mercoledì 15 dicembre 2010

él: un irresistibile fiasco

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''The Ocean Tango'' [scaricabile qui, o anche qui] è un disco magnifico, certamente uno dei più riusciti della lunga produzione di Louis Philippe. Chansonier d’origine francese, brillante chitarrista e compositore, mastro nell’ arte del pop unito a un uso raffinato dell’orchestra e delle voci, Philippe si fa aiutare in questo nuovo lavoro dai membri degli svedesi Testbild!, che offrono la deliziosa e adeguata intelaitura acustica alle composizioni e alla voce dell’uomo. Ma se di ''Ocean Tango'' non mi occuperò direttamente (oltretutto esiste già una bellissima recensione dalle parti di Onda Rock), il pretesto è invece ottimo per celebrare la più barocca delle etichetta discografiche del Regno Unito (cosa che prima o poi avrei fatto comunque, visto che ho solo anticipato un post che stavo meditando da un pezzo), nonchè una delle più sottovalutate nel folto sottobosco del pop indipendente britannico, vale a dire la mitica èl, nata nel 1984 come costola della Cherry Red. Barocca si diceva; non certo da intendersi nell’eccezzione dispregiativa di musica stucchevole e/o di cattivo gusto, bensì in quella di brillante fantasmagoria di lusseregianti e eccentrici quadretti pop. Dare la caccia (come ha fatto per anni il sottoscritto) ai vinili della èl non è impresa facile, ma il possesso di queste delizie ripaga appieno ogni sforzo in questo senso.
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Ostracizzata in patria, messa da parte da una stampa forse a disagio al cospetto di un catalogo pieno zeppo di cotante aristocratiche eccentricità, la él ha invece trovato un incredibile successo in Giappone, dove alcuni personaggi come King Of Luxembourg, Anthony Adverse, lo stesso Louis Philippe e un giovanissimo Momus sono stati elevati quasi al rango di star. I Giapponesi sono rimasti affascinati dalle stravaganze tipicamente europee degli artisti dell'etichetta londinese tirando in ballo innumerevoli volte Oscar Wild, tutti i dandy possibili ed immaginabili e gli eccentrici culturi della bellezza. Tale estetismo e un gusto così spiccatamente british, talvolta ecletticamente esotico, non poteva non suscitare un senso di estrema autenticità, definizioni che calza a pennello a molti degli artisti dell’etichetta di Michael Alway. Boss egocentrico e geniale, Alway è un talent scout dal fiuto notevole (tra le sue scoperte The Soft Boys, la prima band di Robyn Hitchcock, The Monochrome Set, Eyeless In Gaza, Felt, Everything But The Girl e molti altri) già uomo chiave della Cherry Red ed uno dei protagonisti della Blanco Y Negro, ha definito così la sua etichetta: ''él è divertimento, arte intesa come artficio, superficialità (apparente), un miscuglio di enigma ed assoluta banalità, ma anche provocazione e divertimento. Alla base del lavoro della él una volontà di escapismo, un desiderio di fuga che travalica ogni possibile contatto con il reale che non sia utilizzato come spunto per astrazioni intellettuali …'' Ben vengano quindi paradossi e metafore se ci allontanano dalla noia e dalla consuetudine e le trame sonore di artisti che si dipanano in maniera imprevedibile prendendo spunto da canoni musicali dei più disparati: i Monkees, Jacques Brel, l’opera, Gershwin, i Beach Boys, Henry Mancini, il sixties-punk, il post-punk anni Ottanta ..., e si realizzano attraverso arrangiamenti esteticizzanti, in un susseguirsi di virtuose chitarre flamenco, sezioni di fiati ed archi, cori a cappella ed eccenticitrà varie. 
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Anche l’iconografia che accompagna i prodotti è manifestazione evidente della passione per la citazione e per la rivisitazione. Le foto di copertina curate da Nikolai Wesolowsky - per un certo periodo anche batterista degli indimenticabili Monochrome Set che proprio su él pubblicarono nel 1986 una compila di registrazioni live intitolata ''Fin'' [raggiungibile quì], e nel 1988 la colonna sonora di ''Westminster Affair'' - presentano gli artisti come personaggi di ''improbabili situation comedy ambientate tra Casablanca e i castelli della Loira; baronetti colti e stravaganti, Madonne lascive dall’aspetto di stelline hollywoodiane, rajà con tanto di tappeto volante, collezionisti di opere d’arte, giocatori di cricket, cardinali, generali e bellissimi bastardi''. I dischi sono accompagnati da brevi note, ironicamente letterarie con dissertazioni su Botticelli, Chanel ecc. 
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ascolto
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Certo non in ogni disco è possibile trovare tutti questi elementi insieme, e non tutti i lavori sono ugualmente validi: ce ne sono di eccezionali, di buoni e di meno buoni, ma in tutti i casi dietro a questa patina di mondanità pop si nascondeva la profonda consapevolezza della propria irreversibile decadenza. Tra i migliori artisti coinvolti in queste avventure inizierei da  Simon Fisher Turner, in arte King Of Luxemburg, autore anche di un paio di colonne sonore per Derek Jarman, tra cui  ''Caravaggio 1610'' (él, 1986). Prima bambino-attore prodigio, poi teen-ager star mancata per un soffio, tossicodipendente, partner e amico di Robert Mitchum durante le riprese del remake de ''Il Grande Sonno'', amante di Britt Ekland (la formosa attrice di molti b-movie) ecc., Turner è indubbiamente un personaggio curioso e stravagante. A proposito: di pettegolezzo in pettegolezzo sembra che la él abbia venduto la storia Turner-Ekland al Sunday Mirror per finanziare molte delle proprie uscite discografiche tra cui, naturalmente, anche singoli e dischi dello stesso ''Re del Lussemburgo'' di cui segnalerei soprattutto i primi due: l’imperdibile ''Royal Bastard'' (1987) [quì], poliedrico e affascinante, quasi interamente fatto di covers (ma anche tre brani scritti per l’occasione dal citato compagno di scuderia Louis Philippe), con il giovane britannico che si/ci diverte con le sue pazzesche interpretazioni di canzoni da ogni tipo di repertorio (TV Personalities, Monkees, Turtles, P.I.L., Nino Rota ecc.) a comporre un mosaico stravagante e ricercatamente barocco; e poi ''Sir'' (del 1988), disco dalla fantasia barocca ancora più maliziosamente sensuale, sfrenatamente ironico e giocato su una cura formale minuziosa.
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ascolto
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Ma oltre al re ci sono numerosi cortigiani dal grande talento. Primo tra tutti lo stesso Louis Philippe (ovvero Philippe Auclair) di cui vi consiglio almeno i primi due album (licenziati dalla él, of course): il fantastico  ''Appointment With Venus'', del 1986 (provate a beccarlo in rete o dove vi capiti, altrimenti rivolgetevi al sottoscritto) e il successivo ''Ivory Tower'' (1988) [quì]. I due dischi sono perfetti esempi d’arte pop, con melodie sempre soffici che devono moltissimo al cool jazz, ai Beatles, a Brian Wilson e a tanta canzone francese degli anni passati. La sua voce è sempre decisamente romantica, le canzoni soffici come il pan di spagna, gli arrangiamenti raffinati, affascinanti, in alcuni casi stravaganti. A volte sembra di passeggiare in un boulevard parigino, con la pioggia leggiera e l’amata, mano nella mano. Insomma, un cantante di culto.
Artista di culto lo è anche Nicholas Currie. Il primo lavoro con il nome Momus lo incide proprio per la él nell’ottantacinque ed è un singolo. Un anno dopo esce il suo primo, magnifico 33 (da quel momento arriveranno molte altre meraviglie), ''Circus Maximus'' [quì], un album troppo ignorato, con l’indimenticabile copertina che lo ritrae trafitto dalle freccie come San Sebastiano, ma adagiato in un'estasi masochista e in cui vengono cantati i tormenti d’anime sofferenti per natura e inclinazione. L’apparenza dell’intero album è dolce, adirittura leggiadra nei suoi tepori acustici, ma il contenuto è fortissimo e maledetto. Una bellezza fatta di principi uccisi o destinati alla morte e di principesse sole e incomunicate. Pagati i suoi tributi alla letteratura del mondo classico, Momus, nell’ultimo EP per la él, ''Nicky'' (1986) porge omaggio ad uno dei suoi idoli musicali, Jacques Brel. Prende tre canzoni dal repertorio del cantautore francese ne offre riletture personali, pur conservando l’originaria intenzione poetica.
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Poi ci sono le sorelle Jessica e Melania Griffin che nelle Would Be Goods parlano della loro vita, delle cose che fanno e di quelle che amano. Nel gioiellino ''The Camera Loves Me'' (1988) [quì] ci cantano di intervalli lavorativi attraverso il gusto dei pocket-cofee, di bei ragazza sudamericani, della guida turistica di un museo, e anche di grandi temi come morte e amore visti attraverso un menù gastronomico. Ognuni brano sembra rubare melodia ed atmosfera ad un momento musicale del passato, con preferenza per la dolcezza e la semplicità delle canzoni per teen-agers. E come ladra Jessica Griffin è impareggiabile; trafuga i gioielli più preziosi del pop e li indossa con la nonchalance di una principessa al ballo di corte. La cosa strana è che finite le canzoni, come Cenerentola al rintoccare della mezzanotte, Jessica torna ad essere una bancaria.
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E che dire di quelle due graziose bambine che si facevano chiamare Bad Dream Fancy Dress, che si facevano scrivere le canzoni da King Of Luxembur e Dean Speedwell e le cantavano come fossero le Supremes in un museo d’arte moderna, tornando continuamente alla toilette per rifarsi il trucco? Una manciata di canzoni proprio carine quelle di ''Choirboys Gas'' (1988).
Certo si potrebbe continuare a parlare della él e dei suoi artisti ancora a lungo, ma ho pensato di limitarmi solo ad alcuni dei più rappresentativi. Per una più ampia panoramica d’ascolto, che coinvolge anche Anthony Adverse, Bid, Gol Gappas, Marden Hill, Florentines, Raj Quartet, The Cavaliers (Perspico Acumine) e molti altri, più, naturalmente, tutti gli artisti già citati sopra, consiglio di iniziare dai primi tre volumi delle raccolte ''London Pavilion'' (1, 2, 3) [quì, quì e quì], un concentrato del gusto ludico per l’eccesso formale e per l’ironia sfrenata che hanno fanno della él records una delle etichette più bizzarre del panorama indipendente inglese. Non bastasse ecco le parole con cui Michael Alway, usò illustrare il carattere degli artisti della sua etichetta: ''Attenti, noi siamo gente di talento. Dorothy Parker una volta disse: ''Io non diventerò mai famosa. Il mio nome non sarà mai scritto in maiuscolo sul libro di Quelli-Che-Fanno-Le-Cose. Io non faccio nulla. Neanche la minima cosa. Ero abituata a mangiarmi le unghie, ma non faccio più neanche quello oramai’’. Noi ci ritroviamo in quelle parole. Molto pop del resto. Quaggiù al quartier generale della él, noi passiamo il nostro tempo crogiolandoci ai riflessi cremisi delle tenui lampade del salotto, affinando il nostro genio per la stessa cosa. Far Nulla. Talvolta contiamo i nostri soldi. Altre, ci divertiamo con i domestici, lanciando una mezza corona in aria per fargliela prendere. Più raramente, facciamo un altro disco. Giusto per farlo. E se vende quindici copie, noi lo consideriamo un irresistibile fiasco. Dovete ammetterlo, siamo insostituibili. Vi amiamo''. E infatti irresistibile fiasco fù, al punto che nel 1988 la él venne inevitabilemnte abbandonata, salvo rinascere nel 2005 sempre come sussidiaria della Cherry Red, reiventando e riciclando il proprio gusto estetico applicato, questa volta, al restauro e alla riproposizione di storiche edizioni di colonne sonore, dischi di jazz, musica flamenco, indiana, brasiliana ecc.
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Ricapitolando
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