sabato 20 marzo 2010

Alex & Gustavo

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I più attenti lo sapranno già, Alex Chilton ci ha lasciati. La ''grande stella'' si è spenta a New Orleans qualche giorno fa, e un pronto ricovero in ospedale dopo il malore non è valso a salvargli la vita: stroncato da un infarto proprio a pochi giorni dalla partecipazione dei suoi riformati Big Star al festival South By Southwest di Austin. Aveva 59 anni. Supefluo dire quanto la lunghissima carriera dell'artista di Memphis sia stata influente nel mondo della musica. Esordì giovanissimo con i Box Top, formazione di blue eyed soul diventata celebre grazie a hit come ''The letter'' (che nel 1967 arrivò in vetta alle classifiche americane), ''Neon Rainbow'' e ''Cry Like a Baby''.
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La piena maturità artistica la raggiunse però con i Big Star, incidendo per la Ardent, etichetta distribuita dalla Stax. I Big Star furono un gruppo di culto, purtroppo poco fortunato dal punto di vista commerciale: il loro stile fondeva l'elettricità power pop con melodie alla Beatles e Beach Boys e i primi tre dischi del gruppo (#1 Record, Radio City e Third/Sister Lovers), pubblicati tra il 1972 e il 1978, sono come tutti sanno, album capitali. Tre capolavori assoluti che hanno fornito materiale musicale a generazioni di musicisti rock che li hanno seguiti: power-pop e indie-rock, per certi versi, sono concetti che nascono con i Big Star. Gli stessi R.E.M. o i Replacements (che, guarda un po' intitolarono un loro brano proprio "Alex Chilton"), ad esempio, hanno sempre considerato Chilton come il loro padre putativo. Ciò di cui invece ci si ricorda troppo poco (ed è proprio questo l'aspetto che mi piacerebbe parzialmente affrontare nelle prossime righe di questo post), è la figura di Chilton come produttore/musicista, affiancando i grandissimi Cramps (curò in studio l'incredibile ''Songs The Lord Taugh Us'', 1980) e Tav Falco, altro perdente del rock'n'roll, marginale e radicalissimo.
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TAV FALCO
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Ha dichiarato Tav Falco (che in realtà si chiama Gustav Miller e che l'anagrafe afferma essere di origini sicule) a un giornalista iglese che lo intervistava ''E' stato Alex a farmi capire quale è l'anello mancante nella catena che unisce il blues alla musica contemporanea. Prima, non avevo mai preso in considerazione l'idea di suonare il rock'n'roll. Ero un bluesman, più o meno''. Nell'evoluzione del buon Gustavo dal rozzo blues delle sue prime esibizioni in pubblico alla (più) raffinata ''american music'' di ''Sugar Ditch Revisited'' e di ''The World We Knew'', passando attraverso il rockabilly di ''Behind The Magnolia Curtain'', la figura di Chilton ha certo esercitato un'influenza determinante. Chilton ha suonato la chitarra in molte delle produzioni filmate Tav Falco e ha contribuito alla loro realizzazione in tale misura da poter quasi esserne considerato co-titolare. Il primo incontro fra il leggendario interprete di ''The Letter'' e di tante altre canzoni indimenticabili e Tav Falco avvenne nel 1978 in quel di Memphis (poteva accadere altrove?), in un locale chiamato Showcase. Lì Tav Falco si esibiva suonando la chitarra elettrica e facendosi accompagnare al contrabbasso dal fratello Ron. Doveva essere, quella sera, in stato di grazia, poichè quell'unico concerto fu sufficente a convincere Chilton a prendere sotto le sue ali quel giovincello di belle speranze, originario dell'Arkansas e appassionato di ''roots music'' a tal punto da abbandonare le terre natie per trasferirsi nella città dei Sun Studios. Nel primo vinile targato Tav Falco & The Panther Blues, ad ogni modo, Alex Chilton non ha messo le mani. Trattasi di un Ep autoprodotto ''She's The One To Blame'', pubblicato nel 1980 e ormai introvabile, sembra. Sono i primi passi che muovono i Panther Burns. Sul finire dell'81 viene messo in circolazione l'album d'esordio per Falco e compagni (nell'occasione: il nostro caro Alex Chilton, Jim Duckworth, Ron Miller e Tate County) e la stampa specializzata lo appaude fino a spellarsi le mani.
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Riascoltato oggi, ''Behind The Magnolia Curtain'' (bella la copertina vecchio stile, con il viso malavitoso di Miller che ricorda molto quello del gitano del rock, Willy Deville, di cui abbiamo già parlato in questo blog), non vale forse quelle lodi sperticate allora, ma a modo suo è un disco importante, perchè sposta l'interesse sulla vecchia scena di Memphis, pigliandosi la briga di riscoprire e rimasticare la musica americana da cui tutto è iniziato; e in quegli anni, non era certo cosa da poco, visto che non c'era nessun' altro a farlo a parte lui e i Cramps, i veri capostipiti del psychobilly. E infatti i suoni del disco sono ispidi, cavernosi, tirati, blueseggianti, ma pure dark (anche se non centrano i Bauhaus). ''Behind The Magnolia Curtain'' esce negli Stati Uniti per la minuscola Frenzi e soffre di problematica distribuzione. Migliore fortuna incontra in Europa, dove è la britannica Rough Trade a stamparlo. Tav Falco, in ogni modo, nell'arco di tutta la sua carriera non è mai riuscito ad andare oltre lo status di ''culto'', acclamato soprattutto da quei musicofili per i quali il ''crampsiano'' rockabilly dei Panther Burns è la migliore versione anni Ottanta (irriverente quanto basta) dell'immortale sound delle origini, del primo Presley, di Roy Orbison e del blus, ma ignorato da tutti gli altri. Quella filosofia di suono, insomma, che successivamente verrà ripresa da John Spencer Blues Explosion, o dal giro della In The Red, solo per fare qualche esempio. Nel 1982 viene pubblicato dalla Animal Records di Chris Stein ''Blow Your Top'' un Ep contenente quattro canzoni. Il suono (complice anche una migliore produzione, si è fatto più pulito, più ''rotondo'', più classicamente anni Cinquanta, insomma e meno voodabilly (o psychobilly), con i Panthern Burns (manca stavolta Chilton) che sono diventati macchina oliatissima. Ma dopo ''Blow Your Tops'' saranno tempi duri per i nostri.
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La Animal è costretta a chiudere i battenti e Tav Falco e compagni restano senza contratto per tre anni, nel corso dei quali uscirà solamente, contribuendo non poco alla loro leggenda, una cassetta registrata dal vivo. Nel 1985 la parigina New Rose, etichetta benemerita alla cui corte soggiorneranno alcuni dei migliori rocker del pianeta, dà ai Panthern Burns la possibilità di tornare su vinile e il ritorno è davvero buono: ''Sugar Ditch Revisited'', un ep nel quale al rockabilly iniziale si mischiano quegli aromi blues e r&b che Tav Falco non poteva davvero, con i suoi precedenti, aver dimenticato (roba da far resuscitare la buonanima di Belushi). Fa ancora meglio il successivo ''The World We Know'', lavoro dove salta all'orecchio la straordinaria maturazione dell'artista, raffinato e rude allo stesso tempo. Ne viene fuori un piccolo capolavoro di ''american music'', cioè di quella musica in cui le mille tradizioni popolari statunitensi, quella nera e quella anglo-sassone, quella chicana e quella degli emigrati dall'Europa orientale e mediorientale, si fondono armoniosamente in un gustosissimo insieme. Con l'attivissima collaborazione di Alex Chilton, che ha prodotto il tutto e suona in dieci dei dodici brani brani, Tav Falco dà vita a una serie di interpretazioni memorabili: crooner alla Sinatra nella title-track, redivivo Elvis nella bellissima ''Mona Lisa'', novello Bo Didley nella trascinnte ''Do The Robot'' e si potrebbe continuare citando tutte le altre canzoni, a partire dal tango di ''Drop Your mask'' e dal blues rurale di ''Big Road Blues''.
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Vale la pena sottolineare una volta di più quanto sia triste che un artista genuinamente americano come lui non abbia trovato negli Stati Uniti una casa discografica disposta a pubblicare il suo materiale. Pur possedendo solo i primi tre lavori del signor Gustavo, so che altri dischi "propedeutici" si sono succeduti nel tempo, e che Tav Falco, tra America ed Europa, ha cercato con ogni mezzo di diffondere il verbo a modo suo, senza un solo briciolo di commiserazione nostalgica. Ma se il romanzo del rock è fatto, più che dai grandi nomi, da tanti piccoli miti, almeno un capitoletto l'Uomo Pantera e l'amico Alex Chilton (possa la sua grande stella brillare in eterno lassù), se lo sono di sicuro meritati.


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