martedì 8 marzo 2011

Il cinema nomade di Gatlif

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Kabyle e Rom, Tony Gatlif è il cineasta che più di ogni altro ha raccontato la vita e la cultura itinerante degli zingari in un viaggio continuo, dall’ India alla Spagna. Nato ad Algeri nel 1848, sangue Rom e Berbero nelle vene, Michel Dahamani (conosciuto, appunto, come Tony Gatlif) all'inizio degli anni Sessanta condivide la sorte toccata al suo popolo costretto ad abbandonare il proprio paese. Dopo aver lasciato l’Algeria, si trasferisce a Parigi dove frequenta un corso d’arte drammatica. Nonostante la nuova residenza, Gatlif torna  di continuo alle sue vere origini, la comunità zingara, nell' appassionata ricerca di se stesso. Privo di risorse economiche, dopo lunghi anni di disadattamento sociale ed esistenziale, che lo portano a saggiare più volte la triste realtà del carcere minorile, il giovane Gatlif riesce a recuperare la passione per il cinema, e la doppia origine rappresenta senz'altro una ricca fonte di ispirazione per il suo lavoro di artista prima ancora che di regista. 
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Tony Gatlif
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Nel 1973 gira così il suo primo cortometraggio e nel 1975 arriva anche il primo lungometraggio, ''La Tête En Ruine''. Tre anni dopo segue ''La Terre Au Ventre'', che affronta il tema della guerra algerina vissuta da una madre francese d’Algeria con i suoi quattro figli, e via via una filmografia di livello mediamente più che buono, con opere caratterizzate da una sorta di nostalgia lirica; il grande anelito di libertà delle culture nomadi, con il loro stile di vita, le loro musiche e danze. Tutti elementi essenziali nel progetto poetico di Gatlif, in grado di esprimere al posto di molte parole, lo spirito vivo e la natura sensibile e sanguigna delle genti gitane. Lo spettatore è spesso costretto al viaggio, un viaggio in cui il luogo di arrivo diventa subito il luogo di una nuova partenza. Un 'transito' di cui Gatlif invita a scoprire le potenzialità. 
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Tra i suoi titoli brilla soprattutto "Latcho Drom" - che ottenne numerosi riconoscimenti festivalieri, tra i quali il premio Un Certain Regard a Cannes nel 1993 - magnifica opera "documentaria" che ripercorre la lunga rotta della musica nomade, dal nord-ovest dell' India attraverso le regioni della Turchia, dell' est europeo, del nord Africa e della Francia, sottolineando la coesione culturale delle varie espressioni musicali, fino ad approdare nella Spagna di un certo flamenco che conserva intatte le componenti spirituali della musica sufi, in una sorta di di continuità ideale con l'ineffabile canto d'oriente.
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Consigliabili anche lo splendido ''Gadjo Dilo'' (Pardo d’Argento a Locarno nel 1997) e ''Exils'', premio per la miglior regia al Festival di Cannes nel 2004, con giuria presieduta da Quentin Tarantino. Se in tutti i film di Gatlif c'è una forte componente autobiografica nel caso di Exiles questa si fà ancora più evidente. Appartenendo infatti alla schiera di profughi che negli anni Sessanta furono costretti a lasciare l'Algeria ed abbandonare il proprio paese,come accennato poc'anzi, quarant'anni dopo il regista torna nella terra della sua infanzia, cercando di raccontare questa esperienza in un film che è una sorta di colorato road movie sulle tracce di due giovani protagonisti che lasciano Parigi alla volta di Algeri per riscoprire le proprie radici. Il loro è un viaggio sul filo della memoria, nel segno della musica e, soprattutto, del ritmo. 
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In tutti i suoi film Gatlif ha sempre dimostrato più che un occhio di riguardo per la parte musicale, e non è un caso che molti degli score delle pellicole abbiano la sua firma. In una delle prime scene di Exils il protagonista dichiara: ''la musica è la mia religione''; ed è seguendo questo credo che il ragazzo compie un percorso geografico e spirituale che da Occidente lo porta verso Oriente, dal pragmatismo europeo al misticismo sufi, dalla techno metropolitana di Parigi alla trance sufi di Algeri, passando attraverso il flamenco dell'Andalusia. Così il pulsare del rock che all'inizio esce dalle casse di un autoparlante si riflette poco a poco in una quasi naturale prosequzione, dalla scansione di un tergicristallo al picchiettare della pioggia, per poi confluire nell'energia ''cardiaca'' del flamenco, sia che venga riletto in chiave elettronica, sia che venga riproposto in versione tradizionale, per virare infine verso tonalità e suoni mediorientali in una progressiva ''spiritualizzazione'' che culmina nella scena di una cerimonia sufi.
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La musica, il flamenco e i legami di sangue sono assoluti protagonisti anche in ''Vengo - Demone Flamenco'' magnifica pellicola del 2000 di cui tra poco mi occuperò e alla quale mi sento particolarmente affezzionato per vari motivi. Visto le questioni che hanno coinvolto i rom in Francia negli ultimi tempi mi sembra doveroso segnalare almeno (anche) l'ultimo ''Korkoro (Libertè)''. Se è vero che la pellicola è stata presentata anche a Roma al MedFilm Festival dello scorso anno - ricevendo tra l'altro la Menzione Speciale, uno dei due premi più importanti - sinceramente nutro qualche dubbio riguardo a una possibile distribuzione che lo porti (agevolmente) nelle sale dei nostri cinema. Naturalmente spero di sbagliarmi, perche io per primo non ho ancora avuto la possibilità di vederlo, anche se sò, avendone letto, che nel film viene narrata una vicenda che si ispira a una storia vera, in particolare quella di una famiglia rom arrivata in un villaggio rurale nella Francia sconvolta dalle leggi discriminatorie del governo di Vichy, con i nazisti che porteranno all'arresto e alla deportazione di circa trentamila rom francesi durante la seconda guerra mondiale e al tragico "genocidio fantasma" che costo' la vita a mezzo milione di rom e sinti in tutta Europa, internati e sterminati nei campi di concentramento insieme a ebrei, handicappati e omosessuali. Un film che però, come si diceva poc'anzi, allo stesso tempo esce dai confini storici per mettere in luce la difficile sorte che molti Rom subiscono ancora oggi.
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VENGO: DEMONE FLAMENCO
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''Vengo non è un film sul Flamenco, ma è il Flamenco stesso che diviene film''. ''Flamenco, demone della vita''. Definizione decisamente calzante, molteplicità di significati per una delle forme di espressione mentale e corporea tra le più intense. Flamenco, passione viscerale, canto e ballo che alterna momenti tragici a pura gioia di vivere. Musica struggente ed evocativa di oppressioni e persecuzioni. Danza che nasce dalla terra e dalla tragedia di un popolo in fuga. E proprio per realizzare l'immagine scolpita dentro i cuori del popolo zingaro di una patria che non c'è, i piedi tendono fortemente a restare attaccati alla terra, mentre la parte superiore del corpo si muove sinuosamente ad evocare il desiderio profondo di libertà. Terra arida, terra di colori e suoni fusi da molteplici tradizioni, Andalusia, centro energico del flamenco, patria gitana (Gitano: termine che sembra derivi dall' Egitto, dove il popolo in fuga dal Pakistan sostò a lungo prima di approdare in Spagna attraverso il Nord-Africa) voluta dal destino, madre del demone flamenco. Ecco un film che fà del flamenco una ragione di vita, ma anche di passione e di morte. Film che miscela sapientemente il folklore e la modernità. Scene tra Oriente e Andalusia aprono la storia, segnando sottilmente un confine impercettibile. Gatlif, zingaro arabo, ne trae emozioni purissime, restituendo il valore originario a quello che appare solo un ballo spettacolare agli occhi moderni. Una dedica completa, fatta di scene e musiche intense composte dallo stesso Gatlif. 
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Flamenco a cui ci si può accostare con animo interessato, ma che non può essere assimilato se non si crea quella commistione tra corpo, mente e memoria storica. Ricordo una scena del film australiano "Ballroom" in cui il giovane ballerino protagonista deve imparare una coreografia gitana. Riesce ad acquisire la tecnica alla perfezione, mancando tuttavia quell' ispirazione che gli sarà donata solo vivendo in sinbiosi con i gitani. Flamenco, demone della vita, dove le passioni esplodono nell'universo infinito dell'esistenza. Un dolore impossibile da sedare. La perdita straziante di una figlia innocente e un padre distrutto che si stordisce con l'alcool e con il flamenco. Un dolore bruciante che consuma l'anima. Forti contraddizioni, forti passioni di un Andalusia senza tempo. Alle tradizioni secolari si contrappongono immagini moderne fatte di strade asfaltate, auto lussuose, telefonini,discoteche, ma il demone è sempre in attesa. Una storia intrisa di sangue, di famiglie rivali che cercano vendetta reciproca. L'incredibile figura di un giovane portatore di handicap (Diego), nipote del nostro protagonista (Caco, interpretato magistralmente da Antonio Canales, grande ballerino di flamenco che in questa occasione recita solamente, senza muovere un passo di danza), che vive comunque le sue passioni, il suo entusiasmo, i suoi dolci ricordi per un amore puro che non si è mai spento, nonostante tutto. Il giovane Diego è l'anima nuova della tradizione e nessuna compassione desta in noi, come nella sua famiglia, nonostante l'handicapp. Diego è uno di loro, uno dei flamencos di famiglia che tutto ha da insegnare per il modo dolce e profondo di affrontare le cose. Lirici momenti di canto e musica comune come se il tempo si fosse fermato ad ogni frammento di vita vissuta. Tenero l'amore che lega lo zio Caco a Diego. Attenzioni e premure che contrastano con le pulsioni vendicative delle famiglie contrapposte in una guerra di sangue che ha coinvolto tempo prima proprio il padre di Diego, Mario. Mario è un gitano di nuovo in fuga dall' Andalusia verso il nord Africa, dove si rifugia, e da dove suole chiamare i parenti per ascoltare via telefono la musica del suo cuore. Ma ora proprio Diego è la vittima sacrificale della vendetta. Sangue per sangue. Caco sa che questo potrebbe essere il destino dell' amato nipote e si immola, in nome dell'amore, davanti alla famiglia nemica: "Darò fuoco al mondo!" esclama di fronte alla consapevolezza del rischio di morte del nipote. Momento di tragicità di altissimo livello. Il demone della vita lo accompagnerà fino alla fine. Con la lama conficcata nel fianco, in un atmosfera arida e solitaria, si trascina fino all'unico ''strumento flamenco'' che avrebbe potuto mai trovare in una zona così deserta; una macchina industriale che attivata produce suoni metallici con i pistoni, i martelli interni e le cinghie. Suoni metallici freddi, ma che rievocano la ritmica del flamenco, demone della vita che non esiste più.
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Il film, presentato fuori concorso a Venezia nel 2000 (e che chiuse quell'edizione della mostra), scorre su una trama scarna utilizzata quasi per cucire i vari pezzi musicali, ma è comunque straordinario per intensità e drammaticità, riuscendo a trasmettere una poetica delicata che gioca magnificamente sui contrasti emozional-sentimentali: la rabbia e la tristezza per una figlia che non c'è più e l'amore tenero per un nipote che vive la sua esistenza più intensamente di altre persone, nonostante tutto. Gli attori (veramente straordinari) sono tutti non professionisti e musicisti esponenti della massima e pura tradizione del flamenco gitano della bassa Andalusia, che Gatlif ha prelevato dalla strada e portato sul set. Sue anche le musiche (come detto) peraltro assolutamente appropriate. Chapeau.
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Se può interessare rimando anche a:
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     • ''SINTI E ROM'' (raccoglie links e filmografie)
     • ''LATCHO DROM'' (Soundtrack)
     • ''VENGO'' (Soundtrack)
     • ''VENGO'' (Film in lingua or. con sott. in Inglese)
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