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lunedì 27 aprile 2009

Pellicole dal sottosuolo: ''Cous Cous'' di Abdel Kechiche

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Abdel Kechiche era presente all'anteprima del suo terzo lungometraggio (seguito del bellissimo ''L'Esquive'') , La graine et le mulet, che si è svolto a Sète, in Provenza, dove la pellicola è stata realizzata. Presentando il regista di origine tunisina il sindaco non ha escluso di intitolargli una strada o una piazza, a testimonianza del legame che si è istaurato tra l'autore e gli abitanti della città portuale, alcuni dei quali sono stati scelti per far parte del cast. Dopo la proiezione gli attori locali sono stati colpiti dall'esattezza con cui Kechiche ha descritto la vita di Sète: il porto, la sua gente, la solidarietà tra i vicini di casa e questi immigrati che si sono integrati, ma che hanno lavorato duro per tutta la vita. Anche i pochi attori professionisti, quasi tutti parigini, tornati per la prima volta a Sète dopo la fine delle riprese, hanno ritrovato l'ambiente familiare in cui si sono immersi completamente. Il film, premio speciale della giuria a Venezia nel 2007 e uscito in Italia con il nome di Cous Cous è un piccolo gioiellino.
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Kechiche è un regista che si prende il suo tempo (Cous Cous supera le due ore) ma arriva dritto al cuore di quello che mette in scena: le persone, la loro vita quotidina, i loro piccoli-grandi drammi, i loro momenti intimi... Al cous cous domenicale di Souad c'è posto per tutto il clan. E non manca mai neppure un piatto per Silmane, ex marito di Souad, sesant'anni, sfiancato da una vita passata a lavorare in un cantiere navale destinato a chiudere. Un modo trovato da Souad per non farsi dimenticare dal suo ex marito, e per lo stesso Silmane, per non lasciarsi abbattere. Non può accettare che la sua vita di immigrato in Francia sia stata inutile. Perciò decide di raccogliere le forze e, nonostante le enormi difficoltà , di aprire un ristorante dove si mangia un unico piatto: il cous cous di pesce di Souad. Silmane non è uno che alza la voce (ricorda personaggi del neorealismo, come quelli di Ladri di biciclette o di Umberto D. di De Sica) e Kechiche ha avuto la capacità e la sensibilità di filmare la tragedia di un uomo che vuole dimostrare a se stesso di esistere ancora nel modo più onesto e più semplice possibile. Con i tempi che corrono un film estremamente didattico.
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Reia: Abdellatif Kechiche
Produzione: Francia - 2007 - Commedia/DrammaticoDurata: 135'
Interpreti: Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhetache,

Abdelhamid Aktouche, Bouraouia Marzouk, Alice Houri, Leila D'Issernio
Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche
Fotografia: Lubomir Bakchev
Scenografia: Benoit Barouh
Montaggio: Ghalia Lacroix - Camille Toubkis
Costumi: Maria Beloso Hall

SITO WEB
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Pellicole dal sottosuolo & Cinema tascabile: ''Vogliamo anche le rose'' di Alina Marazzi

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L'autrice Alina Marazzi era ancora bambina, non solo quando si tolse la vita sua madre (Un’ora sola ti vorrei), ma anche quando succedevano tutte le cose incredibili che ci racconta questo suo bellissimo documentario-caleidoscopico: Vogliamo anche le rose.
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Si tratta di un sapiente collage di immagini e documenti d'epoca (anni Sessanta e Settanta) di tutti i tipi: filmini familiari, corti sperimentali, inchieste tv, pubblicità, musiche, animazioni, diari di donne. Il titolo riprende il bellissimo slogan di uno sciopero di operaie del Massachusetts che nel 1912 chiedevano ''non solo il pane ma anche le rose''.
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Non si tratta di un film nostalgico sul femminismo italiano, ma di una ricerca molto accurata, che grazie a un montaggio eccellente, ci permette di capire perchè nel nostro paese quel movimento sia stato così violento. Scopriamo, allora, che negli anni Sessanta molti bravi padri italiani del boom si comportavano con le figlie più o meno come certi fanatici islamisti di oggi. Nel sud soprattutto, praticamente mancava solo il velo. In realtà c'era pure quello, lungo e bianco...
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Con il suo documentario, Alina ci aiuta a capire meglio anche l'Italia di oggi, ricordandoci non solo che il divorzio e l'aborto sono diritti relativamente recenti, ma anche che fino agli anni Ottanta il delitto d'onore non era consideratoun vero e proprio omicidio. C'è da sperare che un giorno anche i nostri figli ci chiederanno (riferendomi soprattutto a certe leggi da poco varate) come nel nostro paese potesse esistere tutto questo e che a noi rimarrà solo l'amaro ricordo di inspiegabili abominii.
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Regia: Alina Marazzi
Produzione: Italia/Svizzera - 2007 - Documentario
Durata 85'
Interpreti: Anita Caprioli (voce narrante), Teresa Saponangelo (voce narrante), Valentina Carnelutti (voce narrante)
Sceneggiatura: Alina Marazzi
Fotografia: Mario Masini
Scenografia: Gaia Giani
Montaggio: Ilaria Fraioli
Musiche: Ronin

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IL TRAILER



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IL DOCUMENTARIO COMPLETO


Pellicole dal sottosuolo: ''Terra Promessa'' di Amos Gitai

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Con uno stile semi-documentaristico, cambiando registro rispetto alle ultime, deludenti opere, Amos Gitai segue il lungo, travagliato viaggio (un esodo assai poco bibblico) di un gruppo di prostitute russe dal paese d’origine verso la cosidetta “terra promessa” (Israele), per essere impiegate come schiave del sesso. Se di solito Gitai antepone il contenuto a tutto il resto, in Terra Promessa il cineasta israeliano ci regala un impatto estetico e visivo che non lascia scampo. Per esempio la magnifica sequenza finale dell'attentato, che allude alla possibilità che dal caos del momento possano nascere libertà e speranza. Così come un altro gran pezzo di cinema è la lunga scena della tratta delle bianche, in mezzo al deserto, fotografata con le sole luci naturali. Non è sulle contraddizioni di Israele che pesta giù duro il regista, ma come dice ''sulle contraddizioni di tutti... E mentre in suprficie la 'società civile' fa saltare in aria i propri kamikaze, ammazza brutalmente o costruisce muri della vergogna, nell'underground i traffici più turpi sono gestiti da israeliani e palestinesi, uniti''. E' questo il messaggio più scioccante e brutale che vuole lanciarci il suo regista con quest'opera.
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Titolo originale: Promised Land
Regia: Amos Gitai
Produzione: Isr/Fra/GB - 2004 - Drammatico
Durata: 90'
Interpreti: Rosamund Pike, Diana Bespechni, Anna Parillaud,

Hanna Schigulla, Alla An, Kristina Likhnyski, Katya Drabkin, Yussuf Abu-Warda
Sceneggiatura: Amos Gitai - Marie-Jose Sanselme
Fotografia: Caroline Champetier
Scenografia: Miguel Markin - Eli Zion
Montaggio: Isabelle Ingold - Isabelle Mongald - Kobi Netanel
Costumi: Laura Dinulescu
Suono: Alex Claude
Musiche: Simon Stockhausen
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Pellicole dal sottosuolo: ''I re e la regina'', di Arnaud Desplechin e ''Cuori'' di Alain Resnais

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.''Rois et Reine'' (I re e la regina, 2004) e ''Coeurs'' (Cuori, 2006):
due gioiellini francesi da non lasciarsi sfuggire..
ROISE ET REINE (I RE E LA REGINA)..
Tutti l'aspettavano, Arnaud Desplechin l'ha fatto. Un colpo di genio che va oltre il mercato al quale si vorrebbe ridurre la settima arte. Come se qualche segreto dimenticato del periodo classico fosse stato riscoperto da un grande film moderno, come se le risate e le lacrime, l'innocenza e la raffinatezza, l'emozione e l'intelligenza, la crudeltà e la dolcezza, avessero finalmente ritrovato un posto dove convivere: ne I re e la regina. La regina è Nora, che conosce tutti gli artifici di una donna amaramente vittoriosa. I re prendono la forma dei principali tipi maschili. Tra questi c'è il marito di Nora, Ismael, l'eroe tragicomico del film. L'azione scorre lungo l'asse della guerra dei sessi, dividendosi in due storie parallele: una tragica e una comica. Nora e Ismael sono ognuno al centro della propria storia, una/o contro l'altro/a, insieme contro tutti. Signori, il cinema è ancora vivo!
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Regia: Arnaud Desplechin
Produzone: Francia - 2004 - Drammatico/Commedia
Durata: 150'
Interpreti: Emmanuelle Devos, Mathieu Almaric, Cathrine Deneuve, Maurice Garrel
Sceneggiatra: Roger Bohbot - Arnaud Desplechin
Fotografia: Eric Gautier
Scenografia: Dan Bevan
Montaggio: Laurence Briaud
Costumi: Nathalie Raoul
Musiche: Grégoire Hetzel
SITO WEB
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COEURS (CUORI)
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I personaggi sono come insetti che lottano per sfuggire alla trappola. Ogni volta che uno di loro si muove, lo spostamento si fa sentire anche altrove sulla tela, su qualcuno che tuttavia può non avere nessun legame con chi si è mosso per primo. (Alain Resnais)
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Sarò breve e coinciso: con Coeurs, tratto dalla pièce teatrale di Alan Ayckbourn Private fears in public places, il vecchio leone francese della nouvelle vague Alain Resnais, offre al pubblico uno sconvolgente capolavoro. Nel film seguiamo un sestetto di parigini realizzati a livello professionale quanto ancorati a una notevole solitudine. I personaggi interagiscono due a due: datore di lavoro e impiegata, padre e figlia, fratello e sorella, marito e moglie: binomi che però non sono mai un rimedio alla solitudine e alle esistenze di queste persone. Il tono dell'opera è spesso allegro e scorrevole, quasi comico, ma il suo retrogusto è quello della cenere. Orchestrando ad arte la messa in scena, il maestro Resnais tende quì a un assoluto cinematografico. Il Leone d'argento a Venezia 2006, è solo un dettaglio. Anche in questo caso un film splendido.
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Regia: Alain Resnais
Produzione: Fra/Ita - 2006 - Drammatico
Durata: 125'
Interpreti: Sabine Azema, Lambert Wilson, André Dussolier, Pierre Arditi, Laura Morante, Isabelle Carré, François Gillard, Anne Kessler, Claude Rich
Sceneggiatura: Jean-Michel Ribes (dalla piece "Private Fears in Public Places" di Alan Ayckbourn)
Fotografia:
Eric Gautier
Scenografia: Jacques Saulnier - Solange Zeitoun
Montaggio: Hervé de Luze
Costumi: Jackie Budin
Musiche: Mark Snow
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Se vuoi vedere il trailer italiano entra qui
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Pellicole dal sottosuolo: ''Ghost Dog. Il codice dei samurai'' di Jim Jarmush


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A ogni nuova opera di Jim Jarmush, bella o brutta che sia, ho sempre l'impressione che il regista viaggi in solitario, che sia un cane-vagabondo e filosofo, una specie di fantasma del cinema americano tutto (''indipendente'' compreso). Degno rappresentante della Manhattan underground, icona newyorkese di inizio anni Ottanta, ''cineasta rock'' (ha girato videoclips per Talkin Heads, Tow Waits, Neil Young, Big Audio Dynamite ecc. ecc.), è un regista che ci appartiene. Film come Stranger Than Paradise, Down By Law, Dead Man, l'hanno già messo nell'altarino tra coloro che ci hanno reso la vita e il cinema migliori.

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Ghost Dog. Il codice dei samurai è un film splendido: un mélange elegante di cinema burlesco, ironico, di contemplazione urbana, di deriva notturna, d'estetica giapponese, di cultura rap, d'universo mafioso. Non è facile inventarsi l'ennesima storia su un killer della mafia, ma quando ci sono una sceneggiatura valida e un attore fantastico come Forest Whitaker (un grosso bambino nero di 130 chili che si muove per la città invisibile, come se avesse anche lui le ali dei suoi piccoli amici piccioni) tutto diventa possibile. Quando Forrest si muove per la città e scivola tra la gente, la sua presenza è impercettibile: ''non ruba le macchine, le fa sue''. Il suo rapporto con ciò che lo circonda è leggero, rallentato, camuffato, di una grazia irreale. Un animale in via di estinzione, un killer/filosofo, un asceta che vive seguendo alla lettera il codice del samurai, fedele servitore di un uomo a cui alla fine donerà la vita. Anche il suo rapporto con il gelato/gelataio è uno spasso.
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L'uno non capisce quello che dice l'altro, ma si intendono, perchè pensano le stesse cose. L'unico vero (e estremamente innocente) rapporto che lo lega alla realtà è quello con una bambina, e avviene attraverso un libro, a costituire un piccolo, delicato, ma simbolico, episodio di contorno. Come lo sono i piccioni, la barca sul tetto, l'orso, l'uccellino sulla canna del fucile.
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Tutti sembrano vivere in altre dimensioni e per lo più non c'è una comunicazione diretta tra i protagonisti. Nessuno parla la lingua dell'altro. Nessuno capisce la vita dell'altro. Perfino il costruttore della barca parla spagnolo, un'altra lingua. L'incomunicabilità, vinta solo da un gelato o da un libro. Tutto il film è un omaggio al cinema giapponese, da Rashomon (1950) di Kurosawa fino a Koroshi No Rakuin (1967) di Seijun Suzuki, del quale sono presenti scene simili: l'uccello sul fucile, il duello finale, stessa visione filosofica, stessa fragilità esistenziale davanti all'atto di vivere e di dare la morte. C'è inoltre una cosa che lega il Jarmush di quest'opera a David Lynch: il battito rallentato, la lentezza malinconica con la quale la storia si arrotola su se stessa. Ma non mancano l'ironia, il sorriso e la dolcezza. Le caraterizzazioni dei mafiosi sono eccezzionali. Gangster rincoglioniti, a cui piacciono il rap e i cartoni animati, anche loro fuori dal gioco fino al punto da essere riconoscenti al protagonista perchè ''ammazzi come si faceva un tempo, quando eravamo veramente dei gangster''.

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E poi c'è la musica, in particolare il mitico RZA, leader del collettivo rap newyorkese Wu Tang Clan (e definito da Tricky - quello vero - che ha per lui una venerazione totale, ''il Mozart del decennio'' ). E forse il film può anche essere visto come un adattamento visivo della musica e delle idee di RZA. Uno sguardo disincantato su un mondo fatto di samurai, di kung-fu, pulsazioni rap, misticismo soul e melanconia urabana: più o meno, sintetizzando molto, l'hip-hop di RZA. ''Bisogna vedere il mondo alla stregua di un sogno per scrollarci di dosso anche il peggiore degli incubi... per sopravvivere dovremmo considerare di poter morire in ogni momento, perchè la vita è fatta di momenti e la cosa che conta è di comprendere e godere del presente. Alla fine tutto acquista un senso, la fine stessa è importante in tutte le cose...E in fine dei conti ogni cosa succede per una ragione precisa''
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Titolo originale: Ghost Dog. The Way of the Samurai
Regia: Jim Jarmush
Prodzione: U.S.A./Fra/Gb - 1999 - Dramm.
Durata: 116'
Interpreti: Forest Whitaker, John Tormey,Isaach De Bankolé,
Henry Silva, Cliff Gorman, Tricia Vessey, Victor Argo
Scenegiatura: Jim Jarmusch
Fotografia: Robby Muller
Scenografia: Ted Berner
Montaggio: Jay Rabinowitz
Musiche: Rza (Wu-Tang Clan)

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Pellicole dal sottosuolo: ''Angela'' di Roberta Torre

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Con Angela, Roberta Torre prosegue nel suo viaggio alla scoperta del sud Italia. Un viaggio particolare, frutto di un percorso contrario: nata cresciuta e diplomatasi a Milano, la Torre è ''emigrata'' a Palermo, e lì ha iniziato a raccontare le sue coloratissime storie. Rispetto ai due lungometraggi precedenti, in Angela la regista sceglie la via di un cinema più serio e maturo, abbandonando i pur coinvolgenti aspetti pop che che trasudavano dal mafia-musical Tano da morire e dalla ardita rielaborazione scespiriana di Sud Side Stori. Il risultato è un film incentrato su amori e tradimenti, dove la protagonista, Angela (moglie di uno spacciatore di droga molto più vecchio di lei e parte attiva del suo commercio) si innamora del nuovo giovane braccio destro del marito, l'affascinante e carismatico Masino. Un triangolo ad alto rischio, cosa di cui Angela è perfettamente consapevole.
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La bravura della Torre (e della straordinaria interpretazione di Donatella Finocchiaro nel ruolo di Angela) sta tutta nel costruire il personaggio della donna, nel rappresentare la sua iniziale e inutile resistenza al corteggiamento di Masino, nel rendere viva e concreta la sua matura sensualità. In Angela la mafia, nella sua variante ''a conduzione familiare'', è il contesto, non l'oggetto del racconto. La regista decide con scelta saggia di evitare qualsiasi implicazione morale, concentrandosi sulle vicende personali dei personaggi, in particolare della protagonista. Azzeccata anche la scelta di puntare sulla fotografia di Daniele Ciprì. Il film, visto i risultati, legittima le ambizioni di Roberta Torre di passare da un cinema vivace ma molto (forse troppo) coreografico, a uno più completo, profondo e di respiro internazionale. Splendidi anche i brani scelti a supprto di alcune scene (Daniele Sepe, Gato Barbieri..)
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.Regia: Roberta Torre
Produzione: Italia - 2002 - Drammatico
Durata: 95'
Interpreti: Andrea Di Stefano, Donatella Finocchiaro,

Mario Pupella, Erasmo Lobello, Toni Gambino, Matteo Gulino
Sceneggiatura: Roberta Torre
Fotografia: Daniele Ciprì
Scenografia: Enrico Serafini
Montaggio: Roberto Missiroli
Cotumi: Enrico Serafini
Musiche: Andrea Guerra

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Pellicole dal sottosuolo: ''Ritorno a casa'' di Manoel De Oliveira

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a sinistra Michel Piccoli, a destra il maestro Manuel De Oliveira
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Del maestro portoghese Manoel De Oliveira bisognerebbe parlare tanto quanti sono i suoi anni: 100+1. Dando un occhiata alla sua filmografia mi sono accorto: 1) Il suo primo film è datato 1931; 2) La sua media realizzativa, soprattutto negli ultimi anni (e nonostante/per l'età) è altissima (di più di un film all'anno); 3) Nel momento in cui scrivo è in produzione l'ennesima opera del maestro (''Singularidades de uma Rapariga Loira''); 4) I suoi lavori, piacciano o meno, sono sempre colti e didattici, ed è comunque evidente la mano del grande regista 5) Guardando la sua filmografia, limitandomi agli ultimi anni, mi rendo conto di aver visto solo un quarto delle sue opere (ben 16 film realizzati dai 90 ai 100 anni). Ma la cosa più importante è che, malgrado tutto, De Oliveira non è ancora tornato a casa a vivere dei ricordi e della sua straordinaria carriera. Un monumento del cinema.
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Ritorno a casa è del 2001. Qui di anni ne aveva 92, il maestro. Il film fu presentato a Cannes dove (come a Venezia -e affettuosamente lo dico-), si saranno stancati di vederlo. In verità una grande fetta di pubblico e più di un critico considerano la visione dei suoi film spesso punitiva, pur magari riconoscendone una certa bontà artistica. Per smentirli ecco un De Oliveira breve, spiritoso e persino ''lieve'', semplice (a dispetto della storia raccontata): un'analisi della vecchiaia e del dolore di straordinaria finezza. Ritorno a casa è quasi una non storia che si svolge all'inizio del 2000 in una Parigi fiabesca: la città delle luci, in cui il superfluo sembra avere la precedenza sull'essenziale.
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Il protagonista (un meraviglioso Michel Piccoli) è un grande attore francese avanti negli anni. Una sera recita in teatro ne ''Il re muore'' di Eugène Ionesco, la parte del sovrano costretto ad affrontare il disfacimentofisico e la morte e, chiuso il sipario, il suo agente e alcuni polizziotti lo informano che la tragedia ha fatto irruzione anche nella sua vita: in un incidente d'automobile sono infatti morti sua moglie, sua figlia e suo genero. E' rimasto solo con un nipote bambino, che però vive più spesso insieme agli altri nonni. All'inizio la sofferenza non sembra devastare la vita dell'attore. E' ben accudito in casa, e la compagnia teatrale è una seconda famiglia per lui. Poi lo aiutano e lo rassicurano le abitudini: fare compere, camminare, bere un caffè e leggere il giornale al bar, andare a prendere il nipote a scuola e giocare con lui e con le automobiline elettriche fino a sera.
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L'attore inizia a dormire molto, si sente a volte confuso, ma tranquillo. Lo sostengono gli impegni: un regista americano (un bravo John Malkovich) gli offre una parte in un film tratto dall' ''Ulisse'' di Joyce e lui accetta, ma sin da subito la nuova avventura gli sembra insormontabile. La truccatura che dovrebbe ringiovanirlo gli sembra grottesca. Il lavoro non gli piace più, gli si presenta soltanto come un'occasione di fatica e di paura di sbagliare. Anzichè studire le battute, si addormenta. Sul set un giorno si interrompe: ''Devo riposare. Torno a casa'' dice. A casa lo sfinimento, il passo lento e difficile, l'immenso sforzo per salire le scale, il mutismo, lasciano capire che no ce la fa più, che anche per lui è finita: senza che se ne accorgesse il dolore ha compiuto il suo lavoro terminale, e la perdita delle persone amate è pure perdita di se stessi. La semplice grazia e l'intensità profonda fanno del film un piccolo, perfetto, capolavoro.
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Titolo originale: Je rentre a la maison
Regia: Manoel De Oliveira
Produzione: Fra/Por - 2001 - Drammatico, Durata: 90'
Interpreti: Michel Piccoli, Catherine Deneuve, John Malkovich,

Antoine Chappey, Leonor Baldaque, Ricardo Trepa,
Leonor Silveira, Jean-Michel Arnold, Adrien De Van,
Sylvie Testud, Andrew Wale, Robert Dauney
Sceneggiatura: Manoel De Oliveira
Fotografia: Sabine Lancelin
Scenografia: Yves Fournier
Montaggio: Valerie Loiseleux
Costumi: Isabel Branco
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Pellicole dal sottosuolo: ''4 mesi, 3 settimane, 2 giorni'' di Cristian Mungiu

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"Non sono un fan di questi film di nicchia che verranno visti da poche persone in una piccola stanza, ma cerco sempre di realizzare pellicole nelle quali, sin dall'inizio, non si capisca cosa accadrà.”
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"Non amo fare film su storie inventate, preferisco narrare storie vere, che conosco, che mi sono state raccontate o che ho vissuto in prima persona”
 Christian Mungiu, 2007
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Vincitore della Palma d'oro al Festival di Cannes del 2007, "4 mesi 3 settimane 2 giorni" del regista rumeno Christian Mungiu appartiene a una serie di film dedicati all'epoca del regime comunista in Romania. L'ambizione di questi "Racconti dell'età dell'oro" (questo il titolo scelto per la serie) consiste nel raccontare vicende personali e collettive, miti e leggende urbane del comunismo, senza affrontare in maniera più generale la questione, ma affidandola ai racconti dei loro protagonisti, ordinari ed eccezionali allo stesso tempo. Outila è una studentessa di 23 anni nella Romania degli anni ottanta. Nella vita aiuta gli altri, ma non è una Madre Teresa di Bucarest. La sua è una forma di resistenza al regime, contro una generazione, che è già rassegnata. E' un po' ingenua, ma in questo film, mai semplice, mai scontato, non ci sono personaggi perfetti. Il suo fidanzato è una brava persona che però non ha ancora risolto il complesso di Edipo.
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La sua migliore amica, Gabita, è un'irresponsabile e il medico abortista che si occuperà del problema di Gabita (ecco svelato il titolo) è probabilmente il più grande stronzo di tutta la Romania. Il film, però, non c'è l'ha con loro: ''sono come sono, sono i figli del totalitarismo''. Lo sguardo del regista è forte e ampio e la potenza delfilm è inseparabile dalla sua durezza. Il sottotesto è evidente: il male non è individuale, ma sistemico: ''Voi avevate la possibilità di brandire una morale di ferro. A noi in quegli anni, in Romania, restava solo la salute, fondamentale per incassare i colpi che la vita ci aveva riservato''. 
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Titolo originale: 4 luni, 3 saptamini si 2 zile
Regia: Cristian Mungiu
Produzione: Romania - 2007 - Dramm., Durata: 113'
Interpreti: Anamaria Marinca, Laura Vasiliu,
Vlad Ivanov, Alexandru Potocean, Ion Sapdaru, Teodor Corban,
Tania Popa, Cerasela Iosifescu, Doru Ana
Sceneggiatura: Cristian Mungiu
Fotografia:
Oleg Mutu
Scenografia: Mihaela Poenaru
Montaggio: Dana Bunescu
Costumi: Dana Israte
SITO WEB
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Pellicole dal sottosuolo: ''Essere e Avere'' di Nicholas Philibert

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Essere e avere è un documentario straordinario: incarna un cinema poetico e fiabesco che sa essere allo stesso tempo di ricerca e di massa. E pure divertentissimo! Ne è autore il belga Nicholas Philibert. In un perduto villaggio di montagna francese (in Alvenia),un maestro elementare insegna in una classe unica di tredici bambini tra i tre e gli undici anni. Molti sono figli di contadini e hanno, a volte, storie familiari difficili. Alcuni dopo la scuola, lavorano come i grandi e fanno i compiti la sera dopo cena. Li vediamo, durante l'anno scolastico, imparare a leggere, a disegnare, fare i dettati, litigare, ridere e piangere. Fino alle vacanze estive, quando quelli di quinta andranno alle medie e il maestro, dopo ventuno anni trascorsi in quella stanza colorata, se ne andrà in pensione.
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Attraverso un pugno di storie vere, Essere e avere (''Etre et avoir'') racconta un unica grande storia, che è la vita. E' un documentario, ma è cinema puro. Il fatto è che Philibert, che conosce il suo mestiere come i contadini dell'Alvernia la terra, ha girato più di 60 ore di materiale. Per ogni minuto che vedete nel film, ha scartato più di una mezz'ora di riprese. ''C'è altro modo per rendere invisibile la macchina da presa che trasformarla in un altro compagno di classe?'' Il vero problema, ha confessato l'autore, era registrare e catturare immagini e suoni di tutti e 12 bambini contemporaneamente senza che qualche microfono o luce finisse nelle immagini. ''La vita, per la pellicola, è un po' come l'acqua o la sabbia tra le dita''. Che fatica trattenerla. Ma quando qualcuno ci riesce, come Philibert, anche la parola sceneggiatura diventa patetica. Sicuramente uno dei documentari più belli degli ultimi anni.
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Titolo originale: Etre et Avoir
Regia: Nicolas Philibert
Produzione: Francia - 2002 - Docume. Durata: 104'
Interpreti: Georges Lopez
Fotografia:
Laurent Didier - Katell Djian -
Hugues Gemignani - Nicolas Philibert
Montaggio: Nicolas Philibert
Suono: Julien Cloquet
Musiche: Philippe Hersant
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Pellicole dal sottosuolo: ''The Soul of a Man'' di Wim Wenders

.Primo dei sette film-capitoli di una serie (voluta e in parte prodotta da Martin Scorsese), per celebrare le radici e le origini del blues, firmato da un apripista di lusso: Wim Wenders. ''L'Anima di un Uomo - The Soul of a Man'' (questo il titolo) fa il paio con il celebre Buena Vista Social Club
(anche se però, bisogna riconoscerlo, non raggiunge gli stessi sublimi livelli) nell'elaborare con intelligenza il concetto di documentario. Ma si tratta di un documentario anomalo, dato che il cinquanta per cento di quello che si vede è un'artificiosa ricostruzione d'ambiente, con attori immersi in un bianco e nero sgranato e una voce over che dovrebbe essere quella del (già defunto da un pezzo) bluesman di colore Blind Willie Johnson, ma in realtà è di Laurence Fisher. Quindi una finzione mascherata, una sorta di iperrealismo d'epoca. Come al solito però il maestro tedesco riesce a trasformare il suo lavoro in qualcosa di assolutamente verosimile. Il film si divide in due parti, la prima ambientata agli inizi del secolo, nella quale le biografie di due chitarristi, il già citato Blind Willie Johnson e Skip James sono ricostruite con inquadrature perfette, quasi pubblicitarie nel loro finto antico, e che affrescano l'altra faccia degli anni ruggenti: quella dei poveri, della depressione e del razzismo. La seconda parte, invece, indaga sugli ultimi anni di J.B. Lenoir, morto nel 1967 e sul finale di carriera di Skip James, riscoperto in un ospizio. Il tutto condito dalle registrazioni dei brani originali e da riletture, a volte splendide, eseguite da un numero impressionante di artisti (al punto da uscirne uno magnifico cd): da Lou Reed a Nick Cave, passando per Los Lobos, Cassandra Wilson, Marc Ribot, The Jon Spencer Blues Explosion, Lucinda Williams, Bonnie Riatt, Beck solo per citarne alcuni. Una emozionante docu-fiction, fra rappresentazione, documenti autentici, testimonianze, e musica meravigliosa e quasi sconosciuta. ''C'è più verità in loro che in qualsiasi film o libro sull'America''. Parola di Wim Wenders.
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Titolo originale: The Soul of a Man Regia: Wim Wenders
Produzione: Germania - 2002 - Docum./Mus. Durata: 100'
Interpreti: Chris Thomas King (Blind Willie Johnson),
Skip James (Keith B. Brown), James Hughes,
 David Hughes, Shayne Tingle, Joy Brashears
Sceneggiatura: Wim Wenders Fotografia: Lisa Rinzler
Scenografia: Liba Daniels
Montaggio: Mathilde Bonnefoy
Musiche: Blind Willie Johnson, Skip James,
J.B. Lenoir, Bonnie Raitt, Beck, Lou Reed, Nick Cave,
Cassandra Wilson, Lucinda Williams, Los Lobos,
Jon Spencer and the Blues Explosion

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Pellicole dal sottosuolo: ''L'Esquive'' (La schivata) di Abdellatif Kechiche

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In l' ''Esquive'' (La schivata) il regista di origine tunisina Abdellatif Kechiche (al suo secondo film da regista dopo Tutta colpa di Voltaire) punta la macchina da presa su un gruppo di ragazzi della periferia parigina. Sono adolescenti che vivono in uno stato di emarginazione, per lo più figli di immigrati di origine araba. Dunque, esempi da manuale di una comunità in perenne conflitto con quella parte del mondo che mira solo ed esclusivamente al proprio benessere. Detto in questo modo, La schivata sembra il solito film con i soliti risvolti drammatici, diviso a metà tra l'esibire un'umanità arrabbiata e violenta e il giustificare le possibili reazioni alle ingiustizie subite. Kechiche, però, compie un'operazione diversa. Sfruttando l'espediente narrativo di una recita scolastica nella quale sono impegnati i vari personaggi, il regista franco-tunisino non mette a tema il classico conflitto razziale o tra ceti sociali, ma fa regredire lo scontro tra i giovani protagonisti a qualcosa di più elementare e non per questo meno radicale : in primo piano sono i sentimenti, l'amore, gli sbalzi di umore e le decisioni che per un adolescente sono vissute come qualcosa di definitivo, di vitale.
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Attraverso la metafora dell'opera teatrale, il gioco dell'amore e del caso di Marivaux, nella quale ogni protagonista finge di essere quello che non è (l'arte come terapia per mettersi nei panni di un altro e non per rimanere sempre uguali a se stessi) il nostro sguardo può restringersi o diventare ampio, possiamo farci interpreti della prospettiva degli altri o rimanere irretiti nel nostro punto di vista. Per questo Kechiche ricrea sul set una lingua nuova, potentissima, tagliente e aggressiva, in grado di esprimere al meglio il meticciato culturale regnante nella banlieue; una lingua che prende in prestito il vocabolario del francese per innestarlo sulle sonorità dell'arabo, dando vita a qualcosa a metà strada tra la lingua parlata e il rap. La schivata è un film che esprime freschezza e che rinuncia in partenza a quella visione paternalistica di chi dall'alto della propria cultura pensa di poter giudicare e osservare in modo compassionevole i reietti. Messa da parte la morale, i ragazzi protagonisti della storia si muovono tra amore e odio, amicizia e inimicizia, guardando al presente come se fosse già il futuro. Ognuno di loro esprime qualcosa di umano che non può essere ridotto semplicemente all'appartenenza a una religione o a una patria. Un film utile e originale. Ma forse è poco.
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Titolo originale: L'Esquive
Regia: Abdellatif Kechiche
Produzone: Francia - 2003 - Drammatico
Durata: 117'
Interpreti: Nanou Benhamou, Sara Forestier, Osman Elkharraz, Sabrina Ouazani, Hafet Ben-Ahmed, Aurelie Ganito
Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche
Fotografia: Lubomir Bakchev
Scenografia: Michel Gionti
Montaggio: Ghalya Lacroix - Antonella Benveja
Costumi: Mario Beloso Hall
Suono: Sophie Bousquet-Foures

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Pellicole dal sottosuolo: ''A.B.. Africa'' di Abbas Kiarostami

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''Ho sempre creduto che l'immagine della sofferenza debba essere mostrata senza essere trasferita su colui che la guarda.Se c'è un limite non devo essere io a stabilire dov'è. La telecamera è un osservatore fedele e corretto che si comporta da testimone''.

Abbas Kiarostami
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Uganda, marzo 2000. Su richiesta dell' IfadInternational Fund for Agricultural Development delle Nazioni Unit e) il maestro del cinema iraniano, Abbas Kiarostami, e il suo assistente Seifollah Samadian arrivano a Kampala. Per dieci giorni le loro telecamere digitali catturano e accarezzano i volti di un migliaio di bambini, tutti orfani, i cui genitori sono morti di AIDS. In una sorta di docu-diario di viaggio, registrano lacrime e risate, musica e silenzio, vita e morte.
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Tuttavia non sono solo le immagini della tragedia che ci richiedono l'attenzione maggiore. Non lo sono nemmeno quelle d'un funeralino che, pure, restano ben vive nella memoria, con lo sgomento che viene dalla loro semplicità spietata. Ancor più intense sono altre immagini, all'apparenza neutre. Per quanto ben protetto nell'oasi da ''primo'' mondo di un grande albergo, Kiarostami si trova improvvisamente prigioniero del buio della notte. E con lui, per alcuni lunghi minuti anche noi ci ritroviamo soli, a riflettere. E il cinema di Kiarostami è anche questo: svelare verità attraverso la forza dell'essenzialità.
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Titolo originale: A.B.C. Africa
Regia: Abbas Kiarostami
Genere: Documentario
Interpreti: i bambini africani, A. Kiarostami, S. Samadian
(nella parte di loro stessi)
Fotografia: S. Samadian
Montaggio: A. Kiarostami
Produzione: Iran, 2001
Durata: 84'.
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