venerdì 1 aprile 2011

Eredità cosmiche

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Sarebbe forse necessario stabilire preliminarmente con chiarezza che cosa intendiamo con ''post-rock'', ma trattandosi di una di quelle sfuggenti ed elastiche definizioni coniate per comodità di classificazione più che per vera necessità assoluta, correremmo il rischio di impelagarci in una serie infinita di vani e vaghi distinguo. Anche perchè, a ben vedere, in forme e modi più o meno soterranei o defilati rispetto alle cronache musicali dominanti, ben innestate sul corpo centrale del rock, sussistono almeno dagli anni Sessanta svariate tendenze devianti e contaminanti, smaniose di guardare oltre (sopra, sotto, di lato...) la forma-canzone, mescolando elementi della ricerca colta e della cultura popolare (da Zappa ai Residents, dai Suicide a Jim O'Rourke...). In particolare la scena tedesca del cosidetto krautrock, ha saputo incarnare alla perfezione queste caratteristiche, convertendosi in uno dei rarissimi casi in cui un fenomeno musicale non di origine anglofona è riuscito a farsi notare su scala planetaria a tal punto da risultare fondamentale per molte compagini ''post'', soprattutto tra gli anni '90 e ''0''. In alcuni casi, poi, questa eredità appare così evidente, che è del tutto superfluo andare a ricercare ed elencare i casi di diretta collaborazione inter-generazionale o le ovvie attestazioni di stima nei confronti dei più anziani artisti. In generale, se ci chiediamo chi (Pink Floyd a parte) in ambito rock ha contribuito maggiormente alla creazione e allo sviluppo di un'arte fatta di lunghi brani strumentali e patterns destrutturati di suono, con la coesione di strumenti tradizionali ed elettronici, di ''fredda'' serialità minimale pur senza mai perdere del tutto il cordone ombelicale con la tradizione ''pop'', possiamo darci una risposta ascoltando il disco d'esordio del chitarrista dei Trans Am, Phil Manley, che con ''Life Coach'' (Thrill Jockey, 2011) [lo beccate anche quì] ha deciso (evidentemente) di rendere omaggio proprio alla kosmische musik tedesca dei primi anni Settanta e dove i riferimenti ai vari Manuel Göttsching, Can, Neu, Popol Vuh, Cluster ecc si fanno (quacosina di più che) spudoratamente evidenti. E se anche il chitarrista del trio di Washington Dc sostiene (che faccia tosta!) di essersi ispirato ai ''Lifetime'' di Tony Williams e ai ''Lifetones'' di Charles Bullen, noi non ci si crede manco per idea. I nomi sono già stati sciorinati, e non servono altre parole; la comunicazione è limitata ai suoni, in una geniale combinazoone di elettricità ed elettronica: nove sessions casalinghe (composte da Manley tra il 2003 e il 2010), in cui l'immediatezza di certe soluzioni spazial-meditative (si puo dire?) comunica la stessa urgenza espressiva tipica di ben altri generi. Un lavoro notevole.
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