lunedì 17 maggio 2010

''0'' BRAZIL, New Directions in Brazilian Music 1995-2010

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TRICKY PAU PRESENTS ''0'' BRAZIL
New Directions in Brazilian Music 1995-2010
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                           [01] Arnaldo Antunes: Budismo Moderno [1995 - orig ..]
                           [02] Totonho & Os Cabra: Saneamento Básico [2005 -
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                           [03] Chico César: Experiência [2002 -
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                           [04] Lenine: O silencio Das Estrelas [2002 -
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                           [05] Cordel Do Fogo Encantado: 2, 3 Mal-Amados P.. [2003 -
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                           [06] Virginia Rodrigues: Canto De Xangô [2004 -
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                           [07] Chico César: De Uns Tempos Pra Cá [2005 -
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                           [08] Tom Zé: Dançar [1998 -
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                           [09] Lula Queiroga: Profano [2001 -
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                           [10] Arnaldo Antunes: Luzes [2001 -
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                           [11] Chico César: Orangotanga [2005 -
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                           [12] Tom Zé: Chamega [200 -
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                           [13] Silvério Pessoa: Micróbio Do Frevo [2003 -
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Tracklist Disc. 2
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                            [01] Silvério Pessoa: Carreiro Novo [2002 - orig ..]
                            [02] Zé Ramalho: Casaca De Couro [1999 -
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                            [03] Tom Zé: Esteticar [1998 -
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                            [04] Carlinhos Brown: I Wanna Lu [2003 -
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                            [05] Arnaldo Antunes: Do Vento [2001 -
orig ..]
                            [06] V. Ramil, M. Suzano e Katia B: Que Horas Não São [2007-
orig.]
                            [07] Marisa Monte: Para Ver as Meninas [2000 -
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                            [08] Arto Lindsay: Delegada [2002 -
orig ..]
                            [09] Celso Fonseca: A Origem Da Felicidade [2003 -
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                            [10] Tom Zé: Burrice [1998 -
orig ..]
                            [11] Lula Queiroga: Ah Se Eu Vou [2001 -
orig ..]
                            [12] Arnaldo Antunes: O Nome Disso [1995 -
orig ..]
                            [13] Cordel Do Fogo Encantado: O Espetaculo [2003 -
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                            [14] Moreno Veloso + 2: Deusa Do Amor [2001 -
orig ..]
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Texas, passato e presente

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ROKY ERICKSON with OKKERVIL RIVER
True Love Cast Out All Evil (Chemikal Underground, 2010)

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Roky Erickson appartinene a quel genere di artisti che molti non esiterebbero a definire ''maledetti''. Nel suo caso, questa definizione si fà ancora più calzante se consideriamo i frequenti ''passaggi'' in centri di salute mentale, le terapie a base di elettroshock, il carcere e le perdite irreversibili del musicista texano. Nemmeno il talento dimostrato con uno dei gruppi di rock psichedelico più importanti di ogni tempo, i 13th Floor Elevators, è valso a rendere il suo nome immediatamente riconoscibile ai più, a dargli la notorietà che invece avrebbe meritato. Okkervil River, dal canto suo, è un'ottima band di Austin che in più di dieci anni di attività si è sempre mantenuta libera da vincoli di mode e commercio e la cui musica si muove a metà tra classic rock e indie rock (chi ancora non li conosce vada a ripescarsi almeno ''Down The River Of Golden Dreams'' ''Black Sheep Boy'' e ''The Stage Names''). E' da una brillante intuizione del loro manager che è nata l'idea dell'incontro con Erickson: il presente che riprende e filtra con molto ripetto il passato di un uomo che a sua volta ridiventa protagonista. Anche per questo ''True Love Cast Out All Evil'' è il brillante risultato di una collaborazione che va molto al di là di una semplice rivisitazione della memoria. Prodotto da Will Sheff degli stessi Okkervil River, le dodici canzoni prescelte per questo lavoro, escono da un cilindro di 60 brani disponibili e abbracciano più di trent'anni della vita artistica di Erickson. Una delle migliori sorprese è constatare come la voce del ''vecchio'' suoni ancora maledettamente carica di tinte espressive, di come riesca a dispensare emozioni dall'inizio alla fine. ''Devotional number one'' e ''God is everywhere'', i brani che emblematicamente aprono e chiudono il disco, sono costruiti su due field recording e si presentano quasi identiche a come Erickson le registrò durante uno dei tanti periodi di reclusione a partire dalla ''casalinga'' qualità sonora. ''Ain't blues too sad'' é un tema di country-blues costruito su una base d'organo hammond e interpretato magistralmente da Erickson. La splendida ''Goodbye sweet dream'' si muove su territori appena più psichedelici e a mio parere costituisce uno dei vertici del disco assieme alla successiva ''Be and bring me back home'' che, non so perchè, mi ha ricordato parecchio certe cose dei Green On Red. Poi ancora il ritmatissimo pop-rock alla Big Star di ''Brick back the past'' che lascia spazio alla ben più riflessiva (e autobiografica?) invocazione per pianoforte e voce di ''Please Judge'' (''Non sbattere dentro quel ragazzo ...''). La parte più cruda, distorta e visionaria arriva invece con la bellissima ''John Lawman'', prima di tornare a canovacci ancora parecchio classici (ma dalle differenti tonalità) con ''True Love Cast Out All Evil'' (un country denso e riflessivo), ''Forever'' (un avvicinemento al soul) e ''Birds'd Crash'' (una ballata rock costruita su una base soavemente distorta). Okkervil River si limitano ad accompagnare il maestro, ma lo fanno benissimo. Ne esce un disco meraviglioso, un profondo esercizio musicale che oltre a restituirci uno splendido Roky ci chiarisce una volta di più quanto amore, speranza e spiritualità siano l'essenza della sua sua muisica e del rock più autentico in generale. Sono commosso. Come minimo (8)
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venerdì 14 maggio 2010

L'America di oggi

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WOVEN HAND
The Threshingfloor (Glitterhouse, 2010)
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Finalmente mi ritrovo tra le mani uno dei dischi che più ho atteso quest'anno (gli altri erano stati Ali & Toumani, Johnny Cash e Joanna Newsom), niente meno che il nuovo album del Reverendo David Eugene Edwards e della sua band, i Woven Hand. Difficile che un amante del folk contemporaneo non conosca e apprezzi questo uomo, che una volta terminato il ciclo con il suo vecchio gruppo, i 16 Horsepower, decise di formare i Woven Hand, continuando a mantenere intatto quel suo caratteristico talento naturale per il folk, che nessun altro gruppo di folk tratta e plasma alla sua maniera. E poi quel forte messaggio religioso e mistico, melanconico e oscuro, che da sempre lo accompagna, tanto che l'unico possibile accostamento con i Woven Hand sembra essere quello con gli 16 Horsepower e viceversa. Con ''The Threshing Floor'', Edwards torna a registrare a casa propria, in Colorado (ma si concede anche delle cappatine indiane, balcaniche e mediorientali, che a conti fatti si notano, eccome). Il sound resta quel connubio di folk-country di radice sudista e musica nativa americana, molto (ma molto) oscuro, dove persino il banjo viene impiegato in maniera del tutto particolare, assieme al contrabbasso, alle chitarre acustiche e alla solita magnifica voce del Reverendo. Quì però la maggior elettricità dello splendido ''Ten Stones'', il capolavoro che l'aveva preceduto, lascia spazio a dosi massicce di spiritualità e David sa essere (paurosamente) rabbioso e mistico allo stesso tempo. Ora mettetevi a sedere. Fumando la pipa alzate gli occhi, immersi nella pace della notte. Non sono forse stelle quelle che vedete lassù? E' non è forse il deserto questo che vi circonda? Ma un coyote non fa mancare il suo ululato e un' ombra si avvicina minacciosa .... No, non è l'ultimo Tex Willer, ma il nuovo lavoro dei Woven Hand. Oppure l'America di oggi, con le sue inquietudini.

Retro-Africa: Bembeyaaaaaaaaaaaaaaaa

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BEMBEYA JAZZ NATIONAL
The Syliphone Years (Stern's, 2004)
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BEMBEYA JAZZ NATIONAL
Live 10 Ans De Succès (Syliphone, 1971)
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I guineani Bembeya Jazz National sono stati uno dei gruppi più influenti dell'Africa occidentale dalla fine del colonialismo francese ad oggi. Incoraggiando attivamente i musicisti a riscoprire le proprie radici per creare una musica moderna, Sékou Touré, il presidente della Guinea, inaugurò una vera e propria età dell'oro per le band più innovative. Quell'atmosfera esercitò un notevole influsso anche in Mali, in Senegal e negli altri paesi della regione, e il sound di Bembeya, con le loro elaborazioni delle armonie popolari mande (con strumenti elettrici e ottoni, la sensazionale chitarra di Sékou ''Diamond Fingers'' Diabate e la sublime voce di Demba Camara), fecero da modello in tutta l'area dell'Africa occidentale. Nonostante questo la distribuzione dei loro dischi, per molto tempo, non si è spinta oltre i confini francesi. Poi, nel 2004, la Stern's ha pubblicato ''Syliphone Years'' (che ha avuto un ulteriore ristampa) doppio cd con tutti i loro successi (più qualche raro singolo e pezzi dei primi album mai stampati su cd) e il nome del gruppo ha cominciato a circolare con maggior insistenza su scala internazionale. L'abum propone una notevole selezione dei brani registrati dai Bembeya per la guineana Syliphone tra la metà degli anni Sessanta, quando la mitica etichetta inizia proprio con loro la sua attività, e il 1976, quando Bembeya, rimessasi faticosamente in pista dopo la morte di Demba Camara, riprende a incidere: ma saranno gli ultimi brani per la Syliphone, perchè ormai la Guinea di Sékou Touré è sul viale del tramonto, e con essa anche la casa discografica che l'ha rappresentata.
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Io coglierei l'occasione per far vostro anche il magnifico ''Live 10 Ans De Succès'', un concerto (probabilmente la dimensione perfetta del gruppo) registato il 30 Aprile del 1971 presso il 'Palais du Peuple' di Conakry (la capitale della Guinea) ripreso in un LP dalla Syliphone nello stesso anno e successivamente (e incredibilmente) ristampato anche in cd nel 1990 dalla francese Mélodie Distribution e ancora, circa dieci anni dopo, dalla Sylla con l'aggiunta di tre brani. La recente diffusione in rete di qualche vecchio vinile e ulteriori ristampe e/o antologie stanno completando l'opera, rendendo giustizia (almeno da un punto di vista storico-musicale) a una delle band migliori che la storia della musica africana ricordi. Ad ogni modo se volete saperne di più vi rimando a un paio di splendidi post su T.P. Africa (i migliori!!!) qui e qui. A presto.
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mercoledì 12 maggio 2010

Meglio tardi che mai.

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KOKANKO SATA
Kokanko Sata (Honest Jon's, 2005)

tracklist/ascolto - dwl

Circa dieci anni fa Damon Albarn arrivò in Mali per il progetto On Line, impegnato ad aiutare i popoli che vivevano nel Meridiano di Greenwich. Dal Paese africano il famoso cantante tornò con 40 ore di registrazioni effettuate a Bamako e dintorni con il supporto di molti aristi locali e trascorse i due anni successivi suonando e risuonando quei nastri, facendosi aiutare da due grandi come Toumani Diabate e Afel Bocoum. Ne uscì un buon disco intitolato (forse un po' troppo) semplicemente ''Mali Music'' (2003), che segnò il debutto dell' ottima Honest Jon's Records, filiazione dello storico negozio di Portobello Road, specializzato in musiche ''altre''. Nel riprendere in mano il lavoro, l'intenzione era soprattutto quella di prestare attenzione ai nomi di alcuni artisti ''minori'' coinvolti nel progetto. In particolare aveva attirato la mia attenzione il brano ''Kokanko Sata Doumbia On River'' dove spuntava la voce di una ragazza che cantava accompagnandosi con il kamalengoni (una specie di arpa). E' partita così la ricerca al suo (credo) primo e unico omonimo album ''internazionale'' pubblicato nel 2005 (sempre su Honest Jon's). Tra le pochissime informazioni disponibili, ho scoperto che Kokanko Sata Doumbia viene dal sud del Mali ed è l'unica donna che suona il kamalengoni, almeno in pubblico. Siamo nel cuore della tradizione wassoulou (Oumou Sangare vi dice niente?), con le sue ipnotizzanti melodie pentatoniche. E Sata suona splendidamente, non perde un colpo, e non aggiunge nessun inutile ornamento. Chiunque ami la musica del Mali in generale, non si faccia scappare quest'album. Io ci ho messo cinque anni prima di scoprirlo. Meglio tardi che mai.

Mad-(Free)-Jazz

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THE LAST ELECTRO ACOUSTIC SPACE JAZZ ...
Miles Away (Stone Throw, 2010)
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tracklist/ascolto
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YOUNG JAZZ REBELS
Slave Riot (Stone Throw, 2010)
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Ancora lui!!?? Che Otis Jackson Jr, in arte Madlib, cambi nome con la stessa velocità con cui compone, ormai non è più una novita, tanto che diventerebbe arduo anche solo pensare di mettere ordine all'infernale e caleidoscopico mare magnum discografico del nostro uomo, tra produzioni personali dai mille volti e/o lavori per conto terzi. Mi limiterò quindi a riferire di alcune delle ultime uscite tra le quali in particolare spiccano (anche per qualità e profondità) un paio di lavori in qualche modo gemelli (seppur sostanzialmente differenti) che rendono omaggio alla scena jazz indipendente degli anni Sessanta e Settanta, a ulteriore testimonianza della grande passione e consapevolezza madliniana per le proprie radici. A conti fatti,'' Miles Away'' dei The Last Electro-Acoustic Space Jazz & Percussion Ensemble, pur nella visionarietà cosmica dei suoi trip ritmici, risulta forse un po' più solare e leggero (si fa per dire), rispetto alla mistica radicalità espressiva, alla spiritualità (molto free) e all'esoterismo che accompagnano dall'inizio alla fine (assieme ai classici fruscii vinilitici) il bellissimo quanto affascinante ''Slave Riot'' dei Young Jazz Rebels, e non solo per le pantere nere che accompagnano il solito impeccabile digipack.
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Per un attimo sono anche riuscito a dimenticarmi che ai comandi c'è sempre lui, il nostro uomo, quell'inesauribile, eclettico fuoriclasse in grado di non far mai mancare il suo apporto sostanziale e qualitativo a un panorama musicale come quello odierno che (diciamolo pure), almeno per quel che concerne questi primi mesi del 2010, sembra essersi un po' annacquato..

Medicine Smoke

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MADLIB
Medicine Show No. 4: 420 Chalice All Stars

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Blunted in the Bomb Shelter mix

tracklist

Alla faccia del grande Zorn! Prosegue alla considerevolissima velocità (non della luce, ma pur sempre) di un disco al mese il viaggio globale e multiculturale di quel genietto di Madlib con il suo progetto Medicine Show (senza contare tutto il resto), che a quest'ora starà già preparando le valige per un nuovo approdo (ehmm, dovrei vedere dove esattamente) non prima però di averci lasciato il suo collage di umori giamaicani (canne a parte) nel notevole ''The Medicine Show No. 4: 420 Chalice All Stars'' (lo avevo anticipato qui): ''Madlib doesn't limit himself to one style in this overflowing platter: all Jamaican flavors are evident, from the speedy Ska of the mid '60s to the dark Dub of the early '70s to rollicking Funk from some of Jamaica's best''. C'è anche da dire che il buon Otis non è certo nuovo a operazioni di questo tipo, visto che già nel 2002 (pensate un po') ci deliziò con i 40 frammenti di quest'altro ''Blunted in the Bomb Shelter Mix''.

martedì 11 maggio 2010

Tango e fumetti

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Jorge González
FUEYE - IL SUONO DEL TANGO
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1916. Una nave salpa dal porto di Genova e naviga per 40 giorni. Al suo interno sono imbarcati centinaia di italiani ed europei diretti a Buenos Aires. Quì comincia la storia di Antonino Dufour, genitori francesi e italiani, e del suo bambino, Horacio, di otto anni. A Buenos Aires conosceranno il bandeonista Vicente “Gordo” Rial che introdurrà Horacio alla vita notturna e gli farà conoscere il mondo dei tangueros, della prostituzione e della mafia. Seguiremo l'infanzia e l'adolescenza di Horacio, le sue aspirazioni e il desiderio di lasciarsi alle spalle la classe ''bassa'' a favore di una condizione più agiata e di potere, fino alla sua vita adulta negli anni Sessanta. Attraverso i MAGNIFICI disegni di Jorge González (classe 1970, non l'ex wrestler, ma un interessantissimo giovane autore argentino trapiantanto in Spagna) vivremo sulle note del tango la sua storia e il processo di cambiamento sociale, politico e culturale che l'immigrazione europea conobbe in Argentina all'inizio del Ventesimo secolo. ''Fueye'' (001 Edizioni, 2009) è tango, solitudine e passione. E' la musica del porto, della nostalgia, del convertillo, dell' alienazione dell' immigrato. Opera vincitrice del "Premio Internazionale Graphic Novel" Fnac.
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Una curiosità: il bandoneonista Marcelo Mercadante, ispirandosi ai disegni di Jorge González per comporre la musica che accompagna la lettura di Fuye (i brani, messi gratuitamente a disposizione dal suo autore, si possono scaricare direttamente QUI o dal sito di Mercante), si fa trasportare dagli umori del fumetto, si immedesima negli ambienti, nelle atmosfere dei bordelli dove si ballava tango, tra allegria e nostalgia, e crea la sua musica di conseguenza. Disegno e note si fondono per ricreare la Buenos Aires dell'inizo del secolo scorso, tra solitudine e senso di alienazione, allegria e sollievo.
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E arriviamo a ''Carlos Gardel'' (Nuages, 2010). Come nel caso di Fueye, anche questo fumetto supera la particolarità dell' argomento a favore di una più intima esplorazione dello spirito di un Paese e di una società in erba, alla ricerca della propria identità. Tutto merito di due mostri sacri dei comics come José Muñoz (classe 1942) e Carlos Sampayo (1943) , autori di quest'opera nuova dall'agile narrazione e dalla bella fattura che (al pari di quella di Gonzalez) raccomando a tutti gli amanti del fumetto come uno degli acquisti della stagione.

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Muñoz & Sampayo
CARLOS GARDEL
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Il sodalizo artistico tra i due argentini continua con ottimi risultati da più di tre decadi, quando nel 1974 Muñoz e Sampayo si incontrarono per la prima volta in Spagna, dando inizio a una traiettoria che ha sempre valorizzato la ricerca delle loro identità culturali. Con questo magnifico lavoro dimostrano una profonda attenzioni nei confronti di un mito come Carlos Gardel e della musica che ''cantava e ronzava, ma non sapeva leggere ne scrivere'', spiega Sampayo. Secondo quest'ultimo la particolarità del cantante risiedeva in una speciale ''capacità intuitiva''. Sempre Sampayo attribuisce a Gardel l'abilità di aver rinforzato un'identità di mito ''non del tutto chiara''. Nel prologo gli autori assicurano però che il libro ''non vuole essere ne un elogio ne, tantomeno, una diattriba'' e che la loro intenzione non è assolutamente quella di ''smontare un mito o inventarne uno nuovo''. Sceneggiatore ed esperto di musica (ma anche romanziere e giornalista) Sampayo ci conduce con questo lavoro alle origini (del mito) del tango nel suo contesto sociale e storico. Come anche nell'anteriore ''Wats Waller'' (Coconino, illustrato da Igort) o in ''Billie Holiday'' (edito in Italia da Rizzoli, con i disegni José Muñoz), anche in questo lavoro Sampayo sembra incontrare la sua dimensione perfetta.
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Da parte sua Muñoz, adattandosi perfettamente alla figura misteriosa del grande cantante argentino, (E' morto o no? Quando è nato? E Dove? Argentina o Uruguai? Era socialista o conservatore ? Gay o etero?...) diventato leggenda forse anche in conseguenza di una misteriosa e improvvisa sparizione, (proprio per questo) gioca su un'indefinitezza grafica con i disegni in bianco e nero che ritraggono il volto del personaggio (ma forse sarebbe meglio dire la maschera, come indicano gli autori nella prefazione) in modo ''etereo'' e ''diafano''. In questa costruzione della figura di Gardel, prendono vita anche personaggi immaginari. I propri creatori confessano che il cantante ''invitava alla congettura evitando la precisione''. Tuttavia quel tocco immaginario che Muñoz e Sampayo danno (oppotunamente) al loro lavoro non impedisce di ragruppare nelle vignette del fumetto anche molti personaggi reali degli anni Trenta e Quaranta, che hanno condiviso avventure ed esperienze con lo stesso Gardel. Tra questi, ad esempio, Alfredo Palacios (primo deputato socialista nel parlamento argentino) o Alfredo Le Pera (poeta brasiliano e autore della maggior parte dei successi del cantante). Attraverso le canzoni e la voce dell'artista (dichiarato patrimonio dell'umanità dall' UNESCO nel 2003) Muñoz e Sampayo evocano le notti porteñas degli anni in cui Buenos Aires diede riparo a molti europei. Oltre a concentrarsi nella cultura argentina, gli autori dichiarano il loro amore per la musica, in generale. Infatti, non è la prima volta che gli autori danno una nota musicale alle loro vignette, come accennato poco sopra nel caso di Fats Waller o di Billie Holiday.
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Una volta deciso che volevamo fare una storia su Gardel, ci serviva un filo conduttore. Sembra niente, ma senza filo si disfano le cuciture di qualunque storia. E un buon filo è sempre d'oro. Oscar Zarate è accorso in nostro aiuto; non era la prima volta. La conversazione è stata più o meno la seguente:

-Perchè Gardel, Oscar?
-Perchè lui è il Paese. Attraverso Gardel, io darei voce al Paese. E' la Repubblica Argentina, quella che parla. E' la sua voce. E' Miss Argentina che diventerà Miss Universo.
-Dare voce al paese...
-Prima di Gardel non c'era niente, niente che lo rappresentasse. L'Argentina è il suo manager, il suo agente. Gardel risponde a un desiderio profondo, al bisogno che un Paese ha di affermarsi come tale. Prima era qualcosa di ambiguo. Con Gardel prende forma il primo eroe popolare, anch'esso ambiguo. Inoltre, una volta eletto, nessuno può destituirlo: è un incarico a vita. E lui era disposto a rispettare questo accordo.
-Allora pensi che potremmo fare una storia sull'identità?
-Penso che sarebbe un buon filo conduttore, forse il migliore.
A partire da questo momento, José ed io abbiamo assegnato a Gardel il compito di rafforzare un'identità ''non del tutto chiara'' - specie dalle parti del Rio De La Plata - grazie alla sua qualità di '' mito''. E il lavoro è venuto come volevamo. Grazie tante, Oscar.

Carlos Sampayo
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CARLOS GARDEL
El Día Que Me Quieras [Antologia] (1998)

download
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-Ma tu non eri socialista?
-Io sono un'artista, ragazzo. E tutto il mondo può apprezzare l'arte.
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Black Pearls: Black Power

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In molteplici campi di espressione artistica, la cultura nera è andata (e va) reclamando un suo spazio e una sua considerazione, e, soprattutto, è andata (e va) mostrando la sua volontà di urlare al mondo (bianco o nero che sia) la sua integrità, la sua ricchezza di contenuti, la sua forza interiore, la sua squisitezza formale, la sua poesia. I brani di queste due compilation, uscite una decina d'anni fa sempre per la Harmless, mettono in fila una serie di artisti fondamentali da questo punto di vista, capaci di dar vita a incontri ispirati e consapevoli di musica e poesia, ritmi e parole, da James Brown ad Archie Spepp da Nina Simone agli Isley Brothers (e tantissimi altri). La tensione, la rabbia e la speranza che scuotevano la vita della comunità afroamericana si rifletteva completamente in queste canzoni. Il rap non c'era ancora, ma c'erano i Last Poets, Gill Scott-Heron e i romanzi di James Baldwin. C'era rabbia, ma anche una forte carica positiva, una grande energia. Il loro stile era profondamente legato alla poesia, quella destinata alle comunità: la tradizione orale delle radici africane che passava per il jazz, la soul music e il funky.

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Stand Up And Be Counted
Soul, Funk And Jazz From A Revolutionnary Era Vol.1 (1999)
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tracklist - dwl

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Stand Up And Be Counted
Soul, Funk And Jazz From A Revolutionnary Era Vol.2 (2000)
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tracklist - dwl

Latin & Boogaloo Pearls

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Broasted Or Fried.
Latin Breakbeats, Basslines & Boogaloo (Harmless, 2000)
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tracklist - dwl
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Freak Off
Latin Breakbeats Basslines & Boogaloo (Harmless, 2001)

tracklist - dwl diretto
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Brown Sugar
Latin Breakbeats, Basslines & Boogaloo (Harmless, 2002)

tracklist - dwl diretto
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Yo! Hot Latin Funk From El Barrio (Harmless, 2002)

tracklist - dwl
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Bigbadboogaloo
Latin Boogaloo From The Big Apple (Harmless, 2002)

tracklist - dwl
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Tra il 1966 e il 1968 gli Usa scoprono il nuovo ritmo dei ghetti ispanici. E' il suono degli adolescenti di origine cubana o portoricana, implacabile, colmo di fiati e stili latini, privilegia soul e funk, piace anche ai neri e per questo è pericolosamente politico. ''E' iniziato come un suono Motown in missione a Portorico'', spiegava una canzone dei Latinaires, tra i gruppi più rilevanti del genere. Anche l'Apollo Theatre se ne invaghisce sancendo nuove fusioni dal basso tra neri e ispanici. Tra sezioni fiati potenti e testi perlopiù in inglese, ma con incursioni in spagnolo (ne parlai qui). Queste splendide antologie, uscite per l'etichetta Harmless tra il 2000 e il 2002, rappresentano un'ottima testimonianza di quel periodo (così importante anche da un punto di vista sociale) catturando all'interno delle scalette l'essenza di questa musica .

domenica 9 maggio 2010

Brazilian Pearls

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The Brazilian Funk Experience
Rare Grooves from EMI Odeon Vaults 1968-80 (Nascente, 2006)
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[Dusty Groove America]: Looking for funky Brazilian grooves? You'd have a hard time doing better than this tasty little set - 20 slices of rare soul, funk, and jazzy tunes from the Brazilian scene of the 70s - all hand-picked by Patrick "Da Lata" Forge! The set's a tremendous introduction to the wealth of great music from this time -- and brings together a number of cuts that have crossed over big on the global groove scene inspired by Forge and Gilles Peterson, plus a number of other tracks that are lesser-known but equally great as the rest! Grooves often mix together electric and acoustic sounds, traditional and modern instrumentation, and feature arrangements that offer a whole new approach to rhythm than you'd hear in American work from the same stretch -- a really amazing sound that's presented perfectly here! Titles include "Garra" by Marcos Valle, "Bola De Meia Bola De Gude" by 14 Bis, "Tudo Que Voce Podia Ser" by Simone, "Maita" by Doris Monteiro, "Baoba" by Claudia, "Nereci" by Djavan, "No Baixo Do Sepateiro" by Meirelles, "Embalo Diferente" by Os Devaneios, "Que Bandeira" by Evinha, "Aquelas Coisas Todas" by Toninho Horta, "Algo No Ar" by Marcelo, "Banana" by Joyce, and "Trem Da Central" by Claudio Jorge.

Brazilian Pearls

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Black Rio
Brazil Soul Power 1971-1980 (Strut, 2002)
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Black Rio 2
Original Samba Soul 1968-1981 (Strut, 2009)
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venerdì 7 maggio 2010

Tradizioni dal Sud Italia/Italian Pearls

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Rimaniamo in ambito mediterraneo e insulare, per parlare di un'altra grande artista del nostro Bel Paese (quasi sempre) così tristemente inconsapevole dei tesori musicali che le sue (vecchie o nuove) tradizioni musicali gli offrono. Ahimè ne prendiamo atto constatando come anche la bravissima Franca Masu (destinata allo stesso trattamento di molti altri colleghi) venga apprezzata più fuori che in casa propria, almeno a giudicare dalle strameritate attenzioni che all'estero (in Spagna, soprattuto anche per affinità linguistiche, come vedremo) hanno riservato ad alcuni dei suoi lavori. La musica della Masu ci porta in un particolare e raffinato territorio sonoro, uno spazio mediterraneo a tutto tondo dove, attraverso la sua magica e voluttuosa voce, confluiscono il jazz, le tradizioni musicali del sud italia, la cultura e la lingua catalana, la poesia sarda ecc.
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FRANCA MASU
Alguìmia (Aramusica, 2003)
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Man mano che ci si ''immerge'' nell'ascolto dei sui dischi, la musica va acquistando ''tinte'' culturali sempre nuove, evoca paesaggi e sensazzioni di vario tipo, che possono riportare alla mente l'immagine di qualche porticciolo unitamente ai sogni e alle fatiche dei pescatori che abitano quell'angolo di Sardegna (la città di Alghero) da dove Franca Masu proviene. Canzoni di mare, vento e nostalgia. Di mogli che perdono i loro uomini divorati dalle onde, in un microcosmo che la cantante è in grado di evocarci attraverso la sua voce chiara. Un mediterraneo che passa attraverso i ritmi provenienti dall'Andalusia (Flamenco), dall'Africa, dal Portogallo (Fado), dalla Catalogna e, naturalmente, dalla sua Sardegna. I suoi dischi sono il simbolo di una mescolanza di culture che conformano il sentimento mediterraneo e che Alghero, in special modo, rappresenta.
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Alghero
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Il catalano, la vecchia lingua di Alghero, assume una dimensione particolare nella emissione dolce e seduttrice della Masu. La sua voce vellutata si basa su una tecnica di canto che è propria del jazz, stile facilmente riconoscibile nei suoi fraseggi vocali e nel concetto di utilizzo della voce come uno strumento perfettamente integrato nel suono dell'accompagnamento musicale. Se è vero che le sue canzoni sono profondamente radicate alla cultura mediterranea e latina (e anche nella ricerca delle radici del tango, la musica della Masu si trasforma in una tappa obbligatoria) allo stesso tempo vanno molto al di là di un mero recupero della tradizione: sono decisamente contemporanee e universali, otre che bellissime. La chiarezza e la qualità dell'estetica sonora sono il risultato di ''sottili'' arrangiamenti possibili solo attraverso la scelta di un combo jazzistico ''mediterraneo'' composto da strumenti acustici come contrabbasso, fisarmonica, percussioni, violoncello, mandolino, chitarra classica, cajon, udu ecc.
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FRANCA MASU
Aquamare (Aramusica-Felmay, 2006)
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Chi volesse può approfondire o consultare la discografia della Masu attraverso la sua pagina web. ''Alguimia'' (2003) e ''Aquamare'' (2006), sono due dei quattro lavori realizzati fino a questo momento dall'artista sarda, e anche gli unici in mio possesso. Ve li propongo nella speranza che (nel constatarne la qualità) qualcuno possa avvicinarsi e interessarsi alla sua musica, arrivando (chissà!) a cercare e magari a comprare i suoi dischi. Sarebbe anche questo un bel modo per tentare di contribuire a migliorare la pessima situazione di cui si diceva poc'anzi a inizio post.
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Tradizioni dal Sud Italia/Italian Pearls

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ETTA SCOLLO
Canta Ro'-Omaggio a Rosa Balistreri (Ed. BlakPete, 2005)

tracklist e testi - credits - dwl

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Cantante siciliana ben nota soprattutto in alcuni paesi del Nord Europa, ma ancora troppo poco seguita in Italia, Etta Scollo è una splendida interprete e ricercatrice di musica siciliana, una delle poche eredi della celebre musicista e cantante folk Rosa Balistreri (scomparsa nel 1990 e di cui mi piacerebbe occuparmi in qualche post successivo), riferimento per molti dei maggiori interpreti di musica mediterranea. La sua è una voce distesa, colta, ma allo stesso tempo capace di interpretare la ballata popolare con straordinaria intensità. Dopo la maturità classica, Etta Scollo si trasferisce da Catania a Torino, dove inizia gli studi in architettura, che interrompe per dedicarsi interamente alla musica. Forte di un corso triennale di canto al conservatorio di Vienna, negli anni Novanta ad Amburgo conduce sperimentazioni di musica contemporanea. Autrice anche di colonne sonore per film, Etta è oggi una delle artiste italiane più amate in Germania. Infatti vive tra Berlino e la Sicilia dove si dedica alla composizione e alla ricerca musicale nell'ambito della musica tradizionale. I primi splendidi risultati arrivano con una serie di concerti sinfonici intitolati ''Canta Ro'' risalenti al luglio del 2004, interpretati da Etta Scollo ed eseguiti dall' Orchestra Sinfonica Siciliana del maestro Angelo Faja. La registrazione dal vivo di questo progetto è diventato anche un cd da togliere il fiato per quanto è bello.
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"Ho conosciuto la voce di Rosa all'età di circa 14 anni. Qualcuno mi diede una cassetta con dei brani registratiIn quei giorni avevo l'influenza e non feci che ascoltare questa cassetta. Mi colpì la voce di Rosa per l'essenzialità che il suo canto esprimeva, legato alla vita, in tutta la sua urgenza. Forse per via della febbre, mi restò come una specie di 'cicatrice interiore'... Da allora ho approfondito la mia conoscenza sul repertorio di Rosa e mi sono appassionata alla ricerca sulla musica popolare siciliana. Quando più tardi mi sono dedicata ad altri generi, non ho mai smesso di 'sentire' la voce di Rosa. Trovavo "parallelismi" di un suo canto violento e quello scarno di Billie Holiday che descrive in 'Strange fruits'' i cadaveri di schiavi appesi agli alberi. Mi chiedevo dunque quale fosse la differenza. Rosa era una di loro quando gridava il canto del carcere ''Nda la Vicarìa'' o il lamento degli zolfatari in ''Caltanissetta fa quattru quarteri''. Quei canti, pensavo, non dovevano rimanere un tesoro per 'poche orecchie elette'. Quella cultura, quella musica, andava curata, rispettata e soprattutto cantata affinché tutte le orecchie possibili la udissero". Etta Scollo

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ETTA SCOLLO
Il Fiore Splendente (Edel, 2008)

tracklist, testi e ascolto - credits -dwl

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Nel Settembre del 2008 arriva anche ''Il fiore splendente'' (Edel Classic) per il progetto poetico/musicale Festival delle Orestiadi di Gibellina, trasposto dell'antologia ''Poeti arabi di Sicilia'' (Mesogea) curata da Francesca M. Corrao con poesie di autori arabo-siciliani, scritte tra il IX e il XII secolo, che rivela testi colmi di liricismo e che ripropongono la Sicilia come crocevia di culture e dove i poeti arabi del passato, tradotti da poeti contemporanei sono messi in musica dalla stessa Scollo.Il progetto si arricchisce della preziosa collaborazione di alcune importanti personalità della scena siciliana, araba e internazionale (spunta anche la voce di Franco Battiato), tra i quali Giovanni Sollima, Markus Stockhausen e Nabil Salameh. Una decina di canzoni anche in questo caso spettacolari con il canto intenso della Scollo in grado di passare da cupi notturni a squilli solari e svettanti. Applausi.

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giovedì 6 maggio 2010

Soul 2010

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Se, come il sottoscritto, siete tra quelli che hanno apprezzato molto ''My World'' (Truth & Soul, 2009) magari potrebbe interessarvi anche questa esibizione parigina di ''Lee Fields & The Expressions'', nell'ambito del programma ''L’Album De La Semaine'' di Canal+, la cui registrazione risale al 15 Febbraio di quest'anno. Se invece non avete mai avuto il piacere di imbattervi nella musica di quest'uomo, niente paura; questa potrebbe essere l'occasione giusta..
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Lee Field è un cantante autentico. La sua è musica SOUL al 100%, con l'obiettivo di andare alle radici del genere e di trovarne la vena più autentica e nobile. Proviene dal North Carolina, e da veterano della black music qual'è, nella sua carriera collabora con numerosi artisti, tra i quali citerei almeno i Kool & The Gang e Sammy Gordon. Negli anni Settanta si fa notare per una serie di 7'' molto solidi e con un suono funk (ma anche con un raro primo LP, ''Let's Talk It Over'', che vi regalo in questo post) tutti registrati per la sua personale etichetta discografica. Il materiale di quel peridodo, poi molto ricercato dai collezzionisti di tutto il mondo, gli vale anche il soprannome di "Little James Brown".
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Dopo essere più o meno scomparso durante gli anni Ottanta, torna a registrare regolarmente nei Novanta. Negli ultimi tempi, grazie anche ad alcune importanti collaborazioni, Lee vive un momento di rinnovato splendore artistico, grazie anche all'appoggio di etichette discografiche come la Soul Fire e, più di recente, la Truth & Soul, per la quale registra proprio il bellissimo ''My World'' dell'anno scorso. Tra le tante, più o meno recenti, collaborazioni segnalerei almeno la partecipazione alle registrazioni di ''Naturally'', il debutto di Sharon Jones, oppure quella (in vari pezzi) con il produttore Martin Solveig, che sorprendentemente vale al francese alcune top ten nazionali ed internazionali, e di conseguenza un ottima pubblicità anche per lo stesso Lee Field, la cui parabola artistica, sorprendentemente (nonostante la Truth & Soul sia un'etichetta newyorkese), rimane ancora abbastanza sconosciuta in patria, dove non sono mai arrivati i meritati riconoscimenti che invece gli stanno attribuendo (soprattutto) in Francia e nel vecchio continente in genere.
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mercoledì 5 maggio 2010

Piccole-grandi meraviglie del jazz # 7

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MAX ROACH & ABDULLAH IBRAHIM
Stream Of Consciousness [1977] (Piadrum, 2003)
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Quello ripreso nel 2003 dalla ristampa della Piadrum di ''Sreams of Consciousness'', Max Roach lo ha spesso indicato come il più riuscito e ispirato tra gli incontri ravvicinati a cui ha dato vita verso la metà degli anni Settanta. Poco importa che gli altri duettanti si chiamino Archie Shepp, Anthony Braxton, Cecil Taylor ... Il pianista sudafricano Abdullah Ibrahim (del quale ho già presentato in questo blog un'altra meravigliosa collaborazione), che in quel settembre del 1977 continua ad essere meglio noto come Dollard Brand, fornisce alla poetica infiammabile del batterista afroamericano il giusto sfondo, la giusta dose di composta ma ferrea indignazione civile, la scintilla emozionale che Roach va cercando per liberare tutta la tensione creativa e scandire il suo drumming. Un contributo di bellezza alla cupa e furibonda lotta antirazzista che i tempi impongono, con l'esilio perdurante del pianista di Cape Town e la spinta antagonista del free jazz. Connessioni: i febbrili poliritmi di Roach e le maestose melodie prodotte da Ibrahim si intecciano all'insegna di una ''Consanguinity'' (tanto per dirla usando uno dei titoli) che è più di un'affinità, un' intima parentela musicale, umana e politica, che in poco più di quaranta minuti genera un flusso di improvvisazzione spumeggiante, che gronda blues e kwela-jazz. Un disco importante.

martedì 4 maggio 2010

Il fumetto

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IL GUSTO DEL CLORO
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''La piscina, un microcosmo di persone, di corpi che perdono la propria forma solida diventando masse fluttuanti che nuotano per le ragioni più svariate: agonismo, tempo libero, cure mediche. Dietro le pressanti insistenze di del suo fisioterapista, un giovane ragazzo sofferente di scoliosi inizia a frequentare la piscina, finchè la pigra routine dell'appuntamento del mercoledì non viene interrotta dall'incontro con una ragazza che lo seduce con il suo sorriso e le sue movenze. Entra in contatto con lei grazie all'intraprendenza di un amico e dà inizio a un rapporto che si esprime più con i movimenti nell'acqua che con le parole. Nel bacino di questo ambiente licquido si instaura un sottile equilibrio che mercoledì dopo mercoledì, bracciata dopo bracciata, inizia a rafforzarsi. Un libro straordinario, dove i lunghi silenzi, le estenuanti nuotate e i colori conferiscono un ritmo ipnotico a una storia in grado di catturare il lettore fino all'ultima pagina''.
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Fumetto d'avvero bellissimo. Trovate tutto qui, anche un' anteprima delle prime 16 pagine dell'opera. Se invece volete farvi un giretto nel blog di questo ottimo giovane autore francese, allora accomodatevi da questa parte.

Brazilian Pearls: London London

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Nelle ultime settimane, come si può notare da alcuni dei post più recenti, ho riacceso la vecchia (in relatà mai sopita) passione per il tropicalismo e in particolare per il grande Veloso (sempre sia lodato!). Con il post sul tropicalismo avevo lasciato in sospeso il periodo dell'esilio londinese di Caetano e Gilberto Gil, ma rimettendomi ad ascoltare i dischi di quel periodo non ho proprio saputo resistere alla tentazione di ritornarci su, riprendendo il filo giusto dove l'avevo interrotto.
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''Dicono che qui sia estate. io sto scrivendo vestito con un immenso giaccone di pelle''. L'autore di ''Alegria Alegria'' sprofonda nella disperazione più nera davanti al divieto di rimettere piede in Brasile: ''Non sono venuto in questa città per essere felice'' dichiara il depresso Caetano, e ci vogliono mesi per attenuare quel primo momento di sconforto e spaesamento. Al contrario, ansioso di integrarsi in fretta nel nuovo ambiente, Gilberto Gil va subito ad iscriversi a un corso di inglese. Esce quasi ogni notte allacciando contatti, ascoltando concerti e inserendosi presto nel giro dei locali. Si fa canne in quantità e comincia a sperimentare anche l'Lsd. Caetano, invece, vive ritirato, evita le droghe, per qualche mese smette persino di comporre. Nelle sue lettere parla adirittura di morte, di nostalgia profonda. Decide di sottoporsi a sedute di analisi. L'esperienza finirà per arricchire ancora di più la sua personalità, ma come detto, ci vuole del tempo prima che l'umore di Veloso inizi a carburare e a sintonizzarsi con la capitale inglese, lo stesso tempo che serve a fargli crescere una lunga barba. Ben presto però, attorno alla ''Cappella Sixteena'' (questo il sarcastico nome che Gil e Caetano scelgono per la loro casa nel quartiere di Chelsea) si forma una sorta di crew della diaspora, e nel giro di poche settimane l'ambiente ricorda già la vivacità dei tempi dell'appartamento di Caetano e Dedè (sua compagna di allora) a San Paolo. In realtà Londra si rivela perfetta per valorizzare e portare alle ultime conseguenze le motivazioni ispirative e le sperimentazioni del tropicalismo.
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Sono, tra l'altro, anni importantissimi per la musica pop e l'Inghilterra è in pieno fermento tra Beatles ormai in via di scioglimento, Rolling Stones, Led Zeppelin, festival all'isola di Wight (hippies, psichedelia, Hendrix...) ecc. Tanto più che il momento di passività sconsolata si accoppia a una fase creativa. Durante l'esilio Veloso realizza due dischi dove fa largo uso della lingua inglese. Il primo, ancora una volta, porta come titolo semplicemente il suo nome. In copertina c'è un primo piano della sua faccia dallo sguardo triste, i capelli lunghi e la barba un po' alla moda hippie. La qualità della musica, anche se venata da una sorta di cupezza, è ancora una volta sorprendente. L'album, straordinario, naturalmente è carico di nostalgia e di dolore,con un afflato a la Nick Drake e con l'accompagnamento dell'uso discreto di percussioni e perfino di archi.
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Caetano Veloso (Philips, 1971)
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Fra le canzoni spicca la dolcissima ''London London'', sorta di cronaca del suo quotidiano londinese: ''Erba verde, occhi azzurri, cielo grigio / Dio benedice dolore silenzio e felicità / Sono venuto qui per dire si e lo dico / mentre i miei occhi cercano in cielo dischi volanti''. Il primo brano, ''A Little More Blue'' è un'altro resoconto del suo esilio: ''Un giorno ho dovuto lasciare il mio paese / spiagge tranquille e palme / quel giorno non ho potuto nemmeno piangere / e dimenticai che fuori ci sarebbero stati altri uomini / una mattina vennero a prendermi per portarmi in prigione / sorrisi e dissi: va bene / ma quella stessa notte da solo / piansi e piansi ancora / Ma oggi, ma oggi, oggi / non so perchè / mi sento un po' più triste di allora.'' C'è anche un riuscitissimo omaggio a sua sorella Maria Bethânia (il pezzo si intitola proprio così) e la canzone si conclude con un violino che accompagna un vocalizzo arabeggiante.
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Fra il primo e il secondo disco londinese c'è una felice parentesi, visto che Caetano ottiene il permesso di un momentaneo ritorno a casa per registrare un programma televisivo insieme a Gil, Gal Costa e João Giberto, il suo idolo di sempre. Tornato in Inghilterra, continua a comporre e a inviare i suoi pezzi alla sorella Bethânia, a Gal Costa, e a Roberto Carlos. Quest'ultimo, molto famoso all'epoca, in cambio gli dedica uno dei suoi successi più grandi: ''Debaixo Dos Caracois Do Seus Cabelos'', che è una sorta di invito a non dimenticare la bellezza del suo paese: ''Un giorno i tuoi piedi toccheranno la sabbia bianca / e l'acqua azzurra del mare bagnerà i tuoi capelli / finestre e porte si apriranno per vederti arrivare e nel sentirti in casa, sorridendo piangerai''.
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Caetano Veloso: Transa (Philips, 1972)
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Arriva anche il suo secondo album in terra straniera, ''Transa'', che verrà lanciato in Brasile contemporaneamente al suo rientro definitivo. E' un lavoro maturo. Forse Caetano ha già capito che l'esilio stà per concludersi, e la sua condizione psicologica fra il primo e il secondo disco, è notevolmente cambiata come dichiarerà lo stesso cantautore: ''Quello che divide nettamente il clima delle due fasi del mio soggiorno a Londra è il primo viaggio di rientro in Brasile. L'idea che avrei potuto ritornare definitivamente mi faceva sentire molto meglio. Così cominciai ad apprezzare Londra e anche ad ascoltare con più attenzione la musica e i versi delle canzoni''. Ad accompagnarlo in ''Transa'' c'è un gruppo ristrettissimo di chitarre e percussioni. Il disco vive di moltissimi spunti. Ci sono omaggi ai Beatles (nei testi della meravigliosa ''It's A Long Way'' e ''Nostalgia''), c'è una sorta di pseudo reggae (''Nine Out Of Ten''), per non parlare delle meravigliose ''Mora na Filosofia'' (samba classico interpretato magistralmente) e ''Triste Bahia'' (sinfonia di circa nove minuti e mezzo di chitarre e percussioni con il testo di Gregorio de Matos Guerra, un poeta bahiano del XVII secolo).
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L'esilio termina all'inizio del 1972. Il rientro è un avvenimento atteso, soprattutto da parte di chi vede in lui e in Gil due simboli dell'opposizione ai militari. Ma Caetano non ci mette molto ad avvisare che non ha alcuna intenzione di essere identificato come leader politico, ha solo voglia di fare la sua musica e starsene tranquillo. Sceglie di vivere a Bahia, in una delle zone più belle di Salvador, la spiaggia di Amaralina.
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