venerdì 1 ottobre 2010

Jungle Music


Personaggione incredibile l’australiano C. W. Stoneking. Dire che nella sua vita ne ha fatte e viste di tutti i colori non è affatto un esagerazione. Arriva in giovanissima età nella terra dei canguri con la famiglia proveniente dagli Stati Uniti e lì inizia presto a suonare blues per le strade di Melburne. Per un certo periodo vive anche con gli aborigeni e nel 1998, come se non bastasse, è superstite di un naufragio a largo della costa dell’Africa occidentale. Ispirata in parte da queste incredibili esperienze la sua esoticissima ''jungle music'' o ''Jungle Blues'' che poi è anche il titolo del suo ultimo album da poco pubblicato dalla King Hokum, rivisita e rinvigorisce il cosidetto pre-war blues, il jazz di New Orleans, l’hillbilly, il calypso (che da buon viaggiatore apprende direttamente a Trinidad) e in generale tutti i suoni degli anni 20 e 30. Accompagnandosi con la sua fedelissima chitarra National Reso-Phonic (o dal banjo) Stoneking cattura l’immaginazione con la sua voce lamentosa e nostalgica e con narrazioni vivaci.


Collaudato dalla stupefacente banda Primitive Horn Orchestra (tuba, trombone, cornetta, contrabasso e batteria) l’australiano snocciola i suoi Hokum (tecniche di intrattenimento musicale divertenti che si basano su monologhi e dialoghi incentrati sull’equivoco e su simpatici doppi sensi, ma anche sulle disavventure e le disgrazie della vita) e i suoi esotici Jungle che rimandano immediatamente a figure storiche come Cab Calloway (''Jungle Lullaby'' su tutte) con la musica che continua a gracchiare in sottofondo come se uscisse da qualche vecchia registrazione impolverata quanto la voce di Stoneking, tanto che verrebbe voglia di chiedersi tra lui e il blues chi dei due abbia trovato chi. Ma in fondo, a pensarci meglio che importanza può avere se sei bianco o se sei nero, se vivi in Australia o a New Orleans, se lo fai nel 1927 o nel 2010 quando ti chiami C.W. Stoneking e hai il blues nel sangue?


La scomparsa di ''big'' Lobi



Nel gioco di rimbalzi transoceanici la musica dell’Africa occidentale molto ha dato all’altra sponda dell’Atlantico e molto ha certamente ricevuto. Solo Ali Farka Toure amava negare ogni influenza esterna sulla sua musica. Quello che è sicuro è che il Mali non è affatto rimasto indifferente al fascino esercitato dalle musiche della diaspora africana dell’altra riva, e negli ultimi decenni ha per esempio profondamente assimilato e ''malianizzato'' modelli blues, rhythm’n’blues e soul. Chitarrista e cantante come Ali Farka Toure, anche Lobi Traoré (classe 1961), di una ventina d’anni più giovane del suo più celebre collega, può essere inserito in quel filone che per comodità si può chiamare ''blues maliano''. Forse meno orgoglioso di re Ali dell’autonomia della propria musica ha però sempre fatto dell’autenticità, del carattere espressivo e dell’integrità artistica il suo punto di forza, fino alla fine.


 


Lui, il grande Lobi, ci ha lasciati il primo Giugno scorso quando la morte lo ha beffato (sembra) improvvisamente e inaspettatamente a soli 49 anni per cause non troppo chiare. Consola un poco l’aver appreso, contestualmente alla luttuosa notizia, che Lobi Traoré aveva appena ultimato un nuovo album (molto bello stando a quello che si può ascoltare qui ) inciso in due sole sessioni - voce, chitarra e nessuna sovrincisione - nella sua Bamako poco prima di morire e che, ingiustizia nell’ingiustizia, l'artista maliano non ha mai potuto ascoltare. Il disco si intitola ''Rainy Season Blues'' ed è uscito quest'anno per l’etichetta americana Glitterhouse, che aveva già pubblicato l'ottimo esordio dei Tamikrest. Se qualcuno fosse interessato e volesse in qualche modo approfondire l'argomento, le informazione più valide a riguardo le potrà trovare leggendo questa bella recensione o direttamente nel sito dell Glitterhouse. Intanto, nell'attesa che ci porterà a mettere mani e cuore su ''Rainy Season Blues'' non possiamo far altro che esprimere la nostra enorme riconoscenza a quest'uomo per le belle pagine di musica che ha saputo regalarsi e regalarci, ed è proprio con quelle che cercheremo di consolarci