sabato 10 novembre 2012

Nuove corde antiche

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Semplice indovinello. E' uno strumento musicale povero, ma molto sofisticato. Un lungo bastone infilato in una grande zucca regge ben 21 corde che emettono il suono di una cetra o di un arpa. Ha un suono avvolgente e dolcemente mesmerico. Africano, è particolarmente diffuso in Senegal e nel Gambia, ma soprattutto nel Mali. Da lì vengono i suoi più grandi virtuosi. Due di questi, Sidiki Diabaté e Djelimadi Sissoko, nel 1970 pubblicarono un 33 giri di duetti puramente strumentali, ''Ancient Strings'', che ebbe un impatto enorme; molto più che un semplice disco, tanto da essere riconosciuto nel tempo come uno degli elementi fondanti dell'identità nazionale del paese e alla radio lo suonano regolarmente all'aniversario dell' indipendenza. Ventisette anni dopo i figli di costoro, Toumani Diabaté e Ballaké Sissoko, misero mano a un ''New Ancient Strings'' (Hannibal, 1999) e con gli stessi strumenti dei padri realizzarono quello che è considerato uno dei migliori album di world music (etichetta orribile, ma tant'è) degli anni Novanta. Membri di importanti famiglie griot, Toumani e Ballaké hanno avviato anche una dolce e delicata opera di modernizzazione che riguarda tecniche, modi, repertori legati all'ormai celebre arpa mandinga, e alla funzione sociale dei griot stessi. Rinunciare di frequente al canto, in una tradizione di cantastorie (custodi della cultura orale), ad esempio, non è cosa da poco. Ma questo non significa tacitare il legame del sangue, anzi. Al contrario questi artisti sebrano custodire nel loro orecchio interiore un codice antico e prezioso.

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Codice che traspare chiaramente anche nelle timbriche arcaiche dello splendido ''At Peace'' (Nop Format, 2012) [yuhuu!] il nuovo lavoro di Ballakè Sissoko, in cui il musicista maliano rafforza ed arricchisce il sodalizio con il violoncellista francese Vincent Ségal (iniziato nel 2009 con l'altrettanto incantevole ''Chamber Music'') che oltre a produrre il disco, infila il suo strumento in quattro dei nove brani: ''Badjourou'', ''Kabou'', ''Kalata Diata'' e ''Asa Branca'' (classico brasiliano composto nel 1947 dal duo Luís Gonzaga e Humberto Teixeira Cavalcanti e magistralmente interpretato, tra gli altri, da Caetano Veloso nel suo omonimo capolavoro del 1971). Ancora una volta l'intesa è telepatica e sorprende l'armonia creata tra i due (aristocratici) strumenti. Contribuiscono a disegnare le sublimi trame di ''At Peace'' anche la chitarra di Moussa Diabaté, le dodice corde di Aboubacar "Badian" Diabaté e il balafon di Fassery Diabaté. La musica riseva suggestioni di paesaggi sconfinati ed è facile abbandonarsi a un intensità che rasenta il liturgico. Merito del suono di uno strumento la cui languida sensualità accende il sentimento, ma anche della magia delle mani di Sissoko, che quando resta solo (''Maimouna'', ''Nalésonko'', ''Kalanso'') riprende, come un vecchio griot muto, il percorso dei padri rievocando al meglio la poesia delle ''nuove corde antiche''. Di che corde si tratta l'avrete senz'altro già capito. Io intanto, pur esaltandone la grandezza, sono riuscito ad arrivare a capo di queste poche righe lasciando solo alla fine la magica parolina: ''kora''.
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