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mercoledì 25 febbraio 2015

Freedom Blues: South African Jazz Diaspora (2010; Re-posted, 2015)




TRACKLIST:

01 - N. D. HOTSHOTS - U.S.A. Special - Da ('60; Gallo Records, 2007)
02 - THE BLUE NOTES - The Blessing Light - Da (1964; Proper, 2002)
03 - WISTON ''MANKUNKU'' NGOZI - Yakhal' Inkomo - Da (1968; Gallo, 2007)
04 - CHRIS McGREGOR'S BROTHERHOOD OF BREATH - Andromeda - Da (RCA-Neon , 1971)
05 - CHRIS McGREGORS BROTHERHOOD OF BREATH - Nick Tete - Da (RCA, 1971)

06 - DUDU PUKWANA - Baloyi - Da (Caroline Records, 1973)
07 - ABDULLAH IBRAHIM DUO - Ntsikana's Bell - Da (Enja, 1974)
08 - JOHNNY DYANI - Magwaza - Da (Steeple Chase, 1978)
09 - DEDICATION ORCHESTRA - You Ain't Gonna .. - Da (Ogun, 1992)
10 - LOUIS MOHOLO OCTET- Wedding Hymn - Da (Ogun, 1978)



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giovedì 11 ottobre 2012

Cosmic jazz-funk



Nato il 28 Dicembre 1940 a Richmond, in Virginia, il pianista e tastierista afroamericano Lonnie Liston Smith (da non confondere con l'altro grandissimo e omonimo pianista jazz: Lonnie Smith) può essere considerato, al pari di artisti come Herbie Hancock, uno dei massimi pionieri del jazz funk, e tra i primi ad aver creduto nella fusione di stili ed esperienze cretive. Allievo di McCoy Tyner, negli anni Sessanta suona a fianco di mostri sacri del calibro di Pharoah Sanders, Max Roach, Art Blakey, Roland Kirk, Gato Barbieri.., ma è l'esperienza con Miles Davis, all'inzio degli anni Settanta, a spingerlo ad intraprendere, a partire dal 1973, una carriera solista e a formare con il fratello Donald  i ''Cosmic Echoes'' creando di fatto i primi prodromi della musica di fusione: un ispiratissimo mix di jazz, funk, soul e rock progressivo che racchiude in sè l'anima e la spiritualità di John Coltrane, Pharoah Sanders, Rahsaan Roland Kirk, Yusef Lateef. Ma al di là di ogni possibile definizione (si scrisse di Liston Smith come di colui che aveva colmato il divario tra Coltrane e gli Earth, Wind & Fire), la sua è musica che trascende i generi e tutt'oggi resta un esempio di come sia possibile inventare nuove desinenze sonore e declinarle con urgenza espressiva che non paga pegno all'approssimazione. Un suono ispirato e affascinante che dilata gli spazi e amplia gli orizzonti. Un innovatore libero e coraggioso che ha trovato nei dischi incisi per la Flying Dutchman tra ’74 e il ’77 (''Astral Traveling'', ''Cosmic Funk'', ''Visions Of A New World'', ''Expansions'' e ''Reflections Of A Golden Dreams'') il periodo più  prolifico e significativi della sua carriera, peraltro magnificamente riassunto (a partire dal titolo) da una splendida antologia pubblicata quest'anno dalla BGP: ''Cosmic Funk & Spiritual Sounds: The Flying Dutchman Masters'' - [yuhuu!]. Nuove direzioni risplendono come la prima luce che scende. Space Is The Place! Da non perdere!


sabato 24 dicembre 2011

Il Nuovo Giardino Magnetico presenta ''Rota-zioni Felliniane''



ROTA-ZIONI FELLINIANE TRACKLIST


01 - RICHARD GALLIANO - Addio del Matto - da (Deutsche Grammophon, 2011)
02 - HARMONIA ENSEMBLE - La Strada - da (Materiali Sonori, 1992)
03 - ENRICO PIERANUNZI - Amarcord - da (Cam Jazz, 2003)
04 - AVION TRAVEL - Lo Struscio (Amarcord) - da (Sugar Music, 2009)
05 - RICHARD GALLIANO - Gelsomina - da (Deutsche Grammophon, 2011)
06 - THE GAP BAND - La Strada - da (Neljazz, 1999)
07 - HARMONIA ENSEMBLE - Otto e Mezzo - da (Materiali Sonori, 1992)
08 - PASCAL COMELADE - Amarcord - da (Les Disques Du Soleil.., 1992)
09 - ANTONELLO SALIS - La Dolce Vita - da (Cam Jazz, 2006)
10 - CAETANO VELOSO - Que Não Se Vê - da (Universal Music Brazil, 1999)
11 - RICHARD GALLIANO - La Partenza Del Convento - da (Deutsche G., 2011)
12 - PAOLO FRESU - Giulietta Degli Spiriti - da (Owl/Universal, 1995)
13 - THE GAP BAND - I Vitelloni - da (Neljazz, 1999)
14 - TRIO DOLCE VITA - Amarcord Rota's Theme - da (Jazzwerkstatt, 2011)
15 - CZECH SYMPHONY ORCHESTRA - Il Bidone - da (Silva America, 1993)
16 - ADRIANA CALCANHOTTO - Gelsomina - da (Because Music, 2008) [v]
17 - MAURO GIOIA - Otto E Mezzo - da (Because Music, 2008) [v]
18 - DANIELE SEPE - La Fogaraccia - da (Polosud Rec., 1999)
19 - CABALLERO REYNALDO - Amarcord - da (Hall Of Fame, 2001)
20 - PASCALS - Amarcord - da (Les Disques Du Soleil Et De L'Acier, 2002)
21 - AVION TRAVEL - Amarcord - da (Sugar Music, 2009)
22 - AVION TRAVEL - Lla Rì Lli Rà (Le Notti di Cabiria) - da (S. M., 2009)
23 - CAETANO VELOSO - Gelsomina II - da (Universal Music Brazil, 1999)

BONUS TRACK
A. SALIS & G. PETRELLA - Fellini Suite - da '(Time In Jazz/Nun, 2003)



Il Nuovo Giardino Magnetico rende tributo a Giovanni Rota Rinaldi, in arte semplicemente Nino Rota. Proprio questo mese, infatti, ricorre il primo centenario dalla nascita del grande compositore (Milano, 3 Dicembre 1911 – Roma, 10 Aprile 1979), dopo una carriera che l'ha visto tra i massimi autori per colonne sonore cinematografiche di sempre (anche se andrebbe ricordata un po' di più la sua produzione non cinematografica, pure costellata di pagine meravigliose). In questa compilation ho selezionato alcune celebri composizioni rotiane legate per lo più a classici capolavori felliniani, con interpretazioni soprattutto ''jazzistiche'', ma non solo, cercando di risaltare l'aspetto poetico, struggente, nostalgico della musica del maestro, che ha fatto sognare, emozionare, piangiere e gioire milioni di spettatori, e senza la quale probabilmente molti dei film che oggi sono la base della storia cinematografica italiana e internazionale non sarebbero stati gli stessi. Buon ascolto e un Felice Natale a voi tutti.

domenica 1 maggio 2011

Méditerranées



Francese di origine catalana, Renaud Garcia-Fons non si accontenta di essere uno dei migliori contrabbassisti della sua generazione e nemmeno di aver spinto i confini della creatività fino ad aggiungere una quinta corda al suo strumento per aumentare la gamma di piaceri che riesce a dispensare. Dopo l'apprendistato con con il trombettista Roger Guérin, dopo aver arricchito con la sua musicalità l'Orchestre National De Jazz ed essersi appassionato al flamenco, Garcia-Fons ha inventato un folklore sudista e (appunto) mediterraneo: ha mescolato l'Andalusia più disperata, gli schiocchi di dita dello swing statunitense e gli ondeggiamenti orientali. In questo sud immaginario ha riunito tante radici musicali, tenendole insieme in armonia tra sogno e ritmo. Non fa eccezzione il magnifico ''Méditerranées'' [quì via Uabab], il suo nono lavoro per l'etichetta tedesca Enja a cui arrivo forse un po' tardino, essendo l'album uscito lo scorso anno, ma che ha già saputo guadagnarsi una posizione nella personale top-ten del 2011.


domenica 17 aprile 2011

La grandezza di Ray



Un etichetta per lui non è mai stata abbastanza e per quante siano quelle della musica nera, nella loro galassia di suddivisioni, Ray Charles non se ne lasciò mancare una. Nessuno c'era riuscito prima. Non fosse che per questo, per aver unito nella sua arte di pianista e di cantante il jazz, il blues, il soul e il rhythm and blues, il rock pagano e il gospel sacro, gli echi del country popolaresco e del sofisticato urban blues, ben si meritava quel nomignolo che gli si era trovato: ''The Genius'', nientemeno. La grandezza di Ray Charles era e resta in molti tratti del personaggio, come nella capacità di essere a volte istrionesco e poi, improvvisamente, tenero e romantico, fino alle lacrime; le sue, per esempio quando interpretava la favorita ''Georgia on my mind'', omaggio allo Stato in cui era nato, che rispunta in tutta la sua intensità anche nelle registrazioni di ''Live In Concert'' [quì] uno straordinario concerto tenutosi allo Shrine Auditorium di Los Angeles il 20 settembre 1964, licenziato un anno dopo dalla ABC, e ora finalmente ristampato anche in cd dalla Concord con ben sette brani in più (ricostruendo in pratica l'intero spettacolo) rispetto alle registrazioni del vinile originale. Ad accompagnare Ray, i cori delle Raelettes, e una una straordinaria big band in cui spuntano, tra gli altri, il trombone di Julian Priester, i sassofoni (rispettivamente alto e tenore) di Hank Crawford e "Fathead" Newman, la batteria di Wilbert Hogan e il basso Edgar Willis. Fantastico


martedì 12 aprile 2011

Il Nuovo Giardino Magnetico presenta ''Black Expansions''




TRACKLIST

01 - CREATIVE SOURCE - Who Is He And What Is He To You 
da ''Creative Source'' (Sussex, 1973)
02 - ISAAC HAYES - Ikes Rap II, Help Me Love [1971] 
da ''Back To Breaks'' Ant.(Blow Rec., 2002)
03 - POINTER SISTERS - Don't It Drive You Crazy 
da ''Having A Party'' (Blue Thumb, 1977)
04 - FRED WESLEY & THE JB'S - Blow Your Head 
05 - BILLY COBHAM - Stratus Part.1 
da ''Spectrum'' (Atlantic, 1973)
06 - JACK MC DUFF- Magnetic Feel 
da ''Magnetic Feel'' (Cadet, 1975)
07 - JOHNNY HAMMOND - Shifting Gears 
da ''Gears'' (Milestone, 1975)
08 - HERBIE HANCOCK - Hang Up Your Hang Ups 
da ''Man-Child'' (Columbia, 1975)
09 - THE UNDISPUTED TRUTH - Ungena Za Ulimwengu 
da ''Face To F. With The T.'' (Tamla-M., 1971)
10 - LONNIE LISTON SMITH & THE C. E. - Expansions 
da ''Expansions'' (Flying Dutchman, 1975)
11 - LEON THOMAS - Shape Your Mind To Die 
da ''Blues And The Soulful Truth'' (Flying D., 1972)
12 - IDRIS MUHAMMAD - Crab Apple 
da ''Turn This Mutha Out'' (Kudu, 1977)


lunedì 11 aprile 2011

Il Nuovo Giardino Magnetico presenta ''Moon & Jazz''



TRACKLIST

01 - SONNY ROLLINS - Decision 
da ''Sonny Rollins Volume One'' (Blue Note, 1956)
02 - MILES DAVIS - Blue In Green 
da ''Kind Of Blue'' (Columbia, 1959)
03 - CHET BAKER - Moon & Sand 
04 - COLEMAN HAWKINS - It Never Entered My Mind 
05 - HORACE SILVER - Peace 
da ''Blowin' The Blues Away'' (Blue Note, 1959)
06 - BILL EVANS - Peace Piece 
da ''Peace Piece And Other Pieces'' (Milestone, 1975)
07 - ARCHIE SHEPP & DOLLAR BRAND - Left Alone 
da ''Duet'' (Denon, 1979)
08 - ERIC DOLPHY - Tenderly 
da ''Far Cry'' [1960] (Prestige, 1970)
09 - COLEMAN HAWKINS - La Rosita 
10 - DEXTER GORDON - (It Will Have To Do) Until The Real.. 
da ''A Swingin' Affair'' (Blue Note, 1962)
11 - SONNY ROLLINS - Sonnysphere 
da ''Sonny Rollins Volume One'' (Blue Note, 1956)


domenica 13 marzo 2011

Suites impazzite



Periodo d'oro questo per la Clean Feed con (almeno) un terzetto di dischi stupendi che faranno la gioia di tutti gli appassionati di avant jazz e impro jazz (tra l'altro tutti recuperabili grazie alla classe che contraddistingue le ottime scelte musicali dell'amico Borguez): ''Insomnia'' di Tim Berne''Minaret Minuets'' di Scott Fields & Matthias Schubert e lo straordinario ''The Coimbra Concert'' un doppio dal vivo dei Most Other People Do the Killin, di cui ora mi occuperò.




Passato con l'anno nuovo dalla Hot Cup, l'etichetta di Moppa Elliott (il bassista del gruppo), a quella di Lisbona (la Clen Fedd, appunto) i Most Other People Do The Killin hanno registrato i brani di questo disco nell'arco di due concerti (il 28 e il 29 maggio del 2010), nella città portoghese di Coimbra. Il repertorio del lavoro si basa prevalentemente su temi editi nelle (4) registrazioni precedenti del quartetto: uno da ognuno dei primi due dischi (l'omonimo ''Mostly Other People Do the Killing'' e ''This Is Our Moosic''), due dal terzo (''Shamokin!!!'') e quattro dall'ultimo lavoro in studio (''Forty Fort''), più uno inedito. Mettendo in relazione i brani in studio con quelli live ci si rende immediatamente conto di come i quattro riescano ad esprimere il loro enorme (massimo?) potenziale, proprio dal vivo. A brillare sono soprattutto le trombe di Peter Evans e i sassofoni di Jon Irabagon, ma anche gli altri due elementi (il citato Elliott al basso e Kevin Shea - già con i Talibam! - ai tamburi) si mostrano particolarmente ispirati e si fanno ''infuocare'' dalla dimensione live.

Jon Irabagon

Tutte le traccie del lavoro, che in qualche caso raggiungono e superano i trenta minuti, sprigionano un'energia e un'irruenza inaudita; si sà come iniziano, ma è inprobabile prevedere come possano terminare, visto che spesso all'interno delle suites, come in un sistema di scatole cinesi, ne spuntano di nuove, micro-composizioni dove ogni musicista ci mette del suo, vuoi attraverso citazioni 'classiche', vuoi per mezzo di improvvisazzioni istantanee e chi più ne ha più ne metta. Impossibile, infine, non farsi catturare dall' evidente citazione della foto di copertina che rimanda chiaramente a quella del famoso Koln Concert di Jarrett, strappando un sorriso che potrebbe estendersi a dismisura una volta completato l'ascolto. Probabilmente uno dei migliori dischi degli ultimi mesi in ambito jazzistico.


lunedì 15 novembre 2010

It's Time! Freedom Sound of Spirituals Improvisers


SCARICA

''E' inutile cercare una spiegazione del ''coloured people'' rompendo all'improvviso con incoerente stravaganza un assurdo silenzio da balbuzienti: come nevrastenici marcivano sotto i nostri tetti, cimitero e fossa comune di tanti patetici guazzabugli; or dunque i Neri che si sono civilizzati con noi (in America o altrove) e che oggi, danzano e gridano, sono putride emanazioni della decomposizione che hanno preso fuoco sopra questo immenso cimitero: in una notte negra, vagamente lunare, assistiamo ad una follia inebriante di fuochi fatui, torbidi e affascinanti, contorti e stridenti come scoppi di riso. Tale definizione eviterà ogni ulteriore diattriba''.


LA SCALETTA


01 - MAX ROACH with J.C. WHITE SINGER: ''The- Motherless Child''
Da: Lift Every Voice And Sing (Atlantic, 1971)


02 - PHAROAH SANDERS: ''Heart Is A Melody Of Time (Hiroko's Song)''


03 - YUSEF LATEEF: ''Back Home''
Da: The Blue Yusef Lateef (Atlantic, 1968)


04 - RASHAAN ROLAND KIRK: ''Spirits Up Above''
Da: Volunteered Slavery (Atlantic, 1969)


05 - MAX ROACH/CHORUS & ORCHESTRA: ''It's Time''
08 - MAX ROACH/CHORUS & ORCHESTRA: ''Lonesome Lover''
Da: It's Time (Impulse!, 1962)


06 - EDDIE GALE: ''The Rain''
Da: Eddie Gale's Ghetto Music (Blue Note, 1968)


07 - PHAROAH SANDERS: ''You've Got To Have Freedom''
Da: Journey To The One (Theresa Rec., 1980)


09 - ARCHIE SHEPP: ''Song for Mozambique/Poem A Sea Of Faces''
Da: A Sea Of Faces (Black Saint, 1975)


10 - CHARLES MINGUS: ''Moves''
Da: Mingus Moves (Atlantic, 1974)


11 - JOE BONNER: ''Soft Breezes''
Da: New Beginnings (Theresa Rec., 1988)


12 - BILLY TAYLOR: ''I Wish I Knew How ...''
Da: I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free (Tower, 1967)

sabato 13 novembre 2010

South African Jazz Diaspora


SCARICA



LA SCALETTA


01 - N. D. HOTSHOTS - ''U.S.A. Special'' 
Da: African Jazz 'N' Jive (Antologia, Gallo, 2007)


02- THE BLUE NOTES: ''The Blessing Light'' 
Da: Township Bop (Proper, 1964)


03 - WISTON ''MANKUNKU'' NGOZI: ''Yakhal' Inkomo''
Da: Yakhal'Inkomo And Spring (Gallo, 1968)


04 - CHRIS McGREGORS BROTHERHOOD OF BREATH: ''Andromeda''
Da: Chris McGregor's Brotherhood Of Breath (Neon-Rca, 1971)


05 - CHRIS McGREGORS BROTHERHOOD OF BREATH: ''Nick Tete''
Da: Brootherhood (Rca, 1971-72)


06 - DUDU PUKWANA & SPEAR: ''Baloyi ''
Da: In The Township (Caroline, 1973)


07 - ABDULLAH IBRAHIM DUO: ''Ntsikana's Bell''
Da: Good News From Africa (Enja, 1974)


08 - JOHNNY DYANI: ''Magwaza''
Da: Witchdoctor's Son (SteepleChase, 1978)


09 - DEDICATION ORCHESTRA: ''You Ain't Gonna Know Me …''
Da: Spirit Rejoice (Ogun, 1992)


10 - LOUIS MOHOLO OCTET: ''Wedding Hymn''
Da: Spirit Rejoice (Ogun, 1978)

giovedì 11 novembre 2010

Ode a Ibrahim



Nel 1962 a 28 anni, Abdullah Ibrahim se ne andò dalla sua patria natia, il Sud Africa, in volontario esilio. Non sopportava l’asfissiante regime dell’apartheid e tutto ciò che era legato ad esso. Da quel momento la sua vita ha viaggiato di pari passo con la carriera artistica: combattere il regime sudafricano, denunciare le ingiustizie, proporre le bellezze delle tradizioni del suo popolo e della sua terra. Già prima dell’esilio giovanile il giovane Adoph Johannes Brand era rimasto affascinato dalla vitalità delle tradizioni, in particolare musicali, del suo Sud Africa. La madre, pianista in una chiesa della comunità nera, lo introdusse allo studio dello strumento, mettendolo a contatto con gli spirituals e i gospels, che vi si cantavano, di pretta derivazione americana. Vi era poi la musica tradizionale della regione di Città del Capo: un miscuglio di influenze che vanno dalle melodie dei boscimani, a quelle degli esiliati ''Cape Muslims'', abitanti delle Indie costretti a combattere contro i colonizzatori olandesi, fino al Marabi, la forma musicale che si sviluppò nel ghetto di Marabastad alla fine degli anni Quaranta. Il porto della città divenne il luogo dove poter incontrare i marinai in arrivo da tutto il mondo, e perciò anche dagli Stati Uniti; la scoperta del jazz fu conseguente e portò Ibrahim ad approfondirne la conoscenza frequentando la casa di un gangster che possedeva numerosi dischi dei grandi del jazz classico. 

The Jazz Epistles: Jazz In Africa Vol. 1 (Kaz, 1994)

In un clima così favorevole Ibrahim prese lezioni regolari di pianoforte che gli consentirono di ottenere, già negli anni dell’ High School, un primo ingaggio di carattere professionale in una dance band tradizionale, che aveva in repertorio brani di Count Basie, Erskine Hawkins, Joe Liggins. Molto jump, perciò, col quale cominciò a sperimentare la fusione delle forme jazz, con lo swingante ritmo della musica da ballo locale. Fece in seguito altre esperienze sempre con formazioni come quella appena descritta; suonò con alcuni musicisti tradizionali che stavano lavorando su alcune idee di musica di carattere modale; infine fondò i Jazz Epistles con i quali registrò materiale tradizionale, musiche originali e brani jazz di grandi autori come Monk, Ellington, Brown. Partito nel 1962 per Zurigo, venne scoperto da Duke Ellinghton che si innamorò della sua musica e lo portò con sé a Parigi consentendogli di registrare il famoso ''Duke Ellinghton Presents The Dollar Brand Trio'' (WB, 1963).

The Dollard Brand Trio: Duke Ellington Presents... (Warner Bros, 1963)

Nel 1965 Ibrahim si trasferisce a New York dove inizia una carriera costellata da numerose tournée e dischi, ritorni temporanei in patria dove registrerà qualche LP, e soprattutto un costante impegno nei confronti dei diritti civili de delle comunità nere del Sud Africa, che ebbe il suo punto più alto nel 1976, l’anno della rivolta di Soweto, con la partecipazione a manifestazioni organizzate dall’African National Congress. Fu quella la presa di posizione più diretta di Ibrahim contro l’apartheid. Ma il suo impegno è rimasto costante durante tutta la sua carriera ed è ben documentato da una serie di dischi che seguono due filoni, anzi tre: i lavori per piano solo, quelli per formazione allargate e i duetti. A quest'ultima categoria appartiene anche il magnifico ''Good News From Africa'' (Enja, 1974), una delle meraviglie scaturite dal sodalizio artistico tutto sudafricano  tra Abdullah Ibrahim e il contrabassista Johnny Dyani, che qualche anno più tardi darà forse il suo frutto migliore in un'altro capolavoro come ''Echoes From Africa'' (Enja, 1979) già presentato in questo blog.

Dollar Brand Duo: Good News From Africa (Enja, 1974)

L’opera per piano solo è improntata soprattutto alla costruzioni di lunghe suites dove trovano spazio tutte le esperienze formative del giovane Brand (Dollard Brand era il nome che intestava ai suoi dischi soprattutto prima della conversione all’Islam): la percussività tipica delle tribù africane, il gospel e gli spirituals cantati in gioventù nelle chiese della comunità di colore, l’ipnotica ripetitività che dilata i tempi e gli spazi delle composizioni dando loro il sapore, i profumi, le caratteristiche della sua terra. Sono soprattutto forme musicali celebrative dove tutto il vocabolario del pianista è al servizio della costruzione di sapidi bozzetti che ritroviamo sviluppati in forma di composizione compiuta nei dischi registrati con ritmica e fiati; dai lavori con i musicisti Africani, a quelli con molti dei fuoriclasse del jazz afroamericano che gli permetteranno di portare a piena maturazione il lavoro intrapreso nel 1959 con i Jazz Epistles. Alla fine degli anni Settanta ci furono anche le collaborazioni con, tra gli altri, Max Roach (''Stream Of Consciousness'' del 1977, un'altro disco già presentata nel blog) e con il grande Archie Shepp che nel 1979 ha ormai abbandonato in gran parte l’approcio feroce che lo ha reso noto negli anni Sessanta a favore di un suono più rilassato, molto Ben Webster-iano e più incline a un repertorio di standards e blues ballads. Anche in ''Duet'' (Denon) il piano di Ibrahim fornisce alla poetica del sassofonista afroamericano il giusto sfondo, la giusta dose di composta ma ferrea indignazione civile, l’appassionata scintilla emozionale. L’ennesimo contributo di grande bellezza alla cupa e furibonda lotta antirazzista che i tempi impongono, con la spinta antagonista del jazz che in questo caso si esprime attraverso un flusso di dolcezza in cui spira un senso di meditata pacificazione. 

Archie Shepp - Dollard Brand: Duo (1979)

Negli anni Ottanta arriveranno, invece, altri gioielli come ''African Masterplace'' (Elektra, 1980), ''Zimbawe'' (Enja, 1983) [qui], ''Ekaya'' (Ekapa, 1983) [qui], ''Water from Ancient Well'' (Enja, 1985) [qui], ''Blues for a Hip King'' (Kaz, 1989) [qui], alcuni dei capitoli più riusciti di Ibrahim, segnati da un approcio quasi mistico del pianista sudafricano, il quale ha più volte dichiarato l’aiuto trovato nella pratica delle arti marziali e nelle filosofie orientali. Anche tra i lavori delle ultime due decadi molti alti e pochi bassi, tra pastelli ellinghtoniani, mantra modali, scheggie da colonne sonore, sontuosi paesaggi orchestrali, asciutti episodi al piano solo. Ibrahim ha sempre avuto il ritmo nella melodia e il suo jazz va alla madre Africa come un eterno ritorno, con la tastiera del suo pianoforte che non smette mai di raccontare la sua gente, la sua musica piena di ritmi e di colori, leggera ed ondegginte tra il jazz, la tradizione popolare delle sale da ballo sudafricane, e le antiche melodie orientali che ne hanno fatto un artista unico nel panorama internazionale.


mercoledì 10 novembre 2010

Piccole-grandi meraviglie del jazz # 8

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Clifford Brown And Max Roach: Study In Brown (Emarcy, 1955)
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Dopo averlo ampiamente nominato nel post precedente (dedicato alla voce sublime di Sarah Vaughan) diventa a questo punto francamente impossibile non occuparsi, per quanto poco, di una figura chiave nell'ambito jazzistico come il mitico trombettista Clifford Brown. Brown iniziò giovanissimo la carriera professionale militando con le orchestre di Tadd Dameron e Lionel Hampton, con il quale effettuò una lunga tournee in Europa. Nel 1953 incise i primi dischi a suo nome e nel 1954 avvenne l’incontro con il grande Max Roach con il quale formò lo storico quintetto insieme al sassofonista Harol Land che poi lasciò il posto a Sonny Rollins. Fino al 1956 anno della prematura morte di Clifford Brown (ventiseienne e a causa di un' incidente stradale), la formazione incise molti album decretando l’ingresso ufficiale dello stile hard bop nel jazz. Stimato da tutti, il musicista lasciò una manciata di titoli destinati a influenzare chi sarebbe venuto dopo. Lo stile di Brown, legato a maestri come Dizzy Gillespie e Fats Navarro prosegue con incredibile sicurezza la strada del bebop, aprendone i lati oscuri e regalando un fraseggio scorrevole, sciolto, pieno di swing e di tecnica fantasiosa. Rimane da pensare che se la sua vita non fosse stata irrimediabilmente stroncata da quell’incidente automobilistico, avrebbe condotto il jazz verso chissà quali orizzonti. In ventisei anni, tuttavia, Clifford Brown influenzò un’intera generazione di trombettisti (da Lee Moragan a Donald Byrd, da Booker Little a Freddie Hubbard) e tuttora viene ricordato dai colleghi come mirabile modello tecnico ed espressivo. Nel disco che il Giardino presenta, ''Study In Brown'' (Emarcy, 1955) è con un quintetto dove svetta la fantasia della batteria del citato Max Roach, che asseconda al meglio l’estro di un Brown magistrale nei soli e nel fraseggio carico di swing, capace di inaspettate aperture melodiche. Musica irrinunciabile.
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La ''Divina'' del jazz



La grande classe e la profonda conoscenza musicale della ''Divina'' (così veniva chiamata dai musicisti che lavoravano con lei) fanno di Sarah Vaughan una delle voci più complete nell'ambito jazz. La capacità e l’estensione del suo registro era in grado di coprire quattro tipi di voci: baritono, alto, mezzo soprano e soprano. A differenza delle cantanti d’opera, però, l’utilizzo delle sue risorse vocali non erano il frutto di nessuna formazione o insegnamento particolare; niente conservatorio, la sua scuola e la sua palestra furono i grandi strumentisti del jazz, da Charlie Parker a Dizzy Gillespie, da Miles Davis a Clifford Brown. Sono passati giusto vent’anni dalla morte della Vaughan, avvenuta il 3 Aprile del 1990 nella sua casa di Hidden Hills in California, a causa di un tumore polmonare. Era nata a Newark, nel New Jersey, il 27 Marzo 1924 da una famiglia che la musica, anche se non professionalmente, la praticava e l’amava: il padre era chitarrista dilettante e la madre cantava nella chiesa battista. Pare che il suo sogno da bambina fosse quello di diventare una parrucchiera. L’inizio della carriera nel 1943 la vede come Ella Fitzgerald ad Harlem nel teatro Apollo, in un concorso per dilettanti. La sua unica speranza, racconterà, era quella di vincere i dieci dollari del primo premio per organizzare il party con gli amici. Invece viene notata da Billy Eckstine che la fa ingaggiare immediatamente da una delle big band di jazz più gettonate del momento, l'orchestra di Earl Hines, una formazione zeppa di giovani talenti che iniziavano i primi passi del bebop (Dizzy Gillespie, Charlie Parker), ma che purtroppo non ha mai effettuato registrazioni. In questo ensemble rilevato poi dallo stesso Eckstime, la ''divina'' trasformò la propria voce in uno strumento a tutti gli effetti, imparando in breve tempo la lezione del bebop e sviluppando una voce duttile, piena di fantasia interpretativa e improvvisativa, di ampia estensione e di potenza controllata. Nel corso della carriera inciderà numerosi lavori ed effettuerà tournee in tutto il mondo, alternando buoni dischi a vere e proprie gemme jazzistiche nate da collaborazioni con artisti del calibro di Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Teddy Wilson, Jimmy Jones (uno dei suoi più fedeli pianisti accompagnatori), Count Basie, Benny Golson, J.J. Johnson, Phil Woods, Joe Pass, Oscar Peterson, Max Roach, Cannonball Adderly, Miles Davis, Dexter Gordon,, Art Blakey e moltissimi altri. Tra questi, naturalmente Clifford Brown, che nel 1954 accompagnò Ella in un disco memorabile della Emarcy  intitolato semplicemente ''Sarah Vaughan With Clifford Brown'', che tra l'altro è appena stato ripubblicato dalla Poll Winners (distribuzione italiana: Egea) con l’aggiunta di 11 bonus (per un totale di 21 tracce), bonus che in realtà costituiscono un intero lp del 1955, ''In The Land Of Hi-Fi'' che il Giardino vi ripropone a sua volta rimpolpato.

Sarah Vaughan with Clifford Brown


Sarah Vaughan: In The Land Of Hi-Fi

Nel primo disco, in assoluto un’opera maestra del jazz vocale, l’impasto sonoro tra la voce di Ella e i solisti che l’accompagnano (oltre alla troba di Brown troviamo Paul Quinichette al sax tenore, Herbie Mann al flauto, le spazzole del maestro Roy Haynes e il grande Jimmy Jones al piano) raggiunge livelli entusiasmanti a partire dalla versione di ''Lullaby Of Birdland'', che apre il lavoro e giustifica a pieno il soprannome di ''Divina''. In questo disco la Vaughan dosifica a piacimento il suo caldo vibrato e bilancia con comodità le sfumatore di un timbro vocale unico. Gioca con il tempo, gli accenti, le armonie, magistralmente accompagnata da Brown e dagli altri musicisti. Notevole anche il citato ''In The Land Of Hi-Fi'' (PolyGram, 1955), più orchestrale e swingante rispetto al disco precedente, ma anche in questo caso con un gruppo di di (sublimi) accompagnatori che comprende Cannonball Adderley, J.J. Johnson, Kai Winding e Roy Haynes. Inutile dire che la sua vocalità di marca bop, ha influenzato molte cantanti ponendola come guida di uno stile vocale e jazzistico al pari dei colleghi strumentisti. Negli anni successivi Sarah matura una voce ancora più profonda nei toni bassi che le conferirà uno stile sempre più unico e personale.