domenica 17 aprile 2011

La grandezza di Ray

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Un etichetta per lui non è mai stata abbastanza e per quante siano quelle della musica nera, nella loro galassia di suddivisioni, Ray Charles non se ne lasciò mancare una. Nessuno c'era riuscito prima. Non fosse che per questo, per aver unito nella sua arte di pianista e di cantante il jazz, il blues, il soul e il rhythm and blues, il rock pagano e il gospel sacro, gli echi del country popolaresco e del sofisticato urban blues, ben si meritava quel nomignolo che gli si era trovato: ''The Genius'', nientemeno. La grandezza di Ray Charles era e resta in molti tratti del personaggio, come nella capacità di essere a volte istrionesco e poi, improvvisamente, tenero e romantico, fino alle lacrime; le sue, per esempio quando interpretava la favorita ''Georgia on my mind'', omaggio allo Stato in cui era nato, che rispunta in tutta la sua intensità anche nelle registrazioni di ''Live In Concert'' [quì] uno straordinario concerto tenutosi allo Shrine Auditorium di Los Angeles il 20 settembre 1964, licenziato un anno dopo dalla ABC, e ora finalmente ristampato anche in cd dalla Concord con ben sette brani in più (ricostruendo in pratica l'intero spettacolo) rispetto alle registrazioni del vinile originale. Ad accompagnare Ray, i cori delle Raelettes, e una una straordinaria big band in cui spuntano, tra gli altri, il trombone di Julian Priester, i sassofoni (rispettivamente alto e tenore) di Hank Crawford e "Fathead" Newman, la batteria di Wilbert Hogan e il basso Edgar Willis. Fantastico
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