martedì 9 ottobre 2012

I tesori nascosti di Taj Mahal

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Henry St. Clair Fredericks aka Taj Mahal è molto più di un bluesman: figlio di un jazzista dalle origini indiane e di una cantante di gospel, il chitarrista newyorkese da sempre riflette influenze e passioni nella sua musica. Gli studi accademici, l'università e una vasta conoscenza musicale gli favorirono una preparazione e un livello culturale superiore alla maggioranza degli artisti di colore della sua generazione. Sin dal 1965, quando insieme a un giovanissimo Ry Cooder formò a Los Angeles i mitici Rising Son, Taj ha attraversato la storia della musica afroamericana con una versatilità che è propria dei grandi, ma in pochi nel 1968, subito dopo la pubblicazione del suo primo omonimo album, ''Taj Mahal'' (che vede la partecipazione di Jesse Ed Davis e dello stesso Ry Cooder), si sarebbero aspettati un percorso di tale livello. Con una discografia altamente selettiva, ricca di di albums (circa una cinquantina!) dai generi più disparati, la sua carriera è costellata da momenti di grande musica, spunti di classe e riflessioni sulle capacità e sui traguardi dei neri d'America. Uno dei suoi meriti più grandi è quello di aver esplorato e documentato negli anni le strette parentele tra l'eterno blues ed alcune espressioni musicali dei quattro continenti (dal calypso, al raga, dalle Hawaii a Zanzibar passando per la tradizione Malindi). 
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Caratterizzata da costanti mutamenti di tendenza, la musica di Taj Mahal ha spaziato in modo elegante tra i repertori fin dai primi anni: da quello quasi essenzialmente blues di ''The Natch'l Blues'' (1968) a quello country-blues (con i primi innesti di suoni caraibici, latini, hawaiiani, e jazz) del (doppio) capolavoro ''Giant Step/De Old Folks At Home'' (1969) e di ''The Real Thing'' (1971), dalle influenze africane di ''Recycling The Blues'' (1972) agli accenti calypso, reggae e salsa di ''Mo Roots'' (1974) e ''Music Keeps Me Together'' (1975). Un periodo di grandissima creatività che, a quanto pare, non ha svelato del tutto i suoi tesori nascosti, come dimostra la doppia, imperdibile, antologia ''Hidden Treasures of Taj Mahal 1969-1973'' da poco pubblicata dalla Legacy Recordings/Sony ad un prezzo decisamente accessibile. Ciò che più sorprende ascoltando la grande qualità dei materiali raccolti nel primo dei due cd è pensare che si tratta di  registrazioni di studio belle e finite rimaste completamente inedite e mai pubblicate in precedenza (molte delle quali adirittura scartate a suo tempo ): 12 gemme di blues acustico/elettrico ricche di momenti e spunti in cui convivono disparate tendenze e tonalità musicali (blues, rhytm'n'blues, stomp, swamp, funk, soul, gospel, cajun..).
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Che si tratti di Chicago, New Orleans o del delta del Mississippi, di cover (Blind Willie McTell, Dylan) o di brani usciti dalla penna del nostro, il risultato non cambia. A fare la differenza sono soprattutto le ritmiche (spesso irregolari) e la qualità degli arrangiamenti, oltre alle notevoli capacità multi-strumentali di Taj Mahal (dalla chitarra slide al piano passando per mandolino, dobro, banjo, armonica.. era in grado di suonare una decina di strumenti) unite a una vocalità unica e potente. Per il secondo disco, invece, è stata scelta l'inedita registrazione di un bel concerto tenutosi nell'Aprile del 1970 alla Royal Albert Hall di Londra. Ad accompagnare Taj ci sono Jesee Ed Davis (formidabile chitarrista tristemente scomparso nel 1988 a causa di una overdose di eroina; suonò, tra gli altri, con John Lennon, John Lee Hooker e Eric Clapton), Bill Rich al basso, James Karstein alla batteria e John Simon al piano. In questo caso la varietà e l'imprevedibilità degli arrangiamenti lascia spazio ad un suono molto più omogeneo e compatto (com'è normale trattandosi di un live), ma non per questo privo di interesse. Il repertorio, anche in questo caso, si divide tra pezzi propri e versioni riarrangiate (Sleepy John Estes, Sonny Boy Williamson, Robbie Robertson). Nel complesso un (doppio) tesoro irrinunciabile, l'ennesima preziosa testimonianza della versatilità e della sensibilità di un artista unico che il 17 Maggio scorso ha spento settanta candeline.
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2 commenti:

  1. ciao
    si mormora come fosse una leggenda che il Nostro caro Taj abbia suonato oltre che con Toumani Diabaté (e questa non è leggenda ma un bellissimo disco dal titolo KULANJAN) con il padre di Toumani, Sidiki Diabaté!!
    Ne sai nulla Tricky? Esistono registrazioni di questa session?

    un abbraccio

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    1. Ehiiiiiiii. Come va, carissimo?

      Non so dove si mormora ciò, e non sarò certo io a dubitarne, soprattutto sapendo del particolare legame che lega Taj Mahal alle sue radici africane da ormai molti anni. Ho pensato, comunque (anche se non è scontato al 100%), che almeno tra le note del libretto di ''Kulanjan'' (Hannibal, 1999) avrebbero dovuto perlomeno menzionare il fatto. Così mi sono preso il cd e mi sono messo a leggere. E se è vero che un certo punto si parla del brano che dà il titolo all'album, di come si tratti di una canzone antica che Taj ascoltò per la prima volta nel mitico ''Ancient Strings'' o ''Cordes Anciennes'' (Syllart, 1970) - in cui suonavano proprio i padri di Toumani (Diabaté) e Ballake (Sissoko), poi con lo stesso Taj nel disco Hannibal del 1999 - è altrettanto vero che non si arriva mai a menzionare una session tra il musicista americano e Sidiki Diabaté. Mah! Anch'io ci terrei a saperlo.

      In ogni caso, per chi avesse voglia di leggere un po' in inglese, ho estrapolato alcune note dal libretto di''Kulanjan''

      Naturalmente ricambio l'abbraccio.


      [...] Taj Mahal has recorded nearly 40 albums and collaborated with musicians from all over the world. But this is a special project, something he's been dreaming of since he first heard the kora back in the early 1970's. taj has listened to, and played with, many great kora players, and knows much of their repertoire. It is this exposure that revealed to him the uncanny similarity between the plucking techniques of the kora and the kind of finger-thumb playing that he learned from the great blues master like Blind Jesse Fuller. This revelation set him on a long search for something he felt was at the heart of his own music - perhaps even his own identity - the African roots of the blues.

      The blues are multi-faceted. They don't come from a single source. Taj wasn't trying to trace specific types of blues, but rather the ways and rhythms of playing. Taj first visited West Africa in 1979, and became convinced that this ancestors were Kouyates - the main clan of the Mande griots (musician castle). He was being drawn inevitably toward Mali. One piece of music in particular stuck in his mind: ''Kulanjan'' - an ancient song that Taj had first heard on a record of kora music called Ancient String, recorded by Toumani Diabate's and Ballake Sissoko's fathers. ''Kulanjan was what I called all of this music, this sound, the sound of Malian music'', says Taj. ''I didn't know much about it but I know if I could really work on that Kulanjan sound, I'd find what I was looking for''. Indeed he did. Taj and the other Kulanjan musicians quickly trascendent cultural boundaries, and, within a couple of days of his arrival at the studio, he was re-christened ''Dadi Kouyate'' by the Malians.

      Taj showed the quality of his ear and his ability to recognize musical diamonds in the rough when he chose ''Kulanjan'' as the song to explore. It's one of a very few griot pieces that unite two separate Malian traditions.

      One is the complex and intricate music of the Mande griots, the hereditary caste of musicians who for centuries have sung the praises of the Malian kings. Five of the Malians on Kulanjan are griots: Toumani and Ballake on kora, Bassekou on ngoni, Lasana on balafon, and
      Kassemady on vocals. This is the style of songs like ''Guede Man Na'' and ''Atlanta Kaira''.

      The other is the ancient music of the hunters that has recently been revived in Mali as a polular style called ''wassoulou''. Two of the musicians come from this tradition - Koulibaly on harp and Ramatou on vocals. This is the style of tracks like ''Ol'Georgie Buck'', which started out as a straight blues was transformed into the funkiest wassoulou [...]

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