martedì 7 febbraio 2012

Post-house in salsa catalana

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Da quando Pitchfork ha selezionato la sua ''Sunshine'' tra le cento migliori canzoni del 2009, il barcellonese John Talabot si è convertito in una delle grandi rivelazioni dell'universo elettronico europeo. Ma al di là del suo perpetuo anonimato (ora non più tale) nel più classico stile Burial/Zomby e di questioni di hype che poco hanno a che vedere con la musica, il tragitto artistico del produttore catalano ci dice di un artista dalla spiccata personalità e dall' indubbio talento. La musica di John Talabot (vero nome Oriol Riverola), come qulla di Kieran Hebden (Four Tet) o di Dan Snaith (Caribou) ha la rara qualità di riuscire ad emozionare, con un suono che potremmo definire atemporale, pur muovendosi in mancanza (salvo qualche raro caso) di una vera e propria struttura canzone. Dopo una serie di ottimi singoli usciti su Young Turks, Permanent Vacation e Hivern Discs (quest'ultima fondata e gestita dallo stesso Riverola), arriva ora il tanto atteso debutto su larga durata. 
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Registrato tra Barcellona e Madrid. 'ƒin' (Permanent Vacation, 2012) è un lavoro elegante ed evocativo, in cui fine tessiture house si fanno luce in una selva di loops psichedelici, samples vocali, richiami ipnagogici e breccie baleariche. Una selva dicevamo; quale miglior esempio per descrivere un lavoro soggetto a 'temperature variabili' dai suoni frondosi e labirintici e ricco di paesaggi semi-oscuri. La musica di  Riverola ha comunque il pregio di non cadere mai nei ricorrenti luoghi comuni del genere e nella prevedibile monotonia monosillabica di gran parte delle produzioni attuali. Se nei 12'' precedenti il ritmo veniva utilizzato come base da cui partire per sviluppare un percorso preciso, quì Talabot stilizza meglio le linee melodiche, che si dipanano in trame misteriose e sinuose (''Depak Ine'' ), fluttuanti e cinematografiche (le sinfonie sbiadite di ''Last Land'' e ''El Oeste''), esoterico-baleariche (la meravigliosa ''Oro y Sangre'' , le melanconiche invocazioni di ''Missing You'' o i New Order appena usciti dalle catacombe di ''When The Past Was Present'' ) ecc. Completano il quadro i preziosi contributi vocali dell'infaticabile Pional (in ''Destiny'' e ''So Will Be Now'') e di Ekhi (''Journeys'') dei fraterni Delorean, ma la musica sviluppata da Talabot resta sempre suggestiva ed evocativa. Certo influenze e fonti rimangono riconoscibili, ma le parti vengono disposte secondo coordinate poco abituali, erratiche, labirintiche, e la mervigliosa sensazione finale si rafforza ascolto dopo ascolto; un paesaggio differente, ameno e ombroso, e proprio per questo estremamente affascinante. Un grande, grandissimo disco.
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