Visualizzazione post con etichetta Funky '70 Ladies. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Funky '70 Ladies. Mostra tutti i post

sabato 20 aprile 2013

Il Nuovo Giardino Magnetico presenta: Black Dynamite!



BLACK DYNAMITE!

.

Black Dynamite 3: Killing Me Softly With His Song




Tracklist

01 - SYL JOHNSON - I Hate I Walked Away - da (Hi Records, 1973)
02 - AL GREEN - I'm So Lonesome I Could Cry - da (Hi Records, 1973)
03 - ANN PEEBLES - Trouble Heartaches & Sadness - da (Hi Records, 1971)
04 - MILLIE JACKSON - A Child of God - da (Spring Records, 1972)
05 - THE SOUL CHILDREN - Move Over - da (Stax Records, 1969)
06 - O.V. WRIGHT - Drowning On Dry Land - da (Back Beat Records, 1972)
07 - SYL JOHNSON - That's Just My Luck - da (Hi Records, 1975)
08 - AL GREEN - Free At Last - da (Hi Records/London, 1973)
09 - BABY HUEY - Hard Times - da (Curtom Records, 1971)
10 - CURTIS MAYFIELD - Little Child Runnin' Wild - da (Curtom, 1972)
11 - WILLIE HUTCH - Hospital Prelude Of Love Theme - da (Motown, 1974)
12 - JAMES BROWN - Public Enemy #1 - da (Polydor Records, 1972)
13 - MILLIE JACKSON -  I Don't Want To Be Right - da (Spring, 1974)
14 - MARGIE JOSEPH - My World Is Empty Without You - da (Volt, 1971)
15 - CURTIS MAYFIELD - Give Me Your Love - da (Curtom Records, 1972)
16 - MARVIN GAYE - I Want You - da (Tamla/Motown Records, 1976)
17 - WILLIAM DE VAUGHN - Be Thankful For What You Got - da (Roxbury, 1974)
18 - DON JULIAN & THE LARKS - Super Slick - da (Money Records, 1974)
19 - AFRO-AMERICAN ENSEMBLE - Gone Is The Laughter - da (GSF, 1972)
20 - AL GREEN - Simply Beautiful - da (Hi Records-London Rec, 1972)
21 - ROBERTA FLACK - Killing Me Softly With His Song - da (Atlantic, 1973)



   

Black Dynamite 1 (Am I Black Enough For You)




Tracklist

01 - WILLIE HUTCH - Brother's Gonna Work It Out - da (Motown, 1973)
02 - CURTIS MAYFILED - We Got To Have Peace - da (Curtom, 1971)
03 - BILLY PAUL - Am I Black Enough For You - da (Philadelphia International-Epic, 1972)
04 - MILLIE JACKSON - All I Want Is A Fighting Chance - da (Spring-Polydor, 1974)
05 - GLADYS KNIGHT & THE PIPS - Friendship Train - da (Tamla Motown, 1970)
06 - MARLENA SHAW - Liberation Conversation - da (Cadet Records, 1969)
07 - THE ISLEY BROTHERS - I Know Who You Been Socking It To - da (T-Neck, 1969)
08 - JAMES BROWN - People Get Up And Drive Your Funky Soul - da (Polydor, 1973)
09 - TOBY KING - Mr. Suff Stuff - da (Federal Records, 1973)
10 - JOE SIMON - Theme From Cleopatra Jones - da (Warner Bros. Records, 1973)
11 - SOUL SEARCHERS - Blow Your Whistle - da (Sussex Records, 1974)
12 - BILLY PAUL - We All Got A Mission - da (Philadelphia Int. Rec., 1976)
13 - PHILADELPHIA ALL STARS - Let's Clean Up The Ghetto - da (Philadelphia Int., 1977)
14 - GIL SCOTT-HERON & BRIAN JACKSON - The Bottle - da (Strata-East, 1974)
15 - BILL WITHERS - Better Off Dead - da (Sussex-A&M Records, 1971)
16 - THE TEMPTATION - Law Of The Land - da (Tamla Motown, 1973)
17 - WILLIE HUTCH - Theme Of Foxy Brown - da (Motown Records, 1974)
18 - BOBBY WOMACK & J.J. JOHNSON - Across 110th Street - da (United Artists, 1972)
19 - CURTIS MAYFIELD - Move On Up - da (Curtom Records, 1970)
20 - LEON THOMAS - Just In Time To See The Sun - da (Flying Dutchman, 1973)


  

lunedì 1 aprile 2013

Millie's Moods




Dopo le importanti recenti operazioni discografiche rivolte a due giganti della musica afroamericana a tuttotondo come Gli Scott-Heron e Leon Thomas gli appassionati di black music possono continuare a fregarsi le mani con  ''The Moods Of Millie Jackson'', raccolta retrospettiva che la Kent ha dedicato a una figura tra le più singolari della storia e del panorama musicale afroamericano degli anni Settanta, Millie Jackson. Cresciuta a stretto contatto con il gospel, la musica religiosa dei neri d' America da cui ha ereditato profondità e spiritualità, più che il contenuto squisitamente religioso, Millie passò in breve tempo dagli scranni delle chiese battiste, dove i nonni erano soliti accompagnarla dopo la precoce scomparsa della madre, a importante personaggio femminile di quel sexy soul che maliziosamente si spinse oltre i limiti della censura. Originaria della Georgia (Thompson, 15 Luglio 1944) a quattordici anni la giovanissima Millie fugge di casa per raggiungere il padre a Newark dove qualche tempo dopo riesce a trovare lavoro come modella prima di trasferirsi a New York ed essere casualmente notata  da un talent scout durante l'esibizione di alcuni amici che l'avevano invitata a salire con loro sul palco. E' l'inizio, assai poco ufficiale, della sua nuova carriera. E pazienza per un primo 45 giri di scarso successo commerciale. La giovane è dotata di grande determinazione e con il suo bagaglio soul dai veraci accenni gospel, influenzato soprattutto dal grande modello di Otis Redding, inizia ad esibirsi con successo in numerosi locali, fino ad ottenere un nuovo contratto, questa volta con l'etichetta Spring che un anno più tardi frutta lo splendido esordio omonimo (1972), in cui Millie incornicia performances di essenziale potenza drammatica con una voce seducente e grintosa e arrangiamenti di soul sinfonico e orchestrale. Si va dagli scenari di solitudine sentimentale di ''I Just Can't Stand It'', all'incandescente catalogo di peccati, crudeltà e ipocrisie della splendida ''A Child of God (It's Hard to Believe)'', piccolo capolavoro che reca la firma della cantante e che inizia a delineare  il suo carisma e talento di raconteuse e proto-rapper. Ma il passo decisivo sarà quello delll'anno successivo, con l'ottimo successo di ''It Hurts So Good'' (1973), uno dei titoli portanti della colonna sonora blaxploitation di Cleopatra Jones, che impone la Jackson come ''miglior cantante R&B'' dell'anno (alla pari con Aretha Franklin), al punto da spingere l'artista afroamericana a convincere i boss della Spring a farle incidere un concept sul tema dell'adulterio, una particolarissima ''soap opera'' su vinile che traccierà indelebilmente il suo cammino professionale negli anni a venire. Caugh Up (Spring, 1974) coglie nel segno, amalgamando soul, pop e rap, stile di cui la Jackson è fra le grandi progenitrici (insieme ad artisti come James Brown, Laura Lee, Joe Tex e Isaac Hayes), con tocchi orchestrali adatti alle esigenze commerciali dell'epoca. L'abile produttore di questo risultato è Brad Shapiro, lo stesso che a più riprese lavorò anche con Wilson Pickett e che rimarrà con la Jackson per diversi anni, utilizzando anche molti dei prestigiosi strumentisti di Muscle Shoals. Sulla base di un'analisi drammatica di adulterio e una voce seducente quanto minacciosa, la cantante mescola colpi di rabbia a sussurri erotici ''giocando'' il ruolo della moglie sul primo lato, e dell' amante nella side B. I brani offrono lunghi parlati (come nell'articolata rilettura della classica ballad sudista dell'adulterio, ''If Loving You Is Wrong I Don't Want to Be Right'', video sotto) che sfociano in esplosioni orchestrali in un continuo contrasto dolce-amaro, in cui Millie affronta i pro e i contro di una relazione con un uomo sposato e la figura di un mini-dramma di moglie. La saga riprende e continua con ottimi risultati artistici anche nel successivo Still Caugh Up (Spring, 1975), sempre all'insegna della potenza drammatica che aveva caraterizzato il suo predecessore, ma questa volta con il triangolo amoroso allo scoperto e dove alla fine la figura incarnata dalla voce di Millie viene portata via con una camicia di forza. Nei lavori successivi i testi della Jackson si fanno via via sempre più espliciti, adirittura quasi osceni. Sebbene la cantante sia poi tornata ad album più convenzionali (anche se meno efficaci), i lunghi rap e le provocazioni divennero il centro dei suoi spettacoli e poco a poco questa formula (indebolita anche da stucchevoli arrangiamenti) iniziò a mostrare la corda, cadendo in parte nell'auto-parodia, e i monologhi, come ammetterà la stessa, finirono col divenire una trappola, impedendo alla cantante di esprimere appieno le sue potenzialità di interprete. La nuova antologia della Kent (può essere recuperata quì), al contrario, si segnala per la qualità da urlo della scaletta, una ventina di splendide ballads recuperate in ordine sparso e uscite dall' autorevole penna di autori del calibro di Sam Dees, Phillip Mitchell, Banks & Hampton, Bobby Womack, Allen Toussaint, ma anche da quella della stessa cantante afroamericana. Un occasione da non perdere non solo per quanti conoscono ed apprezzano l'artista, ma anche per chi voglia accostarsi per la prima volta alla voce incredibilmente potente ed espressiva di una delle più grandi interpreti della storia del R&B e della soul music degli anni Settanta.

  

giovedì 29 novembre 2012

Soulshakers



Nato e cresciuto nella piccola città di Wilson, North Carolina, Lee Fields ha trascorso la sua adolescenza cantando in chiesa e ascoltando artisti come James Brown, The Temptations, Eddie Floyd, Otis Redding, Solomon Burke e il classico suono di Memphis. Iperattivo fin dagli anni Settanta, aldilà delle scarse attenzioni riservategli dall’industria discografica maggiore (un solo contratto con la major London risalente peraltro al 1973) e un lavoro dimenticato pubblicato nel 1979 (''Let's Talk It Over''), il cantante torna in attività agli albori degli anni ’90 con un trittico di album pubblicato dalla Ace, dopo aver trascorso gli eighties in una fase di costernato silenzio. Qualche anno dopo è la Desco (l’etichetta da cui prenderà le mosse il movimento neo soul tutto, Daptone Records compresa) ad accoglierlo a braccia aperte  pubblicando nel 1998  ''Let’s Get A Groove On'', un album costruito sul suo magistrale timbro soulful. Ma è soprattutto nel 2009 che la stella di Fields torna a brillare prepotentemente; nel momento in cui figure di rilievo di un’epopea indimenticata come Naomi Shelton o Sharon Jones raccolgono a distanza di tempo i frutti di una carriera spesso ai margini del music business, il nostro si ripresenta baldanzoso con ''My World'', che segna il sodalizio con la label di Brooklyn Truth & Soul, ma anche con i rispettivi proprietari, Jeff Silverman e Leon Michels, desiderosi di pubblicare un disco ''con fini armonie vocali ed una sezione ritmica comunque incalzante simile allo stile di gruppi vocali quali The Moments, The Delfonics e The Stylistics''. Per far questo Silverman e Michels mettono a disposizione del cantante la sapienza esecutiva degli Expressions (al lavoro anche con Aloe Blacc), favolosa e micidiale backing-band  chiamata a fare da contraltare alla formula di Mr. Lee, pronto a dare un seguito alle prodezze vocali che negli anni 70 gli valsero l'apellativo di ''Little James Brown'' e opportunamente impiegata anche nella realizzazzione di ''Faithful Man'' (Truth & Soul, 2012). Fedele alla filosofia dell'autore secondo cui la soul music è un'attitudine, una forma mentis che non ti abbandona tutta la vita e che può coniugarsi benisssimo con i nostri tempi, il disco sembra uscito da una capsula temporale piombata fra noi direttamente dagli anni Sessanta e Settanta, un flash back di grande splendore, impreziosito da un sound travolgente e raffinato, tra andature stax, funk bollenti, soul ballads, ma anche incursioni orchestrali memori di Bacharach e dell'Isaac Hayes di ''Hot Buttered Soul''. I Riferimenti sono sempre i soliti con diversi livelli e sfumature di riverenza. Fields si lascia trasportare dalla musica, mima le mosse di Mr. Dynamite, sussurra nell'orecchio di Otis Redding, pecca con le coriste, si converte con Al Green. Soprattutto giura eterna fedeltà alla sua musica. E se è vero che la riproposizione vintage di questi suoni sollecita inevitabilmente il confronto con i maestri, è altrettanto vero che le canzoni parlano e si impongono a prescindere da quando vengono realizzate. Un lavoro vibrante, appassionato a tratti sofferto, intimo. Straconsigliato a tutti gli amanti del genere. [Ascolta Faithful Man ]



Gli appassionati di soul avranno di chè gioire anche ascoltando ''Soul Overdue'' (Freestyle Records, 2012) il ritorno di Martha High e dei suoi Speedometer. Al di là del titolo, Martha non è una novellina cresciuta mimando le mosse del ''padrino del soul'' davanti a uno specchio come molte nuove giovani proposte del music business, ma un'artista di lungo corso (in pista con i Jewels già dagli anni Sessanta) che al pari di altre funky divas quali Vicki Anderson, Marva Whitney o Lyn Collins può vantare un lunghissimo apprendistato alla corte di sua maestà James Brown e, di conseguenza, l'opportunità  di dividere il palco con artisti del calibro di Little Richards, Jerry Lee Lewis, The Temptations, Aretha Franklin, Stevie Wonder, George Clinton, B.B. King, Maceo Parker (per il quale ha cantato in diverse occasioni) e molti altri. Ma al di là di una carriera ricca di collaborazioni c'è da chiedersi per quale motivo, prima del fortunato incontro con gli esplosivi Shaolin Temple Defenders e alla realizzazzione di W.O.M.A.N (Soulbeat Records, 2008) nessuno si fosse mai preso la briga di portare questa reginetta del soul  in uno studio di registrazione (ad eccezzione di un omonimo lp di musica disco pubblicato nel 1979 dalla Salsoul Records). Motivo in più per accogliere a braccia aperte (e ad orecchie spalacate) questo ''Soul Overdub'' in cui è possibile apprezzare tutta l'abilità interpretativa della cantante di Washington Dc, magistralmente supportata dal poderoso groove degli Speedometer, una delle migliori deep funk band in circolazione. Facendo appello alle intonazioni forti, verso le quali è portata naturalmente, ma sfoderando anche una ragguardevole dose di arte incantatoria dove il copione lo richiede (vedi le ballate soul), Martha si cimenta in una stupenda esibizione vocale in cui brani prelevati dal repertorio degli stessi Speedometer si alternano ad eterni capolavori di Aretha Franklin (Save Me), Marvin Gaye (Trouble Man), Etta James (I’d Rather Go Blind) o dello stesso James Brown (Mama Feelgood) doverosamente riarrangiati e restituiti con rinnovato splendore per l'occasione. L'esuberanza si rivela soprattutto in classici funky soul come l'iniziale ''No More Heartaches'' (originariamente cantata dalla collega Vicki Anderson), che strapazza con bordate canore incredibili o in composizioni similari come ''Never Never Love A Married Man'', ''No Man Worries'', ''You Got It'', ''Save Me'', tutti pezzi in cui il suo grido potente si sposa perfettamente con i ritmi, le bordate di hammond e gli arrangiamenti fiatistici di un errebi decisamente focoso e memore del suono Stax, mentre la capacità di sedurre è riservata a ballate soul quali la citata ''I'd Rather Go Blind'' o ''You Got Me Started''. Un sound travolgente impreziosito sia dalla straordinaria forza delle corde vocali di Martha che dalla ricchezza strumentale e dai grooves di una band affiatatissima. Soul, funky e r&b suonato e cantato con feeling, sudore e passione. Da non perdere

 

giovedì 15 marzo 2012

Keep The Face, A Northern Soul Story


SCARICA


Tracklis

01 - CHUCK JACKSON: The Breaking Point - da (Top Rank, 1962)
02 - TOMMY NEAL: Going To A Happening - da (Pameline, 1967)
03 - THE CAVALIERS: Ooh It Hurts Me - da (RCA Victor, 1966)
04 - THE VELVET SATINS: Nothing ... - da (General A, 1965)
05 - BONNIE & SHEILA: You Keep Me... - da (King Rec, 1971)
06 - GLORIA JONES: Tainted Love - da (Champion Rec, 1965)
07 - THE TAMS: Be Young, Be Foolish... - da (ABC Records, 1968)
08 - THE VALENTINES: Breakaway - da (Sound Stage 7 Rec, 1970)
09 - DON THOMAS: Come On Train - da (NUVJ Records, 1973)
10 - AL WILSON: The Snake - da (Bell Recordings, 1974)
11 - GENE CHANDLER: Nothing Can .. - da (Const.Rec, 1965)
12 - ERIC & THE VIKINGS: Hurting - da (Kool Kat Records, ?)
13 - FRANK WILSON: Do I Love You - da (Soul Rec., 1965)
14 - ROSCOE ROBINSON: That's Enough - da (Gerri Rec., 1965)
15 - PERCY WIGGINS: It Didnt Take Much - da (RCA Victor, 1966)
16 - MEL WYNN & THE R. A.: Stop Sign - da (Wand Rec, 1969)
17 - MASQUERADERS: Do You Love Me Bay - da (Wand, 1968)
18 - THE BRONZETTES: Hot Spot - da (Parkway Records, 1964)
19 - THE SEQUINS: A Case Of Love - da (Soultown Records, 1966)
20 - THE MAJESTICS: (I Love Her So..) It Hurts Me - da (Linda, 1965)



lunedì 15 marzo 2010

Note dal sottosuolo: Funky '70 Ladies (Seconda parte)

.

INEZ FOXX
At Memphis And More (Volt, 1973)
.

Download
.

Con il fratello Charlie, Inez Foxx ha avuto un enorme successo alla mertà dei Sessanta con una canzone entrata nel patrimonio comune dei classici del soul: ''Mockingbird''. Ma al di là di quello straordinario successo, la carriera di Inez Foxx non è stata nient'affatto fortunata. Un destino ancora più sorprendente se si considera che la qualità delle sue performance è andata sempre in ascesa nel corso del tempo. Fino a raggiungere l'apice in ''At Memphis'', un vero e proprio masterpiece uscito nel 1973 per la Volt (e ristampato dalla Stax nel 1990 con cinque bonus tracks) in cui dà prova di essere una cantante straordinaria, tutta da riscoprire. Rispetto agli inizi della carriera il suo stile ha recuperato molte inflessioni e ''densità'' dal patrimonio gospel, acquistando un calore e un feeling tutti soul (con la S maiuscola), mentre gli arrangiamenti che la accompagnano non sono più quelli scarni e diretti de Sassanta, ma ricchi e pieni quasi fossero realizzati dal migliore Isaac Hayes. Tra le canzoni spicca un'imperdibile versione di ''Let Me Down Easy'', a fare di Memphis uno dei migliori album soul al femminile degli anni Settanta. Thank you, Foxxy Lady.
.

mercoledì 21 ottobre 2009

Note dal sottosuolo: Funky '70 Ladies (Prima parte)


MARIE ''QUEENIE'' LYONS



Dicono che si sia spenta come una candela al vento; un solo disco nel 1970 per la Deluxe, ''Soul Fever'' (ristampato nel 2008 dalla mitica Vampisol) e via, sparita. In anni di recupero/riciclo soul & funk, in cui tutto e breakbeat e dove spesso si rischia di mischiare il sacro con il profano, sarebbe opportuno iniziare a dare il giusto spazio anche agli originali . 


Una voce schietta, mai sopra le righe, un soul saltellante che avvolge. Di Marie ''Queenie'' Lyons si sa a solo che arriva dalla Louisiana, che debuttò sul palco nel 1963, che cantava nella band del sassofonista King Curtis e che dal vivo fece da supporto a un'infinità di artisti: da Jackie Wilson a Jerry Lee Lewis, dai Coasters a James Brown. Quest'ultimo potrebbe essere stato centrale nella sua carriera anche se nulla è confermato. Sta di fatto che viene ringraziato nelle note di copertina dell'album. Forse il padrino la raccomandò alla stessa Deluxe, etichetta ricalcata sulle griglie artistiche della King, la label di Brown. ''Soul Fever'' è un disco che ammalia, con una voce che fa piazza pulita di tutte le cloni neo soul odierne, con dentro anche una versione spaziale di Fever, con tastiere sempre sospese in sottofondo, fiati che puntellano il cantato e un ritmo che non molla mai. Da riscoprire.



BETTY DAVIS


Se non ci fosse stata Betty Davis probabilmente Miles Davis e Jimi Hendrix non si sarebbero mai parlati. Nè Miles avrebbe mai sentito alcun disco del chitarrista. Fu sua moglie Betty Mabry (poi Davis) a farli conoscere. Fu sempre lei a mettere insieme una parata di stelle a cui sarebbe stata legata per sempre: Sly Stone, James Brown, Commodores, Pointer Sisters, Sylvester, lo stesso Jimi ecc. Betty li conosceva e li frequentava, non a caccia di vertigini erotiche, come succedeva con molte cantanti/groupie del tempo (e soprattutto come succede oggi), ma per assorbirne talento e modi artistici. Betty era in missione per se stessa: puntava ad accumulare conoscenza, saperi, e ci era riuscita benissimo, al punto da comporsi e prodursi i pezzi da sola , pubblicando tre dischi in altrettanti anni. Di lei si invaghì, tra i tanti, anche Hugh Masekela, fantastico trombettista sudafricano a cui la Davis sarà legata sentimentalmente e di cui si ''servirà'' come produttrice. Ma soprattutto Greg Errico, ex batterista di Sly Stone, che in studio per il debutto omonimo (Just Sunshine, 1973),ristampato succesivamente nel 2007 dalla Light In The Attic, schiererà Merl Saunders (collaboratore di Jerry Garsia e dei psichedelici Grateful Dead), Patrice Banks, Pointer Sisters, Sylvester ecc. 


Quel disco è una scentilla funky, perchè Betty Davis é funky fino al midollo, e anche il secondo album ''They Say I'm Different'' (Just Sunshine, 1974) riproposto come l'omonimo sempre dalla Light In The Attic, ce lo chiarisce e ribadisce.


I due cd sono un cocktail black che tiene dentro la voce roca e esplosiva di Tina Turner a cui Betty sembra vicina, ma in realtà non lo è (o solo in parte), e dove la musica intercetta il suono di Sly Stone e anticipa la sensualità e le geometrie di Prince. Musica a parte, le note delle ristampe in cd spiegano tutto; raccontano il rapporto conflittuale con Miles reso instabile e insicuro dalle grandi capacità artistiche di Betty. A lei l'artista penserà sempre molto, dedicandole fantastici brani come Mademoiselle Mabry e Back Seat (questa perchè sconvolto dal presunto tradimento con Masekela), così come vorrà una foto di lei sul disco ''Files de Kilimanjaro''.


A Betty Davis Miles ricorrerà sempre per un giudizio artistico, eppure quando nella sua autobiografia si tratterà di raccontare il loro rapporto, il jazzman spenderà poche parole e anche brutte: ''una supergroupie'', disse, cosa che Betty ovviamente non era, anzi ne sesso ne droga la interessavano troppo. Il fatto è che i rapporti del grande artista con l'altro sesso erano sempre violenti e ipermaneschi, come lui stesso ammetterà, e non fa eccezzione quello con Betty che però, a differenza di tante fan, sapeva come contrastarlo. Evidentemente Miles non sopportava che Betty riuscisse ad interloquire con lui in modo così artisticamente alto, a suggerire, correggere. Di sicuro Betty poco poteva contro pugni e calci, ma ben sapeva che il volume di quel basso doveva essere anzato o abbassato. La loro storia finì dopo l'ennesimo pestaggio.


Dopo avere lasciato New York, che era ormai diventata un intreccio di ricordi dolorosi soprattutto in conseguenza delle morti di Hendrix e dell'amica Devon Wilson (che gli aveva presentato il chitarrista), la Davis si stabìlì alcuni giorni a San Francisco, prima di puntare dritta su Londra. Lì grazie ad appassionati sponsor e amici come Marc Bolan e Robert Palmer, trovò anche un nuovo contratto discografico, nientemeno che con la Island. Il risultato di questa unione fu un disco intitolato ''Nasty Gal'' (Island, 1975), solo leggermente inferiore a quelli che lo avevano preceduto ma che ciònondimeno contiene ottime pezzi, come una ruggente This Is It! che tre tondi decenni dopo battezzerà un antologia uscita per l'iberica Vampisoul di cui tra poco accenneremo.


La corsa artistica della Davis finì lì, complice anche la scomparsa del padre che la sprofondò in una forte depressione dalla quale impiegherà diversi anni prima di riemergere. Oggi è una bella sessantenne senza troppi rimpianti che guarda a quella sua versione giovane e sfacciata con distaccata benevolenza e spia le sue eredi: da Missy Elliot, Kelis, Macy Gray....
This Is It! si diceva. Trattasi di una generosissima raccolta (19 brani) edita ancora una volta dalla benemerita Vampisol, e che raccoglie in un unico cd gran parte dei brani dei tre unici Lp pubblicati dalla Davis in altrettanti anni di attività discografica dal 1973 al 1975.


Nello specifico contiene 6 brani (su 8) estrapolati dalla scaletta del primo omonimo ''Betty Davis'', il secondo ''They Say I'm Different quasi per intero con 7 brani (su un totale di otto disponibili) e 6 (su dieci) brani dal terzo ed ultimo ''Nasty Gal''. Il consiglio è iniziare da qui; difficile davvero ascoltare qualcosa di più eccitante. Non mi metterò ora a citarvi i titoli della canzoni, quasi tuttie fantastiche. Se non conoscete quest'artista sappiate solo che la voce è un continuo grugnito e rigurgito (ma nel senso buono) e la musica sembra una jam tra James Brown, Gerge Clinton, Jimi Hendrix, Sly & Family Stone, Prince e i Red Hot Chili Peppers dei tempi migliori. Se questo non vi basta...


Sorpresa e meraviglia, meraviglia e sorpresa!!!!!...Sbirciando in rete per comporre le pagine dei link sotto segnalati scopro proprio in questo momento l'esistenza di un disco nascosto e completamente inedito della Davis (oltretutto freschissimo di ristampa sempre da parte della Light In The Attic, che si era occupata anche di riproporre i primi due lavori degli anni '70) di cui nessuno conosceva l'esistenza fino a questo momento. Si intitola ''Is It Love Or Desire'' ed è targato 1976. Questa volta, però, sembra davvero trattarsi dell'epifania artistica dell'artista, a scanso d'essere nuovamente contraddetti dall'attività archeologica di qualche etichetta alla continua ricerca di chicche perdute e/o dimenticate. Cosa dire di più, se non che non ho ancora avuto il tempo di procurarmi e ascoltare il disco, che il cd (vi è pure il vinile) stando a quello che si legge contiene un libretto di 32 pagine con il packaging originale dell’epoca, dettagliate note, testi (V.M.18) e foto inedite di cui qualcuna è già visibile in rete. Se avete fretta di ascoltarlo e volete farvi un idea potete scaricarlo qui: Betty Davis - ''Is It Love Or Desire''
 


MILLIE JACKSON


Cocludiamo questo post dedicato ad alcune grandi esponenti (mai abbastanza conosciute, investigate e menzionate per quanto invece meriterebbero) della musica nera degli anni Settanta, con la figura di Millie Jackson (forse la più nota delle tre), personaggio del tutto singolare nella storia e nel panorama musicale afroamericano. Dotata di mezzi vocali eccezzionali, Millie Jackson è indubbiamente una delle grandi interpreti della storia del R&B e della soul music nonchè il più importante personaggio femminile di quel sexy soul che maliziosamente si spinse oltre i limiti della censura. Dotata di una voce incredibilmente potente ed espressiva, Millie sembrava destinata a seguire le orme stilistiche di Aretha Franklin o di Carla Thomas, ma con ''Caugh up'' (il suo magnifico quarto album, di cui parleremo tra poco), si imbarcò in una ''soap opera'' su vinile che tracciò indelebilmente il suo cammino professionale negli anni a venire. Originaria della Georgia (dove nacque nel 1944) dopo la scomparsa precoce della madre iniziò fin da piccola a vivere con i nonni, che la portarono spesso in chiesa a cantare il gospel. A quattordici anni fuggì di casa per raggiungere il padre a Newark, dove, dopo qualche tempo, trovò lavoro come modella. Nei '60 si trasferì a New York e un giorno, quasi per scherzo, salì su un palco mentre stava suonando una band di amici: fu l'inizio, assai poco ufficiale della sua carriera. Notata da un talent scout, incise presto un 45 giri per la MGM, che però non ebbe molto successo. Milli non demorse e, con il suo bagaglio soul influenzato soprattutto dal grande Otis Redding, nel 1971 decise di passare professionista, esibendosi in vari locali e legandosi all'etichetta Spring. Nel 1973, l'eccellente It Hurts So Good , uno dei titoli della colonna sonora blaxploitation di Cleopatra Jones, ottenne un ottimo successo e impose la Jackson come ''miglior cantante R&B'' dell'anno, alla pari con Aretha Franklin. 
 
Tuttavia, dopo tre ottimi album, il passo decisivo fu quello dell'anno successivo, quando Millie convinse la sua casa discografica a farle incidere un particolare concept album sul tema dell'adulterio. ''Caugh up'' (Spring, 1974) colse nel segno, mescolando soul, pop e rap (stile parlato di cui la Jackson fu fra le grandi progenitrici, insieme a James Brown, Laura Lee, Joe Tex e Isaac Hayes), con tocchi orchestrali adatti alle esigenze commerciali dell'epoca. L'abile produttore di questo risultato fu Brad Shapiro, lo stesso che a più riprese lavorò anche con Wilson Pickett e che rimarrà con la Jackson per diversi anni, utilizzando anche molti dei prestigiosi strumentisti di Muscle Shoals.


In questo capolavoro la Jackson, sulla base di un'analisi drammatica di adulterio, mescolò colpi di rabbia a sussurri erotici ''giocando'' il ruolo della moglie sul primo lato, e dell' l'amante sul secondo. I brani di questo splendido disco, dall iniziale ''(If Loving You Is Wrong) I Don't Want to Be Right'' , passando per ''The Rap'', ''All I Want Is A Fighting Chance'' ecc.., offrono lunghi parlati delimitati da grandi ballate soul che sfociano in esplosioni orchestrali in un continuo contrasto dolce-amaro, in cui Millie affronta i pro e i contro di una relazione con un uomo sposato, la figura di un mini-dramma di moglie.


La saga riprende e continua con ottimi risultati artistici anche nel successivo Still Caugh up (Spring, 1975), sempre all'insegna dei mini-drammi che avevano caraterizzato il suo predecessore, ma questa volta con il triangolo amoroso allo scoperto e dove, alla fine la stessa Millie viene portata via con una camicia di forza. Nel frattempo i testi della Jackson diventarono sempre più espliciti, adirittura quasi osceni in Phuck you Symphony (1979). Sebbene la Jackson sia poi tornata ad album più convenzionali (anche se meno efficaci), i lunghi rap divennero il centro dei suoi spettacoli. Le qualità erotiche del repertorio surriscaldarono il clima dei concerti della cantante, dove la Jackson faceva di tutto per mantenere sempre alto il livello di eccitaione e provacazione. Ma poco a poco, pultroppo, questa formula (indebolita anche degli stucchevoli arrangiamenti della nuova disco-music) iniziò a mostrare la corda, cadendo in parte nell'auto-parodia e i monologhi, come ammetterà la stessa Jackson, finirono col divenire una trappola che le impedì di esprimera appieno le sue potenzialità di cantante.


Per concludere il mio consiglio è di puntare dritti dritti sulle prime cose (ci sono molte ristampe interessanti), ma soprattutto su un cd uscito nel 1999 per letichetta Hip-O, (che non dovrebbe essere di difficile reperibilità, e meno che meno in rete) che riunisce i due splendidi lp di cui abbiamo parlato riprendendone i nomi in un solo Cd intitolato ''Caught Up/Still Caught Up''.