Che altro aggiungere su questo magnifico personaggio della musica maliana di cui non sia già stato detto in ognuno dei blog fratelli? La risposta è: niente. Semplicemente mi premeva che anche il Giardino, nel suo piccolo, contribuisse a dar luce e merito a un monumento come Boubacar Traoré, soprattutto dopo aver avuto il piacere di estrarre dal pacco che da giorni attendevo un gioiello come ''Mali Denhou'' (Lusafrica, 2011) con il quale ''Kar Kar'' torna a deliziarci dopo sei anni di silenzio. Apparso e scomparso più volte alle orecchie dei suoi connazionali, Boubacar è stato 'lanciato' nel resto del mondo a margine dell'interesse nato intorno al blues ''originario'' dal suo vecchio amico Ali Farka Toure. Ma Traorè non è un griot, e ciò gli ha permesso di muoversi (quando l'ha fatto) più liberamente nei rapporti con la cultura extra-africana, sia nella scelta degli argomenti che nelle elaborazioni musicali. Per questo i suoi dischi, dolci e profondi, spesso introducono elementi non solo afro-americani, ma anche suggestioni melodiche e di arpeggio più vicine a certo folklore europeo, assimilato durante una lunga permanenza francese negli anni Settanta. Storie di villaggi, canzoni d'amore, inni alla solidarietà e soprattutto all'essenzialità. Un uomo solo con la sua chitarra. Se il blues è anche poetica sobria, il suo è un minimalismo esemplare. ''Mali Denhou'' non fa eccezzione ed è gioia di far musica, e di ascoltarla.
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lunedì 14 marzo 2011
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