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sabato 20 marzo 2010

Alex & Gustavo


ALEX CHILTON
 

I più attenti lo sapranno già, Alex Chilton ci ha lasciati. La ''grande stella'' si è spenta a New Orleans qualche giorno fa, e un pronto ricovero in ospedale dopo il malore non è valso a salvargli la vita: stroncato da un infarto proprio a pochi giorni dalla partecipazione dei suoi riformati Big Star al festival South By Southwest di Austin. Aveva 59 anni. Supefluo dire quanto la lunghissima carriera dell'artista di Memphis sia stata influente nel mondo della musica. Esordì giovanissimo con i Box Top, formazione di blue eyed soul diventata celebre grazie a hit come ''The letter'' (che nel 1967 arrivò in vetta alle classifiche americane), ''Neon Rainbow'' e ''Cry Like a Baby''.


La piena maturità artistica la raggiunse però con i Big Star, incidendo per la Ardent, etichetta distribuita dalla Stax. I Big Star furono un gruppo di culto, purtroppo poco fortunato dal punto di vista commerciale: il loro stile fondeva l'elettricità power pop con melodie alla Beatles e Beach Boys e i primi tre dischi del gruppo (#1 Record, Radio City e Third/Sister Lovers), pubblicati tra il 1972 e il 1978, sono come tutti sanno, album capitali. Tre capolavori assoluti che hanno fornito materiale musicale a generazioni di musicisti rock che li hanno seguiti: power-pop e indie-rock, per certi versi, sono concetti che nascono con i Big Star. Gli stessi R.E.M. o i Replacements (che, guarda un po' intitolarono un loro brano proprio "Alex Chilton"), ad esempio, hanno sempre considerato Chilton come il loro padre putativo. Ciò di cui invece ci si ricorda troppo poco (ed è proprio questo l'aspetto che mi piacerebbe parzialmente affrontare nelle prossime righe di questo post), è la figura di Chilton come produttore/musicista, affiancando i grandissimi Cramps (curò in studio l'incredibile ''Songs The Lord Taugh Us'', 1980) e Tav Falco, altro perdente del rock'n'roll, marginale e radicalissimo.


TAV FALCO


Ha dichiarato Tav Falco (che in realtà si chiama Gustav Miller e che l'anagrafe afferma essere di origini sicule) a un giornalista iglese che lo intervistava ''E' stato Alex a farmi capire quale è l'anello mancante nella catena che unisce il blues alla musica contemporanea. Prima, non avevo mai preso in considerazione l'idea di suonare il rock'n'roll. Ero un bluesman, più o meno''. Nell'evoluzione del buon Gustavo dal rozzo blues delle sue prime esibizioni in pubblico alla (più) raffinata ''american music'' di ''Sugar Ditch Revisited'' e di ''The World We Knew'', passando attraverso il rockabilly di ''Behind The Magnolia Curtain'', la figura di Chilton ha certo esercitato un'influenza determinante. Chilton ha suonato la chitarra in molte delle produzioni filmate Tav Falco e ha contribuito alla loro realizzazione in tale misura da poter quasi esserne considerato co-titolare. Il primo incontro fra il leggendario interprete di ''The Letter'' e di tante altre canzoni indimenticabili e Tav Falco avvenne nel 1978 in quel di Memphis (poteva accadere altrove?), in un locale chiamato Showcase. Lì Tav Falco si esibiva suonando la chitarra elettrica e facendosi accompagnare al contrabbasso dal fratello Ron. Doveva essere, quella sera, in stato di grazia, poichè quell'unico concerto fu sufficente a convincere Chilton a prendere sotto le sue ali quel giovincello di belle speranze, originario dell'Arkansas e appassionato di ''roots music'' a tal punto da abbandonare le terre natie per trasferirsi nella città dei Sun Studios. Nel primo vinile targato Tav Falco & The Panther Blues, ad ogni modo, Alex Chilton non ha messo le mani. Trattasi di un Ep autoprodotto ''She's The One To Blame'', pubblicato nel 1980 e ormai introvabile, sembra. Sono i primi passi che muovono i Panther Burns. Sul finire dell'81 viene messo in circolazione l'album d'esordio per Falco e compagni (nell'occasione: il nostro caro Alex Chilton, Jim Duckworth, Ron Miller e Tate County) e la stampa specializzata lo appaude fino a spellarsi le mani.


Riascoltato oggi, ''Behind The Magnolia Curtain'' (bella la copertina vecchio stile, con il viso malavitoso di Miller che ricorda molto quello del gitano del rock, Willy Deville, di cui abbiamo già parlato in questo blog), non vale forse quelle lodi sperticate allora, ma a modo suo è un disco importante, perchè sposta l'interesse sulla vecchia scena di Memphis, pigliandosi la briga di riscoprire e rimasticare la musica americana da cui tutto è iniziato; e in quegli anni, non era certo cosa da poco, visto che non c'era nessun' altro a farlo a parte lui e i Cramps, i veri capostipiti del psychobilly. E infatti i suoni del disco sono ispidi, cavernosi, tirati, blueseggianti, ma pure dark (anche se non centrano i Bauhaus). ''Behind The Magnolia Curtain'' esce negli Stati Uniti per la minuscola Frenzi e soffre di problematica distribuzione. Migliore fortuna incontra in Europa, dove è la britannica Rough Trade a stamparlo. Tav Falco, in ogni modo, nell'arco di tutta la sua carriera non è mai riuscito ad andare oltre lo status di ''culto'', acclamato soprattutto da quei musicofili per i quali il ''crampsiano'' rockabilly dei Panther Burns è la migliore versione anni Ottanta (irriverente quanto basta) dell'immortale sound delle origini, del primo Presley, di Roy Orbison e del blus, ma ignorato da tutti gli altri. Quella filosofia di suono, insomma, che successivamente verrà ripresa da John Spencer Blues Explosion, o dal giro della In The Red, solo per fare qualche esempio. Nel 1982 viene pubblicato dalla Animal Records di Chris Stein ''Blow Your Top'' un Ep contenente quattro canzoni. Il suono (complice anche una migliore produzione, si è fatto più pulito, più ''rotondo'', più classicamente anni Cinquanta, insomma e meno voodabilly (o psychobilly), con i Panthern Burns (manca stavolta Chilton) che sono diventati macchina oliatissima. Ma dopo ''Blow Your Tops'' saranno tempi duri per i nostri.


La Animal è costretta a chiudere i battenti e Tav Falco e compagni restano senza contratto per tre anni, nel corso dei quali uscirà solamente, contribuendo non poco alla loro leggenda, una cassetta registrata dal vivo. Nel 1985 la parigina New Rose, etichetta benemerita alla cui corte soggiorneranno alcuni dei migliori rocker del pianeta, dà ai Panthern Burns la possibilità di tornare su vinile e il ritorno è davvero buono: ''Sugar Ditch Revisited'', un ep nel quale al rockabilly iniziale si mischiano quegli aromi blues e r&b che Tav Falco non poteva davvero, con i suoi precedenti, aver dimenticato (roba da far resuscitare la buonanima di Belushi). Fa ancora meglio il successivo ''The World We Know'', lavoro dove salta all'orecchio la straordinaria maturazione dell'artista, raffinato e rude allo stesso tempo. Ne viene fuori un piccolo capolavoro di ''american music'', cioè di quella musica in cui le mille tradizioni popolari statunitensi, quella nera e quella anglo-sassone, quella chicana e quella degli emigrati dall'Europa orientale e mediorientale, si fondono armoniosamente in un gustosissimo insieme. Con l'attivissima collaborazione di Alex Chilton, che ha prodotto il tutto e suona in dieci dei dodici brani brani, Tav Falco dà vita a una serie di interpretazioni memorabili: crooner alla Sinatra nella title-track, redivivo Elvis nella bellissima ''Mona Lisa'', novello Bo Didley nella trascinnte ''Do The Robot'' e si potrebbe continuare citando tutte le altre canzoni, a partire dal tango di ''Drop Your mask'' e dal blues rurale di ''Big Road Blues''.


Vale la pena sottolineare una volta di più quanto sia triste che un artista genuinamente americano come lui non abbia trovato negli Stati Uniti una casa discografica disposta a pubblicare il suo materiale. Pur possedendo solo i primi tre lavori del signor Gustavo, so che altri dischi "propedeutici" si sono succeduti nel tempo, e che Tav Falco, tra America ed Europa, ha cercato con ogni mezzo di diffondere il verbo a modo suo, senza un solo briciolo di commiserazione nostalgica. Ma se il romanzo del rock è fatto, più che dai grandi nomi, da tanti piccoli miti, almeno un capitoletto l'Uomo Pantera e l'amico Alex Chilton (possa la sua grande stella brillare in eterno lassù), se lo sono di sicuro meritati.


venerdì 12 marzo 2010

Note dal sottosuolo: Wolfking Of L.A.



JOHN PHILLIPS
''Wolfking Of L.A.'' (Dunhill, 1970)


Durante la metà degli anni Sessanta John Phillips con i suoi Mamas And Papas (sì, proprio quelli di ''California Dreamin'''!) era stato il re del più solare pop californiano, riscuotendo un successo davvero notevole. Fu dunque una sorpresa per il pubblico e per la critica vedere John Phillips alle prese con il cantautorato folk rock dalle tinte ''scure'' (ma non troppo) che caratterizza il suo esordio come solista. Uscito nel 1970 e registrato durante l'estate del 1969, quando l'assassinio di Sharon Tate (sua amica personale) segnava la fine dei sogni di Peace & Love di Monterey, ''The Wolfking Of .A.'' è un album che è stato del tutto ignorato dal pubblico all'epoca della sua uscita, ma che è successivamente entrato nel limbo dei dischi di culto per via della sua bellezza triste e per quell'odore di sconfitta che vi aleggia. Un album straordinario, fatto di canzoni dolci e malinconiche che già per la sola Malibu People meriterebbe di essere scoperto/riscoperto. Chi come il sottoscritto possiede una vecchia edizione del disco (uscito originariamente su Dunhill), può aprofittare del dowload proposto per assicurarsi quella più recente della Varese Sarabande (del 2006); ok non è il cd originale o il vinile, però in questo caso la scaletta base viene rimpolpata di ben otto brani, tutti splendidi. Se non è isola deserta, poco ci manca. Provare per credere.

sabato 27 febbraio 2010

Un salto nel sixties garage # 7: The Standells







Gli Standells iniziano soprattutto come cover band e, come nel caso dei Chocolate Watchband, sono una creatura del geniale produttore Ed Cobb. Alcuni dei loro dischi sono considerati dei veri classici del genere. Formati a Los Angeles nel 1961 da Larry Tamblyn (tastiere e violino) e dall'italiano Tony Valentino (chitarra), e in seguito convertitisi al sound dei Rolling Stones, furono i proto-punk per eccellenza, anni prima che fosse di moda fare i teppisti sporchi e selvaggi. Per qualche anno si limitarono a pubblicare 45 giri di serie B e a comparire in film e trasmissioni televisive, poi arrivò ''Dirty Water'', il brano più provocante dell'estate del 1966 da cui prese il nome il loro disco forse più celebre e indovinato (con un repertorio infallibile che comprende anche ''19th Nervous Breakdown'' e ''Hey Joe'') assieme al successivo ''Why Pick On Me'' dello stesso anno. Rozzi e duri sono la punk band più amata del periodo.
 

Un salto nel sixties garage # 6: The Kingsmen




Sono del Northwest (Portland, Oregon, per la precisione) e sono considerati tra i precursori del garage sound. Nati infatti nel 1957, hanno suonato nelle balere e nei bar per circa otto anni, fino a quando non hanno inciso la mitica ''Louie Louie'', il classico immortale che ha loro permesso di raggiungere la notorietà mondiale e di creare anche le basi di uno stile. ''Louie Louie'' è il chiaro esempio di un tipico brano che ha definito un epoca (ad oggi esistono 1200 cover ufficiali della canzone). La carriera dei Kingsmen è tuttavia ricollegabile quasi solo a questo brano e non hanno poi saputo ripetersi sul medesimo standard. In seguito Don Gallucci ha fondato Don and the Goodtimes.

venerdì 26 febbraio 2010

Un salto nel sixties garage # 5: Count Five




Altra band di San José, molto mitizzata, soprattutto per l'anthem (top 10 in Usa) ''Psychotic Reaction'', ma nonostante il successo del singolo rinunciano ad esibirsi in pubblico per continuare i propri studi, caso abbastanza unico nella storia del rock. Il loro album ''Psychotic Reaction'' (1966) rimane uno dei grandi classici del suono garage, con la sua miscela di blues, british beat e chitarre distorte tipiche del suono californiano di quel periodo.


Un salto nel sixties garage # 4: Chocolate Watch Band



Download Part One & Two


Questi grandi del garage sound, riscoperti con gli inizi degli anni ottanta, mitizzati fino all'inverosimile nella decade precedente, sono, assieme a Seeds, Standells e pochi altri, tra le punte di diamante dell'acid punk. Hanno rifatto Stones e Kinks con una propria visualità, introducendo brani mistici in un ambito garage-punk. Per questo rimangononuno dei capisaldi del suono targato sessanta. Originari di San José devono gran parte della loro notorietà anche al produttore Ed Cobb, ed a un paio di canzoni che sono ormai dei classici: ''Let's Talk About Girls'' e '' Ain't No Miracle Worker'' .


Un salto nel sixties garage # 3: The Shadows Of Knight


 

 

Download

Al contrario dei Sonics questi ragazzi di Chicago hanno avuto, nell'arco della loro effimera carriera musicale, abbastanza fama e vari riconoscimenti, ma la loro esistenza è stata comunque molto molto breve. Jim Sohns e la sua band nascono con il blues nelle vene (non a caso sono di Chicago...) e l'ascolto di ''Gloria'' dei Them è il classico colpo di fulmine (e infatti puntualmente arriva una grande versione del pezzo che darà anche il titolo a uno dei loro lavori). Siamo nel 1966. Gli Shadow Of Knight rifanno garage blues rinnovandone feeling ed inventiva e arrivando, nel giro di un anno, a incidere due splendidi dischi: il citato ''Gloria'' e ''Back Door Man''. La loro breve storia termina, in pratica, l'anno seguente con la chiusura della mitica Dunwich Records.



Un salto nel sixties garage # 2: The Sonics



Il revival degli anni ottanta con il ritorno del garage sound (Cramps, Fuzztones, Chesterfield Kings ... ) e, più di recente, i blog specializzati in questo tipo di musica, hanno permesso la riscoperta di molte band degli anni sessanta, passate quasi completamente nel dimenticatoio, non solo nella decade seguente, ma anche durante il loro periodo di esistenza. I rivalutati Sonics sono uno degli esempi lampanti: oggi sono considerati un gruppo fondamentale di quegli anni, per merito anche di un pugno di notevoli canzoni come ''Psycho'', ''Strychnine'' ecc. ''Selvaggi'' e ''violenti'', grazie anche alla vena del loro leader Roslie, questi ragazzi del North-west hanno inciso un paio di dischi fondamentali, di cui il primo album ''Here are the Sonics'' rimane il più fulgido esempio di puro garage-punk.


Un salto nel sixties garage # 1: The Seeds






The Seeds (1966) & A Web Of Sound (1966) unico download


Iniziamo dalla fomazione originale : Sky Saxon - voce, basso; Jan Savage - chitarra; Rick Andridge - batteria; Daryl Hooper - organo. La band di Sky Saxon (alias di Richard Marsh) nota al mondo garage per l'anthem ''Pushin Too Hard'' è uno dei gruppi più importanti (se non il più importante) dell'intera scena losangelina dei mid sixties. Richard Marsh (tra l'altro scomparso da poco, il 25 Giugno scorso ad Austin, in Texas) è nativo di Salt Lake City (1937), ma molto givane si sposta a Los Angeles dove, dopo un lungo girovagare attraverso piccole bands riesce finalmente a formare i Seeds. Nell'estate del 1966, dopo qualche singolo, esce la già citata ''Pushin Too Hard'' che diventerà un successo, spalancando ai Seeds la possibilità di incidere il loro primo notevolissimo, omonimo album. Il gruppo è immediatamente popolare, Saxon/Marsh che si diverte talvolta a firmarsi anche Marcus Tybalt è una piccola star. E così verso la fine dello stesso anno esce anche il loro secondo disco: ''A Web Of Sound'' è un'altro notevole album, impreziosito dalla lunga ipnotica suite ''Up In Her Room''. Il suono duro e grintoso di ''Pushin Too Hard'', la bellezza di ''Can't Seem To Make You Mine'', fanno comunque del primo album il classico di sempre. Nel download i due dischi sonno raccolti in un unico zip, a disposizione di chi volesse calari nel magico mondo di questa band straordinaria.

Note dal sottosuolo: le radici di psichedelia e garage


 
La psichedelia o acid rock ha la sua nascita ufficiale verso la metà degli anni sessanta nel quartiere di Haight-Ashbury in quel di San Francisco: nascita ufficiale, in quanto le cronache hanno descritto la musica psichedelica prima nella Bay Area, poi, con qualche anno di ritardo, hanno scoperto la sua esistenza, più o meno avvenuta nello stesso periodo, anche in Texas, a Los Angeles ed a New York. Il termine psichedelia, inteso musicalmente, sta a significare musica creata ad hoc per i ''viaggi'' sotto l'effetto di acidi e droghe varie. Le principali band di Haight-Ashbury (cioè Jefferson Airplane, Greateful Dead, Quicksilver Messenger Service...) avevano creato un suono abbastanza particolare: brani piuttosto lunghi rispotto i canoni dell'epoca, effetti elettronici, uso di musica orientale, indian raga e, molto importante, l'introduzione dell'improvvisazione nella musica rock, alcune volte con risultati dubbi ma, come per esempio nel caso di ''Dark Star'' dei Greatefule Dead o di ''Happy Trails'' dei Quicksilver, anche con invenzioni ed idee che hanno contribuito a rendere adulto il rock tutto e a creare i primi connubi con una free form che è poi sfociata anche nel jazz-rock. La psichedelia si è poi sviluppata a macchia d'olio nel corso della seconda parte dei sessanta, con decine e decine di nuovi gruppi, tanto da creare un genere: non tutta la musica che si riferiva alle droghe però era necessariamente psichedelica, mentre la musica psichedelica stessa non si doveva riferire necessariamente alla droga.
 


La psichedelia traeva le sue radici da alcune forme avventurose di garage punk dei mid sixties, sviluppatesi per lo più nella zona urbana di L.A. e nel Texas, raccolte (alcune di esse) in un album che ha iniziato tutto, cioè il mitico ''Nuggets'', curato da Lanny Kaye: per questo ho deciso di dare il via a una serie di post che vogliono essere un piccolo ripasso della musica garage degli anni Sessanta, con qualche diramazione nell'ambito della già citata psichedelia (o acid rock), prendendo in esame, molto brevemente, alcuni dei gruppi più importanti del settore, segnalando dischi basilari, ed anche, magari, qualche gruppo minore, ma che oggi viene considerato altrettanto importante, grazie alla grande velocità con cui questi materiali (alcuni dei quali prima rarissimi oggetti del desiderio, anche se i vinili continuano ad esserlo) stanno correndo in rete e sono sempre più facilmente a disposizione di chiunque voglia ascoltarli.



Per concludere vi anticipo una piccola lista con alcuni dei gruppi che saranno (o potrebbero) essere oggetto dei prossimi post (un po' per volta...): Blue Magoos, Chocolate Watch Band, Count Five, Electric Prunes, Fire Escape, Haunted, Kingsmen, Litter, Love, Question Mark & The Mysterians, Music Machine, Remains, Rising Storm, Seeds, Shadows Of Knight, Sonics, Standells, Moving Sidewalks, Strawberry Alarm Clock, We The People ... per il garage; 13th Floor Elevators, Big Brother & The Holding Co., Country Joe & The Fish, Greateful Dead, Jefferson Airplane, Kailedoscope, Charlatans, Insect Trust, Mad River, Missing Links (australiani), , Steve Miller Band, Moby Grape ecc.. per la psicheleia e il blues psichedelico.

martedì 9 febbraio 2010

Note dal sottosuolo: Dennis Wilson - ''Pacific Ocean Blues''


Caro Beppe, devo ammettere che il tuo post su Dennis Wilson per La Discarica Emozionale, mi è piaciuto davvero tanto, mi ha perfino commosso, al punto che, con il tuo permesso, lo voglio prendere in prestito pari pari allo scopo di abbellire e impreziosire il mio umile Giardino. Sono sicuro che per te non sarà un problema, visto l'amicizia e la stima reciproca. Per quanto riguarda la musica, ''Pacific Ocean Blue'' è senza dubbio un album da riscoprire. Chi fosse interessato o incuriosito sappia che il disco è stato ristampato nel 2008 in edizione deluxe (2CD). Complimenti ancora, Beppe, davvero un pezzo bellissimo. A presto!


DENNIS WILSON
Pacific Ocean Blues (Caribou, 1977)


Quando, nel 1961, la madre dei fratelli Wilson (Brian, Carl e Dennis) assegna ad ognuno uno strumento, in pratica dando vita ai Beach Boys, a Dennis tocca la batteria perché tutti gli altri strumenti sono stati già presi. Per Dennis non è un grande cruccio: a lui in fondo la musica non interessa poi così tanto. Dennis è soprattutto interessato alle ragazze e al surf. E' lui un giorno, di ritorno dalla spiaggia, a dire ai suoi fratelli che avrebbero dovuto scrivere delle canzoni sul surf.


E' lui l'unico Beach Boy dedito a questo sport. Continua per anni a militare nei Beach Boys, facendosi spesso e volentieri sostituire alla batteria da vari turnisti, vivendo all'ombra dell'immenso genio del fratello Brian. In fondo lui continua a ricevere ciò di cui ha bisogno, ovvero soldi, donne, fiumi di alcool e droghe di ogni tipo. Quando però Brian sbrocca completamente e abbandona la nave, è Dennis a prendere il timone. Comincia a scrivere qualche pezzo e... cacchio, sta a vedere che quel mattacchione di Dennis Wilson sa scrivere. E bene anche. A metà dei 70, tra una tournée e l'altra (in cui ne combina di tutti i colori presentandosi spesso ubriaco fradicio sul palco) comincia a registrare qualche pezzo con il contributo del fidato produttore James Guercio e nel 1976 è di fatto il primo Beach Boy a debuttare con un album solista, ''Pacific Ocean Blue'', in cui dichiara, già dal titolo, il suo immenso amore per l'oceano.


Si tratta di un disco delicato ma intenso, ruvido come la sua voce incatramata, sofferto ma mai patetico, lontano mille miglia tanto dai Beach Boys festaioli dei primi tempi quanto da quelli psichedelici di Pet Sounds. Non troverete armonie vocali, sorrisi splendenti, e ritornelli irresistibili qui dentro. Non c'è la spiaggia californiana con bulli e pupe, ma l'immensità malinconica dell'oceano sconfinato, dolce e crudele, che attira con canto di sirena e che si porta via Dennis il 28 dicembre del 1983.

Pubblicato da Beppax per La Discarica Emozionale il 25-01-2010




martedì 8 settembre 2009

Riposa in pace, Willy


Madrid, 9 settembre 2009. A piu' di un mese dalla sua morte arrivo, un po' in ritardo, a parlare di Willy Deville. Certo, avrei voluto farlo prima, ma le circostanze fino a questo momento non me l'hanno permesso , visto che la casa dei miei soggiorni andalusi non è dotata di una connessione internet. Curiosamente proprio in un bar del Puerto De Santa Maria (Cadice) che sono solito frequentare, mi era capitato di incontrare, pochi giorni prima della scomparsa del cantante, una coppia di amici sui 45-50, che guarda caso avevano personalmente conosciuto e frequentato il nostro uomo, raccontandomi le loro personali esperienze con il buon Deville.


Il cantante è mancato, all'età 55 anni, lo scorso 6 Agosto a New York, città dove risiedeva, a causa di un cancro al pancreas che non gli ha lasciato scampo, o questo almeno è cio' che affermarono dalla Caramba Spectacles, casa promotrice dei suoi concerti. Corsaro e seduttore, Deville apparteneva a una specie in estinzione nel mondo del rock. Come musicista di razza e senza padroni, navigava nella sua condizione meticcia come un pirata alla deriva nei mari agitati delle discografie.Con una chitarra nella mano, una linea marcata nell'occhio, i suoi anelli e orecchini, la sigaretta che pende dalle labbra e questo baffetto stiloso e barbaro, sempre si manteneva fedele alla sua avventura musicale, che lo portava indistintamente a interpretare con un tocco mariachi il celebre tema di Jimi Hendrix Hey Joe o a lasciarsi affascinare musicalmente e fisicamente da tutti i porti dove attraccava, fosse New York, Orleans o la sua amata Parigi.


William Borsay, il suo nome originale, nacque a Stamford, Connecticut (USA), e fu un ragazzo abbastanza inquieto al punto che con 14 anni già stava vivendo in un attico newyorkino giusto quando la città splendeva, a metà anni Sessanta, della sua magnifica commistione di suoni urbani. Voleva somigliare a Little Ritchard, però il ragazzo terminò ben presto assorbendo blues, jazz, pop e folk in grande quantità e, quando si presento', non si lascio' scappare l'opportunità di vivere un tempo a San Francisco per entrare in contatto diretto con la psichedelia. A metà dei Settanta formò Mink Deville, uno dei gruppi più originali della nuova scena punk della Grande Mela che, assieme ai Ramones, si esibivano settimanalmente nel mitico (e ormai scomparso) CBGB's. Mentre i suoi compagni sviluppavano accelerazioni rock, Deville staccava assimilando come influenza soprattutto il R&B, tenendo i Drifters come una delle formazioni di riferimento principale. Per questo sembra quasi un segno del destino l'incontro con Jack Nietzsche, consideratissimo produttore dell'era aurea della musica pop. Con lui registrò il primo disco, Cabretta, un evidente omaggio alle sue passioni afroamericane.


Successivamente arrivarono album intelligenti e distinti nei quali si possono notare influenze di musica cajun come cabaret, soul e doo-woop. Tra questi Le Chat Bleu fu senza dubbio quello che gli dette i maggiori riconoscimenti di pubblico e critica. Nel 1985 comincio' la sua carriera solista, piena di alti e bassi avendo sofferto a lungo la dipendenza da droga, cosa che danneggiò seriamente la sua carriera. Come un dandy della musica, compose colonne sonore (recitò anche in due film negli anni ottanta rivestendo prima il ruolo di un truffatore in "Va Banque" nel 1986 e poi di una guardia del corpo in "Homeboy" nel 1988) e si addentrò sempre più nei territori dei suoni latini che gli diedero una certa notorietà. Tuttavia Deville era l'esatto contrario del prototipo di cantante manichino alla costante ricerca della notorietà. Al contrario ra un artista dai piedi alla testa, autore di dischi memorabili come Victory Mixture o del più recente Pistola, solo per citarne alcuno.


Mai ottenne un numero uno, ne raggiunse grandi livelli di vendita, ma nemmeno arrivò a rovinarsi, neanche quando sprofondò nel totale ostracismo nei confronti dell'industria musicale e discografica, soprattutto negli ultimi anni della sua vita e carriera. Come un buon pirata componeva a suo piacere, in libertà, ampliando allo stesso tempo e poco a poco la propria legione di seguaci. Sembrava il fratello minore di Keith Richards o il socio di taverna di Tom Waits.


Dopo aver cancellato l'ultimo tour in programma, i suoi fans iniziarono a raccogliere fondi via internet affinchè il loro uomo potesse lottare contro il cancro e una epatite C che lo stavano affliggendo. Molti avrebbero voluto mandargli messaggi di sostegno e di appoggio personale, ma Deville non possedeva nessun collegamento con la rete e non conosceva la posta elettronica. Per questo, e come in un'altra epoca, la sua casa si riempì di lettere scritte a mano e di mille rose.


Discografia

Con Mink DeVille:
1977: Cabretta (in Europa); Mink Deville (negli USA) (Capitol)
1978: Return to Magenta (Capitol)
1980: Le Chat Bleu (Capitol)
1981: Coup de Grâce (Atlantic)
1983: Where Angels Fear to Tread (Atlantic)
1985: Sportin' Life (Polydor)

Solo:
1987: Miracle (Polydor)
1990: Victory Mixture (Sky Ranch) 1990 (Orleans Records)
1992: Backstreets of Desire (FNAC) (Rhino, 1994)
1993: Willy DeVille Live (FNAC)
1995: Big Easy Fantasy (New Rose)
1995: Loup Garou (EastWest) (Discovery, 1996)
1999: Horse of a Different Color (EastWest)
2002: Acoustic Trio Live in Berlin (Eagle)
2004: Crow Jane Alley (Eagle)
2008: Pistola (Eagle)
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domenica 16 novembre 2008

Una discografia in levare (?): Il "Miracolo" di Bim Sherman


Con "Miracle" di Bim Sherman vado ad inaugurare questo spazio, che ho deciso di chiamare "note dal sottosuolo" , dedicato ai piccoli grandi tesori nascosti della musica. Dischi e/o artisti sconosciuti, dimenticati, poco considerati che invece, a modo loro, occupano un posto importante nella storia della musica.

Bim Sherman

BIM SHERMAN: ACCENNI BIOGRAFICI

Nato a Kingston (Jamaica) nel 1952, Bim Sherman registra i primi singoli di una certa qualità a metà anni Settanta. Caratterizzati da linee vocali melodiche, spiccano Love Forever e Golden Locks ( che è anche il primo singolo stampato sull' etichetta da lui fondata, la Scorpion label). In seguito escono Ital West, Valley Of Tears e la bellissima Mighty Ruler. Le registrazioni cominciano a farsi numerose e gli anni Settanta terminano per lui con la preziosa intesa londinese avviata con il Sound System di Lloyd Coxsone che costituisce la prima tappa verso la definitiva richiesta d'adozione artistica in suolo britannico. Per l' etichetta di Coxsone, la Tribesman, nel 1978 vede la luce il luminoso Love Forever, suo primo LP, che include oltre ai gioielli di Mighty Ruler e Ever Firm alcuni ripescaggi dei singoli precedentemente usciti sotto le sue personali labels Scorpio e Red Sea.




Ad un anno di distanza, poi, il successivo Lover Leap offre degli intriganti corollari dub alle proprie illuminazioni vocali. L'esodo londinese viene poi confortato dall'incontro con con Horace Andy (Bim Sherman Meets Horace Andy And U Black) e definitivamente integrato nelle vicende della On-U-Sound di Adrian Sherwood. E' l'incontro con il giovane bianco londinese, miscelatore di suoni, innamorato del reggae, a segnare la svolta. Un sodalizio che si sarebbe rivelato indissolubile con l’etichetta di Sherwood, che intanto stava ridisegnando il suono del reggae, del dub, estendendone i confini, ibridandolo, asservendogli la tecnologia, esplorandone le possibilità e dove le dilatazioni dub incontravano la versione tecnologica di suggestioni africane, sciamaniche in una personalissima alchimia. Il capitolo inaugurale e finale di questo sodalizio furono Across The Red Sea (1981) e l'irrinunciabile Miracle (scheda sotto) del 1995. Jarrett Tomlinson, in arte Bim 'Lion' Sherman, è morto a Londra a causa di un cancro il 17 Novembre 2000 all’età di 48 anni. L' improvvisa scomparsa dell' artista ha interrotto ogni altra possibile direzione a quelle già intraprese. Un miracolo, in ogni caso ce l'ha lasciato.

Miracle
IL DISCO: MIRACLE (Mantra, 1996)

1995: Il team della On-U-Sound, abbandonando per l’occasione l’armamentario che gli è generalmente usuale e si raccoglie attorno alla voce di Bim Sherman, più calda e avvolgente che mai. Scompaiono i ritmi in levare tipici del reggae. La sua fertile vena compositiva e i suoi incanti vocali persuadono sinuosamente l' ascolto piuttosto che aggredirlo. Accompagnati dalla Studio Beats Orchestra di Bombay, Adrian Sherwood, Skip McDonald, Doug Wimbish e Talvin Singh confezionano un sobrio ed intensissimo background acustico: tablas leggere, un basso profondo, la chitarra acustica e soprattutto gli archi romantici da film indiano. Come già detto, nonostante la sottile bellezza degli arrangiamenti e delle sonorità, è la voce di Sherman la vera protagonista di del miracolo: riempie le undici canzoni con una capacità di comunicare emozioni che sembra appartenere a un altra epoca. Certo appartiene ad un luogo che non esiste: sospeso com' è tra India, Giamaica, Africa e Inghilterra. Mai reggae è sembrato così poco "reggae". Per il sottoscritto uno dei dischi "da isola deserta".

The making of Bim Sherman's "miracle"