amata morna sia diventata ufficialmente Patrimonio immateriale dell’Umanità. La candidatura era stata presentata da Capo Verde nel marzo dello scorso anno e finalmente è stata approvata dall’Unesco, che l'11 di questo stesso mese l'ha resa pubblica a Bogotà, in Colombia. Insomma, come qualcuno ha scritto: una nota d'allegria pervade finalmente la musica della nostalgia. Buon 2020 a tutti!
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Questa la pagina ufficiale di candidatura all'UNESCO (e sotto il video di presentazione):
Traduzione Citazione originale
La morna è un genere performativo di Capo Verde che riunisce la voce, la musica, la poesia e la danza. È un'espressione musicale la cui pratica non fa distinzione di genere. Tipicamente cantata da una sola persona è accompagnata da strumenti acustici tra i quali spicca la chitarra. Nasce nel XIX secolo, evolvendosi dall'incrocio di stili musicali con forti radici africane, il landum, con melodie originarie dall'Europa.
Si tratta di una canzone melodica, quaternaria, generalmente utilizzando schemi tonali minori classici. In questa canzone ci si appella al sentimento, facendo rima con temi vincolati all'amore, alla nostalgia, alla sofferenza, al disprezzo. Generalmente si può sentire la morna negli ambienti informali mdove hanno luogo le famose tocatinas (tipo di musica), tuttavia, è nelle famose “notti capoverdiane” che si può ascoltare questo genere musicale.
sabato 18 maggio 2019
mercoledì 15 febbraio 2012
Zambia, olè!
Qualche giorno fa lo Zambia ha vinto la sua prima Coppa d'Africa grazie al successo in finale sulla Costa d'Avorio per 8-7 dopo i calci di rigore, e immediatamente nelle strade e nelle piazze di Lusaka si sono riversate migliaia di persone che hanno scatenato le danze. Nel rallegrarmi per la gioia di un intero paese in festa, prendo l'esito dell'evento sportivo come pretesto utile per aprire una parentesi di carattere musicale, che riguarda specificamente quest'aria dell'Africa centro-meridionale, e lo faccio stilando una piccola discografia basata unicamente su materiali retrospettivi che ho avuto modo di reperire nel corso degli ultimi anni. Chi fosse interessato ad eventuali approfondimenti o al recupero di alcuni dei titoli sotto riportati (nello specifico tutti quelli contrassegnati dall' asterisco sono immediatamente disponibili) può accedere a uno Zanzip appositamente preparato a questo proposito dal sottoscritto, oppure mi contatti. Detto questo, che la festa continui!
ZAMBIA DISCOGRAPHY
[Sharp Wood Collection]
VARIOUS ARTISTS/Traditional (Hugh Tracey)
VARIOUS ARTISTS/Traditional (Hugh Tracey)
VARIOUS ARTISTS/Traditional (Hugh Tracey)
[Altri titoli Sharp Wood Collection]VA: Zambush Vol.1: Zambian Hits 80s (SWP027, 2004) listen
BIG GOLD SIX ..: Zambush Vol.2 - Hits 60s&70s (SWP028, 2005) listen
VA: The Kankobela Of The Batonga Vol.1 (SWP036, 2008)
VA: The Kankobela Of The Batonga Vol.2 (SWP039, 2008)
[ZNBC presents Zambian Legends/Mondo Music]JOHN & JOYCE NYIRONGO: Zambian Legends (MZL4, 2005) listen
OLIYA BAND: Zambian Legends (MZL5, 2005) [*] listen
SERENJE KALINDULA: Zambian Legends (MZL3, 2005) [*] listen
SMOKEY HAANGALA: Zambian Legends (MZL2, 2005) listen
KRIS CHALI & AMAYENGE BAND: Dailesi (MZB15, 2004) listen
AMAYENGE: Mangoma Kulila (MZB23, 2006) listen
VA: Sound Of Zambia Volume 1 Mondo Music (MCP1B, 2003)
VA: Sound Of Zambia Volume 2 Mondo Music (MCP03, 2003)
VA: Sound Of Zambia Volume 3 Mondo Music (MCP6, 2004) listen
[''Kalindula Music''/Mondeca Zambia Vinyl Collection]AMAYENGE: Amayenge (Mondeca, 1989)
MASASU BAND: Masasu (Mondeca, 1989) [*]
SHALAWAMBE: Shalawambe (Kariba, 1986)
SHALAWAMBE: Samora Machel (Mondeca, 1989)
VA: Zambia!! - An Introduction (Mondeca, 1989)
[Altre Antologie]VA: Shani! - The Sounds Of Zambia (Womad Records, 1988) [*]
VA: Zambiance (Globe Style Records - ORB 037, 1989) [*] listen
VA: African Acoustic 3 -.. Zambian Miners' Songs 1957 (Original Music, 1989)
[Altri artisti storici]KENNETH KAUNDA: Tiende Pamodzi (Red Rec., 1991)
ALICK NKHATA: Shalapo, Love Songs & Others '50 Hits (Retro Africa, 1991)
JEAN-BOSCO MWENDA - Mwenda wa Bayeke.. (Mountain, 1994) Congo/Z. [*]
[Zamrock Scene, Psychedelic, Fuzzed etc.]RIKKI ILILONGA & MUSI-O-TUNYA: Dark Sunrise (Now-Again R., 2010)
THE PEACE!!: Black Power [70's Zamrock scene] (Groovie R. LP, 2008) [*]
WITCH: Introduction [1973] (QDK Media 053cd, 2009) [*]
AMANAZ: Africa (Q.D.K. Media 051cd, 2010) [*]
PAUL NGOZI: The Ghetto [1973] (Shadoks Music LP, 2011) [*]
PAUL NGOZI: Greatest Hits (Yamene Records LP, 2003) [*]
NGOZI FAMILY: 45,000 Volts [1977] (Nosmokerecords LP, 2009) [*]
CHRISSY ZEBBY TEMBO & NGOZI FAMILY: My Ancestors [1973] (H. S., 2008) [*]
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domenica 18 dicembre 2011
sabato 19 marzo 2011
venerdì 18 febbraio 2011
Evocazioni Africane
Il Re
Così mi raccontava il Viaggiatore Immobile: ''Nell' immensità delle terre africane asciutti indigeni percorrono incessantemente il mare d'erba della Savana. Solitari Viaggiatori la cui unica compagnia è animale. Animali delle specie più disparate osservano impassibili ogni singolo viandante umano''.
Meerkat
''Osservano quasi come per ricordarti di non disturbarli nè disturbare la quiete di quei luoghi, quell'equilibrio naturale che per millenni è rimasto incontaminato''. ''Quando l'uomo rompe l'armonia nella Savana, nella notte i Galagoni* piangono!'' (* Galagone: piccola scimmia africana che di notte emette suoni simili ai pianti di bambino)... ''Queti pescatori osservano assorti il pellicano che si alza in volo per avvertire dell'imminenza del pericolo...''
Ibis
''... Corrono i pachidermi quando si appresta sulle loro tracce il cacciatore d'avorio. Presto fiere zanne d'elefante saranno ridotte in bianche palline per giochi di biliardo di uomini facoltosi. L'equilibrio naturale è stato nuovamente violato! Per miglia e miglia si diffondono grida di pericolo tra le varie specie. Le grida dei sacri uccelli Ibis destano il solitario guerriero distogliendolo dalla caccia. Suonano i tamburi del villaggio, richiamano le genti alla festa per la fortunata caccia. Il facocero si compiace nel non possedere anch'egli le bramate zanne d'avorio''.
Mr. Facocero
Ricorda il Grande Evocatore, una frase è ricorrente in Africa: ''Uomo, non seguire l'azione dello struzzo quando per paura nascondi la testa nella terra. Al pari suo l'altra parte del tuo corpo sarà comunque visibile come lo saranno le tue maldestre azioni che distruggono l'equilibrio del creato. Cammina per il mondo conosciuto, segui il lento corso dei fiumi sacri dell'Africa, ti accorgerai di come le faccie di bronzo siano belle solo quali statue del Benin''... ''Simile ai segni che il tempo ha lasciato sulla corteccia del vecchio Baobab sono le rughe sui volti dei vecchi africani al di là dell'etnia alla quale appartengono.
L' Africa ha inciso sui loro volti il ricordo di quelle terre, di quei colori, di quegli odori che ne fanno un continente unico, la culla dell' Umanità, quell' Eden, quel Paradiso perduto dove apparentemente splende sempre il sole e si vive prevalentemente seminudi. Primordiale terra dove la sopravvivenza degli esseri viventi è ardua ma dove tutti sono consapevoli che la vita quotidiana vada conquistata e vissuta. Africa, continente dove tutto è immenso. Dalle ricchezze e bellezze alle miserie e contraddizioni. Una grande terra dove i popoli, seppur vessati dall'ambiente circostante o da propri simili, trovano sempre una ragione per continuare a vivere.
domenica 19 dicembre 2010
Quelli Buoni
Ruanda: The Good Ones sono Jeanvier Havugimana, Adrien Kazigira e Stany Hitimana, tre ragazzi miracolosamente scampati al genocidio del 1994. Ad aiutarli ci ha pensato Ian Brennan. Quando, per caso, le loro strade si incrociarono, l’affermato produttore canadese si trovava in viaggio nel paese africano. Pare che le chitarre dei tre fossero prive di qualche corda. Ma la musica arrivò lo stesso. Brennan se ne innamorò, conquistato dalle dolci melodie acustiche dello jouyous (tradizionali canzoni d’amore cantate nell'antico dialetto locale Kinyarwanda) e decise di catturarle, come si trattasse di autentiche registrazioni sul campo, in ''Kigali Y Ihazabu''. Registrato a Kigali in un cortile all’aperto in una notte di Luglio del 2009, e pubblicato quest’anno dalla canadese Dead Oceans, il disco del trio è leggero, sussurrato, melodioso, delicato, in contrasto con le dolorose vicende di un luogo profondamente segnato da morte e massacri, ma anche teatro dei drammi e delle sofferenze giovanili degli stessi protagonisti. E’ il suono della speranza e dell’emozione, sorta di catarsi di una delle pagine più nere di tutta la storia della nostra (dis)umanità. Anche in questo caso il disco può essere richiesto al sottoscritto, non senza ricordare che, in caso di acquisto, una parte dei proventi del lavoro saranno destinati ad associazioni umanitarie che operano in quei luoghi.
sabato 4 dicembre 2010
Monicelli e la mia Somalia
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| Mario Monicelli (1915-2010) |
Non ricordo il colore del cielo. Non me lo ricordo più. So però che quel giorno ho visto Mario Monicelli. 13 Dicembre 2007, un giovedì. Il maestro era venuto all’università Roma Tre insieme all’amico di tante battaglie cinematografiche, Furio Scarpelli. L’occasione? Un dibattito con gli studenti dopo la visione de La Grande Guerra. Non so quando mi sono avvicinata a lui. Non so dove ho trovato il coraggio. Mi premeva dirgli che anche i somali conoscevano e amavano i suoi film. Mi premeva spiegare al maestro che la Somalia, nel bene e nel molto male era un po’ Italia, che a Mogadiscio la gente si guardava i film italiani (o i film di hollywood doppiati in italiano) e che i suoi avevano avuto un gran ruolo anche nella vita dei miei genitori. Credo di essermi presentata al maestro, di aver farfugliato delle cose e poi ho detto in un fiato: «Sono di origine somala». Lui mi ha guardato con i suoi occhi attenti, lucidi e con quella sua voce sicura mi ha detto: «Sono stato in Somalia». E da lì abbiamo cominciato a chiacchierare. C’era stato nel 1939 a seguito di Gino Valori che girava Equatore, uno dei tanti film coloniali dell’epoca. Questo però l’ho scoperto solo dopo. Invece lì, in quell’aula universitaria Mario Monicelli mi ha parlato della mia Somalia. Di quanto era bella, dei suoi mille colori, della generosità della gente. «Mogadiscio sì che era una bella città, ma Chismaio... non era mica un granché». Mi ha fatto ridere. Poi ha fatto una pausa: «È un peccato», ha detto, «che di quella Mogadiscio ora non sia rimasto più niente... che la guerra ha portato tanta distruzione. Gli italiani poi hanno fatto un gran macello». L’ho guardato sbalordita. Era la prima volta che incontravo una persona consapevole del male che l’Italia aveva fatto all’Africa Orientale. Quel 13 Dicembre mi sono sentita compresa.
.Da: ''Monicelli e la mia Somalia'', un articolo di Igiaba Scego apparso su L'Unità il 30 Dicembre 2010 [fonte]
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giovedì 28 ottobre 2010
Quì Eritrea
Quando centoventimila anni fa l’homo sapiens lasciò l’africa per conquistare il resto del mondo, partì probabilmente da queste coste: pietre vulcaniche disseminate su un secco deserto roccioso, un inospitale paesaggio lunare, rari cespugli immersi in una calura opprimente. Fu una prova di coraggio e d’intelligenza da parte di quel centinaio di homo sapiens che decisero di voltare le spalle alla depressione della Dancalia e di attraversare il mare, arrivando nell’attuale Yemen. Gli altri restarono a guardare dalla riva desolata i pionieri in partenza, scossero la testa e si girarono dall’altra parte alla ricerca di una nicchia d’ombra ai piedi della catena montuosa. Oggi gli afar sono ancora lì, il popolo più coraggioso e tenace d’Eritrea. Se questa storia fosse vera, allora saremmo tutti eritrei. […]
L’Eritrea ha un migliaio di chilometri di coste sul Mar Rosso, e davanti a queste ci sono centinaia di isole incontaminate. Appena sotto la superfice dell’acqua c’è una barriera corallina unica, con una popolazione marina senza eguali: un paradiso per pescatori sportivi e amanti delle immersioni. Ma sembra che in Eritrea i turisti non abbiano vita facile. Questo dipende in primo luogo dal fatto che il contenzioso sul confine con l’Etiopia, che ha portato alla guerra tra il 1998 e il 2000, non è mai stato del tutto risolto. […].
L’Italia nelle sue colonie non si è mai comportata meglio degli altri paesi, ma ha puntato molto su quei territori, convinta che i suoi investimenti avrebbero contribuito ad assicurare un futuro agli italiani senza lavoro in patria. Portarono quindi materie prime e attrezzature in Eritrea e costruirono gallerie, fabbriche, strade, case, ospedali, un’importantissima funivia (smontata tutta pezzo per pezzo dagli inglesi che hanno lasciato solo i piloni) e la ferrovia, che da Massaua porta fino alla capitale Asmara e da lì prosegue fino ad Agordat. Insomma, negli anni Trenta l’Eritrea aveva l’economia più sviluppata dell’Africa. […]
Nel 1993, dopo quasi trenta sanguinosi anni, l’Eritrea è diventata uno stato autonomo attraverso un referendum popolare. In quell’occasione il presidente Isayas Afeworki ha tenuto il suo primo discorso di fronte alle Nazioni Unite: ''Non posso fare a meno di ricordare le grida di aiuto che ogni anno abbiamo inviato a questa organizzazione e ad alcuni dei suoi membri per richiamare l’attenzione sulle richieste della nostra gente. L’Onu però si è rifiutata di levare la sua voce a difesa di un popolo di cui aveva ingiustamente deciso il destino, con la falsa promessa di proteggerlo''. Non è in questo modo che una giovane nazione si fa degli amici, ma l’Eritrea è uno dei paesi più ostinati dell’Africa. Senza la testardaggine dei suoi abitanti non esisterebbero neanche. Quando durante la seconda guerra mondiale i britannici cacciarono dall’Eritrea le truppe di Mussolini, nessuno potè impedire che smontassero ferrovie, funivie, intere fabbriche, fatte a pezzi e poi rimontate nelle loro colonie.
Dopo la guerra, l’Onu approvò un cattivo compromesso, in base al quale l’Eritrea diventò parte di una federazione con l’Etiopia. Tutti sapevano che appena fosse partita la delegazione dell’Onu, Addis Abeba avrebbe dimenticato i patti e si sarebbe annessa l’intera Eritrea. Andò proprio così: gli etiopi si appropriarono di ciò che restava delle industrie e delle infrastrutture e in pochi anni l’Eritrea fù catapultata indietro all’età della pietra. I movimenti guerriglieri cominciarono la resistenza. Durante i trent’anni di guerra per l’indipendenza, gli appelli degli eritrei all’Onu per il rispetto degli accordi stabiliti non ottennero mai risposta, visto che formalmente l’Eritrea non esisteva più. Gli Stati Uniti, privilegiando gli interessi strategici sulla tutela dei diritti umani, restarono sempre al fianco dell’alleato etiope, considerato prima un appoggio nella battaglia contro il blocco dell’est e poi un baluardo della cristianità contro il terrorismo islamico. Quando l’Etiopia spodestò Hailé Selassié e diventò socialista, anche il blocco dell’est smise di sostenere l’indipendenza eritrea: era inconcepibile che un movimento ribelle marxista combattesse contro uno stato marxista. Così l’Eritrea rimase da sola. Nel suo discorso alle Nazioni Unite Afeworki lo ha detto chiaramente: il fatto che l’Eritrea esista, lo deve solo a sé stessa. L’unica cosa per la quale gli eritrei devono ringraziare sono le poche traccie rimaste degli investimenti italiani: le ferrovie, che negli ultimi anni hanno ricostruito con le proprie forze, e l’incomparabile capitale, Asmara. […]
Di fatto l’Eritrea è esistita davvero solo per cinque anni, dalla fondazione dello stato fino all’ultima guerra con l’Etiopia, costata la vita a settantamila uomini. Nel Dicembre del 2005 una comissione internazionale, con sede all’Aja, ha stabilito che in questo conflitto Asmara è stata l’agressore ufficiale. Ma allo stesso tempo ha riconosciuto le sue ragioni. Nel 2000, infatti, un’altra commissione indipendente aveva definito il tracciato del confine conteso, ed entrambe le parti si erano impegnate a rispettare la decisione. L’Etiopia però ha violato gli acordi. Intanto il presidente Afeworki si è trasformato in un dittatore. Oggi in Eritrea le leggi vengono scritte con la matita, per poter essere cancellate il giorno dopo. I giornalisti e i dissidenti vengono incarcerati. La costituzione del 1997 non è ancora entrata in vigore. I giovani vengono precettati per il servizio militare e passati due anni di leva hanno difficoltà a tornare alla vita civile. Nel paese c’è solo un partito e lo stato ha pieno controllo su ogni sfera della vita. Ma tutti possono ascoltare la Bbc, guardare la Cnn e navigare su Internet. Il governo, a parte le ingenti spese militari, si concentra sui servizi essenziali come la scuola, le infrastrutture e l’alimentazione. […] E in ogni caso in Eritrea continua ad esserci un ottimismo contagioso.
[ Brani tratti da un articolo pubblicato nel 2006 da Plinio Bachmann su Das Magazine, Svizzera]
[ Brani tratti da un articolo pubblicato nel 2006 da Plinio Bachmann su Das Magazine, Svizzera]
ASMARA ALL STARS
L'Eritrea è uno dei paesi più giovandi del mondo per media d'età. Ci sono circa cinque milioni di abitanti, e quelli che lavorano, nella stragrande maggiranza dei casi, lo fanno per lo stato. Purtroppo non si può certo dire che ad Asmara i musicisti abbondino, e nemmeno i vecchi canti ribelli, così cari al popolo eritreo, sembrano più riscuotere la stessa passione di un tempo. Anche per questo registrare un disco da quelle parti dev'essere impreasa tutt'altro che facile. Un piccolo aiuto in questo senso è arrivato però nel 2008 dal produttore francese Bruno Blum (famoso soprattutto per il lavoro svolto nei dischi ''reggae'' di Serge Gainsboug) arrivato nella capitale eritrea con l’intenzione di dar vita a un'ambizioso progetto chiamato Asmara All Stars che recuperasse lo spirito del glorioso passato musicale di una città e di un paese, favorendo la 'rinascita' di vecchie leggende della musica eritrea come Ibrahim Goret e Brkti Weldeslassie. Accanto a loro altri talenti, più giovani: Faytinga, Adam Hamid, Temasgen Yared e Sara Teklesenbet, ma anche membri di band di soul e blues come Kunama, Nara, Bilen, Afar, Saho, Hedaareb, Tigré e Tigrigna. La band ha appena pubblicato per l'etichetta Out Here Records quello che per il momento è il loro primo album: ''Eritrea's Got Soul'' [ascolta]
Nel disco, registrato con un sistema analogico e una sezione di fiati importante, si combinano disparate sonorità, e il suono di questa formazione è la summa di molteplici esperienze ed influenze musicali, incluso quelle provenienti dalla sponda opposta di uno dei confini più ''segnati'' d’Africa. L’uso di antichi strumenti tradizionali abissini, vengono infatti combinati con elementi soul, jazz, reggae (e in qualche caso anche hip hop), sempre in bilico tra vecchio e nuovo. C’è chi, (in risposta all’Ethio-Jazz) si è già spinto a parlare di Eri-Jazz, ma anche queste etichettature e considerazioni lasciano il tempo che trovano. Io invece preferisco solo prendere atto della bontà di un disco che nel suo piccolo, in un paese complicato e contraddittorio come l’Eritrea, rappresenta comunque un segnale estemamente importante.
FAYTINGA
Tra i nomi convolti nel progetto degli Asmara All Star c’è anche la cantante Faytinga. Nata nel 1963, l’artista eritrea appartiene all’etina Kunama, una tribù in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti. Faytinga è un nome che suona come la storpiatura di quello paterno; Faid Tinga, venerato dai Kumana che combattevano per l’indipendenza del proprio paese per essere un oppositore talmente focoso che i beffardi inglesi, all’inizio degli anni Cinquanta, lo ribattezzarono Fighting Gun (fucile da combattimento). Lei invece si arruola nell’esercito nel 1978, all’età di 14 anni, e resta al fronte fino al 1991, data della ''fragile'' fine della guerra eritreo-etiope. Il sogno di Faytinga, che era sempre stato quello di cantare, inizia a realizzarsi proprio quando viene inviata a intrattenere le truppe al fronte con canzoni in grado di infondere ai soldati speranza e determinazione. Proprio in quegli anni inizia a comporre brani propri, senza però rinunciare alle interpretazioni e alle riproposizioni di artisti e celebri poeti del suo paese che musica accompagnandosi al suono dell’immancabile krar, la lira tradizionale della sua regione.
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| Faytinga: Numey (Cobalt, 1999) |
Consumata ed elegante ballerina oltre che talentuosa cantante e musicista, Faytinga non ci mette poi troppo a convertirsi in un'importante punto di riferimento per il suo popolo. All’inizio degli anni Novanta realizza un tour negli Stati Uniti ed in Europa con un piccolo gruppo a seguito, mentre qualche anno dopo ripete l’esperienza sola. Dopo la pubblicazione di un lavoro uscito (credo) solo su nastro nelle solite cassettine africane, il suo nome e la sua musica iniziano a circolare sempre più insistentente, e dopo aver prestato la propria collaborazione quà e là arriva persino a insignarsi di alcuni importanti riconoscimenti nell’ambito della musica africana . Nel 1999 esce finalmente per la Cobalt quello che viene considerato il suo primo disco vero e proprio, ''Numey'' (letteralmente: ‘’non interrompere il narratore’’) [ascolta] seguito nel 2006 da ''Eritrea'' [ascolta], album in cui Faitynga, iniziando dal titolo scolpito sulla copertina, esprime l’amore assoluto, ossessivo e del tutto reciproco per il suo paese.
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| Faytinga: Eritrea (Cobalt, 2006) |
Non è un caso, infatti, che tutti i brani vengano proposti nell’antica lingua kunama e che molti di questi siano stati registrati con la complicità di vecchi musicisti della famiglia Manka, anche se la cantante ha saputo incorporare rispettosamente sonorità e arrangiamenti moderni che rendono questo lavoro deliziosamente inclassificabile. Musicalmente, rispetto al precedente ''Numey'', Faytinga usa/osa anche una detonante chitarra elettrica quì e un impercettibile arrangiamento flamenco lì; ma guai a toccare il suo krar o spegnere il pianto del violino wata (strumenti che sono una costante nella musica dell’artista eritrea). Il suono è sodo e tirato, a cura del duo di produttori congo-parigini Madioko. Lei ci dispiega dentro il suo canto vetroso e le acidule ricette melodiche della tradizione: amore e guerra, il coraggio dei combattenti e quello degli amanti. Orgoglio kunama mescolato all’aria dell’altopiano di Asmara. La prova che quando le armi smettono di cantare, i cantanti tornano a fare il loro mestiere.
sabato 23 ottobre 2010
Che senso ha una rivoluzione se non la si fa cantando?
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| Alain Mabanckou |
Sul numero precedente (868) di Internazionale (sempre sia lodato!) è stato proposto un’interessantissimo articolo dello scrittore Alain Mabanckou uscito su Libération con il titolo ''Indépendance cha-cha'' . Nato a Pointe-Noire in Congo nel 1966, Mabanckou ora vive a Santa Monica, in California, ed è professore di letteratura francofona all’University of California, Los Angeles. Il suo articolo gira attorno a una rumba di Grand Kalle, che tutti sentivano, ballavano e cantavano nell’Africa francofona degli anni ’60, brano simbolo dell’euforica stagione dell’anticolonialismo e dell’ independenza. Allo stesso tempo l’autore, partendo dalle ''ingenue'' illusioni del suo popolo, evidenzia le contraddizioni e gli aspetti negativi del post-colonialismo alludendo all’esplosione dei conflitti etnici, degli omicidi politici e dei ''colpi di stato permanenti'' che sarebbero diventati i nuovi (tragici) caratteri distintivi del suo continente. Ripeto, l’articolo è molto interessante, e anche se non si potrebbe, non ho resistito alla tentazione di riportarne un pezzettino direttamente qui sotto. Per la lettura integrale, invece, rimane Internazionale ( volendo si può anche acquistare in formato pdf ) oppure l’originale disponibile in rete (qui), ma in francese.
L'ARTICOLO (BRANI)
| Alain Mabanckou & family |
Negli anni Sessanta, quando molti paesi dell’Africa francofona stavano entrando uno dopo l’altro nell’era dei ''soli delle indipendenze'', sentivamo in continuazione Joseph Kabalese, alias Grand Kalle, intonare le parole di ''Indépendence cha cha cha''. Che senso ha una rivoluzione se non la si fa cantando? Scritta da Grand Kalle e cantata da Vicky Longomba, con il prodigioso Nico Kasanda, alias docteur Nico, alla chitarra, questa canzone è diventata l’inno di emancipazione del continente nero. Alcuni dei padri fondatori della rumba congolese erano lì, pronti a immortalare quel momento storico. Un appuntamento da non perdere per nulla al mondo.
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| Petit Pierre, Dechaud, Brazzos, Nico, Vicky, Roger, Kalle |
Nel 1960 Grand Kalle e il suo gruppo, l’African Jazz, erano a Bruxelles, dove doveva svolgersi la famosa tavola rotonda sull’indipendenza del Congo belga. Il brano nacque da un’iprovvisazzione, dettata dall’entusiasmo per quella liberazione tanto attesa dai popoli africani. ''Indépendance cha cha cha'' racconta questo evento storico. […] Tutti questi partiti e questi politici di primo piano si erano uniti in un ''fronte comune'' per ottenere la liberazione della nazione congolese. Le prime parole esaltano quel momento storico: ''Abbiamo ottenuto l’indipendenza / Siamo finalmente liberi / Alla Tavola rotonda abbiamo vinto / Viva l’indipendenza''. Io sono nato sei anni dopo e ho sempre sentito ''Indépendance cha cha cha'' nella maggior parte dei bar congolesi di Trois-Cents, il nostro quartiere a Pointe-Noire. A noi sembrava solo una canzone ''vecchia'' per amanti della rumba, niente di più.
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| Dr. Nico |
La verità è che, come tanti giovani della mia età, all’epoca non capivo il senso di quelle parole, anche se mi capitava di accennare qualche passo di danza sentendo la magica chitarra di Dr Nico. Vedevo gli adulti tutti in ghingheri, gli uomini con i pantaloni a zampa di elefante, le donne con i pagne colorati. Era ancora l’epoca dei giradischi, del vinile, dei 78 giri, poi dei 45 giri, con due facciate, il ''latoA'' e il ''latoB''. Alla fine del lato A bisognava girare il disco per ascoltare l’altro lato. E quando la canzone finiva la folla nel bar urlava in coro: ''Bis! Bis! Bis!''.
Mio padre aveva conservato dei ricordi di quei tempi felici. Anche lui aveva ballato la rumba al ritmo di ''Indépendence cha cha cha'' e venerava Grand Kalle. In sala da pranzo aveva un suo poster. Quando mi fermavo davanti a quell’immagine, mi avvicinavo sempre per guardarla meglio. Grand Kalle posa di profilo, con il mento appoggiato alla mano sinistra. Guarda davanti a sé, in lontananza, con il sorriso di chi è soddisfatto per la direzione che ha preso la storia. Molto tempo dopo mi sono chiesto se la spensieratezza di quel ritratto non riflettesse l’atteggiamento degli africani dell’epoca. Sapevano che l’indipendenza implica anche il confronto tra mondo tradizionale e mondo moderno? Si rendevano conto che quella liberazione segnava l’inizio di un ''avventura ambigua'' e che, in un certo senso non eravamo più così lontani dall’universo descritto da Ahmadou Kourouma nel capolavoro ''Soli delle indipendenze''? […] ''Indépendence cha cha cha'' di Grand Kalle celebrava soprattutto la partenza dei bianchi, il diritto degli africani di gestire da soli il proprio continente. I balli e la gioia non ci hanno fatto pensare che la disillusione sarebbe arrivata rapidamente, in meno di cinque anni. Con il tempo, questo brano è diventato il simbolo della nostra ingenuità. Le luci ingannatrici delle ''indipendenze sulla carta'' ci hanno spinto a credere che bastasse la partenza dei bianchi a rimettere il continente nero sulla sua vera strada. Alcuni paesi africani ormai sono in mano a monarchi saliti al potere con la forza e capaci di ''colonizzare meglio'' dei bianchi, perché sanno come far votare le ''bestie selvagge''. E quando alcuni di questi monarchi muoiono, i figli proseguono il lavoro dittatoriale del genitore. Per grande sfortuna delle popolazioni africane.
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| Patrice Lumumba |
Independence Cha-Cha - The Story of Patrice Lumumba 1/3
IL DISCO
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| Congo, Rumba On The River: tracklist; ascolto; dwl pt.1; dwl pt.2 |
Licenziato nel 2006 dalla Syllart (l’etichetta fondata nel 1981 dal super-produttore della musica africana moderna, Ibrahima Syllart), ''Congo - Rumba On The River'', è il primo capitolo della collana African Pearls, una serie di doppi cd costruiti con il criterio di raccontare le vicende musicali di un paese in un’epoca ben precisa. Con implicazioni storiche evidenti (1954-1967) ''Rumba On The River'', è consacrato alla seconda generazione (quella cruciale) della musica urbana congolese, che cambierà per sempre i gusti di tutto il continente palpitando all’unisono con la vita sociale e politica del paese. Storia che comincia quando Kinshasa si chiama ancora Leopoldville ma già fa da sfondo alla laboriosa rivalità tra due scuole e due fabbriche di talenti: gli African Jazz del capostipite John Kabalese (Grand Kalle, appunto) e gli OK Jazz dell’emergente e sempre più giganteggiante Franco. Una lotta che con l’eccezione del 30 Giugno 1960, giorno dell’indipendenza, procede senza esclusione di colpi (musicali). Il primo, troppo lumumbista per poter vivere una carriera serena con Mobutu, lascia soprattutto quel monumento danzante alla suprema illusione che è ''Indépendence cha cha cha'' (contenuta anche in questa antologia); il secondo, dotato di genio e ambizione, diventerà invece una delle figure più importanti in assoluto della storia della musica africana moderna. In mezzo il vivaio, cresciuto sotto la loro ''autorità'': Tabu Ley, Sam Mangwana, Dr. Nico, Papa Noel, Tino Baroza … e le orchestre African Fiesta, Festival Maquisard, Rock A Mambo, Bantous de la Capitale… La musica: un florilegio di afro-rumba, elisir di conforto e socializzazione della vita notturna di Kinshasa e Brazzaville. E’ l’arte del sebene, miscela resa danzabilissima dagli arpeggi ipnotici e dalle improvvisazioni di chitarra.
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mercoledì 20 ottobre 2010
Breakdance Project Uganda
Essere bambino in Uganda è perfino peggio che essere criminale. Ogni giorno, infatti, migliaia di fanciulli vengono sottomessi a violenze, malattie, maltrattamenti, sfruttamenti e povertà anche se, come dicono da quelle parti, ''c’è sempre uno spiraglio di luce che non ti abbandona''. A dimostrarlo è la storia di Abraham ''Abramz'' Tekya, orfano ugandese che dal 1992 si è costruito una certa notorietà come b boy nel suo paese natale. Abraham è anche il fondatore del duo Sylvester & Abramz, che utilizza l’hip hop come strumento di crescita e integrazione sociale, nonché l’artefice principale di Breakdance Project Uganda (B.P.U.), un progetto partito nel 2006 che si è posto come obiettivo la riabilitazione fisica e mentale dei bambini (spesso vittime di guerra) di Kampala e Mbale attraverso l’arte della breakdance. L’intento principale del progetto è soprattutto quello di tenere lontani ragazzi e bambini dalla violenza della strada, favorendo la loro aggregazzione attraverso una serie di laboratori e generando allo stesso tempo un ricambio generazionale.
Le lezioni vengono impartite dallo stesso Abraham a Kampala, e fin’ora il progetto stà funzionando molto bene, tanto che è stato aperto un nuovo centro a Gulu (nel nord del paese, teatro di guerre sanguinarie) per un totale di ben 300 bambini. Tra i personaggi coinvolti nel progetto più di recente, anche il newyorkino Richard Colón a.k.a. Crazy Legs, uno dei membri fondatori della leggendaria Rock Steady Crew, che dopo essere stato invitato da Abramz a visitare la regione e a impartire un paio di lezioni nei suoi centri, vedendo ballare i bambini si commosse a tal punto che decise di rimanere con loro. Questa bella storia di redenzione infantile è stata anche ''catturata'' di recente dal regista Nabil Elderkin (video maker abbastanza affermato in ambito hip hop) in un documentario intitolato ''Bouncing Cats'', (sotto il trailer) integrato da storie raccontate da Common e interviste esclusive di personaggi come Mos Def, Will I AM e K’Naan.
giovedì 7 ottobre 2010
African Pearls: Bako, la memoria di una cultura vernacolare
Se di lei si erano già occupati impeccabilmente e esaustivamente (come sempre) dalle parti di TP Africa (qui e qui), è altrettanto certo che tornare a dare spazio e visibilità ad artisti non troppo conosciuti (ma dalla qualità indiscutibile) come Bako Dagnon, non è mai troppo. La musica di Bako è fatta a sua immagine: semplice, vera, generosa. Nata a N’Goloblladij, piccolo villaggio della regione di Kita, in Mali, poco lontano dalla frontiera con la Guinea, Bako è cresciuta nello spirito griot mandingo. E’ una delle poche artiste a tenere in vita una tradizione secolare, grazie ai racconti dei genitori e dei nonni, che a loro volta li hanno ascoltati, per chissà quante generazioni, dai suoi avi. Reclutata già dagli anni Settanta dal ministero per la gioventù e lo sport, in cerca di persone che conoscessero e fossero in grado di riprodurre la musica tradizionale, Bako ha collaborato per tre anni (e altrettanti album) con l’Ensemble instrumental du Mali. Una cosa che in seguito ha rimpianto, soprattutto per l'assenza di testi (a lei tanto cari), che raccontavano l’epopea mandinga e le gesta del guerriero Dah Monzon.
Ma era molto giovane, non aveva ancora affrontato il problema delle sue radici come invece avrebbe fatto in seguito, arrivando a mettere insieme una conoscenza pressoché enciclopedica della cultura e della storia della sua gente. Bako è la memoria vivente di una cultura vernacolare costruita nei secoli da musicisti e poeti. Finalmente nel 2007, dopo una quarantina d’anni di carriera, Dagnon è arrivata a pubblicare ''Titati'' (Discograph/Syllart) [ascolta], il suo primo album da solista, a cui ha dato un seguito, quasi un anno f,a con l'altrettanto splendido ''Sidiba'' (Discograph/Syllart). Prodotti in modo impeccabile, questi due bellissimi dischi sono quasi esclusivamente acustici e la cantante, grazie ad un’eleganza innata, ha rinnovato la tradizione lirica maliana. Poche parole cantate con i piedi ben piantati sulla terra del suo paese, un paese le cui risorse e qualità musicali non finiranno mai di stupirci.
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