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giovedì 15 marzo 2012

Keep The Face, A Northern Soul Story


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Tracklis

01 - CHUCK JACKSON: The Breaking Point - da (Top Rank, 1962)
02 - TOMMY NEAL: Going To A Happening - da (Pameline, 1967)
03 - THE CAVALIERS: Ooh It Hurts Me - da (RCA Victor, 1966)
04 - THE VELVET SATINS: Nothing ... - da (General A, 1965)
05 - BONNIE & SHEILA: You Keep Me... - da (King Rec, 1971)
06 - GLORIA JONES: Tainted Love - da (Champion Rec, 1965)
07 - THE TAMS: Be Young, Be Foolish... - da (ABC Records, 1968)
08 - THE VALENTINES: Breakaway - da (Sound Stage 7 Rec, 1970)
09 - DON THOMAS: Come On Train - da (NUVJ Records, 1973)
10 - AL WILSON: The Snake - da (Bell Recordings, 1974)
11 - GENE CHANDLER: Nothing Can .. - da (Const.Rec, 1965)
12 - ERIC & THE VIKINGS: Hurting - da (Kool Kat Records, ?)
13 - FRANK WILSON: Do I Love You - da (Soul Rec., 1965)
14 - ROSCOE ROBINSON: That's Enough - da (Gerri Rec., 1965)
15 - PERCY WIGGINS: It Didnt Take Much - da (RCA Victor, 1966)
16 - MEL WYNN & THE R. A.: Stop Sign - da (Wand Rec, 1969)
17 - MASQUERADERS: Do You Love Me Bay - da (Wand, 1968)
18 - THE BRONZETTES: Hot Spot - da (Parkway Records, 1964)
19 - THE SEQUINS: A Case Of Love - da (Soultown Records, 1966)
20 - THE MAJESTICS: (I Love Her So..) It Hurts Me - da (Linda, 1965)



domenica 21 novembre 2010

Black Treasures/5 Stars


Oneness Of Juju: African Rhythm (Black Fire, 1975-Strut, 2002)

Gli Oneness Of Juju furono la seconda, straordinaria, incarnazione dell’afro-jazz group Ju Ju (cambieranno nome spesso: dal 1971 al 1974 si chiameranno Ju Ju, dal 1975 al 1981 Onenss Of Juju, dal 1982 al 1988 Plunky & Oneness of Juju e, finalmente, dal 1988 fino ad oggi Plunky & Oneness), che nei primi anni Settanta registrarono un paio di album per la mitica etichetta Strata East (''A Message From Mozambique'' nel 1973 [reperibile qui] e ''Chapter Two: Nia'' nel 1974 [qui]). Il collettivo ruotava attorno alla figura del leader e sassofonista James Plunky Branch. Nato e cresciuto a Richmond (in Virginia) all'interno di una società in cui la divisione razziale era ancora molto forte, Branch si trasferì successivamente a San Francisco dove avvenne l'incontro con l'Africa e il musicista Ndikho Xaba, preambolo della nascita di Ju Ju e della loro straordinaria miscela di improvvisazione, canti tradizionali, energia, ritmo e spiritualità. Attivi soprattutto nell’ambito della scena dei loft newyorkesi, i Juju sono stati spesso paragonati a musicisti come Pharoah Sanders e (forse) anche per questo a un certo punto Branch & company decisero di aprire il nuovo corso come Oneness Of Juju e di incorporare ai suoni afro-jazz della band precedente alcuni nuovi elementi introducendo massicce sonorità rhythm & blues e funk, grazie anche a una formazione aggiornata e allargata a un buon numero di strumentisti, a loro volta coadiuvati da una nutrita sessione di percussionisti di matrice africana e afro-cubana. Il sound della nuova formazione, più affine alle migliori cose degli Ohio Players o dei Kool & The Gang che non a quelle dei loft newyorkesi, è ben documentato da due splendide registrazioni di quegli anni: l’incredibile ''African Rhythms'', (che è anche il lavoro che il Giardino propone) edito dalla Black Fire nel 1975 e ristampato dalla Strut nel 2002, così come ''Space Jungle Luv'' di un anno successivo. Da ricordare che sempre la benemerita etichetta inglese nel 2001 ha licenziato un doppio cd antologico dal titolo ''African Rhythms - Oneness Of Juju 1970-1982'' [lo beccate quì] che ripercorre le varie fasi della musica di Plunky e soci, incentrandosi sul periodo attorno alla metà degli anni '70 (lo stesso a cui risalgono anche i due album appena citati); un travolgente viaggio attraverso i ritmi e l'energia dei loro brani più famosi, ma anche inediti, fino al 1982. Il gruppo continuerà poi il suo personale percorso negli anni successivi introducendo via via all’afro-funk e alla jazz fusion elementi disco, smooth e hip-hop.


Black Treasures/5 Stars



Prima di Sly Stone e di Jimi Hendrix c’erano loro, ma pochi se li ricordano. Quando nel 1966 registrarono il loro classico, ''Time Has Come Today'' (che poi diede anche il titolo al magnifico album del 1967 - che qui potete prelevare nell'edizione ristampata nel 2000 con quattro traccie in più rispetto a quelle dell' lp originale) la Columbia si rifiutò di pubblicarlo. Troppo 'estremo', troppo oltre per l’epoca, con quella miscela di soul, gospel, folk urbano e psichedelica vertiginosa. Mesi dopo l’etichetta si convinse e il pezzo arrivò all’undicesimo posto delle classifiche USA. I Chambers Brothers furono fondamentali. In breve: dal Mississippi si trasferirono a Los Angeles esibendosi in chiesa come artisti gospel; poi il cambio di rotta: l’esordio come folkster, prima acustici e poi elettrici; il concerto al festival di Newport nel 1965 dove furono cacciati dopo aver eseguito proprio ''Time Has Come Today'', ma dove allo stesso tempo si costruirono un seguito inossidabile.

Chambers Brothers: Time Has Come-The Best Of

Poi Dylan li volle alle session di Highway 61 Revisited e fece da tramite per l’ingresso nella band di Brian Keenan (il bianco che spunta nelle foto delle copertine), batterista già con il celebre gruppo britannico Manfred Mann. I Chambers Brothers, che superarono a sinistra il psych-folk di Byrds e Moby Grape, ebbero anche un altro merito: furono molto groovy e molto black. Basta ascoltare la straordinaria raccolta ''Time Has Come: The Best Of Chambers Brothers'' (Columbia, 1996) per rendersi conto. Meraviglie.


venerdì 19 novembre 2010

Black Treasures/5 Stars


La copertina originale di ''Proud Mary'' (1969)

 Già qualche tempo prima della dipartita dell’immenso (in tutti i sensi) Solom Burke, stavo pensando a una serie di post mirati ai tesori della black music e ai grandi personaggi del soul tra cui, ovviamente, sarebbe dovuto rientrare di diritto anche il buon Solomon, ma dopo le sfortunate circostanze e l’inaspettata scomparsa del nostro ''Vescovo'' preferito, l’idea che queste righe potessero assumere i connotati della solita celebrazione di rito (niente di male, ben inteso) mi fecero (provvisoriamente) desistere, e mi limitai a un minimalissimo post di congedo (vedi sopra). Ora ci torno sù, convinto come e più di prima dell’importanza ricoperta da un personaggio la cui voce rimarrà, in assoluto, una delle più belle, rappresentative e importanti della storia di tutta la musica black..

Dovessi ora limitarmi a consigliare solo un disco di questo grande artista (escludendo il celeberrimo ''Don’t Give Up On Me'', uno dei più clamorosi ritorni alla ribalta di sempre), molto probabilmente sarei combattuto tra una fantastica antologia del periodo Atlantic (il doppio cd della Rhino, ''Home In Your Heart: The Best Of Solomon Burke'' potrebbe andare benissimo) [disc1] & [disc2] e lo straordinario ''Proud Mary'', inciso nel 1969 a Muscle Shoals, un album in cui Burke affronta anche alcune cover di grande calibro, permettendo così di pesare ancora meglio la sua statura di interprete.

Copertina della ristampa della Sundazed

''Proud Mary'' è naturalmente il classico dei Creedance e a distanza di più di quarant’anni si comferma una possente miscela soul-country-rock da togliere il fiato. ''These Arms Of Mine'' è un Redding d’annata e Burke ne offre una versione splendida, in perfetto clima ''deep soul'', così come per ''Uptight Good Woman'' (Wilson Pickett non riuscì a fare di meglio). ''That Lucky Old Sun'' è invece un vecchio standard che lui 'strapazza' con bordate canore incredibili. ''What Am I Living For'' viene dal repertorio del grande Chuck Willis e ne riceve un trattamento di alta intensità intimista. Questa era la crema dell’album originale, completata/contornata da altre ciliegine nei bonus rintracciabili in particolare in due delle successive ristampe: quattro quelli di ''The Bishop Rides South'' un vinile che la Charly pubblicò nel 1988, e ben sette quelle di ''Proud Mary: The Bell Sessions'' cd pubblicato dalla Sundazed nel 2000. Tra queste l’eccellente ''I’m Gonna Stay Right Here'', il country-soul ''God Knows I Love You'' e la versione di ''In The Ghetto'' di Elvis. Non potete immaginare la soddisfazione che provo in questo momento nello stringere tra le mani il vinile originale di Prod Mary. Qualche anno addietro lo prelevai in una fiera del disco da una bancarella black-oriented, accoppiandolo, non bastasse, proprio alla ristampa in cd della Sundazed a cui stavo accennando. Credo che il venditore non si rese nemmeno conto (o non lo diede a vedere) che stavo acquistando due volte il medesimo lavoro, pur con la differenza del supporto (e dei bunos a cui accenavo poc’anzi). Io ne ero consapevole, ma volevo assolutamente colmare questa lacuna collezzionistica. Prima di scrivere queste righe ho fatto una piccola ricerca per vedere se il disco sia in qualche modo ''reperibile'' anche in rete, trovando (qui oppure qui) un paio di link da cui poter allegramente prelevare la ristampa della Sundazed. Scomettiamo che la prossima mossa sarà regalarvi il cd originale, magari a Natale?

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