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domenica 19 dicembre 2010

Quelli Buoni



Ruanda: The Good Ones sono Jeanvier HavugimanaAdrien Kazigira e Stany Hitimana, tre ragazzi miracolosamente scampati al genocidio del 1994. Ad aiutarli ci ha pensato Ian Brennan. Quando, per caso, le loro strade si incrociarono, l’affermato produttore canadese si trovava in viaggio nel paese africano. Pare che le chitarre dei tre fossero prive di qualche corda. Ma la musica arrivò lo stesso. Brennan se ne innamorò, conquistato dalle dolci melodie acustiche dello jouyous (tradizionali canzoni d’amore cantate nell'antico dialetto locale Kinyarwanda) e decise di catturarle, come si trattasse di autentiche registrazioni sul campo, in ''Kigali Y Ihazabu''. Registrato a Kigali in un cortile all’aperto in una notte di Luglio del 2009, e pubblicato quest’anno dalla canadese Dead Oceans, il disco del trio è leggero, sussurrato, melodioso, delicato, in contrasto con le dolorose vicende di un luogo profondamente segnato da morte e massacri, ma anche teatro dei drammi e delle sofferenze giovanili degli stessi protagonisti. E’ il suono della speranza e dell’emozione, sorta di catarsi di una delle pagine più nere di tutta la storia della nostra (dis)umanità. Anche in questo caso il disco può essere richiesto al sottoscritto, non senza ricordare che, in caso di acquisto, una parte dei proventi del lavoro saranno destinati ad associazioni umanitarie che operano in quei luoghi.



domenica 12 dicembre 2010

Sciamanesimo elettronico



Se siete tra quelli che credono che una session in discoteca dovrebbe aspirare ad essere vissuta e sentita più come viaggio e/o esperienza che come semplice motore di ballo, fareste bene a non perdervi le narrazioni mattutine di Shackleton nella Room 1 del Fabric. Un viaggio di ottanta minuti, musica densa che scivola in spirali oscure e a volte asfissianti. Atmosfere cupe, disorientanti ed eleganti al tempo stesso. Tamburi tribali in un crescendo di intensità come in una invocazione lovecraftiana. Sogno e incubo. Drones e voci sinistre che si trasformano in cantici e aperture melodiche. Il sapore della delicatezza in grado di resiste alle ritorsioni, malgrado tutto. Dubstep? Minimal? Techno? Trance? O una bizzarra fusione di tutti questi elementi? Poco importa: ''Fabric 55'' (Fabric, 2010) si propone come una delle più incredibili esperienze sensoriali dell’ anno in ambito (non solo) elettronico. La tracklist è costruita esclusivamente con materiali propri, vecchi e nuovi - precedentemente editi su Skull Disco e Hotflush - ma, stando alle parole dello stesso dj anche ''canzoni che non vedranno mai la luce in una forma diversa rispetto a questa e altre per cui più che di canzoni si dovrebbe parlare di parti che coincidono ed emergono tra i temi ..'' Sono ottanta minuti magici, visionari, cosparsi di spezie (dall'Africa, al Medioriente fino in India) dai tratti quasi mistici, religiosi, sorta di sciamanesimo elettronico in costante trip. Chiudete gli occhi e immergetevi negli strati di suoni percettibili e impercettibili, descrivibili e indescrivibili. E quando un senso di asfissia inizierà ad alleggiare ecco giungere il tichettio inaspettato: riprendete fiato. Il viaggio ricomincia, l’eperienza sensoriale anche.

Pionieri di una musica nera



Il Bronx newyorkese dopo gli anni Sessanta. Le filastrocche inventate dai ragazzi di colore agli angoli delle strade (dozens) e le sigle delle sit-com alla tivù. I dischi di Tito Puente e del Jimmy Castor Bunch. Le canzonacce nate in galera (Toasts) e tramandate oralmente di detenuto in detenuto. Il giamaicano Kool Dj Herc che, lavorando simultaneamente con due copie dello stesso disco, fà durare un'eternità il break di percussioni di ''Apache'' dell' Incredible Bongo Band e di decine di altri oscuri dischi latin-funk. Grandmaster Flash giovanetto e dj di belle speranze che scopre come diavolo facesse il suo idolo Pete Dj Jones ad acchiappare sempre il groove giusto quando ripeteva la medesima sequenza percussiva più e più volte usando due copie dello stesso disco (il mixer con il preascolto!). Cassius Clay e Malcolm X. The Fathback Band che in ''King Tim III'' unisce le parlate jive dei dj radiofonici ed una battuta quasi rubata a ''Running Away'' di Roy Ayers. Questo l'humus da cui nasce Sugar Hill Records, etichetta discofrafica di Sylvia e Joe Robinson protagonista, tra il 1979 e il 1984, di una delle epoche più rivoluzionarie della black music agli albori della musica rap, e suoni magnificamente testimoniati da un cofanetto di quattro cd, uscito quest'anno. Al suo inteno pietre miliari come ''Rapper's Delight'' della Sugarhill Gang che ricicla il giro di basso da ''Good Times'', il tormentone dell'estate degli Chic e incisa in studio in un solo giorno da sessionmen di gruppi funk utilizzati come turnisti che simulano il mixaggio veloce dei dj del bronx, producendo un groove di 16 minuti che impazza nelle radio e nei club mentre dal vivo provvede alla musica proprio un dj che, con due copie dello stesso disco, fornisce la base per il rap. Quando esce, nell'autunno del 1979, viene diffusa dalle casse delle radio di New York, scatenando un vero shock nella cultura popolare statunitense, con il pubblico travolto da una sorta d'isteria collettiva e l'industria musicale impreparata per ciò che stava venendo.


Nel 1980 esce invece ''Wheel Of Steel'' di Grandmaster Flash, primo disco realizzato rimontando totalmente frammenti di altri dischi e in cui fa la sua prima apparizione lo scratch (il suono realizzato muovendo ritmicamente un disco avanti e indietro, accompagnandolo con aperture e chiusure del volume a seconda dell'effetto voluto), che ora tutti conoscono, ma che all'epoca rappresenta una grande novità sotto l'aspetto tecnico e musicale. Non a caso la seminale  ''Wheel Of Steel'' si può considerare l'esempio più antico di turntable music, ovvero musica creata col solo ausilio di una coppia di giradischi. Nel 1982 è la volta di ''The Message'', sempre di Grandmaster Flash, con i Furious Five, e il rap diventa per la prima volta denuncia sociale, filone mai più abbandonato nei contenuti. Il brano, per quanto riguarda la parte musicale, apre l'ennesima nuova evoluzione tecnica. Il gruppo di turnisti viene infatti sostituito da un produttore che si avvale di una batteria elettronica programmabile (che sostituisce quasi definitivamente il batterista) ed i sintetizzatori; questi vengono pilotati da un sequencer (strumento che serve a sincronizzare tanti strumenti, e dal quale poi vengono programmate le parti musicali) e eseguono senza sforzo, e con la massima precisione, parti musicali che prima richiedevano fatica e molte ore in sala di incisione.

Tutto questo, e molto, ma molto altro ancora (Positive Force, The Sequence, Funky Four, Fine Quality ecc ecc) nei quattro cd di ''A Complete Introduction To Sugar Hill Records'' (Sanctuary/Universal, 2010) [tutto incluso qui], cofanetto a dir poco imperdibile. Nel 1984, grazie al disco omonimo dei Run Dmc il rap ha il suo primo Lp. In precedenza, infatti, si lavorava solo su 12'' destinati perlopiù al mercato dei dj e delle radio. Tuttavia era stata ancora superata la diffidenza dei grossi discografici che lo ritenevano un fenomeno passeggero. Con i Run Dmc il discorso si fa concreto: sarà solo l'inizio, ma questa è un'altra storia...

giovedì 9 dicembre 2010

Segun & Bola



Ricordo di aver letto che la rinnovata fortuna del soul-funk e dell'afro-funk nigeriano e non solo si deve molto alla stessa categoria che involontariamente, negli anni Settanta, contribuì a minare le basi di questo fenomeno musicale. I dj, infatti, cominciarono ad essere utilizzati per riempire le pause tra un set e l’altro delle band, fino quasi a soppiantarle; ai proprietari dei locali costavano meno e riuscivano a dare una maggiore varietà di proposta, per di più aggiornata alle ultime novità provenienti da Stati Uniti e Gran Bretagna. Oggi dj di tutto il mondo pescano nel patrimonio dell’afro-beat e del soul-funk nigeriano ingredienti preziosi per le loro miscele musicali. Non c’è da stupirsene. Basti pensare anche alla quantita di antologie e di ristampe che stanno rimettendo in circolazione questo tipo di materiali. Tra le tante un posticino d’onore spetta anche all’ottima Vampisoul, etichetta di cui spesso ho avuto modo di parlare nel blog.


E allora, dopo la splendida ''Poor Man No Get Brother: Assembly & Revolution 1969-1975'' (Strut, 2002) [se ancora non avete provveduto, quì] ecco anche i due cd di  ''Who Say I Tire'' (Vampysoul, 2010) [se interessati fatemi sapere e vi indicherò il cammino per incontrarla], nuova antologia dedicata al grande Segun Bucknor, che la stessa etichetta catalana presenta come ‘’ The most complete compilation to date of this key figure in the history of Nigerian music.’’, ma che (doveroso specificarlo) per una buona metà dei brani  coincide con la scaletta del disco della Strut. Sempre in prima fila nell’afro-funk Nigeriano, Bucknor realizzò questi brani tra gli anni Sessanta e Settanta e a più di trent’anni di distanza si difendono ancora benissimo e suonano impeccabilmente attuali. Riff sornioni, bassi perentori, bel sound, gusto dei dettagli, senza contare quel tocco peculiarmente africano che il soul-funk americano non aveva. Insomma avete capito, consigliabili.


Doppia anche ''Man No Die'' (Vampisoul, 2010) [la beccate qui], la raccolta dedicata a Bola Johnson, artista di Lagos (classe 1947) attivo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Trobettista e cantante dalla voce melodiosa cresciuto alla corte dei vecchi bandleader dell' highlife, Bola venne ingaggiato a soli 17 anni dalla Philips nigeriana, che a quei tempi aveva in catalogo anche alcuni colossi della musica del Paese. Forse anche per questo non potè mai giovarsi dell’appoggio pieno della sua etichetta, poco propensa a dedicarsi allo sviluppo e alla promozione di nuovi talenti, e in pochi anni Johnson finì inevitabilmente nel dimenticatoio. Ebbe però il tempo di incidere tre album, dai quali la raccolta della Vampisoul (credo l’unica che lo riguarda)  ha attinto a piene mani. Nei brani del primo periodo sono evidenti soprattutto i tratti e i caratteri assorbiti dai vecchi maestri con suoni a cavallo tra percussioni yoruba tradizionali, orchestre da ballo e indolenze caraibiche palmwine; in quelli del secondo periodo (prelevati dagli ultimi due dischi) spuntano invece le sincopi funk e i tratti soul tipici della musica afro-americana, ma anche in questo caso senza mai perdere quel peculiare e caratteristico tocco africano. Sembra che Johnson viva in un sobborgo di Lagos dove ancora compone musica. Speriamo che anche questa raccolta serva in qualche modo a dargli la giusta visibilità e possa permettergli di tornare a farsi sentire.


venerdì 3 dicembre 2010

Un' Angola imprescindibile



Rimanendo in Africa, nel solco dei cosidetti paesi lusofoni o lusitofoni, volevo segnalare l’uscita di una nuova antologia a dir poco straordinara intitolata ''Angola Soundtrack - The Unique Sound Of Luanda'' (1965-1978), nona uscita del catalogo Analog Africa (al solito) compilata magistralmente da Samy Ben Redjeb & company. Il disco è consigliabilissimo a chiunque abbia un minimo interesse per i materiali retrospettivi di musica africana. Se poi siete anche tra quelli che, come il sottoscritto, hanno adorato il bellissimo doppio ''Soul Of Angola'' (Lusafrica, 2001), allora non avete scuse e siete oltremodo obbligati ad ospitare anche questo tra i vostri scaffali. Io mi stò muovendo a riguardo e conto di poter recuperare il cd per la prossima settimana. In ogni caso ho già provveduto a prelevare i 18 brani dell’antologia che però, per il momento, ho deciso di non diffondere troppo selvaggiamente, anche perché, come dice giustamente Giulio Mario di T.P. Africa nei commenti del meraviglioso post dedicato al disco (leggetelo e troverete tutte le preziose informazioni a riguardo) si tratta di lavori di vera archeologia, che meritano di essere riconosciuti e premiati anche economicamente, senza dimenticare che, nel caso di Analog Africa almeno, gli artisti africani hanno anche visto riconosciuti i loro diritti. E tuttavia, rivolgendomi in particolare a chi non fosse in grado di controllare i propri istinti musicali e/o non avesse la pazienza di aspettare (come vi capisco!), dico loro che sin da ora sarà possibile richiedere al sottoscritto il prelievo integrale (che verrà messo a disposizzione in privato), ben lieto di favorire agli amici del Giardino l'ascolto e, spero, (anche) la scelta di un acquisto che giudico imprescindibile.

domenica 28 novembre 2010

Leggende viventi del blues



Joe Willie Pinetop Perkins & Willie 'Big Eyes' Smith sono due leggende viventi. Testimoni diretti degli anni bollenti della musica del diavolo, quelli delle prime decadi del secolo scorso a cui appartengono personaggi mitici del calibro di Robert Johnson, Son House, Charlie Patton e altri maestri che misero le basi al blues classico, i due musicisti sono ricordati soprattutto per aver legato i loro nomi alla straordinaria band di Muddy Waters negli anni Sessanta, la stessa a a cui apparteneva anche il magistrale pianista Otis Spann. Pinetop è ora un ragazzo di 96 anni (classe 1913) e 'Big Eyes', un’altro di quasi Ottanta (classe 1936). Avrebbero potuto cantare e suonare l’armonica ma non erano loro le star, non spettava loro, spettava a Muddy, riconosceranno spesso. Queste parole racchiudono tutto il senso delle loro vite (certo non prive di difficoltà ma..), fatte d’amicizia verà, tanta professionalità e soprattutto grande ripetto per una musica che suonano e amano alla follia; lo stesso rispetto che si respira in ''Joined At The Hip'' (Telarc/Egea, 2010) [qui], uno splendido lavoro di classico blues di Chicago che sembra piombare direttamente dalle decadi dei Cinquanta/Sessanta. Alle registrazioni del disco, tredici brani scritti da Willie "Big Eyes" Smith più qualche cover (due di Sonny Boy Williamson, una di Big Bill Broonzy), hanno preso parte anche il sodale B. Stroger, assieme a Kenny Smith (figlio di Willie) nella sezzione ritmica, e i chitarristi F.Krakowsky e J.Primer, a supporto di due veterani in piena azione (voce, armonica e piano), due meravigliosi vecchietti che non solo sanno perfettamente quello che stanno raccontando, ma che sono, loro stessi, parte di quella incredibile storia.

lunedì 22 novembre 2010

Nuvole minacciose dall'Australia


Frowning Clouds

Scusate, ma in che anno siamo? E’ la prima domanda che ci si pone ascoltando ''Listen Closelier'' (Saturno/Off The Hip, 2010), il debutto dei Frowning Clouds, penultima sensazione del garage rithm&bluesero australiano, che già avevano pubblicato un 7’’ nel 2009 e un più recente EP. I cinque adolescenti suonano bene, con forza e determinazione, e i cantanti Zak e Nick riescono a canalizzare tutta la loro furia giovanile in uno sfacciato esercizio di stile e sensualità. I registri, naturalmente molto Sixties (65-66 o giù di lì), rimandano in particolare ai primi Rolling Stones (anche le copertina dei dischi parlano in questo senso) ai Kinks, ai Pretty Things e ai suoni neri del rhythm & blues. Se certamente non si può parlare di originalità, fa comunque piacere constatare come una band così giovane abbia assimilato gli aspetti più genuini di queste influenze. Dischetto molto, ma moooolto godibile. Nostalgici incalliti, siete avvertiti.


mercoledì 17 novembre 2010

Per combattere le nebbie


Fresh & Onlys: Play It Stange (In The Red, 2010)

Fresh & Onlys sono una band underground di San Francisco capitanata da John Dwyer. Lo scorso mese di Ottobre il quartetto californiano ha lanciato sul mercato il suo terzo lavoro intitolato ''Play It Stange'' (In the Red 2010). La band si formò solo due anni fa, ma (pronti, via) il 2008 fu anche l'anno di pubblicazione del loro primo omonimo disco, subito ben accolto dalla scena indie californiana, a cui seguirono alcuni sette pollici. Nel 2009 i Fresh & Onlys iniziarono a farsi conoscere anche a livello internazionale, ricoprendo un certo interesse non solo negli Stati Uniti, ma anche nel vecchio continente soprattutto grazie al bellissimo ''Grey-Eyed Girls'' (Woodist, 2009).

Fresh & Onlys: August In My Mind (Captured Tracks, 2010)

Ma è il 2010 l'anno della definitiva consacrazione per la band di John Dwyer con la pubblicazione del meraviglioso EP ''August In My Minde'' (Captured Tracks, 2010) e del nuovissimo ''Play It Stange'' su In The Red: undici tracce di indie-pop-garage, con genuine chitarre rock, spiccate influenze psichedeliche ‘60/’70, richiami al folk-rock americano e reminescenze surf-morriconiane. Un lavoro tanto luminoso quanto oscuro, fatto di contrasti tra atmosfere solari, e appena più offuscate (che invece caratterizzavano maggiormente le prime cose del gruppo), in cui spiccano ottime melodie vocali e dove si respira un aria decisamente florer power. Non so perché (o forse sì), ma a tratti mi ricordano certe cose dei Television Personalities. Ottima band, comunque. Derivata fin che volete, ma da non sottovalutare.

Rimaniamo a San Francisco con i Girls, altra formazione di cui il Giardino si occupò giusto un anno  fa presentando il loro ''Album'' di debutto; irruppe sulla scena indipendente al principio del 2009 e venne poi considerato da molti come uno dei migliori lavori dell’anno in ambito pop-rock.

Girls: Broken Dreams Club (True Panther, 2010)

Le sei tracce del nuovo mini della band Christopher Owens (probabilmente una delle biografie più tormentate della storia del rock dei nostri giorni), intitolato  ''Broken Dream Club'' (True Panther) e uscito ufficialmente un paio di giorni fa, contengono la stessa essenza di pop-retrò dell’esordio, con tutti gli elementi che hanno accompagnato le esperienze musicali della band: lo shoegaze, lo stile vocale di Elvis Costello, il suono lo-fi sfuocato di basso e batteria, quello surf e gli excursus autobiografici sulla California pop degli anni Sessanta. Armonie vocali, accordi compatti e soprattutto sessanta minuti di musica di buonissima fattura pop.


Real Estate: Out Of Tune [7''] (True Panther, 2010)

Dopo aver presentato albums e eps, mancava solo il singolo. Eccolo. Più puntuali non potevano arrivare, infatti,  le due nuove canzoni di Alex Bleeker e compagnia (''Out Of Tune'' e ''Reservoir #3'') ovvero i Real Estate, band di indie rock-pop psichedelico formata nel 2006, di cui avevo molto amato l’omonimo album d’esordio uscito lo scorso anno. I componenti di questa band si dividono tra il New Jersey e Brooklyn, ma nella loro musica nostalgica lasciano da parte il glamour e gli agglomerati di Manhattan preferendo la spensieratezza e la gioia di vivere, senza pretese, ma facendo semplicemente quello che a loro piace con il mare e l’acqua nel cuore.


sabato 30 ottobre 2010

Black Pearls: Hipshakers


Hipshakers Vol.1: Teach Me to Monkey (Vampi Soul, 2010)

Semplicemente spettacolare! Con una ventina di temi rhythm & blues e soul da togliere il fiato, "Teach Me to Monkey" (Vampi Soul, 2010) rappresenta il primo capitolo di una serie chiamata "R&B Hipshakers" e inanella un florilegio di 45 giri usciti originariamente su King e Federal scrupolosamente selezzionati dal prestigioso speaker radiofonico e dj Mr Fine Wine (Downtown Soulville, WFMU). Le venti canzoni contenute nella raccolta interpretate, tra gli altri, da artisti come Hank Ballard, Johnny Watson, Willie Dixon, Freddy King, Eugene Church … furono registrate tra il 1956 e il 1967 e non erano mai state rieditate in precedenza. Una collezione di autentiche gemme, ballabilissime e freneticissime, con elettrizzanti chitarre e esuberanti parti vocali che in quegli anni innescarono, anche negli adolescenti inglesi dall’altra parte dell’oceano, soprattutto grazie alla diffusione via radio,  una vera e propria rivoluzione estetica e sonora. Non fatichiamo a crederci. Bomba!


venerdì 29 ottobre 2010

Note dal sottosuolo: Georgie Fame


Georgie Fame-Mod Classics: 1964-1966 (BGP, 2010)

Pochi dubbi: senza togliere merito all'intera (lunga) carriera di Georgie Fame, ritengo che la sua prima tappa artistica rimanga in assoluto la migliore, quando con i magnifici Blue Flames ripartiva il suo tempo tra gli studi della EMI e il Flamingo, uno dei club più rinomati della capitale inglese. Il grande hammondista/cantante e la sua band incisero per la Columbia tre anni di fila, dal 1964 al 1966; il risultato di questa avventura furono una decina di singoli, media dozzina di EPs e ben quattro LP, tutte opere fondamentali della cultura mod e della swingin’ London.

Georgie Fame: 20 Beat Classics (Polydor, 1991)

Per strano che possa sembrare si tratta di materiale mai raccolto in maniera esaustiva prima della pubblicazione della splendida antologia uscita quest'anno, con le uniche eccezioni di ''20 Beat Classics'' (Polydor, 1991) e ''The Very Best Of Georgie Fame & The Blue Flames'' (Spectrum Music, 1998) che però non rendevano del tutto giustizia, contenendo solo una piccolissima parte di quello stesso materiale, rimasto incomprensibilmente a marcire (descatalogato) negli archivi  per quasi cinque decadi, prima di essere finalmente riproposto. Ecco che allora i 24 temi di ''Georgie Fame, Mod Classics 1964 – 1966''  (BGP, 2010) [ascolta] completano il quadro e chiudono quasi tutti i buchi. Il cd entusiasma, merito anche dei compilatori della BGP, che hanno scelto l’approccio ''party'', favorendo il ritmo incessante e le vertigini mod. Consigliatissimo, of course!


giovedì 28 ottobre 2010

Quì Eritrea



Quando centoventimila anni fa l’homo sapiens lasciò l’africa per conquistare il resto del mondo, partì probabilmente da queste coste: pietre vulcaniche disseminate su un secco deserto roccioso, un inospitale paesaggio lunare, rari cespugli immersi in una calura opprimente. Fu una prova di coraggio e d’intelligenza da parte di quel centinaio di homo sapiens che decisero di voltare le spalle alla depressione della Dancalia e di attraversare il mare, arrivando nell’attuale Yemen. Gli altri restarono a guardare dalla riva desolata i pionieri in partenza, scossero la testa e si girarono dall’altra parte alla ricerca di una nicchia d’ombra ai piedi della catena montuosa. Oggi gli afar sono ancora lì, il popolo più coraggioso e tenace d’Eritrea. Se questa storia fosse vera, allora saremmo tutti eritrei. […] 


L’Eritrea ha un migliaio di chilometri di coste sul Mar Rosso, e davanti a queste ci sono centinaia di isole incontaminate. Appena sotto la superfice dell’acqua c’è una barriera corallina unica, con una popolazione marina senza eguali: un paradiso per pescatori sportivi e amanti delle immersioni. Ma sembra che in Eritrea i turisti non abbiano vita facile. Questo dipende in primo luogo dal fatto che il contenzioso sul confine con l’Etiopia, che ha portato alla guerra tra il 1998 e il 2000, non è mai stato del tutto risolto. […].


L’Italia nelle sue colonie non si è mai comportata meglio degli altri paesi, ma ha puntato molto su quei territori, convinta che i suoi investimenti avrebbero contribuito ad assicurare un futuro agli italiani senza lavoro in patria. Portarono quindi materie prime e attrezzature in Eritrea e costruirono gallerie, fabbriche, strade, case, ospedali, un’importantissima funivia (smontata tutta pezzo per pezzo dagli inglesi che hanno lasciato solo i piloni) e la ferrovia, che da Massaua porta fino alla capitale Asmara e da lì prosegue fino ad Agordat. Insomma, negli anni Trenta l’Eritrea aveva l’economia più sviluppata dell’Africa. […]


Nel 1993, dopo quasi trenta sanguinosi anni, l’Eritrea è diventata uno stato autonomo attraverso un referendum popolare. In quell’occasione il presidente Isayas Afeworki ha tenuto il suo primo discorso di fronte alle Nazioni Unite: ''Non posso fare a meno di ricordare le grida di aiuto che ogni anno abbiamo inviato a questa organizzazione e ad alcuni dei suoi membri per richiamare l’attenzione sulle richieste della nostra gente. L’Onu però si è rifiutata di levare la sua voce a difesa di un popolo di cui aveva ingiustamente deciso il destino, con la falsa promessa di proteggerlo''. Non è in questo modo che una giovane nazione si fa degli amici, ma l’Eritrea è uno dei paesi più ostinati dell’Africa. Senza la testardaggine dei suoi abitanti non esisterebbero neanche. Quando durante la seconda guerra mondiale i britannici cacciarono dall’Eritrea le truppe di Mussolini, nessuno potè impedire che smontassero ferrovie, funivie, intere fabbriche, fatte a pezzi e poi rimontate nelle loro colonie. 


Dopo la guerra, l’Onu approvò un cattivo compromesso, in base al quale l’Eritrea diventò parte di una federazione con l’Etiopia. Tutti sapevano che appena fosse partita la delegazione dell’Onu, Addis Abeba avrebbe dimenticato i patti e si sarebbe annessa l’intera Eritrea. Andò proprio così: gli etiopi si appropriarono di ciò che restava delle industrie e delle infrastrutture e in pochi anni l’Eritrea fù catapultata indietro all’età della pietra. I movimenti guerriglieri cominciarono la resistenza. Durante i trent’anni di guerra per l’indipendenza, gli appelli degli eritrei all’Onu per il rispetto degli accordi stabiliti non ottennero mai risposta, visto che formalmente l’Eritrea non esisteva più. Gli Stati Uniti, privilegiando gli interessi strategici sulla tutela dei diritti umani, restarono sempre al fianco dell’alleato etiope, considerato prima un appoggio nella battaglia contro il blocco dell’est e poi un baluardo della cristianità contro il terrorismo islamico. Quando l’Etiopia spodestò Hailé Selassié e diventò socialista, anche il blocco dell’est smise di sostenere l’indipendenza eritrea: era inconcepibile che un movimento ribelle marxista combattesse contro uno stato marxista. Così l’Eritrea rimase da sola. Nel suo discorso alle Nazioni Unite Afeworki lo ha detto chiaramente: il fatto che l’Eritrea esista, lo deve solo a sé stessa. L’unica cosa per la quale gli eritrei devono ringraziare sono le poche traccie rimaste degli investimenti italiani: le ferrovie, che negli ultimi anni hanno ricostruito con le proprie forze, e l’incomparabile capitale, Asmara. […]

Di fatto l’Eritrea è esistita davvero solo per cinque anni, dalla fondazione dello stato fino all’ultima guerra con l’Etiopia, costata la vita a settantamila uomini. Nel Dicembre del 2005 una comissione internazionale, con sede all’Aja, ha stabilito che in questo conflitto Asmara è stata l’agressore ufficiale. Ma allo stesso tempo ha riconosciuto le sue ragioni. Nel 2000, infatti, un’altra commissione indipendente aveva definito il tracciato del confine conteso, ed entrambe le parti si erano impegnate a rispettare la decisione. L’Etiopia però ha violato gli acordi. Intanto il presidente Afeworki si è trasformato in un dittatore. Oggi in Eritrea le leggi vengono scritte con la matita, per poter essere cancellate il giorno dopo. I giornalisti e i dissidenti vengono incarcerati. La costituzione del 1997 non è ancora entrata in vigore. I giovani vengono precettati per il servizio militare e passati due anni di leva hanno difficoltà a tornare alla vita civile. Nel paese c’è solo un partito e lo stato ha pieno controllo su ogni sfera della vita. Ma tutti possono ascoltare la Bbc, guardare la Cnn e navigare su Internet. Il governo, a parte le ingenti spese militari, si concentra sui servizi essenziali come la scuola, le infrastrutture e l’alimentazione. […] E in ogni caso in Eritrea continua ad esserci un ottimismo contagioso.
[ Brani tratti da un articolo pubblicato nel 2006 da Plinio Bachmann su Das Magazine, Svizzera]


ASMARA ALL STARS


L'Eritrea è uno dei paesi più giovandi del mondo per media d'età. Ci sono circa cinque milioni di abitanti, e quelli che lavorano, nella stragrande maggiranza dei casi, lo fanno per lo stato. Purtroppo non si può certo dire che ad Asmara i musicisti abbondino, e nemmeno i vecchi canti ribelli, così cari al popolo eritreo, sembrano più riscuotere la stessa passione di un tempo. Anche per questo registrare un disco da quelle parti dev'essere impreasa tutt'altro che facile. Un piccolo aiuto in questo senso è arrivato però nel 2008 dal produttore francese Bruno Blum (famoso soprattutto per il lavoro svolto nei dischi ''reggae'' di Serge Gainsboug) arrivato nella capitale eritrea con l’intenzione di dar vita a un'ambizioso progetto chiamato Asmara All Stars che recuperasse lo spirito del glorioso passato musicale di una città e di un paese, favorendo la 'rinascita' di vecchie leggende della musica eritrea come Ibrahim Goret e Brkti Weldeslassie. Accanto a loro altri talenti, più giovani: Faytinga, Adam Hamid, Temasgen Yared e Sara Teklesenbet, ma anche membri di band di soul e blues come KunamaNara, Bilen, Afar, Saho, Hedaareb, Tigré e Tigrigna. La band ha appena pubblicato per l'etichetta Out Here Records quello che per il momento è il loro primo album: ''Eritrea's Got Soul'' [ascolta]


Nel disco, registrato con un sistema analogico e una sezione di fiati importante, si combinano disparate sonorità, e il suono di questa formazione è la summa di molteplici esperienze ed influenze musicali, incluso quelle provenienti dalla sponda opposta di uno dei confini più ''segnati'' d’Africa. L’uso di antichi strumenti tradizionali abissini, vengono infatti combinati con elementi soul, jazz, reggae (e in qualche caso anche hip hop), sempre in bilico tra vecchio e nuovo. C’è chi, (in risposta all’Ethio-Jazz) si è già spinto a parlare di Eri-Jazz, ma anche queste etichettature e considerazioni lasciano il tempo che trovano. Io invece preferisco solo prendere atto della bontà di un disco che nel suo piccolo, in un paese complicato e contraddittorio come l’Eritrea, rappresenta comunque un segnale estemamente importante.



FAYTINGA


Tra i nomi convolti nel progetto degli Asmara All Star c’è anche la cantante Faytinga. Nata nel 1963, l’artista eritrea appartiene all’etina Kunama, una tribù in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti. Faytinga è un nome che suona come la storpiatura di quello paterno; Faid Tinga, venerato dai Kumana che combattevano per l’indipendenza del proprio paese per essere un oppositore talmente focoso che i beffardi inglesi, all’inizio degli anni Cinquanta, lo ribattezzarono Fighting Gun (fucile da combattimento). Lei invece si arruola nell’esercito nel 1978, all’età di 14 anni, e resta al fronte fino al 1991, data della ''fragile'' fine della guerra eritreo-etiope. Il sogno di Faytinga, che era sempre stato quello di cantare, inizia a realizzarsi proprio quando viene inviata a intrattenere le truppe al fronte con canzoni in grado di infondere ai soldati speranza e determinazione. Proprio in quegli anni inizia a comporre brani propri, senza però rinunciare alle interpretazioni e alle riproposizioni di artisti e celebri poeti del suo paese che musica accompagnandosi al suono dell’immancabile krar, la lira tradizionale della sua regione. 

Faytinga: Numey (Cobalt, 1999)

Consumata ed elegante ballerina oltre che talentuosa cantante e musicista, Faytinga non ci mette poi troppo a convertirsi in un'importante punto di riferimento per il suo popolo. All’inizio degli anni Novanta realizza un tour negli Stati Uniti ed in Europa con un piccolo gruppo a seguito, mentre qualche anno dopo ripete l’esperienza sola. Dopo la pubblicazione di un lavoro uscito (credo) solo su nastro nelle solite cassettine africane, il suo nome e la sua musica iniziano a circolare sempre più insistentente, e dopo aver prestato la propria collaborazione quà e là arriva persino a insignarsi di alcuni importanti riconoscimenti nell’ambito della musica africana . Nel 1999 esce finalmente per la Cobalt quello che viene considerato il suo primo disco vero e proprio, ''Numey'' (letteralmente: ‘’non interrompere il narratore’’) [ascolta] seguito nel 2006 da ''Eritrea'' [ascolta], album in cui Faitynga, iniziando dal titolo scolpito sulla copertina, esprime l’amore assoluto, ossessivo e del tutto reciproco per il suo paese. 

Faytinga: Eritrea (Cobalt, 2006)

Non è un caso, infatti, che tutti i brani vengano proposti nell’antica lingua kunama e che molti di questi siano stati registrati con la complicità di vecchi musicisti della famiglia Manka, anche se la cantante ha saputo incorporare rispettosamente sonorità e arrangiamenti moderni che rendono questo lavoro deliziosamente inclassificabile. Musicalmente, rispetto al precedente ''Numey'', Faytinga usa/osa anche una detonante chitarra elettrica quì e un impercettibile arrangiamento flamenco lì; ma guai a toccare il suo krar o spegnere il pianto del violino wata (strumenti che sono una costante nella musica dell’artista eritrea). Il suono è sodo e tirato, a cura del duo di produttori congo-parigini Madioko. Lei ci dispiega dentro il suo canto vetroso e le acidule ricette melodiche della tradizione: amore e guerra, il coraggio dei combattenti e quello degli amanti. Orgoglio kunama mescolato all’aria dell’altopiano di Asmara. La prova che quando le armi smettono di cantare, i cantanti tornano a fare il loro mestiere.


martedì 26 ottobre 2010

Esotismi umidi a go-go



Novità alle porte in casa Soundway: stà infatti per uscire ''The Sound Of Siam: Leftfield Luk Thung, Jazz and Molam from Thailand 1964 -1975'' (disponibile il pre-order) un'antologia dalla bella copertina picassiana che amplia gli orizzonti musicali dell'etichetta britannica, che sposta l’attenzione su territori fino a questo momento inesplorati approdando per la prima volta in Asia [...] A unique vantage point to the most experimental period in Thai musical history. The 19 tracks reflect the outcome of a twentieth century journey from Thai classical to Luk Krung and Luk Thung – music that incorporated western influences such as jazz, surf guitar, ballroom and even Latin and African. The music maps changing social demographics, the movement of people, culture and language from countryside to city and all during a period when the record labels were at their most experimental.

 rakอรอุมา สิงห์ศิริ (onuma singsiri) - สาวอีสานรอรัก (sao isan ro)

Trattandosi di artisti poco noti al pubblico occidentale ( e del tutto sconosciuti al sottoscritto ), in attesa di mettere le mani sull’antologia, ho cercato di sazziare la mia implacabile curiosità attraverso alcune rapide ricerche, partendo naturalmente dai nomi in scaletta, e sono arrivato alla scoperta di questo esoticissimo blog di musica thailandese e al ''prelievo'' di un paio di lavori (sopra e qui).

Saigon Rock & Soul (Sublime Frequencies, 2010)

Rimanendo in quell’area del continente, è curioso constatare come negli anni Sessanta e Settanta i rocker locali facessero il verso a beat, surf, swing, psichedelica, funk e rock’n’roll proponendo immagini esotiche e rassicuranti di se stessi e delle loro musiche tradizionali. Emblematica in questo senso ''Saigon Rock & Soul: Vietnamese Classic Tracks 1968-1974'' antologia da poco licenziata dalla Sublime Frequencies che, come d'abitudine ha sguinzagliato i propri ''cercatori di suoni scricchiolanti'' direttamente in Vietnam per proporci 17 splendidi brani rimasti a lungo inediti, prodotti tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Sessanta e recuperati da vecchi e umidi 45 giri o nastri originali dell’epoca.


Da qualche tempo a questa parte le raccolte di oriental sound, perlopiù sixty e seventeen, sembrano avere, in rete e nei negozi specializzati, un seguito in crescita costante e la Sublime Frequencies è sicuramente una delle etichette più attive da questo punto di vista. Del resto è impossibile resistere (a partire dalle esotiche copertine) al fascino di eccentriche compilation intitolate ''Singapore A-Go-Go'', ''Siamese Soul: Thai Pop Spectacular'', ''Shadow Music of Thailand'', ''Cambodian Cassette Archives: Khmer Folk & Pop Music'' ecc.


Andando un po' indietro, tra le prime antologie in questo senso ricordiamo almeno la mitica (consigliatissima!) Cambodian Rocks (1996) dell'effimera Parallel World, [ascolta] (e i successivi volumi della Khmer Rocks) o anche quelle della svedese Subliminal Sounds di Thai Beat a Go-Go voll. 12 & 3 (2004-2005). 

Cambodian Rocks (Parallel World, 1996)

Rimanendo in Cambogia, è evidente come vicende tragiche quali il colpo di stato appoggiato dagli USA, i bombardamenti ordinati da Nixon sul sentiero di Ho Chi Minh (nel sudest cambogiano) e i relativi echi del conflitto nel vicino Vietnam (con i comunisti cambogiani schierati dalla metà dei '60 con il nord), siano andati di pari passo in quei paesi con una dieta sotterranea di rock, garage e beat evidentemente filtrata attraverso le radio delle forze militari statunitensi.

 


Gli stessi programmi radiofonici piombavano dal vicino Vietnam alla Tailandia, dove i marines erano di stanza o vi venivano inviati per eventuali recuperi psicologici. Generalmente quei soldati sostavano nella viziosa Bankok e spesso avevano con sé dischi e radioline. I musicisti locali non impiegarono molto a capire che l’ autoesoticizzazione era anche molto conveniente da un punto di vista economico. In tal senso i cd di ''oriental rock'' servono anche a capire come può funzionare il cosiddetto esotismo al contrario, ovvero come loro, ''gli altri'', finirono per risultare esotici anche in casa propria.

Thai Beat  A Go-Go Vol.1 (Subliminal Sounds, 2004)


Thai Beat A Go-Go Vol.2 (Subliminal Sounds, 2004)


Thai Beat A Go-Go Vol.3 (Subliminal Sounds, 2005)

E allora ecco alcuni dei più noti cantanti cambogiani alle prese con riff ultrabeat, tutto rigorosamente cantato in khmer o gli equivalenti interpreti femminili tailandesi che rieseguono classici come ''Shake Baby Shake'', ''Louie Louie'' o perle di pop psichedelico europeo come ''Je T'aime Moi Non Plus'' di Serge Gainsbourg.. Dischi che reiterano una tradizione di esotismi che ora il mondo di internet sta contribuendo a rinfocolare.

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mercoledì 20 ottobre 2010

Albania Hotel


Opa Cupa: Hotel Albania (11-8 Rec., 2009)

Travolgente! E’ il primo aggettivo che mi viene in mente arrivato alla fine dei 15 brani di ''Hotel Albania'' (11-8 Records, 2009), il secondo lavoro degli Opa Cupa, un collettivo di musicisti formatosi circa una decina di anni fa attorno all’Albania Hotel (appunto), una masseria riconvertita in dimora e laboratorio, un luogo incantato nella campagna salentina dove le emozioni diventano suono e l’espressività musica, in totale libertà. Qui è passato mezzo mondo di musicisti: bosniaci, magrebini, rumeni, bulgari, albanesi, americani …; chi proveniva da bande musicali, chi dal jazz, chi dal turntublism , chi dalla musica classica e chi da quella etnica. Il loro coordinatore è Cesare Dell’Anna, un giovane e talentuso trombettista (coinvolto in molti altri progetti tra cui Tax Free e Nouria) che stà facendo la storia della musica della Terra dei Due Mari. Il gruppo, prende il nome dal grido di esortazione alla danza degli zingari del Sud-Est Europa («opa tzupa»), ed è orientato su un ricco repertorio influenzato da più stili, spaziando dall’etnico al jazz con ampio spazio lasciato all’improvvisazione. 

Albania Hotel

Nella loro musica la confluenza di popoli diversi si trasforma nella sincera espressione di una cultura regionale colorita e unica, dove sononorità balcaniche, mediterranee e mediorientali si fondono a quelle bandistiche tipiche della tradizione musicale del Sud Italia per dar vita a un florilegio di ritmi afro-balcan-jazz davvero travolgenti, originali e ricchi di sfumature. Naturalmente dal ‘98 ad oggi la la musica degli Opa Cupa si è evoluta, apportando man mano alcuni cambi stilistici, ma anche di formazione . ''Hotel Albania'' [ascolta], uscito sul finire del 2009 (e di cui esiste anche una versione remix) ospita numerosissimi musicisti: il trombettista Riccardo Pittau (Sardegna), Ivo Iliev - sax (Bulgaria), Marian Serban e Relu Merisan - cymbalon (Romania), Dj Trinketto - turntublism (Salento), Guergue Gueguev - percussioni (Bulgaria), Fabrice Martinez – violino, Alexandra Bejaurd - fisarmonica (Francia), Eugène Luca - trombone (Romania), Irene Lungo alla voce, il percussionista salentino Mauro Durante, ed il pianista albanese Ekland Hasa. Degna di nota anche la presenza del grande clarinettista Yasko Arghirov e del suo fisarmonicista Slavko Lambov (Bulgaria) che compaiono nel brano live "Yasko in Albania Hotel", improvvisato casualmente in una calda notte estiva nelle stanze dell’Albania Hotel e che chiude il disco così come era iniziato: con il botto.


martedì 19 ottobre 2010

Mademoiselle Marseille


MOUSSOU T E LEI JOVENTS


Si arricchisce di un uovo capitolo la discografia degli chansonnier occitani Moussu T e lei Jovents, da poco tornati con il nuovo lavoro ''Putan De Cançon'' ( Manivette, 2010). Il disco riconferma la forza espressiva del bellissimo ''Home Sweet Home'', uscito un paio di anni fa (ne parlai qui), anzi, se possibile cerca di allargarne l’orizzonte aggiungendo qualche piccolo elemento nuovo al solito mix di chanson marsigliese e cultura occitana con influenze blues, caraibiche, brasiliane, cajun, umori provenzali ecc. Anche in questo caso la materia è semplice, eppure mai banale, con una cura dei dettagli minuziosa e una prospettiva acustica che conferisce grande eleganza al tutto, grazie al solito, prezioso, apporto strumentale della chitarra e del banjo di Jovent Stéphane Attard detto ''Blu''. Un’altro splendido viaggio nelle tradizioni, senza aver paura dell’incontro, aperti al mondo e pronti a ricevere dal mondo, in piena tradizione portuale, soprattutto quella del vecchio quartiere dei cantieri navali di La Ciotat viciono a Marsiglia, e città d’origine di Moussu T, (al secolo Francois Ridel, altrimenti detto ''Tatou''). Moussu T e lei Jovents insistono nell’evocazione e nella rielaborazione della memoria, e sin dal loro esordio una delle cose che ha attirato l’attenzione su di loro è stato proprio il ricordo della città di Marsiglia. ''Mademoiselle Marseille'' (Le Chant Du Monde, 2005) era infatti una vivace raccolta di canzoni che raccontavano (al solito in francese e in occitano, l’antica langue d’oc del sud della Francia) la vita ai tempi in cui la città era il più grande porto francese del Mediterraneo.

Moussu T e lei Jovents: Mademoiselle Marseille (2010)

L’impiego della lingua e della cultura occitana per Moussu T non è certo una novità. Già all’inizio degli anni Novanta la band precedente di Tatou, i Massilia Sound System, costituiva il gruppo di punta della ''nuova onda occitana'' assieme ai Fabulous Trobadors, una band di Tolosa capitanata da Claude Sicre. Ma mentre Sicre amava mischiare la propria musica con lo stile delle canzoni del nordest brasiliano e all’hip-hop, i Massilia Sound System avevano invece optato per la Giamaica, riconoscendo un’affinità con i sentimenti dei ragga toasters, arrivando adirittura alla definizione di troubamuffin. Un elemento formativo per il nuovo gruppo fù invece la scoperta del romanzo ''Banjo'' dello scrittore e attivista culturale giamaicano-americano Claude McKay, che narra le avventure di una ciurma di caraibici ed africano-americani negli anni Venti, all’interno del vieux port di Marsiglia dalle luci rosseggianti. Banjo è stata la conferma del miscuglio multietnico che stà alla base della ricetta dei Moussu T e lei Jovents.



''Mademoiselle Marseille'', ha impiegato un anno per raggiungere il pubblico europeo della world music, soprattutto attraverso l'entusiastico passa parola degli appassionati del settore. Stesso discorso per l’album seguente ''Forever Polida'' (Le Chant Du Monde, 2006). Appena migliore il percorso degli ultimi dischi che sono invece riusciti a ritagliarsi una fetta di attenzione maggiore sin dalla loro uscita. Una splendida realtà ora quella del Signor T e dei suoi giovinastri che non evocano soltanto l’accannimento a un mondo scomparso e a uno stile di vita operario che ''credeva ancora al paradiso'' (a partire dai loro camicioni blu), ma sanno anche esprimere una visione poetica, il richiamo del mare che apre al mondo e unisce tutti, e lo fanno celebrando la gloria della loro città e ridando vigore a una lingua che rischia l’estinzione.


LO COR DE PLANA

Lo Còr de Plana: Tant Deman (Buda Musique, 2007)

Il loro primo album, ''Es Lo Titre'', che raccoglieva canzoni religiose e popolari in occitano, ha subito attirato l’attenzione sul sestetto vocale marsigliese Lo Còr de Plana: un gruppo di percussionisti e cantanti molto creativo e, come nel caso di Mousse T e lei Jovents, in grado di dare una nuova caratterizzazione e un nuovo slancio creativo alla musica pololare della loro regione. A quel primo lavoro seguì ''Tant Deman'' ( che rimane il loro ultimo disco ), pubblicato dalla Buda Musique (sì, proprio quella degli Ethiopiques ) nel 2007. La maggior parte dei brani sono stati scritti dal gruppo e lo spirito del lavoro è più 'leggero' e 'festoso' rispetto all'esordio. Sorprende l’energia ritmica che pervade le canzoni: voci e percussioni (mani, piedi, tamburi e tamburelli) si accendono improvvisamente in brani come ''La noviòta'' o nella tradizionale ''La vièhla''. In altri pezzi le voci si lanciano in continui cambi di velocità, costruendo gradualmente la tensione attraverso le ripetizioni e la sovrapposizione di timbri vocali differenti. L’effetto raggiunge la sua massima espressione in ''Nau Gojatas'' e ''Rompe Bassas''. Nelle più tranquille e più riflessive ''Fanfarnéta'' e ''Jorns De Mai'' i testi (molto commoventi, sembra) e le affascinanti armonie, sono il sottofondo perfetto per storie di amori impossibili o per esaltare le dolcezze della primavera. Le canzoni (stando a quello che ho letto nelle note) spaziano da storie di una tristezza devastante a esuberanti critiche della vita moderna  mentre le melodie permettono ai musicisti di esprimere la loro voglia di raccontare e di sperimentare soluzioni canore, chiaramente tutto rigorosamente in occitano. A mio avviso un lavoro davvero degno di nota.


domenica 17 ottobre 2010

Gli outsiders del soul


Kings Go Forth: The Outsiders Are Back (Luaka Bop)

Ok, conosciamo a memoria ogni passagio di ''Move On Up'' di Curtis Mayfield, abbiamo già consumato i dischi di Bobby Womack, o la nostra copia di Shaft. E allora, serviva anche questa congrega di Milwaukee composta da otto visi pallidi e un paio di meticci desiderosi di riportare in auge certe sonorità soul/funk degli anni Settanta? Beh, dopo aver ascoltato il debutto dei Kings Go Forth la risposta non può che essere affermativa, perchè ''The Outsiders Are Back'' (Luaka Bop, 2010) è un disco di soul music in piena regola, una collezione di implacabili uptempo da togliere il respiro, con fiati roventi e falsetti impossibili che devono moltissimo alla scuola di Chicago e in particolar modo (appunto) al genio di Mayfield. Dietro questi peculiari personaggi del revival soul c’è in realtà lo zampino di Andy Noble (incallito dj e collezionista di black music nonché proprietario del Lotus Land record shop di Milwaukee) e Black Wolf (all’anagrafe Jesse Davis, classe 1953) un cantante e compositore che negli anni Settanta arrivò persino a registrare alcuni brani (mai pubblicati) con un gruppo chiamato The Essentials nei mitici studi Curtom di Chicago. Ma è il primo il vero trait d'union dei nove musicisti, quello che da buon appassionato del genere li spinse alla realizzazione di alcuni singoli che puntualmente finiranno nelle playlists di qualche dj (Shadow..) e di numerosi soul bloggers prima di essere definitivamente intercettati dalla Louka Bop di David Byrne. Tra i brani proposti in scaletta trovano spazio anche alcuni episodi più o meno rilassati (''Fight your Love'' e ''High on your Love'') o dai profumi giamaicani (''1000 Songs''), ma è in quelli più rapidi e adatti alle piste che il disco trova i suoi momenti migliori: da ''One Day'' (la b-side di ''Move On Up''?) a ''I don’t love you no more'' (micidiale!), da ''You’re the one'' (più Supremes delle originali) a ''Don’t take my shadow'' (un bignamino soul raccolto in sei minuti)... Nessuna novità, ovvio, ma davvero tanto cuore.