giovedì 4 marzo 2010

The creation of my bloody brit postcards # 2

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JESUS AND MARY CHAIN
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''Annunciando l'avvento di un'apocalisse musicale alternativa, The Jesus And Mary Chain hanno imbracciato i loro strumenti, preso a calci gli amplificatori, insultato i fotografi e dato il via a un'esibizione impressionante. Trentacinque minuti più tadi, nel retro di un umido pub, si sono lasciati alle spalle un pubblico stordito e in stato di assoluto torpore. Non è stato solo un buon concerto, è stato il migliore che io abbia visto. Mettete insieme dei brani che non sono in alcun modo etichettabili, una chitarra distorta con un feedback talmente esasperato che metà del pubblico non si rende conto che quell'immane casino è una canzone, aggiungete anarchia, caos e rovina e ciò che oterrete è The Jesus And Mary Chain. Uno shock breve e affilato per l'Establishment, un poderoso vaffanculo anna noia degli ultimi anni e un anarchico quesito per tutti gli eroi di ieri: dov'è John Lydon ora? In questo momento, The Jesus & Mary Chain sono il miglior gruppo del mondo''.
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Così scriveva, sul New Musical Express del 3 Novembre 1984, Neil Taylor. Sul numero di Sounds uscito quello stesso giorno, Jane Simon recensiva il medesimo concerto con le seguenti parole: ''The Jesus And Mary Chain sono una merda''. Proprio così. Fin dall'inizio della loro fulminante carriera (il primo mitico 7'' ''Upside Down'', cult-record uscito su Creation nel 1984, li porterà agli onori delle cronache nazionali poco prima di passare alla Blaco Y Negro/WEA) questi ragazzi hanno spaccato in due critica e publico, non c'è da stupirsene.

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''Upside Down'' Download
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Pochi gruppi hanno infatti suscitato reazioni contrastanti come quello guidato dai fratelli Reid: arroganti e antipatici, apparentemente incapaci di usare i propri strumenti eppure del tutto geniali nelle loro intuizioni sonore. Ma dietro a quell'atteggiamento cinico, come sovente accade, si nascondeva il vero amore e l'atteggiamento giusto in grado di ''preservare la specie'', nel senso di rock, quello genuino che scarica le proprie sensazioni, frustrazioni, urgenze. Dietro a quel rumore apparentemente ''maleducato'', dunque, ecco la stoffa, il sincero e sentito bisogno di recitare la propria parte per il gusto di conservare l'attitudine, di non snaturare il vecchio significato di una musica adulta che rifiuta la maturità. Il rock'n'roll ha ciclicamente bisogno dei suoi Jesus & Mary Chain per ''strattonarsi'' ancora una volta sulla strada giusta, che poi è quella sbagliata, e non è un semplice gioco di parole.
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''Psychocandy'' (Blanco Y Negro, 1985), il loro primo album a 33, aveva comunque riscosso innumerevoli consensi, facendo spargere a piene mani la definizione di ''nuovi Velvet Underground'' ed autorizzando lecite speranze che il suono negli anni Novanta partisse proprio dalle eletrizzanti alchimie di questo sconcertante capolavoro: tradizione e rinnovamento, abrasività e armonia, terrore ed estasi (magnifica in questo senso l'iniziale ''Just Like Honey'') assieme a una manciata di pop-song martoriate da un noise penetrante. Dai tempi di quell'ormai mitico debutto a 33 giri sono ormai trascorsi (pensate un po') 25 anni, el il disco non ha perso neanche un po' del suo ''fragoroso'' smalto.
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Arriverà poi Darkland (Blanco Y Negro, 1987) ad indossare un abito più sofisticato, dalle tinte sempre oscure, ma dalle trame più ricercate dove William e Jim Reid hanno cessato di ''graffiare'' e si sono limitati a realizzare dieci brani, per nulla rivoluzionari, ma maledettamente belli, equilibrati, espressivi.
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E' l'album che mostra l'attitudine che farà dei fratelli Reid dei compositori indimenticabili: i Velvet Underground sono più che mai dietro l'angolo, e ancora quella chitarra, ora meno bizzarra e tagliente, ma pur sempre eccentrica che condisce singoli potenzialmente grandissimi e ricchi di fascino ambiguo (''Happy When It Rains'', ''April Skies''), acquarelli pop (''Cherry Came Too'') e un inno sotterraneo come la brutale e inquietante ''Fall''.
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Nel 1989 un'altra vetta di splendore: ''Automatic'' (preceduto di un anno da ''Barber Wire Kisses'', imperdibile raccolta dei primi 45 del gruppo - con il futuro cantante dei Primal Scream, Bobby Gillespie, alla batterista - nei quali spesso il noise del feedback superava la voce, più altri singoli mai incisi, fino a quel momento, su 33).
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''Automatic'' è il disco che contribuisce definitivamente a tratteggiare la personalità artistica e l'estro creativo dei Jesus & Mary Chain ed è decisamente il loro disco più rock fino a quel momento, nel quale proprio il rock ha una parte dominante, non tanto (non solo) come attitudine creativa, ma soprattutto come tramite espressivo, con un attaccamento alle radici che mai si era rivelato così importante per la formazione scozzese, che proprio con questo disco chiude i suoi anni Ottanta, quelli che mi interessava prendere in considerazione come i più rappresentativi nella storia di Gesù E Le Catene Di Maria.
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