Henry St. Clair Fredericks aka Taj Mahal è molto più di un bluesman: figlio di un jazzista dalle origini indiane e di una cantante di gospel, il chitarrista newyorkese da sempre riflette influenze e passioni nella sua musica. Gli studi accademici, l'università e una vasta conoscenza
musicale gli favorirono una preparazione e un livello culturale superiore alla
maggioranza degli artisti di colore della sua generazione. Sin dal 1965, quando insieme a un giovanissimo Ry Cooder formò a Los Angeles i mitici Rising Son, Taj ha attraversato la storia della musica afroamericana con una versatilità che è propria dei grandi, ma in pochi nel 1968, subito dopo la pubblicazione del suo primo omonimo album, ''Taj Mahal'' (che vede la partecipazione di Jesse Ed Davis e dello stesso Ry
Cooder), si sarebbero aspettati un percorso di tale livello. Con una discografia altamente selettiva, ricca di di albums (circa una cinquantina!) dai generi più disparati, la sua carriera è
costellata da momenti di grande musica, spunti di classe e riflessioni
sulle capacità e sui traguardi dei neri d'America. Uno dei suoi meriti più grandi è quello di aver esplorato e documentato negli anni le strette parentele tra l'eterno blues ed alcune espressioni musicali dei quattro continenti (dal calypso, al raga, dalle Hawaii a Zanzibar passando per la tradizione Malindi).
Caratterizzata da costanti mutamenti di tendenza, la musica di Taj Mahal ha spaziato in modo elegante tra i repertori fin dai primi anni: da quello quasi essenzialmente blues di ''The Natch'l Blues'' (1968) a quello country-blues (con i primi innesti di suoni caraibici, latini, hawaiiani, e jazz) del (doppio) capolavoro ''Giant Step/De Old Folks At Home'' (1969) e di ''The Real Thing'' (1971), dalle influenze africane di ''Recycling The Blues'' (1972) agli accenti calypso, reggae e salsa di ''Mo Roots'' (1974) e ''Music Keeps Me Together'' (1975). Un periodo di grandissima creatività che, a quanto pare, non ha svelato del tutto i suoi tesori nascosti, come dimostra la doppia, imperdibile, antologia ''Hidden Treasures of Taj Mahal 1969-1973'' da poco pubblicata dalla Legacy Recordings/Sony ad un prezzo decisamente accessibile. Ciò che più sorprende ascoltando la grande qualità dei materiali
raccolti nel primo dei due cd è pensare che si tratta di
registrazioni di studio belle e finite rimaste completamente inedite e mai
pubblicate in precedenza (molte delle quali adirittura scartate a suo tempo ): 12 gemme di blues acustico/elettrico ricche di
momenti e spunti in cui convivono disparate tendenze e tonalità musicali
(blues, rhytm'n'blues, stomp, swamp, funk, soul, gospel, cajun..).
Che si tratti di Chicago, New Orleans o del delta del Mississippi, di cover (Blind Willie McTell, Dylan) o di brani usciti dalla penna del nostro, il risultato non cambia. A fare la differenza sono soprattutto le ritmiche (spesso irregolari) e la qualità degli arrangiamenti, oltre alle notevoli capacità multi-strumentali di Taj Mahal (dalla chitarra slide al piano passando per mandolino, dobro, banjo, armonica.. era in grado di suonare una decina di strumenti) unite a una vocalità unica e potente. Per il secondo disco, invece, è stata scelta l'inedita registrazione di un bel concerto tenutosi nell'Aprile del 1970 alla Royal Albert Hall di Londra. Ad accompagnare Taj ci sono Jesee Ed Davis (formidabile chitarrista tristemente scomparso nel 1988 a causa di una overdose di eroina; suonò, tra gli altri, con John Lennon, John Lee Hooker e Eric Clapton), Bill Rich al basso, James Karstein alla batteria e John Simon al piano. In questo caso la varietà e l'imprevedibilità degli arrangiamenti lascia spazio ad un suono molto
più omogeneo e compatto (com'è normale trattandosi di un live), ma non per questo privo di interesse. Il repertorio, anche in questo caso, si divide tra pezzi propri e versioni riarrangiate (Sleepy John Estes, Sonny Boy Williamson, Robbie Robertson). Nel complesso un (doppio) tesoro irrinunciabile, l'ennesima preziosa testimonianza della versatilità e della sensibilità di un artista unico che il 17 Maggio scorso ha spento settanta candeline.


