Un etichetta per lui non è mai stata abbastanza e per quante siano quelle della musica nera, nella loro galassia di suddivisioni, Ray Charles non se ne lasciò mancare una. Nessuno c'era riuscito prima. Non fosse che per questo, per aver unito nella sua arte di pianista e di cantante il jazz, il blues, il soul e il rhythm and blues, il rock pagano e il gospel sacro, gli echi del country popolaresco e del sofisticato urban blues, ben si meritava quel nomignolo che gli si era trovato: ''The Genius'', nientemeno. La grandezza di Ray Charles era e resta in molti tratti del personaggio, come nella capacità di essere a volte istrionesco e poi, improvvisamente, tenero e romantico, fino alle lacrime; le sue, per esempio quando interpretava la favorita ''Georgia on my mind'', omaggio allo Stato in cui era nato, che rispunta in tutta la sua intensità anche nelle registrazioni di ''Live In Concert'' [quì] uno straordinario concerto tenutosi allo Shrine Auditorium di Los Angeles il 20 settembre 1964, licenziato un anno dopo dalla ABC, e ora finalmente ristampato anche in cd dalla Concord con ben sette brani in più (ricostruendo in pratica l'intero spettacolo) rispetto alle registrazioni del vinile originale. Ad accompagnare Ray, i cori delle Raelettes, e una una straordinaria big band in cui spuntano, tra gli altri, il trombone di Julian Priester, i sassofoni (rispettivamente alto e tenore) di Hank Crawford e "Fathead" Newman, la batteria di Wilbert Hogan e il basso Edgar Willis. Fantastico
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domenica 17 aprile 2011
lunedì 15 novembre 2010
It's Time! Freedom Sound of Spirituals Improvisers
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''E' inutile cercare una spiegazione del ''coloured people'' rompendo all'improvviso con incoerente stravaganza un assurdo silenzio da balbuzienti: come nevrastenici marcivano sotto i nostri tetti, cimitero e fossa comune di tanti patetici guazzabugli; or dunque i Neri che si sono civilizzati con noi (in America o altrove) e che oggi, danzano e gridano, sono putride emanazioni della decomposizione che hanno preso fuoco sopra questo immenso cimitero: in una notte negra, vagamente lunare, assistiamo ad una follia inebriante di fuochi fatui, torbidi e affascinanti, contorti e stridenti come scoppi di riso. Tale definizione eviterà ogni ulteriore diattriba''.
LA SCALETTA
01 - MAX ROACH with J.C. WHITE SINGER: ''The- Motherless Child''
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| Da: Lift Every Voice And Sing (Atlantic, 1971) |
03 - YUSEF LATEEF: ''Back Home''
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| Da: The Blue Yusef Lateef (Atlantic, 1968) |
04 - RASHAAN ROLAND KIRK: ''Spirits Up Above''
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| Da: Volunteered Slavery (Atlantic, 1969) |
05 - MAX ROACH/CHORUS & ORCHESTRA: ''It's Time''
08 - MAX ROACH/CHORUS & ORCHESTRA: ''Lonesome Lover''
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| Da: It's Time (Impulse!, 1962) |
06 - EDDIE GALE: ''The Rain''
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| Da: Eddie Gale's Ghetto Music (Blue Note, 1968) |
07 - PHAROAH SANDERS: ''You've Got To Have Freedom''
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| Da: Journey To The One (Theresa Rec., 1980) |
09 - ARCHIE SHEPP: ''Song for Mozambique/Poem A Sea Of Faces''
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| Da: A Sea Of Faces (Black Saint, 1975) |
10 - CHARLES MINGUS: ''Moves''
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| Da: Mingus Moves (Atlantic, 1974) |
11 - JOE BONNER: ''Soft Breezes''
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| Da: New Beginnings (Theresa Rec., 1988) |
12 - BILLY TAYLOR: ''I Wish I Knew How ...''
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| Da: I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free (Tower, 1967) |
giovedì 11 novembre 2010
Ode a Ibrahim
Nel 1962 a 28 anni, Abdullah Ibrahim se ne andò dalla sua patria natia, il Sud Africa, in volontario esilio. Non sopportava l’asfissiante regime dell’apartheid e tutto ciò che era legato ad esso. Da quel momento la sua vita ha viaggiato di pari passo con la carriera artistica: combattere il regime sudafricano, denunciare le ingiustizie, proporre le bellezze delle tradizioni del suo popolo e della sua terra. Già prima dell’esilio giovanile il giovane Adoph Johannes Brand era rimasto affascinato dalla vitalità delle tradizioni, in particolare musicali, del suo Sud Africa. La madre, pianista in una chiesa della comunità nera, lo introdusse allo studio dello strumento, mettendolo a contatto con gli spirituals e i gospels, che vi si cantavano, di pretta derivazione americana. Vi era poi la musica tradizionale della regione di Città del Capo: un miscuglio di influenze che vanno dalle melodie dei boscimani, a quelle degli esiliati ''Cape Muslims'', abitanti delle Indie costretti a combattere contro i colonizzatori olandesi, fino al Marabi, la forma musicale che si sviluppò nel ghetto di Marabastad alla fine degli anni Quaranta. Il porto della città divenne il luogo dove poter incontrare i marinai in arrivo da tutto il mondo, e perciò anche dagli Stati Uniti; la scoperta del jazz fu conseguente e portò Ibrahim ad approfondirne la conoscenza frequentando la casa di un gangster che possedeva numerosi dischi dei grandi del jazz classico.
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| The Jazz Epistles: Jazz In Africa Vol. 1 (Kaz, 1994) |
In un clima così favorevole Ibrahim prese lezioni regolari di pianoforte che gli consentirono di ottenere, già negli anni dell’ High School, un primo ingaggio di carattere professionale in una dance band tradizionale, che aveva in repertorio brani di Count Basie, Erskine Hawkins, Joe Liggins. Molto jump, perciò, col quale cominciò a sperimentare la fusione delle forme jazz, con lo swingante ritmo della musica da ballo locale. Fece in seguito altre esperienze sempre con formazioni come quella appena descritta; suonò con alcuni musicisti tradizionali che stavano lavorando su alcune idee di musica di carattere modale; infine fondò i Jazz Epistles con i quali registrò materiale tradizionale, musiche originali e brani jazz di grandi autori come Monk, Ellington, Brown. Partito nel 1962 per Zurigo, venne scoperto da Duke Ellinghton che si innamorò della sua musica e lo portò con sé a Parigi consentendogli di registrare il famoso ''Duke Ellinghton Presents The Dollar Brand Trio'' (WB, 1963).
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| The Dollard Brand Trio: Duke Ellington Presents... (Warner Bros, 1963) |
Nel 1965 Ibrahim si trasferisce a New York dove inizia una carriera costellata da numerose tournée e dischi, ritorni temporanei in patria dove registrerà qualche LP, e soprattutto un costante impegno nei confronti dei diritti civili de delle comunità nere del Sud Africa, che ebbe il suo punto più alto nel 1976, l’anno della rivolta di Soweto, con la partecipazione a manifestazioni organizzate dall’African National Congress. Fu quella la presa di posizione più diretta di Ibrahim contro l’apartheid. Ma il suo impegno è rimasto costante durante tutta la sua carriera ed è ben documentato da una serie di dischi che seguono due filoni, anzi tre: i lavori per piano solo, quelli per formazione allargate e i duetti. A quest'ultima categoria appartiene anche il magnifico ''Good News From Africa'' (Enja, 1974), una delle meraviglie scaturite dal sodalizio artistico tutto sudafricano tra Abdullah Ibrahim e il contrabassista Johnny Dyani, che qualche anno più tardi darà forse il suo frutto migliore in un'altro capolavoro come ''Echoes From Africa'' (Enja, 1979) già presentato in questo blog.
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| Dollar Brand Duo: Good News From Africa (Enja, 1974) |
L’opera per piano solo è improntata soprattutto alla costruzioni di lunghe suites dove trovano spazio tutte le esperienze formative del giovane Brand (Dollard Brand era il nome che intestava ai suoi dischi soprattutto prima della conversione all’Islam): la percussività tipica delle tribù africane, il gospel e gli spirituals cantati in gioventù nelle chiese della comunità di colore, l’ipnotica ripetitività che dilata i tempi e gli spazi delle composizioni dando loro il sapore, i profumi, le caratteristiche della sua terra. Sono soprattutto forme musicali celebrative dove tutto il vocabolario del pianista è al servizio della costruzione di sapidi bozzetti che ritroviamo sviluppati in forma di composizione compiuta nei dischi registrati con ritmica e fiati; dai lavori con i musicisti Africani, a quelli con molti dei fuoriclasse del jazz afroamericano che gli permetteranno di portare a piena maturazione il lavoro intrapreso nel 1959 con i Jazz Epistles. Alla fine degli anni Settanta ci furono anche le collaborazioni con, tra gli altri, Max Roach (''Stream Of Consciousness'' del 1977, un'altro disco già presentata nel blog) e con il grande Archie Shepp che nel 1979 ha ormai abbandonato in gran parte l’approcio feroce che lo ha reso noto negli anni Sessanta a favore di un suono più rilassato, molto Ben Webster-iano e più incline a un repertorio di standards e blues ballads. Anche in ''Duet'' (Denon) il piano di Ibrahim fornisce alla poetica del sassofonista afroamericano il giusto sfondo, la giusta dose di composta ma ferrea indignazione civile, l’appassionata scintilla emozionale. L’ennesimo contributo di grande bellezza alla cupa e furibonda lotta antirazzista che i tempi impongono, con la spinta antagonista del jazz che in questo caso si esprime attraverso un flusso di dolcezza in cui spira un senso di meditata pacificazione.
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| Archie Shepp - Dollard Brand: Duo (1979) |
Negli anni Ottanta arriveranno, invece, altri gioielli come ''African Masterplace'' (Elektra, 1980), ''Zimbawe'' (Enja, 1983) [qui], ''Ekaya'' (Ekapa, 1983) [qui], ''Water from Ancient Well'' (Enja, 1985) [qui], ''Blues for a Hip King'' (Kaz, 1989) [qui], alcuni dei capitoli più riusciti di Ibrahim, segnati da un approcio quasi mistico del pianista sudafricano, il quale ha più volte dichiarato l’aiuto trovato nella pratica delle arti marziali e nelle filosofie orientali. Anche tra i lavori delle ultime due decadi molti alti e pochi bassi, tra pastelli ellinghtoniani, mantra modali, scheggie da colonne sonore, sontuosi paesaggi orchestrali, asciutti episodi al piano solo. Ibrahim ha sempre avuto il ritmo nella melodia e il suo jazz va alla madre Africa come un eterno ritorno, con la tastiera del suo pianoforte che non smette mai di raccontare la sua gente, la sua musica piena di ritmi e di colori, leggera ed ondegginte tra il jazz, la tradizione popolare delle sale da ballo sudafricane, e le antiche melodie orientali che ne hanno fatto un artista unico nel panorama internazionale.
mercoledì 10 novembre 2010
Piccole-grandi meraviglie del jazz # 8
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| Clifford Brown And Max Roach: Study In Brown (Emarcy, 1955) |
Dopo averlo ampiamente nominato nel post precedente (dedicato alla voce sublime di Sarah Vaughan) diventa a questo punto francamente impossibile non occuparsi, per quanto poco, di una figura chiave nell'ambito jazzistico come il mitico trombettista Clifford Brown. Brown iniziò giovanissimo la carriera professionale militando con le orchestre di Tadd Dameron e Lionel Hampton, con il quale effettuò una lunga tournee in Europa. Nel 1953 incise i primi dischi a suo nome e nel 1954 avvenne l’incontro con il grande Max Roach con il quale formò lo storico quintetto insieme al sassofonista Harol Land che poi lasciò il posto a Sonny Rollins. Fino al 1956 anno della prematura morte di Clifford Brown (ventiseienne e a causa di un' incidente stradale), la formazione incise molti album decretando l’ingresso ufficiale dello stile hard bop nel jazz. Stimato da tutti, il musicista lasciò una manciata di titoli destinati a influenzare chi sarebbe venuto dopo. Lo stile di Brown, legato a maestri come Dizzy Gillespie e Fats Navarro prosegue con incredibile sicurezza la strada del bebop, aprendone i lati oscuri e regalando un fraseggio scorrevole, sciolto, pieno di swing e di tecnica fantasiosa. Rimane da pensare che se la sua vita non fosse stata irrimediabilmente stroncata da quell’incidente automobilistico, avrebbe condotto il jazz verso chissà quali orizzonti. In ventisei anni, tuttavia, Clifford Brown influenzò un’intera generazione di trombettisti (da Lee Moragan a Donald Byrd, da Booker Little a Freddie Hubbard) e tuttora viene ricordato dai colleghi come mirabile modello tecnico ed espressivo. Nel disco che il Giardino presenta, ''Study In Brown'' (Emarcy, 1955) è con un quintetto dove svetta la fantasia della batteria del citato Max Roach, che asseconda al meglio l’estro di un Brown magistrale nei soli e nel fraseggio carico di swing, capace di inaspettate aperture melodiche. Musica irrinunciabile.
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La ''Divina'' del jazz
La grande classe e la profonda conoscenza musicale della ''Divina'' (così veniva chiamata dai musicisti che lavoravano con lei) fanno di Sarah Vaughan una delle voci più complete nell'ambito jazz. La capacità e l’estensione del suo registro era in grado di coprire quattro tipi di voci: baritono, alto, mezzo soprano e soprano. A differenza delle cantanti d’opera, però, l’utilizzo delle sue risorse vocali non erano il frutto di nessuna formazione o insegnamento particolare; niente conservatorio, la sua scuola e la sua palestra furono i grandi strumentisti del jazz, da Charlie Parker a Dizzy Gillespie, da Miles Davis a Clifford Brown. Sono passati giusto vent’anni dalla morte della Vaughan, avvenuta il 3 Aprile del 1990 nella sua casa di Hidden Hills in California, a causa di un tumore polmonare. Era nata a Newark, nel New Jersey, il 27 Marzo 1924 da una famiglia che la musica, anche se non professionalmente, la praticava e l’amava: il padre era chitarrista dilettante e la madre cantava nella chiesa battista. Pare che il suo sogno da bambina fosse quello di diventare una parrucchiera. L’inizio della carriera nel 1943 la vede come Ella Fitzgerald ad Harlem nel teatro Apollo, in un concorso per dilettanti. La sua unica speranza, racconterà, era quella di vincere i dieci dollari del primo premio per organizzare il party con gli amici. Invece viene notata da Billy Eckstine che la fa ingaggiare immediatamente da una delle big band di jazz più gettonate del momento, l'orchestra di Earl Hines, una formazione zeppa di giovani talenti che iniziavano i primi passi del bebop (Dizzy Gillespie, Charlie Parker), ma che purtroppo non ha mai effettuato registrazioni. In questo ensemble rilevato poi dallo stesso Eckstime, la ''divina'' trasformò la propria voce in uno strumento a tutti gli effetti, imparando in breve tempo la lezione del bebop e sviluppando una voce duttile, piena di fantasia interpretativa e improvvisativa, di ampia estensione e di potenza controllata. Nel corso della carriera inciderà numerosi lavori ed effettuerà tournee in tutto il mondo, alternando buoni dischi a vere e proprie gemme jazzistiche nate da collaborazioni con artisti del calibro di Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Teddy Wilson, Jimmy Jones (uno dei suoi più fedeli pianisti accompagnatori), Count Basie, Benny Golson, J.J. Johnson, Phil Woods, Joe Pass, Oscar Peterson, Max Roach, Cannonball Adderly, Miles Davis, Dexter Gordon,, Art Blakey e moltissimi altri. Tra questi, naturalmente Clifford Brown, che nel 1954 accompagnò Ella in un disco memorabile della Emarcy intitolato semplicemente ''Sarah Vaughan With Clifford Brown'', che tra l'altro è appena stato ripubblicato dalla Poll Winners (distribuzione italiana: Egea) con l’aggiunta di 11 bonus (per un totale di 21 tracce), bonus che in realtà costituiscono un intero lp del 1955, ''In The Land Of Hi-Fi'' che il Giardino vi ripropone a sua volta rimpolpato.
Nel primo disco, in assoluto un’opera maestra del jazz vocale, l’impasto sonoro tra la voce di Ella e i solisti che l’accompagnano (oltre alla troba di Brown troviamo Paul Quinichette al sax tenore, Herbie Mann al flauto, le spazzole del maestro Roy Haynes e il grande Jimmy Jones al piano) raggiunge livelli entusiasmanti a partire dalla versione di ''Lullaby Of Birdland'', che apre il lavoro e giustifica a pieno il soprannome di ''Divina''. In questo disco la Vaughan dosifica a piacimento il suo caldo vibrato e bilancia con comodità le sfumatore di un timbro vocale unico. Gioca con il tempo, gli accenti, le armonie, magistralmente accompagnata da Brown e dagli altri musicisti. Notevole anche il citato ''In The Land Of Hi-Fi'' (PolyGram, 1955), più orchestrale e swingante rispetto al disco precedente, ma anche in questo caso con un gruppo di di (sublimi) accompagnatori che comprende Cannonball Adderley, J.J. Johnson, Kai Winding e Roy Haynes. Inutile dire che la sua vocalità di marca bop, ha influenzato molte cantanti ponendola come guida di uno stile vocale e jazzistico al pari dei colleghi strumentisti. Negli anni successivi Sarah matura una voce ancora più profonda nei toni bassi che le conferirà uno stile sempre più unico e personale.
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| Sarah Vaughan with Clifford Brown |
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| Sarah Vaughan: In The Land Of Hi-Fi |
Nel primo disco, in assoluto un’opera maestra del jazz vocale, l’impasto sonoro tra la voce di Ella e i solisti che l’accompagnano (oltre alla troba di Brown troviamo Paul Quinichette al sax tenore, Herbie Mann al flauto, le spazzole del maestro Roy Haynes e il grande Jimmy Jones al piano) raggiunge livelli entusiasmanti a partire dalla versione di ''Lullaby Of Birdland'', che apre il lavoro e giustifica a pieno il soprannome di ''Divina''. In questo disco la Vaughan dosifica a piacimento il suo caldo vibrato e bilancia con comodità le sfumatore di un timbro vocale unico. Gioca con il tempo, gli accenti, le armonie, magistralmente accompagnata da Brown e dagli altri musicisti. Notevole anche il citato ''In The Land Of Hi-Fi'' (PolyGram, 1955), più orchestrale e swingante rispetto al disco precedente, ma anche in questo caso con un gruppo di di (sublimi) accompagnatori che comprende Cannonball Adderley, J.J. Johnson, Kai Winding e Roy Haynes. Inutile dire che la sua vocalità di marca bop, ha influenzato molte cantanti ponendola come guida di uno stile vocale e jazzistico al pari dei colleghi strumentisti. Negli anni successivi Sarah matura una voce ancora più profonda nei toni bassi che le conferirà uno stile sempre più unico e personale.
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sabato 6 novembre 2010
Perfect, miss Fitzgerald!
Non è mai di troppo l’ennesima ristampa di Ella Fitzgerald, soprattutto quando si tratta di un capolavoro come ''Sing The Cole Porter Songbook'' (quest’anno riproposto anche da Essential Jazz Classics e distribuito da Egea ), primo capitolo - siamo nel 1956 - dei songbooks che il produttore Norman Granz stava predisponendo per la Verve con il magistrale accompagnamento dell’orchstra diretta da Buddy Bregman. Ella Fitzgerald i grandi compositori americani gli ha presi di petto tutti. Negli anni Cinquanta ha inciso opere monumentali, dedicate a Ellinghton e Berlin, ognuna con trenta o più canzoni, pubblicando all’epoca fino a tre long playing in una sola confezione. Tutti capolavori. Con Cole Porter va a nozze come con Count Basie o Louis Armstrong. Cantante di razza che manda a memoria partiture anche complesse come fossero poesiole di seconda elementare, Ella chiedeva sempre, alla fine di ogni registrazione: ''Ho detto tutte le parole giuste?''. E la risposta che arrivava dallo studio era, invariabilmente: ''Perfetto, Miss Fitzgerald!''. Ma lei aveva quel vezzo, ogni volta, quella paura di aggiungere o togliere, nell’enfasi dell’interpretazione, qualche parola a quelle composizioni per le quali nutriva un rispetto enorme.
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| Ella Fitzgerald Sings The Cole Porter Song Book [Disc1] & [Disc2] |
Quando decise di immortalare su disco le meravigliose ''assonanze'' di Cole Porter, la Fitzgerald aveva già alle spalle ventidue anni di carriera e una mole di incisioni che molti artisti non riescono a portare a termine neanche in un intera carriera. Qui, ancora una volta, stupiscono la leggerezza e la semplicità con cui Ella si fa portavoce di un repertorio ancora oggi seminale. La cantante ha il dono di aggiustarsi addosso qualsiasi melodia, e lo fa con una grazia e un’eleganza che lasciano sbalorditi ad ogni ascolto, anche dopo più di cinquant’anni. A differenza di tante jazz singers che forzano le note (e le partiture) nel tentativo di personalizzare una canzone, Ella opera con naturalezza e delicatezza mettendo la sua voce (che ha del divino) a servizio della canzone stessa. Eppure anche così, senza cambiare la struttura, riesce a farle sue, a scolpire il suo nome in maniera indelebile in quei titoli, accanto ai nomi dei compositori. Cosicchè la sua diventa, inevitabilmente, una versione di riferimento se non, come è spesso è accaduto nei suoi decenni d’oro, adirittura quella definitiva. Scegliere la migliore tra le canzoni di dei due dischi è sciocco, perché questo è un lavoro che si inghiotte tutto con ingordigia e si rimangia anche il giorno dopo e, senza riscaldarlo, di settimana in settimana per una vita. Perfetto, Miss Fitzgerald!
venerdì 2 aprile 2010
Jazz: percussion better sweet mix
JAZZ ON A SUNDEY AFTER NOON 3
Se vi piacciono jazz e percussioni questo è il mix imperdibile. Magistrale, bellissimo.
Percussion bitter sweet!
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Se vi piacciono jazz e percussioni questo è il mix imperdibile. Magistrale, bellissimo.
Percussion bitter sweet!
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•[INTRO] M’Jumbe: Roy Brooks and the Artistic Truth
Ethnic Expressions Im Hotep 1973
•Elephant Walk/Buhaina Chant (chopped diced and sliced):
Art Blakey and the Jazz Messengers
Orgy in Rhythm Blue Note 1554 1957 (ascolta)
•Message From Kenya: Horace Silver Trio/Art Blakey + SABU
Spotlight on Drums Blue Note 91724 1953
•Giselle Street Suite
(The Almoravids, Onomatopoeia, Gazelle): M’Boom
Re:Percussion Baystate 6001 1977
•Hobgoblin: Mike Nock Underground
Between or Beyond MPS CRM-722 1970
•Revelation: Hannibal and the Sunrise Orchestra
Hannibal MPS POCJ-2518 1975
•Encontro No Bar: Airto
Identity Arista 4068 1975
•Lola: Zbigniew Namystowski Modern Jazz Quartet
Lola GOWI Records (Reissue) CDG30 Original on Decca 1964
•Sunset On The Street: Sunao Wada Quintet+1 feat. Minoru Ikeno
Four Scenes Three Blind Mice 75 1976
•David: Célia
Self Titled Continental Records (Brasilia) 1971
Ethnic Expressions Im Hotep 1973
•Elephant Walk/Buhaina Chant (chopped diced and sliced):
Art Blakey and the Jazz Messengers
Orgy in Rhythm Blue Note 1554 1957 (ascolta)
•Message From Kenya: Horace Silver Trio/Art Blakey + SABU
Spotlight on Drums Blue Note 91724 1953
•Giselle Street Suite
(The Almoravids, Onomatopoeia, Gazelle): M’Boom
Re:Percussion Baystate 6001 1977
•Hobgoblin: Mike Nock Underground
Between or Beyond MPS CRM-722 1970
•Revelation: Hannibal and the Sunrise Orchestra
Hannibal MPS POCJ-2518 1975
•Encontro No Bar: Airto
Identity Arista 4068 1975
•Lola: Zbigniew Namystowski Modern Jazz Quartet
Lola GOWI Records (Reissue) CDG30 Original on Decca 1964
•Sunset On The Street: Sunao Wada Quintet+1 feat. Minoru Ikeno
Four Scenes Three Blind Mice 75 1976
•David: Célia
Self Titled Continental Records (Brasilia) 1971
venerdì 26 marzo 2010
Sweet Emma
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.Sweet Emma, soprannominata ''campanellina'' perchè mentre suonava faveva muovere alcune campanelle che agganciava alla sua giarrettiera rossa, è nata, vissuta e morta nella stessa citta: New Orleans. E' stata leader della Preservation Hall Jazz Band con la quale si esibiva come pianista (e questo nonostante la sua mano sinistra fosse mezza paralizzata) e occasionalmente anche come cantante. Figura molto conosciuta e stimata nell'ambito jazzistico della propria città, il suo nome ha iniziato a circolare fuori dagli ambienti che gli erano più consueti solo intorno agli anni Sessanta e a un età già abbastanza avanzata (Emma era nata alla fine del secolo XIX). Di lei raccomando caldamente un disco uscito nel 1994 per l'etichetta Ojc, che non dev'essere neanche troppo ''mission impossibol'' trovare, ma di cui in rete per ora non v'è traccia, dal titolo ''New Orleans: The Living Legends'' (Rating Release Date Jan 1961 Recording Date Jan 25, 1961 Label Riverside/OJC Time 54:36 Type Compilation Genre Styles Blues New Orleans Jazz) e un'altro imperdibile capolavoro come ''Sweet Emma Barrett and Her New Orleans Music'' (Jazzology, 1993 - con brani del 1963-64 ... corredato di libretto) che invece vi propongo :
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SWEET EMMA BARRETT & HER N. O. MUSIC
.SWEET EMMA BARRETT & HER N. O. MUSIC
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In entrambi i casi uno swing che suona molto attuale, fresco e ''allegro'' in puro, essenziale stile New Orleans, e carico di contagioso entusiasmo. Nei dischi vengono riuniti temi tradizionali e altri composti dalla stessa Emma. Tutti i musicisti sono molto raffinati, e fra questi vanno almeno citati Percy Humphrey alla tromba, il fratello Willie al clarinetto, Jim Robinson al trombone e, naturalmente la propria Emma, che qui sotto possiamo vedere all'opera (in questo caso sola) in un video-documento veramente straordinario. Da non perdere. P.S. Prendere al volo qualsiasi cosa a suo nome vi capiti per le mani, grazie.
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In entrambi i casi uno swing che suona molto attuale, fresco e ''allegro'' in puro, essenziale stile New Orleans, e carico di contagioso entusiasmo. Nei dischi vengono riuniti temi tradizionali e altri composti dalla stessa Emma. Tutti i musicisti sono molto raffinati, e fra questi vanno almeno citati Percy Humphrey alla tromba, il fratello Willie al clarinetto, Jim Robinson al trombone e, naturalmente la propria Emma, che qui sotto possiamo vedere all'opera (in questo caso sola) in un video-documento veramente straordinario. Da non perdere. P.S. Prendere al volo qualsiasi cosa a suo nome vi capiti per le mani, grazie.
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giovedì 25 marzo 2010
Retro-Africa: Jazz from the township

In Sudafrica il jazz ha conosciuto una diffusione senza paragone rispetto al resto del continente. Stile di vita, intrattenimento, musica, moda: per tutto un complesso di motivi culturali, sociali e politici, le masse di colore sudafricane individuarono precocemente nel mondo dei neri americani un modello di riferimento. Negli Stati Uniti anche Louis Armstrong e Duke Ellinghton pativano la discriminazione razziale, ma agli occhi dei sudafricani di colore incarnavano l'esempio di artisti neri di successo. Preceduto in Sud Africa fin dalla metà dell'Ottocento da altre forme musicali neroamericane come il ragtime, il jazz arrivò nelle township attraverso il grammofono e la radio già dopo la prima guerra mondiale e beneficiò di una reale popolarità fino agli anni Sessanta. L'appropriazione creativa del jazz, miscelato con le locali musiche urbane, ebbe come protagonisti pionieri entrati nella leggenda come Solomon ''Zulu Boy'' Cele e Wilson ''King Force'' Silgee. La maturità arriva negli anni Cinquanta: Hugh Masekela, Miriam Makeba, Dollar Brand (Abdullah Ibrahim), sono usciti dall'ambiente jazzistico dell'epoca. Queste due antologie, senza troppe pretese filologiche né di coerente rappresentatività della vicenda del jazz sudafricano, hanno il merito di mettere in mostra qualcuno dei gioielli che è ancora difficile avere l'occasione di ammirare. La prima raccolta, ''African Jazz 'N' Jive-An Authentic Selection Of South African Township Swing Classics From The '50s & '60s'' (Gallo Records, 2007) concentra l'attenzione quasi esclusivamente sugli anni Cinquanta.
Presenze fondamentali come quelle di Kippie Moeketsi, Spokes Mashiyane, Jazz Dazzlers, Skylarks, Lemmy ''Special'' Mabuse, nonchè l'hit Mbuse di Solomon Linda (restando in questo blog potete leggere la leggenda e le storie incredibili che girano attorno a questo brano) in un'eloquente incisione del 1939. La musica conquista con la sua freschezza: spensieratezza, verrebbe da dire, se non sapessimo che dietro aveva il crudele inasprimento della politica di apartheid del dopoguerra. La seconda raccolta, ''Freedom Blues-South African Jazz Under Apartheid'' (Nascente, 1999) invece, offre un'idea suggestiva dell'altissima qualità espressa, in gran parte nell'esilio, dal jazz sudafricano degli anni Sessanta e Settanta: in una risoluta modernità incontra le tendenze d'avanguardia, alle quali riesce a dare un notevolissimo contributo senza recidere il legame con lo spririto della musica dell'Africa australe
Ci sono alcuni dei nomi più importanti: i Jazz Epistels, in una incisione del '60, con fra gli altri Kippie Moeketsi al sax, Hugh Masekela alla tromba, Jonas Gwangwa al trombone e Dollar Brand al piano; i Blue Note (naturalmente) in uno struggente brano registrato dal vivo a Durban nel 1964, alle soglie della scelta dell'esilio; Harry Miller con una formazione guidata in Gran Bretagna nella seconda metà degli Sessanta. A differenza delle registrazioni degli anni Cinquanta e anteriori, i dischi del jazz sudafricano d'avanguardia della diaspora sono circolati, ma nella cerchia degli appassionati di free music e di nuovo jazz europeo (ne riparleremo): la brillante, godibilissima selezzione proposta da queste antologia hanno il pregio di far conoscere molti degli eroi del jazz sudafricano della diaspora. Imperdibili!
Il video ascolto propone il brano d'aperura di ''Freedom Blues'', ''Yakhall Inkomo'' di Winston 'Mankunku' Ngozi. Per chi invece volesse approfondire (sotto) altri tre lavori...
• Rough Guide to South African Jazz (World M.N., 2000) - [download]
• The History of Township Music (Wrasse) - [download]
• Jazz from the Township (vecchio vinile, copert. a inizio post) [dowload]
• The History of Township Music (Wrasse) - [download]
• Jazz from the Township (vecchio vinile, copert. a inizio post) [dowload]
sabato 19 dicembre 2009
Cannonball Adderley, Louis Armstrong, Albert Ayler, Art Ensemble Of Chicago, Chet Baker, Gato Barbieri
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Non meno fondamentali:Cannonball & Strings/Jump For Joy (Verve, 1956)
Jazz Workshop Reisited (Blue Note, 1962)
Live Sessions [con Ernie Andrew] (Blue Note, 1964)
Cannonball & Coltrane [con John Coltrane] (Emarcy, 1965)
Money In The Pocket (Blue Note, 1966)
Mercy, Mercy, Mercy-Live At The Club (Blue Note, 1966)
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Non meno fondamentali:
Louis Armstrong & King Oliver [1923] (Milestone)
Satchmo At Simphony Hall [1947] (GRP)
Disney Songs-The Satchmo Way (Disney Records, 1968)
Satchmo At Simphony Hall [1947] (GRP)
Disney Songs-The Satchmo Way (Disney Records, 1968)
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Non meno fondamentali: Spiritual Unity (ESP, 1964)
The Copenhagen Tapes [1964] (Ayler/IRD, 2003)
Love Cry (Impulse!, 1967)
Live In Greenwich Village (Impulse!, 1967)
New Grass (Impulse!, 1969)
Nuits De La Foundation Maeght, 1970 (Water, 2002)
Holy Ghost (Revenant, 2004)
[Box di 9 cd con registrazioni rare o mai pubblicate dal 1962-70]
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Non meno fondamentali:
A Jackson In Your House/Message To Our Folk (BYG, 1969)
Certan Blacks [1970] (America, 2005)
With Fontella Bass [1971] (America, 2005)
Fanfare For The Warriors (Atlantic, 1974)
Nice Guys (ECM, 1978)
Tribute To Lester (ECM, 2003)
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A Jackson In Your House/Message To Our Folk (BYG, 1969)
Certan Blacks [1970] (America, 2005)
With Fontella Bass [1971] (America, 2005)
Fanfare For The Warriors (Atlantic, 1974)
Nice Guys (ECM, 1978)
Tribute To Lester (ECM, 2003)
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Non meno fondamentali:
Ensemble (Pacific Jazz, 1953)
Sextet (Pacific Jazz, 1954)
Smokin' (Prestige, 1966)
Let's Get Lost (Novus, 1989) [Colonna sonora del film con brani dei '50]
Chet Baker In Paris, The Barclay Sessions [1955-56] (Universal, 2000)
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Ensemble (Pacific Jazz, 1953)
Sextet (Pacific Jazz, 1954)
Smokin' (Prestige, 1966)
Let's Get Lost (Novus, 1989) [Colonna sonora del film con brani dei '50]
Chet Baker In Paris, The Barclay Sessions [1955-56] (Universal, 2000)
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Art Blakey, Don Cherry, Phil Cohran, Ornette Coleman, Steve Coleman
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Non meno fondamentali:
A Night In Tunisia (Blue Note, 1960)
Mosaic (Blue Note, 1960)
Thermo [1962-64] (Milestone)
Message To Kenia (Blue Note, 1964)
Free For All (Blue Note, 1964)
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Fondamentale:
Complete Communion (Blue Note, 1965)
Non meno fondamentali:Symphony For Improvisers (Blue Note, 1966)
Eternal Rhythm (Saba, 1969)
Mu (BYG, 1969)
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Non meno fondamentali:Something Else! (Contemporary, 1958)
Change Of The Century (Atlantic, 1959)
Free Jazz (Atlantic, 1960)
At The Golden Circle Vol.1&2 (Blue Note, 1965)
Science Friction (BBS, 1972)
Dancing In Your Head (A&M, 1977)
In All Language (Caravan Of Dreams, 1987)
Sound Grammar (Sound Grammar, 2006)
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