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mercoledì 10 novembre 2010

Piccole-grandi meraviglie del jazz # 8

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Clifford Brown And Max Roach: Study In Brown (Emarcy, 1955)
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Dopo averlo ampiamente nominato nel post precedente (dedicato alla voce sublime di Sarah Vaughan) diventa a questo punto francamente impossibile non occuparsi, per quanto poco, di una figura chiave nell'ambito jazzistico come il mitico trombettista Clifford Brown. Brown iniziò giovanissimo la carriera professionale militando con le orchestre di Tadd Dameron e Lionel Hampton, con il quale effettuò una lunga tournee in Europa. Nel 1953 incise i primi dischi a suo nome e nel 1954 avvenne l’incontro con il grande Max Roach con il quale formò lo storico quintetto insieme al sassofonista Harol Land che poi lasciò il posto a Sonny Rollins. Fino al 1956 anno della prematura morte di Clifford Brown (ventiseienne e a causa di un' incidente stradale), la formazione incise molti album decretando l’ingresso ufficiale dello stile hard bop nel jazz. Stimato da tutti, il musicista lasciò una manciata di titoli destinati a influenzare chi sarebbe venuto dopo. Lo stile di Brown, legato a maestri come Dizzy Gillespie e Fats Navarro prosegue con incredibile sicurezza la strada del bebop, aprendone i lati oscuri e regalando un fraseggio scorrevole, sciolto, pieno di swing e di tecnica fantasiosa. Rimane da pensare che se la sua vita non fosse stata irrimediabilmente stroncata da quell’incidente automobilistico, avrebbe condotto il jazz verso chissà quali orizzonti. In ventisei anni, tuttavia, Clifford Brown influenzò un’intera generazione di trombettisti (da Lee Moragan a Donald Byrd, da Booker Little a Freddie Hubbard) e tuttora viene ricordato dai colleghi come mirabile modello tecnico ed espressivo. Nel disco che il Giardino presenta, ''Study In Brown'' (Emarcy, 1955) è con un quintetto dove svetta la fantasia della batteria del citato Max Roach, che asseconda al meglio l’estro di un Brown magistrale nei soli e nel fraseggio carico di swing, capace di inaspettate aperture melodiche. Musica irrinunciabile.
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mercoledì 5 maggio 2010

Piccole-grandi meraviglie del jazz # 7


MAX ROACH & ABDULLAH IBRAHIM
Stream Of Consciousness [1977] (Piadrum, 2003)

Quello ripreso nel 2003 dalla ristampa della Piadrum di ''Sreams of Consciousness'', Max Roach lo ha spesso indicato come il più riuscito e ispirato tra gli incontri ravvicinati a cui ha dato vita verso la metà degli anni Settanta. Poco importa che gli altri duettanti si chiamino Archie Shepp, Anthony Braxton, Cecil Taylor ... Il pianista sudafricano Abdullah Ibrahim (del quale ho già presentato in questo blog un'altra meravigliosa collaborazione), che in quel settembre del 1977 continua ad essere meglio noto come Dollard Brand, fornisce alla poetica infiammabile del batterista afroamericano il giusto sfondo, la giusta dose di composta ma ferrea indignazione civile, la scintilla emozionale che Roach va cercando per liberare tutta la tensione creativa e scandire il suo drumming. Un contributo di bellezza alla cupa e furibonda lotta antirazzista che i tempi impongono, con l'esilio perdurante del pianista di Cape Town e la spinta antagonista del free jazz. Connessioni: i febbrili poliritmi di Roach e le maestose melodie prodotte da Ibrahim si intecciano all'insegna di una ''Consanguinity'' (tanto per dirla usando uno dei titoli) che è più di un'affinità, un' intima parentela musicale, umana e politica, che in poco più di quaranta minuti genera un flusso di improvvisazzione spumeggiante, che gronda blues e kwela-jazz. Un disco importante.

mercoledì 24 febbraio 2010

Piccole-grandi meraviglie del jazz # 2: Max Roach - We Insist! Freedom Now Suite (Candid, 1960)



Ancora un disco di impegno civile da parte di uno dei più grandi batteristi della storia del jazz che fonda la propria etichetta discografica (Candid) per poter elevare la sua protesta contro il razzismo e dichiarare il desiderio di emancipazione. I versi del poeta dissidente Oscar Brown vengono così affidati alla drammaticità vocale dell'allora moglie di Max Roach, Abbie Lincoln, mentre le percussioni dello stesso batterista si legano agli esuberanti interventi dello sfortunato trombettista Booker Little e del veterano sassofonista Coleman Hawkins (altri due mostri sacri del jazz). Il clamore attorno al lavoro fu così risonante da decretarne il boicottaggio in vari territori, tanto che al musicista fu permesso di rientrare in studio di registrazione solo dopo sei anni. Valenze sociali a parte, musica di eccelsa qualità.