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martedì 12 maggio 2020

Farewell Tony ! (1940-2020)


Il drammatico susseguirsi degli eventi tragici degli ultimi mesi non ha di certo trovato eccezione in ambito musicale allorché il bollettino di chi ci stà lasciando (covid o meno), si stà facendo giorno dopo giorno sempre più pesante. Oltretutto trattasi in buona parte di artisti la cui rilevanza va ben oltre il genere di apparteneza musicale ai quali solitamente vengono associati: Little Richard, McCoy Turner, Lee Konitz, Bill Withers, John Prine, Hal Willner, Florian Schneider, Genesis P-Orridge, Andrew Weatherall... solo per citarne alcuni.

Non si salva nemmeno l'amata Africa, e a poco più di un mese dalla scomparsa del grande Manu Dibango (il 24 Marzo scorso) ci troviamo a piangere un altro vecchio leone come Tony Allen, mancato il 30 Aprile scorso a Parigi all'età di 79 anni per cause che, almeno per il momento, neanche il suo manager Eric Trosset ha saputo indicare con precisione, pur non mancando di dedicare al batterista nigeriano commoventi parole di commiato: “Addio Tony! I tuoi occhi hanno visto ciò che la maggior parte di noi non poteva vedere. Sei la persona più cool della terra! E come dicevi sempre ‘Non c’è fine'”.



Nato a Lagos il 12 Agosto del 1940, Tony Oladipo Allen comincia ad apprendere la tecnica della batteria da autodidatta ascoltando le registrazioni della Blue Note e in particolare dei suoi idoli Art Blakey e Max Roach. Dopo gli esordi sulla scena Highlife con i Koola Lobitos, la sua via africana al jazz, al rhythm’n’blues, al soul e al funky è già fatta. Per tre lustri sarà a fianco di Fela Kuti come batterista e direttore della sua incendiaria orchestra (Africa 70) . Con il suo drumming pirotecnico e poliritmico e la messa a punto di una innovativa formula ritmica, Allen contribuisce in maniera determinante a definire uno dei generi che più hanno lasciato il segno nella musica africana moderna: l'afrobeat. Non fosse che per questo si meriterebbe un posto importante nel proscenio della musica contemporanea di matrice multietnica e non solo.




Ai fasti seventies della fornace afrobeat felakutiana, Allen risponde in proprio realizzando un pugno di dischi di grande spessore (Jealousy (1975) / Progress (1977) / No Accomodation For Lagos (1979) / No Discrimination (1979)) alcuni dei quali coprodotti dallo stesso Fela Kuti con Africa 70. Sono lavori importanti non solo come tappe della carriera del batterista, ma anche rispetto alla totale adesione del musicista al tracciato artistico e politico del suo mentore.

Segnato dal selvaggio assalto dei militari alla Kalakuta Republic di Fela (raid che costa tra l'altro la vita all’ anziana madre) e alla rottura del sodalizio artistico con lo stesso, al principio degli anni Ottanta Allen decide di trasferirsi in Europa (Londra e Parigi) per tentare una carriera personale. A dire il vero senza grande successo, malgrado la buona accoglienza ricevuta nella seconda metà del decennio da album come NEPA (1984) e Afrobeat Express (1989), o collaborazioni con musicisti come Roy Ayers, Ray Lema (per l'album Médicine, '86) e Manu Dibango.




Digerita la lezione degli anni Ottanta le idee più aperte e danzabili della nuova elettronica internazionale viaggiano spedite verso l'ombelico del ritmo e Tony Allen non perde l’occasione per rimettersi in gioco nel contesto della nuova ''club culture'' senza però perdere il filo e l'essenza della musica tradizionale africana. Ne è buon esempio l'album Black Voices (Comet, 1999) dove l'afrobeat ritorna come in una specie di trasfigurazione onirica mescolato a suggestioni che ci rimandano agli anni a cavallo tra Sessanta e Settanta, tra rock, soul, funk e un pizzico di quell'Africa astratta e futurista delle proiezioni più visionarie del Miles Davis elettrico. Echi di un passato nel quale Allen ha fatto la sua parte e che rimurgina incontrando il presente: bassi profondi, ritmi ipnotici e spazi sonori rarefatti che portano dritto dritto nei club più sofisticati, dove l'afrobeat, debitamente manipolato e campionato è tornato a più riprese d'attualità.




Dagli Allenko Brotherhood Ensemble a Damon Albarn (da sempre suo fan e che coinvolgerà il batterista nigeriano in diversi progetti come The Good, The Bad & The Queen, Rocket Juice and the Moon o Africa Express) passando per Jimi Tenor (Inspiration Information, OTO Live Series), Jeff Mills (il recente Tomorrow Comes The Harvest) o per i ''nostri'' Nu Guinea (The Tony Allen Experiments) ..., Tony ha sempre lasciato che intorno alla sua batteria nascessero interi collettivi: ''Non voglio che la mia musica sia ancorata ad ambienti specifici, ecco perchè mi sono evoluto da questo punto di vista. Mi ci sono voluti diversi anni per realizzare quanto sia importante per me cercare di coinvolgere i giovani e la gente. Mi piace suonare per loro e vedere che loro amano la mia musica, che in questo caso diventa un veicolo di unione, qualcosa che in qualche modo ci rende tutti uguali''.




Anche l'autobiografia scritta nel 2013 con Michael E. Veal (Tony Allen: Master Drummer of Afrobeat) e un disco dell’anno successiovo (Film of Life) ci dicono di un musicista con lo sguardo proiettato al futuro, oltre a uno smisurato amore per il jazz che trova conferma in due lavori del 2017 come ''A Tribute To Art Blakey And The Jazz Messengers'' e ''The Source'', quest’ultimo sintesi del suo viaggio musicale e spirituale intrapreso attraverso Africa, America e Europa, ma anche nel recentissimo ''Rejoice'' (World Circuit, 2020) risultato dell' attesa collaborazione con un'altra leggenda africana, il trombettista e icona del movimento anti-apartheid Hugh Masekela; un progetto afrojazz che li coinvolgesse era stato pianificato adirittura negli anni Settanta, ma sempre rimandato fino a quando, nel 2010, aprofittando della pausa londinese dei rispettivi tour, i due artisti sono finalmente riusciti ad incrociare i loro strumenti in una sessione tenutasi nei Livingston Studios di Londra. Da allora, però, le registrazioni erano finite  in stand-by e la pubblicazione finale dell’album era stata sempre rimandata  fino a quando con la morte di Masekela, nel 2018, Tony Allen e il produttore Nick Gold, d’accordo con gli eredi dell'artista sudafricano, si sono impegnati a completare le registrazioni con il supporto di altri musicisti tra cui Joe Armon-Jones degli Ezra Collective alle tastiere, Tom Herbert al basso e Steve Williamson al sassofono tenore.




Jazz e Africa. Si chiude il cerchio. In mezzo moltissimo altro, tanto da valergli un posto di tutto rispetto nella storia della musica degli ultimi 50 anni. Esagerazione? Non per Brian Eno che di Tony Allen ebbe a dire senza esitazione: “Semplicemente il più grande batterista mai esistito”.




venerdì 12 febbraio 2010

Antologie 2009-2010: Retro-Africa


''Africa Bogaloo - The Latinitzation of West Africa'' investiga i rapporti sonori tra Africa e America Latina (Cuba in particolare). Non a caso la maggior parte dei suoni latin hanno avuto origine in Africa; tornati nel continente sono stati accolti (impressi su disco o trasmessi via radio) con grande entusiasmo. Qualche esempio: negli anni Cinquanta molte regioni africane furono, ad esempio, letteralmente travolte dal calypso, al punto che tanti artisti vollero cambiare nome per dare un tocco latin alle proprie produzioni; è il caso di Gerald Pine (Sierra Leone) che divenne Geraldo Pino, oppure Jean Serge Essous (Congo Brazzaville) che per un certo periodo si fece chiamare Jerry Lopez. Alcuni artisti componevano in spagnolo, altri inventavano parole che vagamente suonavano spagnole. Il passaggio dal post-colonialismo agli anni Sessanta contribuì al libero transito di musiche che nomi come l'Orchestra Baobab (e il leader Balla Sidibe) seppero tradurre in una efficace mescolanza di locale e latino. Nel loro pezzo ''On Verra Ca'' (presente nella compilation, nel video sotto viene invece proposto un altro brano dell'Orchestra)c'è già tutto lo stile Mbalx (molto influenzato dal latin groove) che Youssou N'Dour in seguito porterà in classifica. Altre bad senegalesi seguiranno quel filo sonoro: su tutte l'Orchestre N'Guewel di cui è presente una splendida versione di Mi Guajiro, grande classico cubano. Per non parlare di Baba Sosseh che modellò il suo stile di cantante salsa sul suo eroe domenicano Johnny Pacheco... Track list qui


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Occhio alla collana Soundway (un gioiello dietro l'altro in catalogo), materiali splendidi compilati dallo stesso boss dell’etichetta Miles Cleret che ha viaggiato molte volta in Africa (e in America Latina) per regalarci delle autentiche, incredibili tracce originali di quel tempo: oscure A-side, B-side e resti di album rarissimi. Ecco le ultime chicche per quanto riguarda il continente africano:











''Ghana Special'' è una delle ultime raccolte di musica africana perfette per chi non è alla ricerca di suoni completamente alieni. Il materiale di questa compilation è infatti familiare anche per chi è troppo abituato alla musica occidentale, trattandosi soprattutto di reinterpretazioni in chiave afro di funk, jazz e psych rock. Due cd di ipnotici brani di afro-pop, ricchi di squillanti assoli di sax, linee di basso elastiche e groovy, chitarrone alla Santana, tastiere, congas deliranti e botta e risposta vocali. Se volete saperne di più vi consiglio di visitare il magnifico blog di T.P. Africa.



L'ottima Strut, dopo le ''esplorazioni'' in Nigeria ed Etiopia apre una serie articolata su tre tomi indaga ora le sonorità sudafricane più popolari tra Sessanta e Settanta. In particolare questo primo volume, ''Next Stop….Soweto Vol.1: Underground Township Jive 1969-1976'' punta il dito sul township jive (o mbaganga), compilando soprattutto 45 giri fuori catalogo in un mix contagioso di chitarre, fiati, doo-wop africanizzato e tanto, tanto ritmo. Entrando qui si possono trovare ulteriori informazioni, consulatre la track list, ascoltare i materiale e, volendo, anche scaricare qualche brano.



 


Con il suo arsenale di musicisti virtuosi, Fela Kuti creò qualcosa di completamente unico che lui stesso definì Afrobeat music, frutto del miscuglio geniale di tendenze culturali diverse, come la psichedelia americana, il jazz, il funky, il movimento delle Pantere Nere e la musica africana tradizionale. Ha venduto milioni di dischi in tutta l'Africa e ha contribuito in modo decisivo alla lotta per l'emancipazione culturale del continente. La sua repubblica autoproclamata di Kalakuta era un simbolo di libertà in un paese violentato dal regime militare. Kuti era uno dei bersagli principali della dittatura: non si contano le volte in cui fu picchiato, arrestato e imprigionato. Attraverso la musica ottenne redenzione e potere. Questo album antologico, anche se limitato, con le sue tredici canzoni divise in due cd, rende omaggio a un artista eccezzionale, che canta e suona come se la sua vita dipendesse da questo.





Ancora Fela in ''Black' Man's Cry: The Inspiration Of Fela Kuti'': cover e brani ispirati dal padrino dell'afro-beat approvate dalla famiglia dello stesso Fela. Un antologia che mette in fila tracce rare o addirittura inedite composte da musicisti nigeriani, ghanesi e colombiani. Meravigliosa la copertina. Track list e informazioni qui

mercoledì 1 aprile 2009

I figli di Fela

Correva l’anno 1977. La Repubblica di Kalakuta fondata da Fela Anikulapo Kuti (vedi il post a lui dedicato in questo blog) venne presa d’assalto da mille soldati mandati a Lagos dal regime nigeriano per soffocare (a cominciare dall'uccisione della vecchia madre) la voce contestataria di un musicista tra i più liberi e rispettati che l’Africa abbia mai avuto. Per il fondatore dell’Afrobeat, genere musicale a cavallo tra jazz, soul, funky e musica tradizionale yoruba (l’etnia maggioritaria della Nigeria), l’aggressione della giunta militare segnò il suo passaggio allo status di eroe nazionale.


“L’Afrobeat è l’unico strumento di contestazione rimasto a disposizione del popolo per denunciare i nostri governanti. E il popolo nigeriano è al nostro fianco” (Femi Kui)

Il 2 agosto del 1997, l'indomabile guerriero depose infine l'ascia di guerra. Là dove non era riuscito l'esercito nigeriano - che a lungo perseguitò la sua irriducibile dissidenza politica - riuscì il virus dell' Aids. Da allora, il mercato discografico è stato letteralmente invaso da un mare magnum di ristampe che hanno riportato alla luce il suo sterminato catalogo e tutto il funk nigeriano degli anni Settanta. La su figura, del resto, non smette di essere al centro di alcuni importanti eventi culturali: installazioni di arte contemporanea, film, seminari e concerti per celebrarne la musica e lo spirito. Ma l'eredità (artistica e morale) vera e propria hanno finito per contendersela due dei suoi tanti figli: Femi Kuti e Seun Kuti.

Femi


Seun



Femi Kuti

Femi Kuti (quarantasette anni, il maggiore dei due) è attivo musicalmnte dal 1986, quando suonava con la band dei Positive Force ed è autore di una formula che, seppur più attenta alla forma canzone, è molto fedele al sound del Presidente Nero (come veniva spesso chiamato il padre Fela). Tre album per la Barclay/Universal (senza prendere in considerazione ''Day By Day'' di cui ci occupiamo più nello specifico in questo post) l'anno consacrato come musicista talentuoso, capace di ritagliarsi uno spazio autonomo e autorevole a dispetto di molti problemi incontrati durante il suo cammino. Sempre nel solco paterno dell'afrobeat, ma attraverso una travagliata esperienza artistica e personale, Femi sembra aver finalmente trovato il suo equilibrio.


Ad aiutarlo ''Africa Shrine'' un live set del 2004 (, che non è un concerto qualsiasi, ma è anche la rinascita di un luogo, lo Shrine, storico club di Lagos in cui il padre Fela faceva convivere musica, spiritualità yoruba e panafricanismo in un unico flusso mistico)...





...e questo splendido nuovissimo “Day by Day” uscito a sette anni di distanza dal precedente “Fight to Win” e a quattro dalla pubblicazione, appunto, del live “Africa Shrine”. Femi si è dovuto impegnare parecchio per portare lo spettacolo di Shrine in giro per il mondo e non è riuscito a trovare la concentrazione necessaria per entrare in studio, a Parigi, fino all’estate del 2007, periodo che comunque Femi ha sfruttato al meglio dedicandolo ad approfondire la sua preparazione musicale (in particolare lo studio di piano e sax) e ai suoi (ben) sette figli.


Così, quando tutti lo davano per finito, schiacciato dal peso dei suoi demoni, perseguitato dalle nuove milizie del presidente Obasanjo e sorpassato in curva dal fratellino Seun ecco l'unica risposta buona, il colpo di coda di un artista fragile ma ispirato. Nell'album appare evidente come la lunga sosta abbia profondamente ispirato Femi che grazie alla musica riesce a trasmettere un entusiasmo contagioso. La sua perizia tecnica ha raggiunto quì livelli di eccellenza, finendo per allargare lo spettro sonoro in luoghi sempre più jazzy, con venature reggae e soul, ma pur sempre abbastanza fedele all'afrobeat paterno.

''Day by Day'' è la conferma del prodigioso talento artistico di Femi Kuti e bastano le prime note dell'iniziale ''Oyombo'' per capire l'aria che tira nel disco, la vitalità e la freschezza di questi splendidi brani. Tra tutti voglio citarne almeno uno, Better Ask Yourself, solo pechè è il pezzo più jazz che Femi abbia mai registrato e perchè rappresenta uno dei picchi emotivi del disco, un commovente grido di dolore anti-coloniale.

“Dovresti chiedere a te stesso perché nel continente più ricco di materie prime vive la maggioranza della gente più povera del mondo.
Dovresti chiedere a te stesso perché tutti sono interessati alle risorse dell’Africa.
Dovresti chiedere a te stesso quanti anni ancora sei disposto ad aspettare prima che un salvatore venga a salvarci.
Dovresti chiedere a te stesso perché mentre aspetti l'arrivo del salvatore le altre nazioni diventano sempre più ricche.
Dovresti chiedere a te stesso perché noi possediamo il petrolio ma questo non ci porta alcun beneficio.
Dovresti chiedere a te stesso perché aspettiamo un salvatore invece di fare qualcosa per rendere le nostre vite migliori.
Dovresti chiedere a te stesso perché ci raccontano solo cose negative riguardo ai nostri antenati.
Dovresti chiedere a te stesso se non sia meglio che i Cristiani e i Mussulmani vadano via dall’Africa.”
(You better ask yourself)


''Ci sentiamo, ci incrociamo, nulla di più. Purtroppo, la nostra relazione è stata condizionata dal suo entourrage. Dopo la morte di mio padre, persone che gravitavano attorno agli Egypt 80 (il gruppo di Fela Kuti, ndr) mi hanno letteralmente messo al bando. Sono nato a Londra e mia madre è bianca, dicevano che non ero un vero yoruba. Hanno quindi scelto Seun, che all’epoca aveva appena 16 anni e quindi facilmente condizionabile. Si è tenuto gli Egypt 80, mentre io sono diventato proprietario dello Shrine. Oggi siamo riconciliati, ma ognuno va avanti per la sua strada.'' Femi parla di Sean

Seun Kuti


Seun Kuti

L'eredità di Fela si diceva prima. Secondo molti è Seun (26 anni), il fratello minore di Femi, il nuovo messia dell'afrobeat. Al seguito del padre fin dall’età di nove anni, quando apriva i concerti in tournée, alla morte di Fela nel 1997 Seun, appena quindicenne, fu pronto ad assumere la leadership del suo leggendario ensemble, gli Egypt ’80, (un tempo di chiamava Africa '70), autentica ''macchina da guerra musicale'' che assembla ottoni, tastiere, percussioni, chitarra e voci per dare vita a un suono ipnotico, potente e ritmato, big-band le cui sessioni duravano talvolta intere nottate. Cantante e sassofonista carismatico, Seun raccoglie l’eredità musicale del padre e ne aggiorna il messaggio politico: "…voglio fare l’afrobeat per la mia generazione: invece che ‘alzati e cobatti’ il messaggio deve diventare ‘alzati e pensa’". Chi ha avuto la possibilità di assistere ai suoi live, giura che il ragazzo, oltre che la band, conserva intatta la potenza espressiva e il magnetimo del padre: maestoso e tormentato allo stesso tempo, quando è sulla scena si contorce in tutti i sensi, facendo impazzire la folla con il suo trascinante modo di cantare, ma arrivando alle coscenze attraverso le sue parole.

 
Il suo primo disco si intitola ''Many Things'' ed è uscito non più di un anno fa, prodotto dall'indipendente Tòt Ou Tard. Le sette canzoni che compongono l'album parlano di corruzione, brutalità del potere, educazione alla salute, bellezza africana... E poi c'è la musica, fatta di polifonie sincopate, bassi vertiginosi, ipnosi ritmiche che (grazie anche all'apporto di quella macchina perfetta che sono gli Egypt 80 guidati magistralmente dal settantenne mai pago Lekan Animasahun - detto Baba Ani -) trasporatano e coinvolgono l'ascoltatore.


''Tutti i generi musicali, prima o poi, hanno preso dall'afrobeat; e tutti i generi prima o poi passano di qui. Suono l'afrobeat per continuare a diffondere il messaggio di mio padre e per continuare la sua lotta: finchè è vissuto, è stato parte di un movimento internazionale di liberazione e ha rappresentato un fattore importante di avanguardia nella lotta per l'ugualianza di tutta l'umanità''. (Seun Kuti)



giovedì 11 dicembre 2008

Retro-Africa: African music 1950-1980 (Nigeria 2: Fela Kuti)




La musica è un'arma, recita uno dei titoli più noti di Fela Anikulapo Kuti, uno dei più grandi nomi della musica contemporanea africana, morto a 58 anni il due agosto del 1997. Una secca constatazione, a partire dalla quale il cantante, trombettista, sassofonista (soprattutto), tastierista, compositore e bandleader nigeriano ha rotto con una tradizione molto diffusa e antica in Africa di sudditanza, complicità, quieto vivere della musica nei confronti del potere, e l'ha chiamata a un'assunzione di responsabilità, a uscire dall'ambiguità e a schierarsi. Personaggio controverso e anche discutibile, ma, al di là di alcune apparenze, tutt'altro che folcloristico, col suo esempio di artista autenticamente popolare capace di esporsi e pagare di persona, Fela Kuti resterà come figura emblematica di un'Africa in cui hanno cominciato a farsi sentire e a organizzarsi in forma moderna una "opinione pubblica" e domande di democrazia e di riscatto. Ma per l'intelligenza artistica con cui ha impugnato la propria arma (puntandola contro bersagli che purtroppo le vicende del suo paese non sono state avare nell'offrirgli: neocolonialismo delle multinazionali, violenza delle dittature militari, corruzione degli uomini al potere), Fela Kuti resterà certamente anche, con un posto di tutto rispetto, nella storia della musica non solo africana. Dopo gli esordi sulla scena Highlife degli anni Cinquanta, nei Sessanta Kuti ideò un'originale formula musicale, chiamata Afrobeat, che teneva conto del jazz, del soul, del funky, adottato attraverso la mediazione della musica del cantante della Sierra Leone Geraldo Pino, e del free jazz, apprezzato durante un soggiorno negli Stati Uniti alla fine del decennio (quella di Fela Kuti è probabilmente la musica africana più in sintonia con lo spirito del free jazz afroamericano). Stilisticamente messo a punto con il determinante contributo del batterista Tony Allen, e praticato utilizzando larghe formazioni orchestrali forte di nutrite sezioni di fiati, inconfondibile nei suoi lunghissimi, epici brani di impianto reiterativo, tirati su ritmi incalzanti e ipnotici, combinando riff insistenti e lunghi assoli, l'afrobeat di Fela è un classico inscindibile dal suo creatore: ha fatto epoca e si riassume tutto nella sua sterminata produzione discografica.


Dopo la morte di Fela Kuti, l'immenso repertorio del musicista nigeriano, che era già una preda appetitosa, farà ancora più gola. Troppo spesso (e questo succedeva anche quando era in vita) non è stata chiesta nemmeno l'autorizzazione per ristampare i suoi album. Regolari licenze sono state lasciate, per fare alcuni esempi, solo alla Universal, alla Celluloid, all' inglese Stern's a alla giapponese Victor, ma i soldi che alla fine arrivano alla base sono sempre poca cosa rispetto a quello che intascano i pirati e discografici-squali. Per non parlare di etichette fantasma come la Terrascape, che ha ripubblicato abusivamente molti dischi di Fela. Tanto, chiunque andasse all'indirizzo di New York indicato sul retro copertina, non troverebbe nessuno. O come la Demon, che ha stampato un fantomatico "Buy America", disco mai inciso da Fela. Insomma c'è chi si è arricchito con questa musica, mentre i musicisti che l'hanno suonata, a Lagos, non avevano neanche i soldi per riparare gli strumenti. Nella giungla di ristampe dei dischi di Fela Kuti i capolavori comunque non mancano. Uno dei miei preferiti è "The '69 Los Angeles Sessions", (pubblicato per la prima volta dalla Stern's nel 1994) che accende una luce sul periodo più oscuro, sul giovane Fela, sbarcato burrascosamente sulla costa ovest degli States alla guida dei Koola Lobitos, successivamente ribattezzati Nigeria '70. Fela approfondisce da una parte la sua conoscenza di Malcolm X, Eldridge Cleaver e altri pensatori neri, dall'altra prende dimestichezza con idee che poi avrebbe sviluppato sulla lunga durata. L'estremismo di questo disco sta proprio nell'inedito formato di un Fela che non si prende intere mezz'ore per articolare un brano, ma attacca e si ritira nell'arco di due, tre minuti. L'afrobeat così ultracompresso ha dentro un urgenza soul-funky, qualche riflesso psichedelico, i fiati che fanno girare la testa.





Discografia consigliata

Molti degli storici e introvabile dischi di Fela Kuti, a partire dal 2000 sono stati ristampati dalla Universal nel formato "due dischi in uno" della collana "Fela Originals". Un'operazione che ha permesso ai tanti curiosi dell'afrobeat di (ri)scoprire un catalogo prezioso, in alcuni casi pubblicato in passato solo in vinile per il mercato africano. Quella che segue è una piccola dicografia consigliata. Tra parentesi è indicata la data di pubblicazione originale. L'unico disco della lista a non far parte della collana succitata è il live con Ginger Baker del 1971, di cui è però "facile" reperire in commercio l'edizione edita dalla Celluloid nel 1985. Altrimenti, come sempre, vi resta la rete. Se volete "assaggiare" la musica di Fela entrate qui

- Koola Lobitos 64-68 (prev. unr.) / The '69 L.A. Sessions (1994)
- Shakara (1972) / Fela's London Scene (1970)
- Live with Ginger Baker (1971)
- Open & Close (1971) / Afrodisiac (1973)
- Confusion (1975) / Gentleman (1973)
- Expensive Shit (1975) / He Miss Road (1974)
- Up Side Down (1976) / Music of many colours with Roy Ayers (1986)
- Opposite People (1977) / Sorrow, Tears and Blood (1977)
- Shuffering and Shmiling (1977) / No Agreement with Lester Bowie (1977)
- Zombie (1977)